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Stefano Oberti [ di Donato D'Urso ]

Stefano Oberti nacque a Genova nel 1903 in una famiglia agiata.
Il padre Zaccaria prosperò nel campo assicurativo e dei trasporti marittimi.
Giovane vivace e volitivo, nel maggio 1898 si recò a Milano per portare sostegno alla città in rivolta ma incappò nel rigore dello stato d’assedio e arrestato. Nella circostanza conobbe il tenente Ludovico Boretti e sua sorella Fabiola che sposò. Zaccaria Oberti, iscritto alla massoneria, professava convinzioni laiche e repubblicane e voleva che il figlio Stefano frequentasse i corsi di ingegneria navale mentre la consorte, profondamente religiosa, desiderava per il pargolo la carriera ecclesiastica. Il ragazzo deluse entrambi i genitori.
Oltre che in campo imprenditoriale, Zaccaria Oberti s’impegnò nell’amministrazione cittadina e nella società sportiva “Andrea Doria”, guadagnò posizione eminente nell’establishment e fu eletto presidente della Camera di commercio di Genova. All’inizio del 1917 partì per la Russia in una delegazione di imprenditori, a cui non riuscì però di fare buoni affari.
All’avvento del fascismo fu gradualmente emarginato a causa delle sue simpatie politiche e s’ipotizzò addirittura un legame tra lui e gli organizzatori del fallito attentato di Tito Zaniboni al duce. Patì dissesti finanziari e traversie giudiziarie. Ce n’era abbastanza per indurlo a lasciare l’Italia: emigrò in Francia dove già si trovava il figlio Stefano per i motivi che ora dirò.
Stefano Oberti aveva frequentato a Genova il liceo Doria e lì, tra gli altri, conobbe Gian Gaetano Cabella. Nel novembre 1921 fondò la federazione calcistica studentesca che tra l’altro organizzò un campionato tra le scuole cittadine. Direttore sportivo della squadra di giurisprudenza era nientemeno che Sandro Pertini.
Animato da sincera passione politica, Oberti s’impegnò nell’Unione goliardica italiana per la libertà ma fu il delitto Matteotti a scuotere le coscienze e rivitalizzare gli ambienti antifascisti.
Nel novembre 1924 Stefano Oberti si recò a Varsavia al 2° congresso della Confédération internationale universitaire dove tenne un intervento assai polemico nei confronti della delegazione ufficiale italiana.
S’impegnò anche nell’associazione Corda Fratres, sorta a fine Ottocento per favorire una politica di pace tra i popoli. In Italia era “filiazione della massoneria di Palazzo Giustiniani, che in questo modo cercava d’ottenere future adesioni da parte degli studenti di maggiori capacità”. I fascisti attaccarono frontalmente l’associazione soprattutto a Genova, dove essa aveva carattere decisamente antifascista e non mancarono intimidazioni e aggressioni fisiche. La notte tra il 9 e il 10 gennaio 1925, rientrando a casa, Stefano Oberti subì una feroce bastonatura di chiara marca squadrista, che gli procurò lesioni al volto con postumi permanenti.
Nel luglio di quell’anno partecipò a Roma al primo congresso nazionale universitario presieduto da Eugenio Reale, di fatto impedito dalle autorità capitoline che ostacolarono persino un omaggio dei partecipanti alla tomba del Milite Ignoto.
A Oberti, segnalato tra gli oppositori più intransigenti, fu ritirato il passaporto e la polizia iniziò a intercettare la sua corrispondenza. Nel settembre 1925 decise di emigrare clandestinamente in Francia utilizzando il valico di Ventimiglia. Da quel momento divenne un fuoruscito.
La Francia e in particolare Parigi era meta di molti esuli italiani ma Oberti non legò facilmente con i connazionali. Per riparare i danni dell’aggressione subita, dovette più volte ricorrere a medici francesi e, a suo dire, “i ferri del chirurgo penetratimi mediante incisioni all’interno delle fosse nasali mi hanno scosso la cassa cranica”. La frase potrebbe avere un significato non di poco conto, considerato che i contemporanei non mancarono talvolta di giudicare “strani” i suoi comportamenti.
All’inizio Oberti risolse i problemi dell’esistenza quotidiana grazie al denaro che il padre gli mandava dall’Italia, poi si guadagnò da vivere facendo un po’ di tutto ma niente di stabile: rappresentante di commercio, figurante alla Comédie Française, operaio delle officine Renault, guida ed agente turistico. Il genitore di Stefano emigrò in Francia nel 1926 ma i due non fecero vita in comune. L’esilio per il figlio durò oltre dodici anni, il padre non tornò più in Italia.
Per Stefano Oberti fu indimenticabile l’incontro a Parigi con Piero Gobetti nei giorni della malattia e della morte, rievocati in una commossa lettera alla giovane vedova del grande intellettuale.
In terra francese soggiornavano personaggi d’ogni qualità, compreso l’avvocato siciliano Teocrito Di Giorgio, radiato dall’ordine, acceso repubblicano, infarinato di letteratura e scrittore, che si legò a Oberti. Il disagio vissuto nell’esilio portò quest’ultimo ad assumere posizione critica nei confronti di quanti, socialisti, repubblicani, sindacalisti, cattolici, avevano dato vita al giornale “Il Corriere degli Italiani”. Quella testata dell’emigrazione fu osteggiata per ragioni ideologiche dai comunisti togliattiani, dai referenti del fascismo e, inaspettatamente, da Oberti.
Egli pubblicò Episodi della lotta antifascista in cui “biasimava le dichiarazioni degli antifascisti che offrivano all’estero l’immagine di un Paese immerso nel terrore da un manipolo di bravi e invocavano comprensione e forse qualche aiuto per sopperire alle forze mancanti, ciò che significava, secondo lui, divenire ancora una volta lo zimbello dell’Europa”.
Nel 1932 quando in Francia cominciò a farsi strada tra le forze di governo l’idea di cercare un’intesa con l’Italia fascista in chiave anti-tedesca, la prospettiva di una cooperazione tra i due paesi latini provocò qualche ripensamento in alcuni fuorusciti, tanto che Stefano Oberti ed altri scrissero al consolato italiano manifestando volontà di riconciliazione. Non risulta che l’approccio abbia avuto seguito ma l’iniziativa pose in cattiva luce Oberti presso gli altri esuli e provocò il suo isolamento dalla Lega italiana dei diritti dell’uomo (Lidu). A loro volta, fiduciari della polizia fascista definirono Oberti “ragazzo semipazzo”. Le sue prese di posizione provocavano facilmente giudizi tranchants.
Scelse di rientrare in patria quando si schiarì l’orizzonte delle pendenze giudiziarie: la denunzia per espatrio clandestino e l’altra per mancata risposta alla chiamata di leva. Il primo reato, trascorsi dieci anni, cadde in prescrizione, per il secondo Oberti rischiava un anno di reclusione con la condizionale. Di fatto, con l’assistenza dell’avv. Bruno Villabruna (liberale antifascista, poi tra i fondatori del partito radicale), tutto si risolse in due mesi di carcere trascorsi in attesa del giudizio del tribunale militare.
Oberti negli anni Quaranta si guadagnò da vivere con una non meglio precisata attività di forniture industriali, con sede a Milano. Dopo l’8 settembre 1943, nata la Repubblica sociale italiana, egli uscì allo scoperto. Le vicende della vita fecero nuovamente incontrare Oberti e Cabella, vent’anni prima avversari.
Il 13 marzo 1944 il ministro della Cultura popolare Mezzasoma scrisse al capo della provincia di Alessandria chiedendo notizie su Stefano Oberti, il quale il 1° marzo gli aveva indirizzato la seguente lettera, dai toni curiosamente ultimativi:
"Non ho ancora avuto occasione di conoscerVi personalmente ma siete un buon amico dei miei vecchi e buoni amici del “Popolo di Alessandria” ed è in nome della causa comune che Vi suggerisco di:
a) Inviare, munito di ordine scritto, il S. Tenente dott. Lucarini, con camion e bersaglieri del III reggimento in Alessandria, a farsi consegnare tutto il materiale del Centro studi mazziniani di Genova, edito ed inedito, sfollato o imboscato in Genova e altrove, da chi ha interesse a tenere abbuiate le menti degli italiani su fatti del nostro Risorgimento, gloriosi per gli italiani vergognosi per la ghenga savoiarda;
b) ordinare al Prefetto di Alessandria di far mettere a disposizione dei dott. Gian Gaetano Cabella direttore de “Il Popolo di Alessandria”, dott. Lucarini S. Tenente del III Bersaglieri in Alessandria, dott. Di Giorgio Teocrito, avvocato in Bologna, dott. Stefano Oberti agente di case industriali in Milano, locali nella sede della Federazione e in un albergo cittadino e quanto è necessario ad una pronta utilizzazione di quanto serve alla causa della Patria e della Repubblica;
c) munire di autorizzazioni scritte i dott. Cabella, Lucarini, Di Giorgio e Oberti a prelevare nelle biblioteche dello Stato o comunque da esso dipendenti e dai privati che ne facciano offerta tutti i libri e i documenti che riterranno utili e che saranno utilizzati sotto gli auspici del Centro studi mazziniani di Genova, sfollato in Alessandria e finalmente sottratto ai mazziniani monarchici.
È nostra convinzione che tutto si tiene nella storia del Risorgimento nazionale, dal moto di Alessandria del 1821 alla fuga della ghenga savoiarda del 1943. Sarà nostro compito sollevare l’amor patrio degli Italiani facendo leva sui martiri del 1831 e sui giustiziati del 1833, componendo un calendario di pubblicazioni e di cerimonie ufficiali rievocative, sui luoghi delle esecuzioni e dei martiri, come se tali fatti si fossero verificati lo scorso anno congiuntamente al tradimento della casa regnante. Tale propaganda dovrà essere affiancata da buoni lavori drammatici per i quali dovrà essere bandito concorso nazionale e da una storia d’Italia a quadri per il teatro, alla maniera di Sacha Guitry, che tanto successo ebbe a Parigi dieci anni fa con Histoire de France.
Ci fidiamo poco del cinematografo, perché anche in Francia non ha dato per lo stesso soggetto e per un altro simile Le sang de Danton risultati paragonabili a quelli ottenuti sulle scene del Teatro di Pigalle e della Comédie Française, tuttavia una buona storia d’Italia illustrata per ragazzi e per soldati alla maniera della storia dei Mille di G. C. Abba potrebbe essere utilissima.
Gli autentici figli del paese italiano debbono convincersi che sono i Millenari, anzi i Tremillenari unici signori del suolo italiano e che la ghenga savoiarda, che ha rinnegato il sangue francese e imparato a parlare l’italiano meno di cento anni fa, si compone di vecchi predoni delle montagne savoiarde, invisi egualmente ai popoli che vivono al di qua e al di là delle Alpi. Su di un punto, condiviso anche dai miei amici autentici figli del paese francese, attiro la vostra attenzione e cioè che in ogni tempo i Savoia sono stati gli agenti dell’Inghilterra, membri aggregati dell’Intelligence Service e che come tali, finché la guerra dura, dovrebbero essere trattati sul suolo europeo."
La lunga citazione era necessaria perché rende bene l’idea di quante idee, illusioni, velleità e confusione agitassero la mente di Stefano Oberti, tanto da provocare curiosità ma anche sconcerto in chi entrava in contatto con lui. L’unica cosa chiara era l’odio per i Savoia e la passione di Oberti per le scene teatrali.
Il ministro Mezzasoma il 22 marzo 1944 autorizzò la costituzione in Alessandria dell’Istituto di studi mazziniani, ma non lo svuotamento della sede di Genova:
“È intendimento del Duce che Genova mazziniana diventi il centro spirituale della Repubblica Sociale italiana ed è Sua intenzione di potenziare al massimo il Centro stesso che è nato e dovrà rifiorire nella città natale del Grande Apostolo. Da ciò è evidente che quanto avete avuto la bontà di propormi non trova possibilità di accoglimento. Ciò non toglie a voi la possibilità di svolgere ed intensificare la vostra apprezzata attività."
Oberti scrisse nuovamente al ministro dichiarandosi
“italiano di Genova, di antica famiglia, che ha partecipato alla fondazione della piccola patria genovese, fornendo uomini e armi contro Pisa, perseguitata di padre in figlio sotto la restaurazione sabauda dal 1817 fino all’8 settembre 1943, salvo parentesi di cariche elettive per l’usato giuoco delle fazioni avverse cui sono deciso a non prestarmi”.
È significativo che Oberti non facesse mai cenno ai precedenti antifascisti della famiglia, al genitore morto in esilio, alla sua feroce bastonatura, quasi che tutto fosse una pagina chiusa e dimenticata, né è credibile che le autorità della Rsi ignorassero il suo passato come non ignoravano certo quello di Cabella.
Ricevuta l’autorizzazione ministeriale, Oberti, sostenuto da “Il Popolo di Alessandria” avviò le prime iniziative tra le quali l’inaugurazione, il 30 aprile 1944, di una lapide nel luogo della cittadella dove era stato imprigionato Andrea Vochieri, prima di essere portato alla fucilazione. Testo dell’iscrizione:
“Reo di amare l’Italia più della vita/ fra queste mura/ rinchiuso e incatenato dai Savoja-Carignano/ dal 30 aprile al 22 giugno 1833/ attese impavido la morte/ Andrea Vochieri./ Oggi che l’Italia è repubblicana/ Alessandria/ ne rivendica la memoria e ne esalta il sacrificio”.
Alla cerimonia erano presenti ufficiali fascisti e tedeschi (I nemici dei miei nemici sono miei amici).
Il ricordato avv. Di Giorgio, comparso in Alessandria, tenne una conferenza nel teatro municipale e Oberti curò, tramite la tipografia del giornale di Cabella, la stampa dell’opuscolo Mazzini perseguitato dai Savoia.
Non è documentato che vedesse la luce l’altra pubblicazione: Vochieri anima gemella di Mazzini, né che fosse rappresentato il dramma in quattro atti Contrada Seminario, scritto appositamente dal colonnello Carmine Licomati, studioso di Vochieri e di vicende risorgimentali.
Oberti arrivò a definirsi “antifascista mazziniano”, avente alcuni ideali comuni con “i fascisti repubblicani”. Posizione ideologica suggestiva ma francamente non molto convincente.
Il libro di ricordi Esilio a Parigi contiene alcune inesattezze, a cominciare dall’affermazione che l’Istituto di studi mazziniani e del Risorgimento fu fondato in Alessandria subito dopo l’8 settembre 1943 (invece ciò avvenne sei mesi dopo). Quanto al ministro Carlo Alberto Biggini, Oberti scrive che, mandato dall’uomo politico, “fine del 1943, venne a trovarmi nella sede dell’Istituto di studi mazziniani e del Risorgimento di Alessandria un prefetto ispettore. Attraverso di lui fui autorizzato a frugare in tutti gli archivi di Stato e ne venne fuori una breve storia del risorgimento dal titolo: Mazzini perseguitato dai Savoia, molto dissimile da quella insegnata nelle regie scuole”.
I documenti arrivati sino a noi non confermano i tempi di questo racconto e, quanto alla “breve storia”, ricordo che l’opuscolo su Mazzini era di sole 15 pagine. Incredibilmente, Oberti nel 1984 scrisse che
“il 22 giugno 1944, anniversario della fucilazione di Andrea Vochieri, l’eroica città di Alessandria, sicuramente per suggerimento dei Savoia, fu duramente bombardata e il suo teatro distrutto”.
Illazione fantasiosa per il collegamento pretestuoso tra gli avvenimenti.
Oberti sperò che il ministro Biggini venisse in Alessandria per la commemorazione di Vochieri, presente la bandiera di guerra del battaglione San Marco con un’attrice in uniforme a simboleggiare l’Italia in armi, tutto illustrato dalla “Domenica del Corriere” (in proposito Oberti scrisse al direttore Pietro Caporilli).
Il 7 giugno 1944 riferì da Venezia al capo della provincia Alessandri di avere ottenuto da Biggini la promessa di una visita il 25 giugno 1944, inoltre sperava di coinvolgere la diva del cinema Luisa Ferida per recitare il giuramento della Giovine Italia “innanzi al cippo di Vochieri, ara della Patria”. Aveva altresì informato l’Istituto Luce per le riprese. Come organizzatore di eventi Stefano Oberti era all’altezza del compito.
Il capo provincia Alessandri il 12 giugno 1944 scrisse al ministro Biggini:
“Mi giunge notizia che Ti è stato rivolto un invito a partecipare il 25 giugno alla inaugurazione del cippo con giuramento della Giovine Italia. La situazione dei lavori agricoli in pieno sviluppo non consentirebbe di far facilmente affluire le masse per cui è necessario rinviare la cerimonia ad epoca da fissare”.
Tutto fu differito, forse alla riapertura delle scuole ma Oberti tenne a precisare che, comunque,
“il cippo alla memoria di Andrea Vochieri è stato frattanto eretto e la lapide coll’iscrizione dettata da Teocrito Di Giorgio è provvisoriamente deposta nella sede del ns. Istituto”.
Biggini non venne mai in Alessandria e, quanto al cippo, si programmò di inaugurarlo il 22 giugno 1945, nel 112° anniversario della fucilazione di Vochieri, sul luogo dell’esecuzione:
“Qui/ il 22 giugno 1833/ piombo dei Savoja-Carignano/ spezzò la vita di Andrea Vochieri/ reo di avere sognato/ libera da tiranni e da servi/ l’Italia”.
Le vicende della guerra vanificarono il progetto.
Nella breve stagione di Salò, Oberti disquisì di tutto ma non della guerra mondiale in corso e dell’alleanza con la Germania nazista. Parlò di “causa comune” ma soprattutto sottolineò i suoi indefettibili sentimenti repubblicani che lo rendevano ostile a ogni monarchia, a quella inglese non meno che a quella sabauda.
“Il Popolo di Alessandria” pubblicò a puntate le presunte memorie di un artista, tale Antonio Lalande che, entrato in contatto con i fuorusciti in Francia, aveva tratto da quell’esperienza considerazioni negative sul mondo dell’antifascismo: che sotto quel nome di fantasia non si celasse proprio Stefano Oberti?
Tra le tante idee, egli propose al ministro Mezzasoma la realizzazione di cinque cortometraggi dedicati a Mazzini, con sceneggiatura sua, di Alessandro De Stefani, Marco Ramperti, Paola Ojetti, Ferruccio Cerio e Giorgio Ferroni. Cerio e Ferroni sarebbero stati anche i registi insieme con Flavio Calzavara. Il progetto fu approvato dalla Direzione generale dello spettacolo e Mussolini concesse il contributo di 1.789.000 lire esigibile al primo giro di manovella.
Quando Barracu, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, chiese notizie di Oberti al capo della provincia di Alessandria, si sentì rispondere il 13 settembre 1944: “L’Istituto Mazziniano e del Risorgimento incominciava la propria attività con la posa di una lapide dedicata ad Andrea Vochieri e la divulgazione di alcuni interessanti opuscoli sulla vita del grande genovese. Senonché dopo i primi bombardamenti di Alessandria, in uno dei quali la sede dell’Istituto veniva sinistrata, il direttore si allontanava dalla città. Da allora non si sono avute più notizie né sull’attività dell’Istituto né del suo Direttore” (l’Istituto aveva a busta paga 6 dipendenti).
Era uno straordinario parallelismo con le vicende di Gian Gaetano Cabella, pure lui allontanatosi da Alessandria nell’estate 1944 per produrre un film, guarda caso su Vochieri.
Dopo alcuni mesi Oberti si rifece vivo comunicando che trasferiva la sede dell’Istituto mazziniano da Alessandria a Milano e intanto propose un faraonico programma di sfruttamento delle risorse idriche della valle Padana per realizzare una rete di canali navigabili aggiungendo, con toni trionfalistici e parecchio sconclusionati:
“Migliaia di nostri battaglioni del lavoro dislocati all’estero ci forniranno lavorando a mezzadria le miniere, gli impianti e le terre coltivabili”.
Non ho rinvenuto lo scritto dal titolo Il dovere del raggruppamento che Stefano Oberti avrebbe pubblicato addirittura il 15 aprile 1945.
Conclusa l’esperienza di Salò, Oberti rientrò senza danni nella vita comune.
Riprese a promuovere iniziative patriottiche che valorizzassero gli ideali democratici e repubblicani, commemorò Gobetti e Amendola morti in esilio, propose inutilmente che i resti di Goffredo Mameli fossero restituiti alla sua Genova lasciando il mausoleo romano di stile littorio.
Dopo aver vissuto buona parte del Novecento e non poche avventure e contraddizioni, Stefano Oberti è morto a Genova il 18 febbraio 1992.

Nell'immagine il monumento ad Andrea Vochieri ad Alessandria.

Documento inserito il: 29/03/2015
  • TAG: stefano oberti, ventennio fascista, istituto mazziniano genova, repubblica sociale italiana,

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