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Enrico Franchini [ di Donato D'Urso ]

Enrico Franchini nacque nel 1823 ad Alessandria in una famiglia agiata. Il padre Gaspare, compromesso nei moti carbonari del 1821, subì una condanna a morte in contumacia e fu costretto all’esilio. Enrico Franchini s’avviò giovanissimo alla carriera delle armi, entrando a 12 anni nell’Accademia Militare di Torino. Ne uscì quattro anni dopo, a causa forse di ristrettezze economiche della famiglia, senza avere potuto completare gli studi. Allo scoppio della prima guerra d’indipendenza re Carlo Alberto gli concesse però di entrare a far parte dell’Armata come Sottotenente nel 6° Reggimento fanteria. L’anno dopo Franchini passò a domanda nel Corpo dei bersaglieri. Partecipò alle prime battaglie risorgimentali. Nel 1855, al tempo della spedizione in Crimea, meritò una menzione onorevole (corrispondente all’odierna medaglia di bronzo) nonchè la medaglia inglese di Crimea. Nella battaglia della Cernaia combattè nella 2ª Divisione comandata dal gen. Ardingo Trotti e fu lui a proporre per l’allora Luogotenente Franchini la menzione onorevole. Nella seconda guerra d’indipendenza (1859), cui partecipò col grado di Capitano, Franchini meritò due medaglie d’argento al valor militare, nonchè la medaglia commemorativa francese. Il 9° Battaglione bersaglieri, inquadrato nella divisione comandata dal gen. Manfredo Fanti, fu inviato a sostenere le posizioni francesi a Magenta. Arrivati a tre chilometri dal luogo della battaglia, i soldati ricevettero l’ordine di deporre gli zaini e procedere a passo di corsa. Si racconta che Franchini abbia incoraggiato i suoi gridando: Fioi non fatevi passare avanti dagli zuavi!. La sua compagnia si distinse anche a San Martino, in particolare nel combattimento di Pozzolengo. Nel 1860 Franchini partecipò alla spedizione nell’Italia centrale e all’invasione degli stati pontifici, ricevendo la croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia (O.M.S.) per lo slancio, l’energia e l’intelligenza addimostrata nel collocare e dirigere la propria compagnia sotto il fuoco nell’attacco di Rocca di Spoleto. La città era difesa da circa 300 soldati irlandesi al servizio del Papa. La loro resistenza fu vinta il 17 settembre 1860 dopo un accanito combattimento.
A partire dall’ottobre successivo, Franchini fu impegnato in Abruzzo in una serie di operazioni contro isolati reparti regolari borbonici e contro bande irregolari. Arrivò per l’ufficiale la promozione a Maggiore per merito di guerra e il comando del 1° Battaglione bersaglieri. E proprio in Abruzzo avvenne l’episodio che lo rese famoso e gli fece meritare la medaglia d’oro al valor militare.
Il brigantaggio che aveva cominciato a insanguinare il Meridione era sostenuto da Palazzo Farnese e cioè dall’esiliato Francesco II di Borbone. Legittimisti e fautori della sua causa accorsero in Italia un po’ da tutta Europa con l’intento generoso ma rivelatosi velleitario di ripristinare il sovrano sul trono di Napoli. Lo spagnolo Josè Borjes sbarcò in Calabria con un gruppo di connazionali, si collegò con la banda di Carmine Crocco in Basilicata e cercò di dare una strategia e obiettivi militari all’azione dei briganti che, soprattutto con grandi masse a cavallo, compivano scorrerie qui e là.
Il diario di Borjes, arrivato sino a noi, racconta le avventure e le disillusioni vissute dall’ufficiale spagnolo in quell’autunno del 1861. Sotto la data del 3 novembre 1861 si legge, a proposito dell’assalto a Trevigno: Dopo un combattimento di oltre due ore ci impadroniamo della città ma debbo dirlo con rammarico, il disordine più completo regna fra i nostri, cominciando dai capi stessi. Furti, eccidii ed altri fatti biasimevoli furono la conseguenza di questo assalto. La mia autorità è nulla. Il 9 novembre fu presa Aliano: La popolazione ci riceve col prete e colla croce alla testa, alle grida di Viva Francesco II; ciò non impedisce che il maggior disordine non regni durante la notte. Sarebbe cosa da recar sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto. A Balvano il 24 novembre: I disordini più inauditi avvennero in questa città; non voglio darne i particolari, tanto sono orribili sotto ogni aspetto. Considerata fallita la sua missione, per gli insanabili contrasti sorti con i capi delle bande, insofferenti di ogni disciplina e bramosi solo di rapine e saccheggi, Borjes decise di riparare negli stati pontifici, ma fu catturato nei pressi di Tagliacozzo, quando era a solo un’ora di cammino dal confine. La campagna ed i boschi erano coperti di neve, il freddo pungente. La sera del 7 dicembre 1861 il Sottoprefetto di Avezzano informò il magg. Franchini che la comitiva di Borjes era passata da Paterno, diretto a Scurcola Marsicana. Il maggiore inviò due pattuglie in ricognizione e due ore prima dell’alba mosse egli stesso con una ventina di bersaglieri e il Luogotenente Staderini. Nel comune di Sante Marie acquisì ulteriori informazioni sul gruppo di presunti castagnari che era passato di lì. Un uomo del posto era stato costretto a fare da guida verso la cascina Mastroddi, dove i fuggiaschi si fermarono per rifocillarsi e riposare un po’ prima del passaggio del confine, da tentare la notte successiva. Franchini aggregò ai suoi bersaglieri le guardie nazionali di Sante Marie e si diresse celermente verso il luogo di ricovero della banda, seguendo i segni lasciati nella neve dagli zoccoli dei cavalli. La cascina Mastroddi fu circondata. Erano circa le 10 antimeridiane. Un uomo armato, forse una sentinella, all’improvviso fu visto allontanarsi. Franchini lo rincorse a cavallo, l’altro tentò inutilmente di usare il fucile che fece cilecca ma lo stesso accadde alla pistola dell’ufficiale, finchè un soldato non colpì il brigante alla testa. A colpi di baionetta furono uccisi altri cinque uomini usciti dal casolare. Iniziò uno scambio di fucilate che fece due feriti tra i bersaglieri. Fu intimato inutilmente agli assediati di arrendersi e allora i soldati appiccarono il fuoco al rifugio. Alla fine, furono catturati una ventina di uomini, che consegnarono carte importanti e anche bandiere tricolori con le quali erano riusciti talvolta a camuffarsi. Le cronache raccontano che Borjes, arrendendosi a Franchini, gli offrì la spada secondo le tradizioni cavalleresche, ma l’ufficiale italiano respinse il gesto con le parole sprezzanti: Non accetto la spada di un brigante!. Interrogato se avesse qualche rivelazione da fare, così da potere salvare la vita, lo spagnolo rispose che non avrebbe parlato neanche se torturato. I briganti furono condotti a Tagliacozzo e tutti fucilati alle 4 pomeridiane dello stesso 8 dicembre 1861, senza processo, come si usava in quella guerra spietata. L’ultimo desiderio di Borjes fu di baciare i compagni uno ad uno (in parte erano spagnoli e in parte lucani) e chiese al plotone di esecuzione: Mirate al petto non al volto. I morituri si confessarono e intonarono preghiere prima di ricevere la scarica di fucileria. La salma di Borjes, interrata nel luogo stesso dell’esecuzione, fu poi esumata a cura di un medico dell’ambasciata francese a Roma e ricevette più degna sepoltura. A Enrico Franchini fu concessa la massima decorazione con la seguente motivazione: Per le ottime disposizioni date e per l’insigne valore dimostrato durante tutta l’operazione, che fruttò l’arresto del capobanda spagnolo Borgès e di 22 suoi compagni. Il capo del governo Ricasoli aveva chiesto in quei mesi al comandante militare La Marmora un coup d’éclat, riferendosi espressamente all’arresto di Borjes e proprio all’inizio di dicembre s’era svolto alla Camera dei Deputati un dibattito sulla situazione nelle provincie meridionali, che sarebbe stata un’ottima tribuna per l’annuncio della cattura del legittimista spagnolo. Ma il governo non potè giocare quella carta importante. Il motivo della affrettata fucilazione di Borjes e compagni si può trovare nell’abitudine della truppa di giustiziare sommariamente i briganti catturati. Pare che il magg. Franchini avesse fatto fucilare, per detenzione illegale di armi, persino la persona che gli forniva vitto e alloggio. Meno credibile appare l’altra versione, secondo cui Borjes portava con sè molto denaro e togliendolo di mezzo fu possibile appropriarsi indebitamente di quei valori. Nel 1966 l’Amministrazione Comunale di Sante Marie nel luogo della cattura di Borjes pose una lapide che diceva: In questo remoto casolare l’8 dicembre 1861 al comando di Enrico Franchini soldati italiani e guardie nazionali di Sante Marie fidenti nell’Unità d’Italia prodemente debellavano ardita banda mercenaria che capeggiata da Josè Borjes mirava a restaurare il nefasto regime borbonico. A distanza di alcuni decenni, l’8 dicembre 2003, tale lapide è stata rimossa e sostituita da un’altra: In questo remoto casolare l’8 dicembre 1861 si infranse l’illusione del gen. Josep Borges e dei suoi compagni di restituire a Francesco II il Regno delle Due Sicilie. Catturati da soldati italiani e guardie nazionali di Sante Marie al comando di Enrico Franchini furono fucilati lo stesso giorno a Tagliacozzo. Riposino in pace. Franchini riprese la vita di guarnigione sino al successivo cimento bellico. Nella terza guerra d’indipendenza l’ufficiale meritò un’altra menzione onorevole per la condotta tenuta a Borgoforte nei giorni 5-7 luglio 1866. Promosso Luogotenente Colonnello, tornò alla fanteria nei cui ranghi aveva militato all’inizio della carriera, destinato al comando del 29° reggimento della brigata Pisa. Lasciato il servizio attivo non ancora cinquantenne, si ritirò infine a vivere in Alessandria, dove morì il 25 agosto 1887. Nel gennaio 1888 il Consiglio Comunale della sua città deliberò all’unanimità di concedere un posto d’onore nel Famedio cittadino alla salma onorata e compianta del Colonnello cavaliere Enrico Franchini. Il Consiglio lo definì prode soldato che aveva ben meritato dalla patria e onorato il luogo natale. I concittadini gli offrirono una spada d’onore ma egli la rifiutò, dicendo che la sola spada che volesse cingere era quella di ufficiale del R. Esercito. Dei tre figli (Alfonso, Attilio ed Emma), il secondo fu ammesso nel Collegio di Milano e intraprese la carriera militare. Ufficiale di artiglieria, partecipò alle campagne d’Africa del 1889-1890 e del 1895-1896, combattè ad Adua con la 7ª batteria da montagna meritando la medaglia di bronzo. Durante la guerra di Libia, per la condotta tenuta a Derna nel 1912 ottenne una seconda medaglia di bronzo. Nella Grande Guerra fu promosso prima Colonnello e poi Brigadiere generale, comandò la brigata Cagliari in Macedonia e la brigata Abruzzi in Val Brenta, meritando la croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, come il padre a Spoleto nel 1860.

di Donato D’Urso


Per gentile concessione del Dott. Donato D’Urso

Nell’immagine, il Brigadiere Generale Enrico Franchini

Documento inserito il: 07/12/2014
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