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Da asino indiano a icona pop, la lunga storia dell’unicorno

Articolo di Katia Bernacci


Le prime attestazioni sull’esistenza di un animale simile all’unicorno risalgono al 400 a.C. e sono dovute alle cronache del medico Ctesia di Cnido, che dopo aver partecipato a numerose battaglie, anche come intermediario, si trasferì definitivamente a Cnido, città greca situata nell’odierno sud della Turchia, dove scrisse la storia del Medio Oriente (Persikà). Proprio al fondo di questa monumentale opera in 23 libri, il medico fece un lungo approfondimento chiamato Indikà, dove narrò le abitudini di vita degli abitanti delle valli del fiume Indo, non tralasciando particolari come l’incontro con tribù di cinocefali e di tigri con il volto da uomo.
In queste descrizioni emerge un animale particolare, che avrebbe avuto molta fortuna nella storia, si tratta dell’unicorno, descritto da Ctesia come un asino indiano di dimensioni superiori a quelle dei cavalli, munito di un unico corno lungo circa un piede e mezzo e caratterizzato da tre differenti colori; a questo corno vengono attribuite straordinarie proprietà: chiunque vi beva sarebbe protetto da convulsioni ed epilessia e, inoltre, diventerebbe immune a ogni forma di veleno.
Qualche tempo dopo il filosofo Aristotele, citando Ctesia en passant, dicendo persino che non è una fonte sicura, si occupò di questo anomalo animale, riportando più o meno le stesse parole di Ctesia: “Rari sono invece gli animali al tempo stesso monocorni e monoungulati, tra i quali figura il cosiddetto asino indiano. L’orice costituisce un caso differente, poiché possiede un solo corno ma ha l’unghia fessa. Degno di nota è infine il fatto che l’asino indiano sarebbe l’unico tra gli animali monoungulati a possedere l’astragalo”. Insomma, Aristotele sembra pensare che l’unicorno sia un animale a tutti gli effetti e lo inserisce nella sua classificazione scientifica di animali del mondo.
Anche Claudio Eliano, scrittore e insegnante di retorica romano, chiamato anche Eleliano e vissuto nel II-III secolo d.C. subì il fascino di questo fantomatico animale e lo descrisse nel De natura animalium:

Ho appreso che in India esistono asini selvatici non più piccoli dei cavalli. Il loro corpo è interamente bianco, mentre la testa ha un colore simile alla porpora e gli occhi sono di un intenso azzurro. Sulla fronte portano un corno lungo circa un cubito e mezzo; la parte inferiore del corno è bianca, quella superiore rosso porpora, mentre la sezione centrale è di un nero molto intenso.
Ho inoltre sentito dire che gli Indiani bevono da questi corni variopinti. Non tutti, però, ma solamente i più autorevoli tra loro, che li decorano con fasce d’oro distanziate tra loro, quasi fossero splendidi bracciali destinati ad adornare il braccio di una statua. Si afferma che chi beve da tale corno divenga immune alle malattie incurabili: non potrebbe infatti essere colpito né da convulsioni né dalla cosiddetta «malattia sacra» (l’epilessia), né tantomeno essere avvelenato. E se anche avesse in precedenza ingerito qualche sostanza nociva, la espellerebbe tramite il vomito e ritornerebbe in buona salute. La forza di questi animali è davvero straordinaria. Nulla può resistere ai colpi del loro corno: tutto cede, si spezza o viene fracassato. Talvolta hanno persino trafitto il fianco dei cavalli, facendo fuoriuscire le viscere. Per questo i cavalieri temono di avvicinarsi a loro, poiché il prezzo della vicinanza è spesso una morte terribile sia per il cavaliere sia per il cavallo.
Sono inoltre assai pericolosi quando scalciano. Il loro morso è così potente da strappare completamente la parte che afferrano. Per tale motivo non è possibile catturarne vivo un esemplare adulto: vengono abbattuti con giavellotti e frecce, e gli Indiani recuperano i corni dagli animali uccisi, conservandoli con grande cura, come ho detto.
La carne degli asini indiani, infine, non è commestibile, poiché è naturalmente estremamente amara.

Da questo momento le capacità dell’unicorno sembrano accertate, si tratta indubbiamente di un animale, che seppur non ancora descritto come magico, ha caratteristiche proprie della magia e della guarigione.
È incredibile come la narrazione di questo “piccolo asino” sia continuata, lungo i secoli, mantenendo più o meno gli stessi elementi, (il corno meraviglioso, le proprietà terapeutiche e antiveleno, il legame con le acque, con l’albero), come sostiene il medievista Cardini, quando scrive che l’unicorno non è tanto un problema zoologico quanto un fenomeno culturale, un animale nato da racconti orientali, forse ispirato al rinoceronte indiano o ad altri animali reali, che nel Medioevo viene rielaborato fino a diventare una figura centrale dell’immaginario simbolico europeo.
Questo è avvenuto anche grazie alla enorme diffusione dei bestiari, raccolte medievali di descrizioni di animali, reali e fantastici, accompagnate da interpretazioni morali, religiose e simboliche, il cui scopo principale non era descrivere la natura, ma insegnare verità spirituali attraverso gli animali.
Tra le rappresentazioni più celebri vi sono gli arazzi della Dama e l’Unicorno, oggi conservati al Museo di Cluny a Parigi, dove l’unicorno appare accanto a una dama aristocratica e viene associato ai cinque sensi e ai significati simbolici dell’amore, della purezza e della conoscenza.
Infatti nel Medioevo l’unicorno viene rappresentato come una bestia feroce che nessun cacciatore può prendere, se però gli si pone davanti una vergine pura, esso corre verso di lei, posa il capo sul suo seno e si lascia catturare.
Spesso compariva presso una fonte d’acqua, e si raccontava che un serpente o un drago ne avvelenasse le acque e che l’unicorno, immergendo il corno, le rendesse nuovamente pure. Da qui nacque la sua fama come antidoto universale.
Dobbiamo considerare che fino all’età moderna l’esistenza dell’unicorno era ritenuta reale da molti e nelle Wunderkammer principesche si conservavano presunti corni di unicorno, utilizzati come antidoti contro i veleni, mentre la polvere di alicorno (nome dato nel Medioevo al corno, che per estensione indicava anche l’animale) era venduta nelle farmacie come rimedio medico. Nel 807 d.C., il califfo di Baghdad ne donò uno a Carlo Magno e si hanno attestazioni della vendita di questo materiale fino alla fine del 1700.
Proprio per la sua associazione con le vergini, automaticamente entrò di diritto nei simboli del Cristo, mentre la vergine si trasformava lentamente in Maria, mantenendo però sempre una sua collocazione mitica e al di fuori della comprensione.
Non si può certo dire che oggi la figura dell’unicorno sia scomparsa, si è solo modificata in un elemento fiabesco che veicola un significato preciso: ancora una volta la purezza, il sogno che si può avverare, il forte legame con l’infanzia e il gioco.
Da creatura della meraviglia, rara e sfuggente, a icona pop contemporanea, l’unicorno ha conservato il fantastico e perso gli elementi religiosi; forse non pensiamo più che il suo corno possa guarire tutte le malattie, ma questo strano animale, nato dall’immaginazione, continua ad agire sulla nostra psiche e a esercitare un fascino incredibile sull’immaginario collettivo.


Nell'immagine, miniatura medievale raffigurante un unicorno.

Documento inserito il: 15/10/2026
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