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L’invasione longobarda in Italia [ di Andrea Capecchi ]

Conquiste militari e nuovi assetti territoriali.

Le prime fasi della conquista

L’irruzione dei Longobardi fu l’evento che sancì la fine del sogno restauratore di Giustiniano in Italia e che costituì un importante spartiacque nella storia dell’intera penisola; a partire dal 568 essa fu infatti sottoposta ad un frazionamento politico destinato a perdurare in varie forme e tramite successive dominazioni fino alla seconda metà dell’Ottocento.
Originaria della penisola scandinava, poi stabilitasi nelle aree dell’attuale Germania settentrionale, grosso modo nel bacino inferiore dell’Elba, questa popolazione migrò verso la Pannonia agli inizi del VI secolo, insediandosi nella media valle del Danubio, dove entrò in contatto e in frequente conflitto con i popoli slavi e germanici della regione. Fu in questo periodo che i Longobardi cominciarono ad intrattenere le prime relazioni di natura economica e militare con il mondo romano, compiendo frequenti incursioni nei territori di confine ma anche commerciando con i mercati e i villaggi posti lungo i limes dell’Impero. Lo stesso Procopio di Cesarea, tracciando un profilo delle armate mercenarie alleate dell’esercito imperiale durante la guerra greco-gotica, si sofferma sul contingente longobardo, evidenziando come i suoi soldati si distinguessero per la ferocia mostrata in combattimento e per le violenze perpetrate a danno dei civili, tanto da costringere il generale Narsete a fare a meno del loro aiuto.
Proprio la guerra può essere considerata l’attività principale di un popolo in continuo spostamento, abituato ad una vita aspra e difficile, nella quale l’organizzazione sociale è interamente finalizzata a esaltare l’elemento bellico. I sovrani, eletti da un consiglio di rappresentanti delle farae più autorevoli, hanno la funzione principale di guide e capi militari, e nella mitologia tradizionale essi sono presentati, soprattutto prima dell’arrivo in Italia, come invincibili eroi custodi degli antichi valori. Numerosi sono gli elementi di contatto con gli usi, i costumi, le tradizioni e le religioni di altre stirpi appartenenti al vasto e variegato universo barbarico, all’interno del quale i Longobardi lottarono a lungo per guadagnarsi una posizione di preminenza. Ma nonostante la loro indiscutibile virtù guerriera, anche per essi la situazione cominciò a farsi molto difficile intorno alla metà del VI secolo, quando la pressione congiunta esercitata da Avari e Gepidi nella valle del Danubio costrinse il re Alboino ad avviare lo spostamento in massa di tutto il popolo verso i confini italiani, alla ricerca di nuove sedi da occupare per uno stanziamento definitivo. Minacciati da più parti e progressivamente privati del loro spazio vitale, per essi l’unica strada percorribile restava quella a occidente. Si andò così pianificando la marcia verso i confini italiani: non fu una decisione improvvisa e casuale, ma l’esito finale di un progetto portato avanti da Alboino per alcuni anni, durante i quali organizzò nei dettagli la migrazione, studiando attentamente il percorso da seguire e considerando i rischi da affrontare. Certamente il sovrano non doveva ignorare del tutto la difficile condizione dell’Italia dopo la riconquista imperiale, allorché si presentava sguarnita di truppe pronte ad affrontare sensibili minacce esterne. La debolezza militare del governo bizantino e le crescenti tensioni all’interno della penisola lo convinsero dell’opportunità di sfruttare un’occasione così favorevole per l’occupazione di un’ampia fascia territoriale.
Proprio la scarsità delle truppe a disposizione di Ravenna, aggravata dalla cattiva dislocazione dei reparti e dalla sostituzione di Narsete con l’inesperto Longino, costituì la causa principale del travolgente successo longobardo nella penisola, alla quale si aggiunsero l’ostilità dei Goti superstiti e del partito ariano nei confronti dei dominatori, l’insofferenza della popolazione verso i governatori imperiali e la particolare situazione religiosa della regione veneta e istriana, dove gli scismatici di Aquileia non nascosero le proprie simpatie verso i nuovi invasori. Durante il suo quindicennio di governo Narsete aveva cercato, per quanto fosse ancora possibile, di ripristinare e rafforzare le strutture militari presenti nella penisola tramite la creazione di una linea difensiva lungo l’arco alpino e l’invio di contingenti per il controllo delle principali vie di comunicazione. Questo assetto non ricevette mai una completa attuazione e fu quasi del tutto smantellato dall’imperatore Giustino II, nipote e successore di Giustiniano: assai più preoccupato della difesa dei confini orientali, richiamò buona parte delle truppe imperiali dislocate in Italia per un loro impiego sul fronte persiano, tornato drammaticamente in primo piano. I singoli comandanti rimasero privi di molti effettivi e, cosa ancor più preoccupante, abbandonati alla propria iniziativa in mancanza di una linea strategica unitaria per fronteggiare il pericolo incombente. Longino si curò solamente di approntare la difesa di Ravenna e dei territori della Romagna, mentre gli ufficiali militari dispiegati su tutto il fronte padano furono di fatto lasciati isolati nell’organizzare una resistenza di fronte al nemico.
Per tali motivi, quando nella primavera del 568 i Longobardi varcarono i confini italiani sulle Alpi Giulie, secondo le ipotesi più accreditate attraverso la valle del Natisone, le truppe bizantine qui poste a presidio non opposero alcuna resistenza e in molte si arresero senza combattere. Occupata Cividale, l’avanzata di Alboino proseguì rapidamente attraverso la pianura veneta, dove vennero conquistati con relativa facilità i centri di Aquileia, Concordia, Oderzo, Treviso e Vicenza, mentre molti comandanti imperiali, abbandonate le proprie postazioni, si rifugiarono sulla fascia costiera protetta dalle lagune o si ritirarono oltre l’Adige per unirsi al restante esercito comandato da Longino. Come era già avvenuto per la guerra greco-gotica, le cui distruzioni erano ancora vive nella memoria della popolazione civile, l’invasione longobarda non risparmiò da saccheggi, massacri e devastazioni né le città, né tanto meno le campagne, dove i nuovi dominatori attuarono un brutale regime di conquista. Dopo la presa di Verona nel 570 i Longobardi videro aprirsi la strada per la sottomissione dell’intera area padana, che si sarebbe conclusa due anni dopo con il cruento assedio di Pavia.


La definizione delle sfere di influenza

La città lombarda diventò la nuova capitale del nascente regnum Langobardorum in Italia settentrionale, che, seppur ancora privo di una definita organizzazione statale, si andava delineando come potenza politica di primo piano sullo scacchiere italiano, dove l’egemonia bizantina risultava già irrimediabilmente compromessa. L’improvvisa morte di Alboino, caduto vittima di una congiura nel 572, non bastò ad arrestare l’avanzata dei Longobardi, adesso non più guidata da un singolo capo militare, ma sospinta dall’iniziativa personale dei duchi, che ne approfittarono per accrescere il proprio potere politico. Gli anni dell’interregno, durato dal 572 al 584, furono caratterizzati da una crisi dell’istituzione monarchica e da una sostanziale anarchia entro gli alti quadri dell’esercito; tuttavia a tali difficoltà a livello politico si contrapposero un intraprendente attivismo militare e una rinnovata spinta espansiva a danno dei territori rimasti sotto il controllo bizantino. Nonostante l’assenza di un disegno unitario di conquista, gli invasori continuarono una lenta ma inarrestabile penetrazione nelle regioni dell’Italia centro-meridionale, e a nulla valse il tentativo di Longino di organizzare una controffensiva con i pochi rinforzi inviati da Costantinopoli. In Oriente l’imperatore Giustino II era coinvolto in ben più gravi problemi di natura economica e sociale, e le sue preoccupazioni per le sorti delle province italiane alla notizia dell’arrivo dei Longobardi furono tutto sommato contenute. La corte imperiale si limitò ad inviare in Italia il generale Baduario, che nel 576 mosse da Ravenna alla testa di una sfortunata spedizione, conclusasi tragicamente con una totale disfatta e con la morte in battaglia dello stesso comandante.
Il fallimento della controffensiva mise a nudo l’incapacità bizantina di porre in campo forze sufficienti e ben organizzate e addestrate per contrastare efficacemente l’avanzata dei duchi longobardi in Emilia, Etruria e Lazio settentrionale. Da qui, e in particolare dai territori di Spoleto, i Longobardi iniziarono a compiere incursioni sempre più frequenti nelle regioni confinanti, rendendo assai problematico il transito lungo la Flaminia, rimasta l’unica via di comunicazione terrestre tra Roma e Ravenna utilizzabile dagli imperiali, e mettendo a repentaglio la stessa sicurezza dell’Urbe, scarsamente difesa e adesso minacciata direttamente dagli eserciti invasori. Una seconda azione militare intrapresa dai Bizantini nel 578 portò a una nuova sconfitta e al ritiro delle truppe imperiali oltre la linea del fiume Reno. Attestati ormai sulla difensiva in tutti i settori dell’Italia centro-settentrionale e in particolare in Romagna, dove non era da escludere un’offensiva nemica contro la capitale Ravenna, i comandanti imperiali presero coscienza di una situazione italiana fortemente compromessa in cui, almeno per il momento, appariva impossibile e inattuabile ogni tentativo di cacciata degli invasori e di riconquista armata dei territori perduti. Il potere dei duchi si mostrava estremamente solido, al contrario di un governo bizantino attraversato da una profonda crisi a livello militare, economico e amministrativo. La disfatta di Baduario e le difficoltà del governo di Ravenna diedero ai Longobardi l’energia necessaria per rinnovare la loro spinta espansionistica lungo numerose direttrici, in particolare in Emilia, Tuscia, Valeria e Marsica. I Bizantini tentarono, ove possibile e con gli scarsi mezzi a disposizione, di predisporre una difesa dei centri più rilevanti dal punto di vista economico e strategico, con una resistenza che si rivelò efficace soprattutto nelle munite fortezze della valle del Tevere, nei porti lagunari e nelle città costiere di Puglia, Lazio e Campania. Intorno al 580 lo scenario italiano, con la stipulazione delle prime tregue tra le due parti in lotta, raggiunse una prima, parziale e temporanea definizione. I Longobardi avevano eroso e conquistato una parte rilevante dei domini imperiali nella penisola e si avviavano a un’opera di riorganizzazione politica, amministrativa e fiscale delle regioni sottomesse, presupposto necessario per la fondazione di un regnum solido e duraturo. Dall’altra parte i Bizantini, spinti dalle difficoltà a ricercare un accordo con gli invasori e abbandonate le velleità di una rapida riconquista dell’Italia, acquisirono la consapevolezza di dover provvedere a una solida e profonda riforma istituzionale dei territori rimasti sotto il controllo di Costantinopoli per dare stabilità e rafforzare la loro presenza.


La nuova geografia politica della penisola

Con la salita al trono di Autari nel 584 e la ricostituzione dell’autorità regale il dominio longobardo attraversò una nuova fase di definizione e consolidamento, in cui l’autonomia dei singoli duchi iniziò a essere limitata e subordinata al potere del sovrano, tornato ad assumere un ruolo centrale di guida politica e di capo militare per l’intero regno. Il contesto geopolitico della penisola restava ancora piuttosto fluido: tuttavia a partire da questi anni si può già individuare una divisione dell’Italia tra i territori sottoposti ai duchi longobardi e quelli rimasti sotto il controllo del governo imperiale.
Tutta l’area padana è ormai sotto il dominio longobardo, ad eccezione delle fortezze imperiali di Susa e dell’Isola Comacina, che per alcuni anni costituirono importanti enclavi bizantine in territorio nemico, prima di cadere definitivamente nel 589. Restarono sotto il controllo di Costantinopoli anche i centri della fascia costiera istriana, friulana e veneta da Parenzo fino a Ravenna, la cui difesa venne assicurata dalla presenza di vaste lagune dove la popolazione dell’entroterra si era rifugiata al momento dell’invasione. Nonostante l’isolamento via terra, porti come Grado, Torcello, Chioggia e Comacchio sfruttarono al meglio la vocazione marittima per continuare a intraprendere scambi commerciali e mantenere al contempo una certa autonomia politica e religiosa rispetto al governo bizantino, certo favorita dalla presenza del clero tricapitolino impegnato in un duro confronto con Roma. Formalmente sottoposta a Ravenna, la regione veneta fu per molti anni amministrata direttamente dall’autorità patriarcale dei vescovi scismatici di Aquileia, trasferitisi a Grado dopo l’arrivo dei Longobardi, che esercitarono i loro poteri spirituali e temporali in completa autonomia.
L’Impero riuscì a conservare anche gran parte della Liguria costiera, la Romagna con i ducati di Adria e di Ravenna, i centri marchigiani della Pentapoli con Rimini, Fano, Pesaro, Senigallia e Ancona, il ducato romano, corrispondente grosso modo alle attuali province di Roma, Viterbo e Rieti, e i territori dell’Italia centrale all’interno del cosiddetto “corridoio bizantino”, unico punto di collegamento tra Roma e Ravenna. I due maggiori centri politici dell’Italia imperiale si trovarono difficilmente raggiungibili via terra e quasi separati a causa del dominio longobardo: tale allontanamento, sempre maggiore sul piano amministrativo, culturale e religioso, ebbe notevoli ripercussioni sulle vicende che interessarono la penisola durante tutto il VII secolo. La fragile e talvolta sottile striscia di territorio incuneata tra i domini longobardi, in seguito denominata provincia Castellorum a causa della presenza di molte rocche e fortezze bizantine per il controllo della Flaminia, possedeva un significato strategico importantissimo. In quanto unica via di comunicazione diretta tra Roma e la Pentapoli, passando attraverso la valle del Tevere e il ducato di Perugia, fu a lungo oggetto di aspri scontri militari intervallati da complesse trattative diplomatiche tra le due potenze, entrambe consapevoli della rilevanza di tale territorio. In particolare, il governo imperiale vide nel controllo militare della Flaminia e nel possesso del corridoio una priorità assoluta, elemento decisivo per la sopravvivenza dei suoi domini in Italia: un’eventuale caduta in mano nemica avrebbe portato all’interruzione delle comunicazioni tra Lazio e Romagna, rendendo impossibile la simultanea difesa di territori rimasti isolati e frazionati. Inoltre il controllo del corridoio permetteva di mantenere politicamente divise, limitandone le capacità militari, le due grandi aree del regno longobardo: la Langobardia maior a nord, costituita da Lombardia, Veneto, Piemonte e Toscana, e la Langobardia minor a sud, rappresentata dai territori dei ducati di Spoleto e di Benevento.
Nel Mezzogiorno l’autorità imperiale conservò inalterato il proprio prestigio e la presenza di maggiori forze militari, unita al progressivo esaurirsi della spinta espansionistica dei Longobardi, determinò un consolidamento delle posizioni bizantine in tutte le regioni meridionali. Ad eccezione del già citato ducato di Benevento, per quattro secoli uno dei protagonisti delle vicende politiche italiane, Costantinopoli mantenne il pieno controllo dei ducati di Napoli e Gaeta, della Puglia fino al fiume Cervaro, della Lucania ionica e della Calabria, a cui si aggiungevano l’intera Sardegna e la provincia di Sicilia. I Bizantini riuscirono inoltre a trasformare i principali porti campani e pugliesi come Salerno, Taranto, Otranto, Brindisi e Bari in munite fortezze per la difesa militare del territorio e la prosecuzione del commercio con l’Oriente; ciò fu reso possibile grazie all’egemonia marittima sulle rotte mercantili lungo tutto il Mediterraneo, che permise il mantenimento di contatti molto intensi tra Costantinopoli e l’Italia meridionale.
Dal punto di vista militare, l’esito finale della penetrazione longobarda nei territori italiani fu lo smembramento della penisola in zone eterogenee, in frequente conflitto o in ardua comunicazione tra loro, diretta conseguenza di una frammentazione territoriale in cui risultava assente una precisa e continua linea di demarcazione tra le aree ancora controllate da Costantinopoli e quelle cadute nelle mani dei nuovi padroni. Le cause che portarono a tale situazione devono essere identificate soprattutto nell’atteggiamento tenuto dai vertici del governo imperiale di fronte all’espansionismo dei Longobardi, soprattutto quando esso, durante il periodo dell’interregno, si fece disorganico e privo di un disegno politico-militare ben definito. Se i duchi procedettero alla conquista con scarsa coerenza, spinti dalla volontà di affermare la propria autonomia e di ritagliarsi uno spazio di potere all’interno del regnum, i Bizantini per parte loro si illusero a lungo di poter classificare l’occupazione longobarda come un fenomeno passeggero, del tutto simile alle gravi ma temporanee spedizioni di razzia compiute dagli eserciti barbarici nel corso del V secolo. Il prefetto Longino, in parte sottovalutando la situazione, in parte perché militarmente impotente, preferì volgersi alla difesa di Ravenna e dei porti adriatici e tirrenici, fermamente convinto che la disorganizzazione dell’avanzata longobarda avrebbe notevolmente facilitato la riconquista imperiale; un’eventuale controffensiva sarebbe potuta iniziare solo in seguito alla cessazione delle ostilità sul fronte persiano, condizione necessaria per disporre lo spostamento di ingenti truppe in Italia.
Tuttavia i calcoli di Costantinopoli si rivelarono errati: con i pochi rinforzi a disposizione le speranze bizantine di cominciare a erodere buona parte dei domini longobardi caddero presto nel vuoto, tanto che nei decenni successivi si sarebbe manifestato, in maniera quasi paradossale, un processo di natura opposta.


Riferimenti bibliografici

C. Azzara, L’Italia dei barbari, Il Mulino, Bologna 2002.
Paolo Diacono, La storia dei Longobardi, a cura di A. Zanella, Rizzoli, Milano 1991.
S. Gasparri, Italia longobarda: il regno, i Franchi, il papato, Laterza, Roma-Bari 2012.
G. Ravegnani, I Bizantini in Italia, Il Mulino, Bologna 2004.

Documento inserito il: 21/12/2014
  • TAG: i longobardi, invasioni barbariche, longobardi conquiste militari, longobardi assetto territoriale

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