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Cesare Battisti. Il fratello irredento più amato

di Maria Cipriano

Soltanto a pronunciare il nome dell’eroe trentino Cesare Battisti, impiccato dagli austriaci il 12 luglio 1916, in piena Grande Guerra, ci si sente inadeguati. E’ come guardare una montagna, è come studiare con timore una parete rocciosa da scalare che non scaleremo mai. Soprattutto oggi, che siamo in una specie di deserto popolato di serpenti, l’imponenza spirituale di Battisti si staglia sullo sfondo in tutta la sua limpidezza eroica e sacrificale. E, del resto, la suggestione del suo sguardo, la determinazione del suo carattere, la potenza della sua parola, l’irreprensibilità della sua vita, la stoica coerenza della sua anima, colpirono e affascinarono chiunque lo conobbe ed ebbe la fortuna di parlarci, compreso il Re Vittorio Emanuele III, che, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, concesse un colloquio a lui, all’onorevole triestino Giorgio Pitacco, e al professor Attilio Hortis, entrambi fervidissimi propugnatori della causa irredentista. Erano le ore 10.30 del giorno 23 maggio 1915. Erano le ore concitate e frementi che precedevano la dichiarazione di guerra all’Austria, le ore del fatidico grido lanciato sugli spalti del Campidoglio in Roma da Battisti assieme a D’Annunzio che aveva snudato la spada di Nino Bixio e al sindaco Prospero Colonna che aveva baciato solennemente il Tricolore: “Alla frontiera! Alla frontiera con la spada e con il cuore!”. Il grido con cui iniziò per l’Italia quella guerra che oggi si farebbe miglior figura a non nominare nemmeno, tante sono le frasi stonate che in troppi non si fanno scrupolo di esternare.
Di questa guerra che gli italiani odierni non capiscono più o fanno finta di non capire, guerra che si combattè dai 3000 metri d’altitudine delle vette dell’Adamello fino al mare, lungo più di 800 chilometri di fronte, Cesare Battisti costituiva il simbolo più sacro e familiare nei tempi in cui la commemorazione della Vittoria del 4 novembre 1918, festa nazionale fino al 1977, riuniva ancora bene o male l’Italia in una memoria comune fatta di sentimenti, ideali, orgoglio e speranze, prima che il grande rovescio facesse tabula rasa lasciandoci nella desolazione attuale. Il declino patriottico di una città come Gorizia, coinvolta ogni anno direttamente in quelle celebrazioni per la vicinanza al Sacrario di Redipuglia, il più grande e il più bello d’Italia, costruito dal Fascismo fra il 1935 e il 1938, ne fa testo. Si è passati, nel giro di poco tempo, dai gioiosi imbandieramenti e dalla partecipazione emotiva popolare, allo sconfortante inaridimento e indifferenza odierni, dove ormai hanno la meglio pacifisti, neutralisti, denigratori, politicanti vari, e insomma gente il cui pensiero stride flagrantemente con la Via Eroica che il Sacrario di Redipuglia addita tuttora agli Italiani e Battisti testimoniò gloriosamente con l’esempio.
Nel suo libro “Passione Adriatica”, l’on.Giorgio Pitacco, che fu il promotore del colloquio di Battisti con il Re, annotò l’impressione profonda che Sua Maestà e il grande patriota trentino ricevettero l’uno dell’altro. Entrami schivi, modesti, sobri e di poche parole, riuscirono a comunicarsi la passione di una fede da entrambi condivisa, unita a una profonda conoscenza dei problemi delle terre irredente. Al professor Attilio Hortis che ringraziò il Re per aver preso tanto a cuore la causa di Trento, di Trieste e delle terre Adriatiche, Sua Maestà rispose semplicemente: “La guerra è stato il popolo a volerla.”
Di tutti i personaggi dell’Irredentismo –cioè del Risorgimento rimasto incompiuto dopo la presa di Roma-, Cesare Battisti è stato quello più amato dagli Italiani, quanto, adesso, è il più dimenticato, e proprio nella sua terra natìa. La sua casa natale, ubicata nella piazza centrale di Trento, è abbandonata a se stessa per beghe ereditarie; la sua tomba monumentale che è un’autentica opera d’arte, inaugurata solennemente dal Fascismo nel 1935, è abbandonata a se stessa e parzialmente inagibile, e vi capitai per caso un giorno che vi facevano un concerto rock, tra risa e schiamazzi.
Le frecciate e le insolenze contro l’eroe si sprecano, provenienti da più parti, né ciò fa meraviglia in tempi come questi dove dettano legge gli anti-eroi, ma è tutto inutile, dal momento che la forza e l’esempio che promanano da Battisti schiacciano e mortificano chiunque si permetta di avvicinarlo con intenti denigratori, mosso da quella prosopopea intellettualoide che contraddistingue i non-patrioti di cui un tempo non v’erano che pochi esemplari in giro, e oggi invece hanno inflazionato la piazza.
Cominciarono gli austriaci a gettar fango sull’eroe, che, fuggito furtivamente dal Trentino nell’agosto del 1914, per circa un anno, dal settembre 1914 al maggio 1915, percorse l’Italia in lungo e in largo portandovi la sua parola di esortazione, di convincimento, di ammonimento alla guerra, non solo, ma le sue profonde conoscenze storiche del problema di Trento, di Trieste e delle terre adriatiche. Non erano solo discorsi infiammati di patriottismo i suoi, bensì fatti anche di erudizione, snocciolamento di dati e statistiche, conoscenza razionale e approfondita del problema in tutti i suoi aspetti. Dal nord al centro al sud dell’Italia, compresa la Sardegna, numerose sono le città che Battisti toccò, nel vero senso della parola, con i suoi discorsi infiammati e ragionati che calamitavano platee intere di persone, al punto che riuscì a convincere schiere di incerti, riottosi e diffidenti di ogni colorazione politica. Le cronache e i documenti abbondano di resoconti delle visite di Battisti attraverso la penisola, volte a contestare la scelta neutrale fatta dal Governo in omaggio alla “realpolitik”. Una scelta invero piuttosto contrastata anche in seno al Parlamento, che infine approvò l’intervento in una memorabile seduta di esplosione patriottica il 20 maggio 1915.
Con la sua oratoria persuasiva e penetrante, traboccante di fede, Battisti contribuì grandemente a questo traguardo, venendo a spezzare definitivamente una corda già tesa, essendo già vivo e operante in larghi strati della popolazione l’anelito verso le terre irredente. Fin dal 1870, infatti, erano sorti spontanei focolai irredentisti i quali propugnavano la riunione alla madrepatria delle ancor numerose terre rimaste sotto dominazione straniera. E fu un Irredentismo che non si concluse nemmeno con la guerra ‘15-’18, dal momento che le controversie e rivendicazioni italiane proseguirono anche dopo il Fascismo, cosicchè non è vero che fu Mussolini a creare la questione irredentista, ma essa c’era già dal 1870 e continuò ad esserci anche dopo la seconda guerra mondiale: il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre del 1975 dall’allora Ministro degli Esteri Mariano Rumor, con cui si sanciva la definitiva cessione dell’Istria e delle terre orientali agli iugoslavi, fu siglato praticamente di nascosto, proprio per tentare di mettersi al riparo dalle polemiche e proteste che ne sarebbero seguite. Pur tuttavia, l’Italia della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista non era più quella dell’epoca di Battisti, dove, se germi contrari la percorrevano, rimanevano isolati e minoritari, non in grado di competere con la maggioranza della popolazione. E lo si vede proprio dai comizi tenuti da Battisti attraverso la penisola: ovunque egli è invitato, accolto, ascoltato, sostenuto, osannato, mentre le manifestazioni contrarie dei neutralisti e pacifisti cattolici e socialisti si concentrano solo in alcune città “calde”. A Reggio Emilia, dove il socialismo aveva fatto presa sulle anime semplici di buona parte degli operai, il comizio del patriota trentino venne contestato. Alla vigilia della Grande Guerra, infatti, l’Italia era politicamente contraddittoria, contando in seno al Parlamento anche le due forze tradizionalmente nemiche del Risorgimento, socialiste e cattoliche, insediatesi in gran numero a seguito delle elezioni del 1913, le quali creavano un costante clima di discordia, avvelenamento della vita politica e contrapposizioni, mettendo in crisi le strutture stesse dello Stato liberale-costituzionale nato dal Risorgimento, forti dei consensi raccolti tra quella parte di popolazione economicamente più debole che reclamava uguaglianza e diritti.
E’ precisamente in questo clima che Cesare Battisti -un socialista sui generis rimasto incrollabilmente fedele agli ideali del Risorgimento- sopravvenne inaspettatamente a sciupare l’opera dei suoi compagni di partito, soltanto una minoranza dei quali lo seguì e lo approvò. Per l’appunto a Reggio Emilia, durante il suo comizio al Politeama Ariosto, scoppiarono disordini fuori dal teatro con un morto e numerosi feriti, organizzati dai socialisti, dei quali esistevano varianti e sfumature politiche più apparenti che reali: in quelle zone del Reggiano, ad esempio, imperversava la corrente facente capo a Camillo Prampolini che, con le sue infervorate prediche, infiammava l’ingenua emotività dei contadini nelle campagne. Battisti, laico e volterriano per scelta e per cultura, razionalista e positivista, non intendeva il socialismo come esca incendiaria per i poveri, e di proposito rifuggì sempre da ogni facile demagogia.
Nonostante il minaccioso assembramento di operai fuori dal Politeama Ariosto, una folla enorme di persone si recò ad ascoltare l’apostolo trentino in quel teatro che l’attore Fumagalli aveva generosamente concesso rinunciando a una serata di recita, dopo che la Giunta municipale socialista, per odio e dispetto, glielo aveva rifiutato. In barba alla Giunta, dunque, e forte del consenso di tanti probi cittadini e dell’intera compagnia del Teatro, Battisti potè parlare a Reggio Emilia, richiamando gli italiani alla gravità dell’ora e al dovere di battersi per le terre italiane ancora languenti sotto l’Austria, facendosi promotore dell’orgoglio di non piegare il capo di fronte alla protervia dell’Impero asburgico, che batteva la grancassa della neutralità dell’Italia. Il giorno seguente, infatti, i giornali austro-tedeschi dettero il più ampio risalto ai disordini di Reggio, presentandoli come una lampante dimostrazione della volontà del popolo italiano di rimanere neutrale, e lanciando dure invettive contro Battisti, sul cui capo già pendeva una cospicua taglia, come già era stato per Garibaldi.
Poco tempo dopo il comizio di Reggio, fu la volta di Viareggio, un’altra piazza “calda” dove i socialisti avevano scatenato disordini ancor prima che Battisti venisse a parlare, al solo sentirne ventilare l’arrivo. In una manifesto firmato in modo generico, avevano definito Battisti come colui che “aveva provocato l’eccidio di Reggio Emilia e veniva a chiedere sangue proletario a mezzo dei suoi sicari che erano quelli che volevano la guerra.” E infatti in quella cittadina, nello scandalo del resto d’Italia, l’apostolo trentino dovete arrendersi agli aggressori che irruppero con violenza, facendo volare sedie, tavole e pugni, e impedendo di fatto la conferenza. Ma, a dimostrazione di quanto in minoranza fossero costoro, l’ingegnere Enrico Guarnieri scrisse a Battisti una calda lettera di scuse a nome della cittadinanza che unanime aveva reagito al contegno di pochi sconsigliati, rinnovandogli l’invito a tenere il suo discorso nella cittadina versiliese, che la seconda volta scorse liscio e senza incidenti, tra ali di folla commossa ed entusiasta che accompagnò l’eroe fino alla stazione ferroviaria, al grido di “Viva Trento e Trieste!” “Viva l’Italia!”.
Seguendolo nel suo pellegrinaggio per la Patria attraverso i documenti, si è invasi da una devozione irrefrenabile verso di lui, non ci si stanca di seguire il suo laborioso itinerario da una città all’altra, e ci si estrania, par di essere con lui, par di vederlo, di sentirlo, di mischiarsi alla folla di uditori e seguaci, immergendosi come in un’immaginaria macchina del tempo, nell’incanto di quei sentimenti corali, quando ancora si credeva e si fremeva per la Patria, e non faceva paura la guerra, non già per irresponsabilità o leggerezza, ma per profonda consapevolezza che ogni grande traguardo richiede un prezzo, talvolta assai gravoso e addirittura supremo.
Battisti non gridò “armiamoci e partite!”, ma partì lui stesso, partì per primo, lui, benestante, laureato, deputato e padre di famiglia, partì come soldato semplice, ben sapendo che gli austriaci lo ricercavano ovunque e gliel’avevano giurata. Egli non si limitò a far comizi, ma dette esecuzione personale alle incitazioni lanciate nei medesimi. Gli Italiani tutti piansero la sua morte, anche i socialisti che lo avevano avversato. Divenne un’emblema, un’effigie, un simbolo nel simbolo della Grande Guerra.
Se per certi versi la sua personalità rimane un’enigma, com’è proprio dei grandi uomini, la sua profondità di pensiero, unita alla vastità delle conoscenze, alla forza di volontà e a un indomito spirito interiore, rende luminosa e inequivocabile la sua figura nel suo immenso amore per l’Italia. E dalle numerose descrizioni che si hanno di lui, scritte di pugno da estimatori e conoscenti, anche occasionali, o da quanti lo ascoltarono e seguirono nella sua instancabile peregrinazione attraverso l’Italia in favore dell’intervento, emerge un quadro che colpisce proprio perché in esso già s’intravvedono, come in un presagio, i prodromi del suo sacrificio. Il viso di Battisti viene spesso presentato come intriso di una sofferenza mistica che stupisce e rapisce, pervaso da una votazione al sacrificio di tutto sé stesso, al pari di Cristo, che impressiona l’uditorio, convincendo, affascinando e trascinando ascoltatori di ogni estrazione. Di lui scriverà Luigi Coletti, segretario della “Dante Alighieri” di Treviso, riferendosi alla gremitissima ed entusiastica conferenza che Battisti tenne in quell’accoglientissima città il 12 gennaio 1915: “nella sua parola e nel suo volto vi era un ardore così intenso che ci sembrò misterioso, e di cui capimmo appieno il senso solo dopo il suo martirio”.
Con la conoscenza che aveva degli austriaci e delle loro spie senza scrupoli sguinzagliate ovunque, Battisti presentiva la sua fine e non si faceva illusioni, tant’è che aveva stipulato un’assicurazione sulla vita in favore della moglie. Più di una volta era stato avvertito di sicari inviati da oltrefrontiera per ucciderlo. Più di una volta gruppi animosi di giovani italiani gli avevano fatto da spontanea guardia del corpo durante le conferenze che a tanti rischi lo esponevano. Fra questi, il futuro gerarca fascista Italo Balbo.
L’Austria lo aveva accusato di alto tradimento, orchestrando contro di lui una ignobile campagna di calunnie che lo colpivano anche sul piano personale, ma la sua statura non ne fu minimamente scalfita, ed anzi, più il tempo passava, più s’ingrossavamo appresso di lui le folle degli italiani plaudenti. A Treviso, come a Genova, come a Teramo come a Terni, accorse ad ascoltarlo gente di tutte le classi e di tutte le idee politiche che proruppe in applausi, ovazioni e canti patriottici. A Venezia un imponente corteo di Tricolori si diresse verso piazza San Marco inneggiando a Trento e a Trieste, minacciando le barricate. Ogni ineffabile discorso di Battisti in giro per l’Italia accorciava le distanze dalla dichiarazione di guerra all’Austria, e a Vienna lo sapevano bene, sapevano che Battisti era il pericolo numero 1. In ciò il suo personaggio si eleva molto al di sopra della politica e degli schieramenti di partito, e certamente il suo socialismo fu semplicemente quello umanistico di Mazzini, ereditato dal Risorgimento di cui rimase sempre fedele e strenuo continuatore. Ma solo pochi compagni di partito capirono questo, e, nel conflitto identitario che investì il partito socialista di quel tempo, uscirono allo scoperto per manifestargli apertamente ammirazione. Uno di questi, l’avvocato Silvio Caperle di Verona, gli scriveva in data 6 ottobre 1914: “Caro Battisti, lasciate ch’io vi dica che vi ammiro, e che è quasi solo in grazia vostra se io non mi vergogno d’aver militato nel partito socialista ufficiale. Quale abbassamento di coscienza! Quale oscuramento del senso di responsabilità sono colà!”
In effetti molti si chiedevano come mai Battisti continuasse a rimanere in un partito col quale, a parte la generica difesa dei poveri e degli oppressi, non aveva molto da spartire. Non solo un abisso lo separava dal marxismo, ma era risaputo che le spie austro-tedesche tenevano subdoli contatti proprio tra quelle fila, da cui non pochi sarebbero usciti sbattendo la porta o ne sarebbero stati espulsi. Tra questi, fece gran rumore, il 25 novembre 1914, la “cacciata” di Benito Mussolini, direttore dell’Avanti, il quale aveva conosciuto Battisti nel 1907, da lui apprendendo come per contagio il forte patriottismo che ne spense pian piano il radicalismo fanatico socialista che lo contraddistingueva con azioni smodate ed estreme, ben lungi dal modo di fare pacato e razionale del suo maestro, dal quale restò, come tutti, enormemente affascinato. Se da una parte la contraddizione che permea la figura di Battisti socialista non può essere spiegata, dall’altra c’è da dire che egli si servì del socialismo più di quanto il socialismo si servì di lui, senza mai palesare verso di esso quell’atteggiamento intriso di fanatismo-messianico che caratterizzava gran parte dei suoi militanti, e finì per investire la moglie dopo la sua morte, quando, esposta all’influenza continua degli ex compagni socialisti di Battisti i quali si sentivano in dovere, senza che lui li avesse minimamente designati a quest’opera, di difenderne la memoria dalle “strumentalizzazioni” fasciste e nazionaliste, ingaggiò col Fascismo una “querelle” che portò alla rottura con Benito Mussolini e all’ingresso del figlio Luigi nelle file della Resistenza.
I coniugi Battisti avevano sempre coltivato idee progressiste: si erano sposati civilmente, erano favorevoli al divorzio, alla parità tra uomo e donna, al suffragio universale, all’elevazione del proletariato, e dunque il partito socialista, perlomeno apparentemente, era parso la collocazione più appropriata per entrambi, anche perché, negli anni in cui vi aderirono, verso la fine dell’”800, il socialismo nostrano si presentava in veste di agnello, avvolto in spire di suggestiva magniloquenza, manifestando i più alti e disinteressati propositi di riscatto dell’umanità dolente, il che servì ad attrarre molti giovani della buona borghesia, e, perfino, ex garibaldini. In verità Mazzini era stato molto chiaro nei confronti del marxismo, mettendo in guardia dai suoi pericoli con eccezionale lungimiranza, ma ciò non fu sufficiente a tarpare le ali a un’ideologia che stava prendendo piede in Europa, e Mazzini stesso morì troppo presto –nel 1872- per approfondire e allargare la sua critica anti-marxista facendo da muro al suo pericoloso dilagare nella penisola.
Per quanto riguarda Battisti, il fatto di essere cittadino austriaco, rendeva l’appartenenza al partito socialista una via di fuga più agevole alla libertà e all’affrancamento dall’Austria cui fin da ragazzo anelava, col vivo ricordo dello zio materno Don Luigi Fogolari perseguitato, arrestato e condannato a morte (poi graziato) per cospirazione, e dell’ex garibaldino Carlo Dordi, suo vicino di casa, che tanti appassionati racconti gli aveva fatto delle battaglie risorgimentali. Come deputato socialista, Battisti poteva arrischiarsi in critiche, rimostranze e azioni contro l’ordine costituito che altrimenti sarebbero state direttamente riconducibili a quel Risorgimento a causa del quale numerosi patrioti trentini frementi fra Trento, Rovereto e Riva del Garda, tutti schedati, erano costantemente perseguitati dalla Polizia. Ciò non impedì comunque che il suo quotidiano “il Popolo” subisse molteplici sequestri e che lui stesso fosse sorvegliato: non abbastanza, però, da non poter passare al Governo Italiano dati e informazioni preziose (cosa del resto assai frequente fra i Trentini dell’epoca), essendo egli anche un provetto geografo e cartografo.
Di fronte al sacrificio dell’eroe, impiccato il 12 luglio del 1916 nel cortile del castello del Buon Consiglio a Trento assieme a Fabio Filzi che, catturato con lui, per rispetto sempre si mantenne umilmente dietro di lui, tutta l’Italia trasalì di sdegno e commozione, e anche il partito socialista italiano, pur nelle sue mille contraddizioni interne, fu attraversato da una scossa, tributandogli attestazioni di stima e riconoscimenti. Il sindaco socialista di Cremona Botti scrisse all’indomani della morte dell’eroe: “Sovra la infinita schiera di Martiri ed Eroi che la guerra va consacrando, rifulgerà la figura purissima di Cesare Battisti, deputato di Trento. Apostolo dell’ideale socialista, Cesare Battisti ha dato tutta la sua attività alla elevazione del proletariato, e, chiamato da ciò che riteneva un dovere sacrosanto, ha immolato la vita nella lotta ch’egli combatteva per il trionfo della libertà e del diritto, e per la redenzione del Trentino dalla tirannide politica ed economica. La sua figura giganteggia accanto ai martiri di Belfiore, accanto alle più belle figure del martirologio Italico, e non vi è mente italiana che non abbia rivolto in questi giorni alla sua memoria un pensiero di ammirazione, di riconoscenza, di affetto. Noi che abbiamo avuto con Cesare Battisti comune l’ideale delle rivendicazioni economiche, comprendiamo tutta la grandezza, tutta la nobiltà del sacrificio da lui compiuto. Dalla rappresentanza Municipale parta adunque l’omaggio reverente al gran Morto.”
Seppure annacquato nella retorica tipica del socialismo nostrano (si noti anche la studiata assenza di ogni riferimento diretto all’Austria), l’omaggio era indubbiamente sincero, e, d’altra parte, accusati com’erano di fare il gioco del nemico, di essere i nemici del Risorgimento e di tramare addirittura per la sconfitta, i socialisti italiani, perlomeno nella loro ala “borghese e benpensante” che ci teneva alla reputazione, non potevano esimersi dal dedicare il doveroso omaggio all’eroe assassinato, e con lui a tutto il Risorgimento di cui la Guerra per Trento e Trieste costituiva la prosecuzione, anche se le crepe grandi e piccole apertesi qua e là tra socialisti riformisti e non riformisti, interventisti e pacifisti, filo-austriaci e anti-austriaci, non bastano certo ad assolvere questo partito dai suoi gravi e fatali errori, dal suo trovarsi quasi sempre dalla parte sbagliata, dall’aver offeso e ostacolato il sentimento patriottico e dall’aver recato danno costante agli interessi nazionali, che fu l’atteggiamento pressochè invariato del suo agire.
E se Battisti giganteggia accanto ai martiri del Risorgimento, non fu per il suo socialismo, ma perché seppe grandemente elevarsi al di sopra di ogni schieramento e divisione politica e partitica, per l’Italia soltanto offrendo se stesso fino alla morte.
“Viva l’Italia! Viva Trento italiana!” furono le ultime forti parole dell’eroe trentino, pronunciate più volte, fino all’estremo rantolo, poiché gli fu data, apposta, con sadica vendetta, una morte lenta.
Ma Battisti era impassibile, e con austero coraggio, con superiorità encomiabile, come un eroe del mondo antico andò al patibolo e subì il supplizio.
Fu impassibile fin dal momento della cattura, quando l’Austria gli rovesciò addosso la razione di calunnie a cui ormai era abituato, vaneggiando di soldati italiani che erano corsi a denunciarlo, di soldati italiani che si erano consegnati al nemico ridendo senza combattere, tutti contenti dell’arresto del patriota trentino e di gettare le armi.
Di fronte alla stupidità austriaca non ci sono commenti che valga la pena di annotare, naturalmente, e ne fa testo proprio la solenne integrità dell’eroe, che non fu scalfita nemmeno dalla penosa via crucis a cui fu sottoposto per le strade di Trento, ove tutto era stato allestito per dare spettacolo, e uno spettacolo macabro e rivoltante, tra sputi, schiaffi, insulti, percosse, polvere e zolfo soffiategli addosso da un mantice, acqua sudicia per la sua terribile sete, e il povero padre anziano trascinato a vederlo, mentre il fratello Giuliano che non era riuscito a fuggire in Italia, finì in una compagnia disciplinare, quindi al domicilio coatto e poco dopo morì per i patimenti subiti, il che rende pienamente l’idea di come fosse ridotta la “grande” Austria sfidata dalla “piccola” Italia. Una piccola Italia che, nel solo Trentino, parte meridionale della Contea principesca del Tirolo, sfoderava il suo cuneo eversore più odioso e insopportabile, e l’asso nella manica che più feriva l’orgoglio e la tracotanza austriaca. Se le turbolenze italiane in Istria, Fiume e Dalmazia erano imputate dagli Austriaci alla malefica influenza nei secoli di Venezia, eterna rivale di Vienna, il “tradimento” dei Trentini riusciva solo in parte spiegabile con l’influsso radiante della Serenissima, specie dopo che questa era stata neutralizzata con il trattato di Campoformio con cui l’infido Napoleone aveva consegnato una morente Serenissima agli Austriaci, anche se ne consegnò solo il corpo, non mai l’anima. Dunque, se Venezia stava sullo sfondo della forte italianità di quelle terre, i Trentini vantavano comunque un patriottismo tutto loro, indipendente da Venezia, maturato in tanti secoli di pervicace attaccamento alla Romanità, alle vestigia Romane, e, perfino, alla toponomastica Romana, ancora evidente in quelle contrade fino agli estremi confini del Brennero. Il nome stesso “Tirolo”, addirittura di origine pre-Romana, ne è la testimonianza più incisiva. Non a caso le frasi che spesso e volentieri Battisti ebbe l’occasione di pronunciare sulle origini e radici Romane che si affondano nel sangue e nella carne dei veri Italiani, sono di un’intensità inquietante e drammatica, lontane anni luce dal socialismo militante che considerava i riferimenti a Roma antica eretici e fuori luogo, evocatori di domini e imperialismi da dimenticare. Viceversa Battisti fece sempre della Romanità e dell’affezione verso di essa, una pietra miliare del Trentino e dell’Italia, una molla insostituibile all’azione, all’impegno e al sacrificio.
A questo riguardo il socialista Gaetano Salvemini, che sempre si protestò amico stretto del defunto, autonominandosi dipoi “nume tutelare” della vedova rimasta sola a gestire una siffatta grandiosa eredità, si trovò non poco in imbarazzo nel dover spiegare simili accostamenti. Forte d’averlo conosciuto tra i primi, a Firenze, in un salotto d’intellettuali che s’aggruppavano intorno a un socialismo italiano ancora agli albori, salotto nel quale Battisti conobbe anche la futura moglie, la cremonese Ernesta Bittanti, Salvemini portò sempre pervicacemente avanti la “sua” interpretazione di Battisti, quella che piaceva a lui; nonostante il giovane trentino, recatosi a studiare a Firenze proprio per seguire un professore di Trento perseguitato dagli austriaci e rifugiato in Italia, si fosse lasciato conquistare dall’idea socialista di emancipazione delle masse anzitutto perché intravvide in essa un mezzo per staccare il Trentino dall’Austria con l’appoggio fondamentale del popolo, Gaetano Salvemini si mostrò sempre ansioso di puntualizzare agli italiani che Battisti morì socialista, che fu anzitutto socialista, che operò anzitutto per il socialismo, che mirava alla pace, alla concordia e all’amore tra i popoli e dunque all’internazionalismo socialista, dimodochè giammai sarebbe potuto diventar fascista, e dunque la sua amicizia con Mussolini non fu vera amicizia, né tantomeno lo fu quella con i mestatori nazionalisti e poi fascisti Ettore Tolomei, Guido Larcher e Giovanni Pedrotti. Gli affanni di Salvemini su ciò che Battisti era diventato a suo dispetto e, peggio, sarebbe potuto diventare dopo la Grande Guerra, sono tanti e tali che egli ne riempì la testa della vedova, spingendola a rispondere per le rime a Mussolini quando questi le inviò cortesemente gli auguri di Natale nel 1923, inscenando con lei una pantomima nel cortile del Castello del Buon Consiglio dopo l’omicidio Matteotti, spingendola infine a proclamarsi antifascista, a sua volta distogliendo il figlio primogenito di lei dai Legionari Dannunziani coi quali era corso ardentemente a Fiume, per ascoltare la voce dell’ambiguo Emilio Lussu che, ahimè, gli fu messo daccanto in veste di precettore antifascista fino a convincerlo a entrare nella Resistenza. Né, dopo la seconda guerra mondiale, a vedere perlomeno in che modo stava finendo il Trentino Alto Adige, l’antifascismo dei familiari di Battisti subì un arresto, che anzi continuò imperterrito, senza dire che già nel 1928, con una decisione che Battisti mai avrebbe approvato, costoro si erano rifiutati categoricamente di presenziare alla grandiosa inaugurazione del prestigioso Monumento alla Vittoria di Bolzano a benedire il quale fu portata l’acqua del Piave, cui presenziarono il Re, la Regina, i ministri, il Duca d’Aosta, i generali, l’Arcivescovo di Trento, i veterani della Grande Guerra, i decorati, i mutilati, nonchè la popolazione di tutte le valli con bande e costumi locali: monumento che inizialmente Mussolini voleva dedicare proprio a Battisti e ai martiri Trentini, ma di cui fu costretto a togliere qualsiasi riferimento nominale all’eroe per l’ostinato opporsi della Bittanti e figli. I quali, brandendo sempre l’arma dell’antifascismo secondo i consigli di Lussu, di Salvemini e di Calamandrei, finirono per far naufragare nel buonismo del politicamente corretto quello che era stato il chiaro e univoco messaggio patriottico del prode parente defunto. Il carteggio Livia Battisti-Klaus Gatterer né è un chiaro esempio. In esso, tra convenevoli e affettuosità reciproche, la figlia dell’eroe e il giornalista sudtirolese plasmano il “nuovo Cesare Battisti” che deve armonizzarsi coi tempi nuovi della democrazia antifascista-europeista di un’Italia umiliata e sconfitta a fronte di un’Austria considerata invece vittima del nazismo, facendolo diventare pacifista, antimilitarista, antimonarchico, multiculturale, socialista, antifascista, europeista, cittadino del mondo e amico dei tirolesi: anzi, tirolese lui stesso.
Dimenticando, forse, o fingendo di dimenticare, che al processo sia lui che Fabio Filzi si rifiutarono di pronunciare una sola parola in tedesco, facendo infuriare i giudici militari, e che la promozione di Battisti sul campo di battaglia per meriti di guerra gli fu concessa per essersi fatto largo eroicamente in mezzo agli austriaci a suon di calci di fucile e sassi, dopo aver finito le munizioni: per non dire della sua commossa partecipazione, il 21 aprile 1915, assieme a Gabriele D’Annunzio e ad altri rappresentanti del tradizionalismo Italico più nazionalista, al Natale di Roma.
Nessuno sa peraltro come Cesare Battisti avrebbe reagito, dopo la Grande Guerra, di fronte ai tragici fatti del “biennio rosso”, quando il vero volto dei socialisti e dei cattolici, sotto la maschera della bontà planetaria, si appalesò per quel che veramente era anche ai più ingenui e distratti degli italiani. Avrebbe fatto finta di niente di fronte ai reduci della Grande Guerra che venivano insultati, feriti e ammazzati come cani per strada, nell’impotenza del Governo e delle Guardie Regie che avrebbero dovuto reagire? Il Governo era così debole e complice a un tempo, che giunse finanche a proibire ai reduci di indossare la divisa e di commemorare i caduti per non urtare la suscettibilità dei socialisti. Per oltre due anni, dal 1919 al 1921, un’ondata di violenza inaudita si abbattè sulla penisola, unita al blocco dei servizi pubblici paralizzati da continui scioperi, alla distruzione dei raccolti, all’avvelenamento del bestiame, all’assalto di caserme ed edifici pubblici, agli incendi di stazioni ferroviarie, alla distruzione di tralicci dell’elettricità, e a tutta una serie di funesti e terribili delitti di gente perbene, con saccheggio di negozi e uccisione dei negozianti che cercavano di proteggerli, e molto altro ancora. Una commemorazione del venerato eroe Enrico Toti a Roma fu presa d’assalto da un’orda di comunisti armati di coltelli e sassi, che ferì molte persone. Una bomba ad alto potenziale esplose al teatro Diana a Milano il 23 marzo 1921, facendo 21 morti e 80 feriti. La vera storia di questo periodo, peraltro, deve essere ancora scritta perché non si è mai avuto interesse a scriverla, lasciando che l’accusa di ogni violenza ricadesse sui fascisti, i quali, in verità, inizialmente erano solo un esiguo nucleo, e solo in un secondo tempo s’infoltirono di adepti e sostenitori, rinforzati dal crescente sostegno della popolazione, al punto che la marcia su Roma si risolse in una scampagnata tra ali di folla plaudente.
Naturalmente Salvemini non poteva digerire le smaccate simpatie, amicizie e frequentazioni di Battisti con i nazionalisti del tempo, con i quali tanto aveva in comune e assieme ai quali firmò il famoso proclama rivolto al Re Vittorio Emanuele III per la rottura della neutralità con l’Austria. Non solo: ma l’interventismo di Salvemini, non diversamente da quello di altri socialisti, era un po’ diverso da quello di Battisti, in quanto sottoposto a limiti e condizioni, ideali e territoriali, in omaggio a presunti interessi superiori, al contrario di Battisti, la cui dedizione all’Italia non ammetteva restrizioni e concessioni né all’internazionalismo socialista né ad altro. I discorsi di Battisti sul riscatto delle terre irredente e sui diritti dell’Italia a riavere ciò che è suo, furono sempre chiari e netti, checchè Salvemini tentasse di correggere. A questo proposito, proprio la moglie di Battisti, nel suo libro “Con Cesare Battisti attraverso l’Italia”, enunciò esplicitamente l’intervento di alcuni circoli patriottici presso il marito affinchè, con la sua autorevolezza, facesse tacere i socialisti che non volevano comprendere Fiume e la Dalmazia fra i territori irredenti, intralciando così l’opera di rivendicazione che si stava pubblicamente portando avanti con tanto zelo.
Fu proprio uno dei tanti profughi di Fiume, l’avvocato Icilio Baccich, rifugiato ad Ancona, ad organizzare la visita di Battisti in quella città –che era stata anche l’ultima tappa dell’irredentista Guglielmo Oberdan prima del martirio-, ove si creò in tutta la cittadinanza un’attesa vivissima e fremente. La città di Ancona, medaglia d’oro benemerita del Risorgimento, era fortemente mazziniana e garibaldina, e a tal punto serbava memoria del passaggio di Oberdan, che non c’era casa che non conservasse devotamente un ritratto dell’eroe triestino, impiccato dagli austriaci a Trieste il 20 dicembre del 1882. Fu per questo che, dopo la morte di Battisti, gli Anconetani vollero uniti entrambi gli eroi della medesima causa in una lapide unica, apposta alla casa dove entrambi soggiornarono nell’estrema vigilia.
Ad Ancona i socialisti erano pochissimi e quei pochi seguivano Mussolini, schieratosi ormai nettamente con Battisti a favore dell’intervento e non più socialista. Dunque, nessun disturbo venne a turbare l’ardente discorso tenuto da Battisti al Teatro Vittorio Emanuele, che fu preceduto da una presentazione del professor Ernesto Spadolini, il quale rammentò alla foltissima platea gremita di giovani, l’epoca in cui anche Ancona patì il servaggio austriaco e papalino. Dunque, non poteva e non doveva dimenticare Trento e Trieste, un’espressione naturalmente abbreviata che presupponeva, senza che ci fosse bisogno di elencarle, le molte altre città la cui riunione alla madrepatria si dava per scontata: Gorizia, Pola, Fiume, Zara, Spalato, Bolzano, e le centinaia di isolette dalmatiche.
Questa precisazione è d’obbligo, in quanto l’espressione “Trento e Trieste” è stata usata spesso dai soliti oppositori e pignoli detrattori, per escludere l’Alto Adige, Fiume, la Dalmazia e le sue isole, nonché le zone interne dell’Istria, adducendo il fatto che erano abitate da una minoranza di italiani. A parte che ciò non è vero affatto, o è vero fino a un certo punto e comunque richiede precisazioni e distinguo, specificamente con riguardo a Battisti si è detto che egli intendeva il confine solo fino a Salorno, cioè senza l’Alto Adige, e, come riprova, si è addotta una vecchia lettera che avrebbe scritto a Gaetano Salvemini, il quale, inutile dirlo, la sbandierò sempre ai quattro venti. Posto che, come già detto, dell’onestà intellettuale di Salvemini c’è da dubitare in quanto egli era ossessionato dall’imperativo di sottrarre Battisti al Fascismo e al nazionalismo, sulla lettera sono stati sollevati dubbi di autenticità da parte del Centro Studi Atesini in un articolo del professor Ferruccio Bravi. Oltre a ciò, c’è da precisare che la lettera è datata 1895, quindi si riferisce a una data ancora piuttosto indietro rispetto alla prevedibile successiva evoluzione e maturazione di Battisti il quale uscì ben presto dalla cerchia ristretta del socialismo, entrando in contatto con persone di diversa e opposta estrazione, con le quali manifestò comunanza strettissima d’intenti e di vedute, stringendo profonde amicizie. Tutti i suoi discorsi e i suoi studi attestano del resto che egli non propugnò un patriottismo a metà, ma a tutto campo, dove gli Italici confini andavano intesi fino al Brennero, da una parte, e, dall’altra, fino a Cattaro, cioè fino all’estremo lembo della Dalmazia. Di ciò vi sono attestazioni indiscutibili negli scritti stessi di Ernesta Battisti, ove è lei stessa a puntualizzare: “il confine fino al Brennero era per Battisti e i suoi fuori discussione”. E Battisti stesso scriverà: “Ho sempre nei miei discorsi caldeggiato la causa delle terre adriatiche con pari fede e passione a quella del mio Trentino.” E per “terre adriatiche” s’intendevano chiaramente l’Istria e la Dalmazia, compreso Fiume, mentre per Trentino s’intendeva a quei tempi la Venezia Tridentina (per i tedeschi corrispondente al Sud Tirolo), includente cioè l’Alto Adige. Del resto, nei suoi “Scritti Politici”, Battisti scrisse esplicitamente che “gli eserciti della redenzione Italiana avrebbero portato il Tricolore sulle Alpi Retiche”.
Ma c’è un altro punto che occorre sfatare, e cioè che la causa irredentista fosse sentita solo da pochi italiani. Le accoglienze all’apostolo itinerante che portava a tutti il Verbo della Patria, lasciando dietro di sé un’eco incancellabile, dimostrano, al contrario, che detta causa era ovunque sentita. Durante il tragitto in treno da Sassari a Cagliari, passando attraverso i minuscoli paesini dell’interno, Battisti fu ripetutamente acclamato da gruppi di persone entusiaste. Per non parlare delle calorose accoglienze serbategli dalla città di Messina, il che consente di demolire anche l’adagio revisionista che il mezzogiorno sia stato “trascinato” all’Unità d’Italia e al Risorgimento contro la propria volontà, rimanendo fedele ai Borboni. Il ritratto di un meridione avulso dalle celebrazioni nazionali e dunque dall’Irredentismo, fa precisamente a pugni con la realtà di ciò che accadde, e la conferenza di Battisti a Messina ne è un esempio. Né fece eccezione Palermo, dove una gioiosa orchestrina patriottica accolse l’apostolo trentino all’uscita trionfale dal Teatro Massimo, in cui, tra una selva di Tricolori, aveva parlato in mezzo a una folla entusiasta, gremita di studenti e professori dell’Università, allora una delle più prestigiose d’Italia, il che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, come la questione delle terre irredente, ereditata dal Risorgimento, non avesse limitazione alcuna a livello nazionale, contrariamente a quanto asserito dai soliti detrattori, i quali ostinatamente gli assegnano una cornice d’azione marginale.
La fama di Battisti, al contrario, spaziò ovunque, fu unanime e prorompente, e da lui, oggi, dovremmo imparare, nelle ambasce del presente, a recuperare i due fondamentali pilastri del pensiero che soli potrebbero condurci all’azione del riscatto: Romanità e Risorgimento.

Documento inserito il: 08/08/2015
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