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Germanico: amato dal popolo, odiato dal potere [ di Carlo Ciullini ]

Pochi personaggi di Roma antica sono stati amati in vita, e rimpianti dopo la morte, quanto lo fu Germanico Giulio Cesare.
La brevità della sua esistenza (morì a trentaquattro anni) da una parte esalta la capacità dell'uomo, che in un lasso di tempo ristretto seppe comunque compiere atti che ne resero fulgida la fama, e dall'altra ci lascia con l'interrogativo di quanto egli avrebbe potuto fare, se il destino (o l'invidiosa malvagità) non lo avesse sottratto anzitempo agli affetti dei suoi cari e del popolo romano.
Anche tiranniche figure negative quali Gaio Caligola e Nerone seppero attrarre le simpatie della plebs, prima che le stravaganze e la perversione mutassero la iniziale buona disposizione nei loro confronti: il trasporto emotivo, che istituzioni e gente comune della Roma del primo Impero provarono nei confronti del giovane Germanico, ci è invece testimone di un affetto spontaneo ed epidermico, che in definitiva non mutò mai.
Il prestigio di cui poteva godere, al momento stesso della nascita, era straordinario: il sangue regale che scorreva nelle sue vene era purissimo.
Il padre di Germanico era Druso, fratello di Tiberio: i due, in età adolescenziale erano divenuti figli adottivi di Cesare Ottaviano Augusto, che ne aveva sposato la madre, Livia Drusilla, assurta dunque al ruolo di imperatrice.
L'altro genitore era Antonia Minore, la più piccola delle due bimbe che Marco Antonio aveva avute da Ottavia, sorella dell'imperatore Augusto: non si sarebbe potuto trovare davvero un lignaggio tanto elevato, a Roma, in nessun altro fanciullo.
Per di più, in seguito alla precoce morte del fratello Druso, Tiberio aveva dovuto, non ancora imperatore, adottare quale figlio proprio il nipote Germanico, su richiesta del vecchio Augusto.
Per Germanico, una pletora di parenti prossimi che avevano fatto e facevano la storia della “Caput mundi”, dunque.
E tale predilezione popolare (legata al suo censo e alle specchiate virtù) non poteva non suscitare astio, invidia, rabbia nell'animo di chi tale affetto pubblico avrebbe desiderato riservato solo a se stesso.
Ricorriamo a Tacito, e alla sua straordinaria abilità di raccontare l'animo, il moto dei pensieri, la personalità profonda dei personaggi dei quali tratta, per avvicinarci più compiutamente al protagonista di queste pagine.
Germanico era sangue del proprio sangue, per lo zio Tiberio, e il giovane, avesse potuto vivere più a lungo, forse avrebbe un giorno potuto succedergli.
Ma, probabilmente, Germanico non incontrò mai davvero ( a prescindere dai risvolti legati alla sua misteriosa morte) i favori parentali: il fatto, tra le altre cose, d'esser il figlio maggiore di Druso, il favorito da Ottaviano e dalla plebs tra i due fratelli adottati, alimentò certamente antipatie e rancori mal celati da parte di Tiberio stesso e di Livia, che da sempre, al contrario dell'augusto consorte, preferiva il suo primogenito.
Tacito non nasconde la subdola atmosfera familiare, e la descrive nel primo libro degli “Annales”, la sua opera più prodigiosa: “Germanico,(...) per quanto egli stesso figlio di Druso fratello di Tiberio, e nipote di Augusta, era fortemente preoccupato a causa del segreto odio che lo zio e la nonna nutrivano, odio tanto più aspro in quanto ingiusto.
Grande infatti
-prosegue lo storico- era presso il popolo romano la memoria di Druso che, secondo la comune opinione, avrebbe certamente restaurato la libertà se fosse riuscito a impadronirsi del potere; onde, col favore del popolo, andava verso Germanico la stessa speranza”.
Traspare evidente, sin dall'inizio, l'intima inclinazione di Tacito nei confronti del rampollo di casa giulio-claudia, le cui spalle forti, a ormai ventiquattro anni d'età, parevano in grado di sostenere la scomparsa prematura del padre, morto a Magonza nel 9 dopo Cristo in seguito a una banale quanto fatale caduta da cavallo: “Quel giovane era affabile di natura, ricco di singolare umanità, ben diverso nelle parole e nell'aspetto da Tiberio, altezzoso e chiuso”.
Il controverso sentimento tacitiano riguardo ai due regali soggetti attraversa come un fil-rouge le pagine iniziali degli “Annales”: un sentimento che non dissimula affatto la innata simpatia verso il più giovane, e una profonda avversione emotiva, invece, nei confronti del dispotico princeps.
Il nome che Germanico portava era dovuto alle imprese del padre che, sotto Augusto, aveva operato efficacemente al di là del Reno contro le bellicose tribù nelle quali erano suddivisi i Germani: il titulus fu così conferito a Druso e alla sua progenie a imperitura memoria delle imprese militari nella tumultuosa provincia che, comunque, non sarebbe sopravvissuta più di un ventennio dalla sua costituzione.
E proprio qui ritroviamo Germanico: siamo nel 14 dopo Cristo e, inviato da Tiberio, il giovane generale deve assumersi il gravoso compito di spegnere pericolose sedizioni sorte tra alcune legioni renane (nello specifico la I, la V, la XX e la XXI), esasperate dalla eccessiva durata del servizio militare e dalla inadeguatezza della paga.
Talmente profondo, presso quei soldati segnati dagli anni e dalle battaglie di confine, era il ricordo del valente Druso, che spontaneamente acclamarono come imperator suo figlio.
Germanico, da parte sua intellettualmente puro e, potremmo dire, ingenuamente lontano dai giochi di potere, rifiutò drammaticamente una così onerosa offerta: tanto, infatti, mancava di malizia e scaltrezza.
Il pathos della sua decisione irrevocabile traspira dalla descrizione di Tacito: “Vi furono coloro che, con parole di buon augurio per Germanico, si dichiararono pronti a sostenerlo se aspirasse all'Impero.
A questo punto, come se si sentisse macchiato di un delitto, Germanico balzò giù dalla tribuna.
I soldati gli contrastarono il passo con le armi
- racconta lo scrittore narbonense- minacciandolo, se non fosse tornato indietro; ma quegli, gridando che sarebbe morto piuttosto che venir meno alla sua fede, afferrò il pugnale che teneva al fianco e levatolo in alto lo avrebbe rivolto contro il proprio petto, se i più vicini non avessero trattenuto a forza la sua destra”.
E' la reazione di chi si sente pronto a immolarsi, in nome di una totale dedizione al suo princeps e padre adottivo, anche a fronte di un supporto popolare che lo privilegia rispetto al reale detentore del comando assoluto.
La personalità di Germanico, immune dall'ambizione sfrenata, appare davvero astrarsi dai torbidi familiari di quell'epoca tanto convulsa: gli affetti e le virtù dell'uomo ebbero in lui il predominio sulle perverse prevaricazioni, endemiche nella dinastia giulio-claudia.
Il disordine in quei giorni era all'apice, e la tensione altissima: al tutto, si accompagnava la presenza, preziosa ma ingombrante, della cara famiglia: “Già fin troppo si era sbagliato, nell'elargire congedi e denaro e col prendere deboli provvedimenti.
Se poi egli aveva in dispregio la propria vita
-scrive Tacito, non senza qualche velata critica- perché mai teneva presso di sé il figlio bambino e la moglie incinta, in mezzo a uomini furibondi e profanatori di ogni umano diritto?
Che almeno essi facesse ritornare salvi all'avo e alla città.
A lungo egli esitò poiché la moglie si rifiutava di lasciarlo, dichiarando che, figlia di Augusto, non era degenere di fronte ai pericoli; alla fine
-conclude lo storico- Germanico, abbracciato con molte lacrime il ventre di lei e il figlio, l'obbligò a partire”.
Tacito non indica il nome del piccolo al seguito del padre Germanico, ma sappiamo bene trattarsi di Gaio, affettuosamente soprannominato dai soldati Caligola: la parola indicava i sandali militari, di grandezza ben oltre la propria misura, che il bambino indossava orgogliosamente; ciò suscitava la divertita simpatia delle truppe, che lo vedevano marciare impettito tra le schiere con passo altero, ma a rischio continuo d'inciampo.
Il fanciullo, un giorno del 37 dopo Cristo, sarebbe successo quale imperatore a Tiberio; nel frattempo, accompagnava il padre fin dalla tenera età di quattro anni nelle campagne e nelle spedizioni attraverso l'Europa, in Egitto, in Armenia, in Siria. Va sottolineato quanto sia il nonno, Druso, sia il padre, Germanico, che il giovanissimo Gaio, seppero attrarre, in periodi diversi, l'affetto e la devozione dell'esercito: i primi due in virtù del loro valore di soldati, il più piccolo perché vera e propria “mascotte” delle legioni.
Druso, Germanico, Gaio detto Caligola: tre personaggi che, in un senso o nell'altro, contribuirono con le proprie azioni a scrivere la Storia di Roma, uniti anche nella tragica sorte che li distinse.
Come detto, infatti, Druso perì per le conseguenze di un banale incidente, suo figlio fu vittima di un probabile avvelenamento, e il nipote terminò i suoi giorni sotto i colpi di spada della sua (esasperata) guardia personale.
Il futuro imperatore, e torniamo così a seguire le fila del racconto tacitiano, si trovava in Germania col padre e la madre Agrippina, unico dei sei figli ad accompagnare il genitore nelle sue vittoriose spedizioni militari: gli altri due fratelli, Nerone Cesare e Druso Cesare, e le sorelle Agrippina Minor, Giulia Drusilla e Giulia Lavilla, crescevano al sicuro della corte imperiale, sulle sponde del Tevere.
Se l'adlocutio, cioè il discorso rivolto alle truppe da Germanico e riportatoci da Tacito, risulta storicamente affidabile, ancora una volta traspaiono sia la completa affezione per l'Impero, sia la fortezza d'animo del giovane generale: “La moglie e il figlio non mi sono più cari dell'imperatore e dello Stato.
Tuttavia(...)mia moglie e i miei figli, che ben volentieri offrirei alla morte per la vostra gloria, sono costretto ad allontanare da gente impazzita, perché soltanto col mio sangue si sazi; che cosa mai è rimasto in questi giorni che voi non abbiate osato né contaminato?
Potrò forse chiamare soldati voi, che avete tenuto assediato nell'accampamento il figlio del vostro imperatore?

I legionari rimasero profondamente turbati da queste parole, colpiti nel loro onore di soldati di Roma: il fuoco della sedizione s'era ormai estinto, e lo schiaffo morale impartito da Germanico ai suoi uomini ebbe il salutare effetto di ridestarli, ponendoli di nuovo dinanzi alle proprie responsabilità.
Così Tacito: “Udite queste parole, i soldati imploranti lo scongiurarono che punisse i colpevoli e li conducesse contro i nemici; lo pregarono inoltre di richiamare la moglie e di far tornare tra i milites il figlio allevato in mezzo a loro.
Germanico giustificò il mancato ritorno di Agrippina con la scusa del parto ormai prossimo e della stagione fredda, mentre promise di richiamare il figlio: per il resto, pensassero essi stessi al da farsi
”.
In un clima di rinnovato entusiasmo, e ripristinata la proverbiale efficienza delle sue legioni, Germanico le condusse oltre in Reno, facendo prima terra bruciata delle lande dei Marsi, e sventando poi nel sangue un agguato tentato dalle tribù dei Bructeri e degli Usipeti; quindi, se ne tornò vittorioso con l'esercito agli acquartieramenti invernali.
Tale era l'ascendente di Germanico sulle sue armate; un comandante valente e affidabile quant'altri mai, per Tiberio, che dal canto suo, tuttavia, non poteva non vedere nel nipote un pericoloso concorrente, per sé e per la sua discendenza diretta, in termini di popolarità e prestigio.
Il genio tacitiano non manca di percepire ed evidenziare questo stato d'animo: “L'annunzio di tutti questi avvenimenti rallegrò e preoccupò Tiberio: si allietava che la rivolta fosse stata soffocata, ma era anche tormentato dalla gloria militare di Germanico e dal fatto che questi, con le largizioni di denaro e con la concessione di congedi anticipati, aveva cercato il favore dei soldati.
Fece tuttavia, al Senato, una relazione di queste imprese e citò molti episodi del valore di Germanico, usando parole troppo appariscenti; riconfermò tutte le concessioni fatte
”.
Ma non era certamente terminata la lotta di Germanico e del suo esercito contro le tribù confederate sotto la guida di Arminio: era, questi, il grande traditore di Roma che, con l'inganno, aveva causato la strage di tre legioni nella selva di Teutoburgo, e la morte del loro generale Quintilio Varo.
Una spedizione contro i Bructeri, nel corso della quale era stato messo a soqquadro il loro territorio, portò l'armata romana nei pressi del luogo ove si era perpetrato il misfatto, tra i più tragici annoverati da Roma e la sua secolare storia.
La descrizione che Tacito ci dà del ritorno di truppe dell'Urbs, laddove sei anni prima, nel 9 d.C., si era consumata l'efferata ecatombe di quindicimila tra legionari e alleati, assume toni patetici e commossi, misti ad angoscia quasi claustrofobica: “Germanico fu acceso dal desiderio di tributare gli estremi onori ai soldati e al loro generale.
(…) L'esercito passava per quei luoghi pieni di mestizia e infami alla vista e alla memoria.
Sparsi attorno stavano frammenti di dardi e membra di cavalli; ai tronchi degli alberi erano poi conficcati testi umani.
Nei vicini boschi sacri si scorgevano rozzi altari, su cui i Germani
-scrive Tacito- avevano sacrificato i tribuni e i principali centurioni.
E i superstiti di quella strage, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, ricordavano che qui erano caduti i legati, là erano state portate via le aquile; mostravano il rialzo dal quale Arminio arringava i suoi, e raccontavano quanti patiboli erano stati levati per i prigionieri, quali fosse erano state scavate e con quanta tracotanza egli avesse deriso e oltraggiato le insegne e le aquile.
Sei anni dopo quella strage
-conclude- un esercito romano era là, dinanzi alle ossa di tre legioni, tutti afflitti e furibondi, sentendo nel loro petto divampare l'ira contro il nemico. Cesare (Germanico) pose la prima zolla dell'erigendo tumulo come degno atto di omaggio ai morti”. La pietas e la umanità del giovane proconsole non vennero dunque meno, anche in questa occasione.
Nel frattempo, andava facendosi bollente la situazione nelle province orientali, dove alcune regioni, come l'Armenia e la Parthia, si trovavano nel caos a causa di successioni dinastiche.
Tacito sottolinea quanto Tiberio intravedesse in ciò l'occasione per allontanare dal cuore dell'Europa il nipote, troppo popolare e amato da popolo ed esercito: “A Tiberio non furono cosa sgradita i disordini in Oriente, perché con quel pretesto avrebbe potuto distogliere Germanico dalle solite legioni.
Germanico, al contrario, quanto più sentiva per sé la predilezione dei soldati e ostili le intenzioni dello zio, tanto più fiero proposito nutriva per affrettare la vittoria contro i Germani
”.
Circostanza che si presentò allorquando, nella pianura di Idistaviso, tra le colline e il fiume Visurgo (località ben più prossima all'Elba che al Reno: tanto a Est, infatti, erano penetrate le legioni di Roma), Germanico e i suoi si scontrarono con una federazione tribale guidata da Arminio: era il 16 dopo Cristo.
La battaglia, protrattasi in più fasi e giorni, arrise ai Romani, che sbaragliarono Cheruschi e Bructeri, sottomettendo poi anche la popolazione degli Angrivari.
Germanico elevò quindi, in atto di trionfo, un monumento ricoperto d'armi che commemorasse la grande vittoria, a vendetta di Varo e della strage di Teutoburgo; Tacito ne ricorda l'epigrafe: “Debellate le genti tra il Reno e l'Elba, l'esercito di Tiberio Cesare consacrò questi ricordi a Marte, a Giove e ad Augusto”.
Di lì a poco, furono decimate anche le tribù dei Catti e dei Marsi: le continue vittorie in quella calda zona dell'impero (la sola, assieme ai fremiti orientali di cui si è detto, dove non imperasse sovrana la pax romana) elevarono Germanico alla massima gloria.
Tiberio, con malcelato disagio al di là degli elogi di convenienza, conferì al prodigioso nipote un secondo consolato, per costringerlo di nuovo a Roma, in modo da lasciar spazio anche all'azione militare del proprio figlio Druso Minore, altrimenti oscurato dal talento e dalla virtus del cugino-fratellastro.
Germanico lasciò così quelle terre che tanto onore gli avevano dato, e si recò nella Capitale per celebrare il proprio trionfo, il 25 Maggio del 17.
Ma nella descrizione stessa della mirabolante giornata trionfale, che innalzava il giovane condottiero a vanto di una Roma entusiasta, Tacito dipinge già un futuro a tinte fosche:“Accrescevano l'ammirazione degli astanti la nobile sembianza di Germanico e il cocchio carico dei suoi figli.
Serpeggiava, tuttavia, una segreta paura negli animi di coloro che consideravano qiuanto malaugurato era stato al padre di lui, Druso, il favore della folla
”.
Nubi oscure si addensarono sul nobile capo di un uomo tanto eccelso: non molto tempo dopo, la sua fulgida stella si sarebbe forzatamente spenta.
In effetti l'invio in Siria, in qualità di governatore della provincia, di Cneo Pisone e della sua infida moglie Plancina, da parte di Tiberio, sembrarono apparecchiare il terreno a tempi sventurati per Germanico, che vi si recava per ripristinare i disordini a Oriente.
Tacito è conscio del disegno malvagio dell'imperatore, che con la presenza di Pisone predisponeva il campo adatto alla caduta del nipote, troppo virtuoso, troppo amato, troppo pericoloso per suo figlio Druso Minore, più giovane e smidollato rispetto al cugino: la linea di successione diretta, agli occhi di Tiberio, era gravemente minacciata dalla personalità superiore di Germanico.
Partì dunque la corsa contro il tempo di Cneo Pisone che, precedendo il generale nel viaggio verso la Siria, intendeva creare ad arte la situazione più favorevole al compimento dei propri misfatti: “Qui con donativi, con intrighi, col favorire i peggiori soldati, rimuovendo dal loro grado i vecchi centurioni e i rigidi tribuni, e ponendo al loro posto clienti suoi e ogni peggiore elemento, fece in modo che negli accampamenti penetrasse l'ignavia e nelle città la licenza, mentre lasciava i soldati liberi di vagabondare per la campagna, in allegra arroganza”.
Questa la biasimevole situazione che Germanico, proveniente dall'Armenia dove si era recato per dirimere le controversie dinastiche, si trovò di fronte: il piano malefico di Tiberio cominciava a muovere i suoi perversi ingranaggi.
Gli alterchi e l'astio marcarono sin da subito il rapporto tra il generale e il governatore, costretti a operare, in nome dell'Impero, fianco a fianco nel medesimo luogo: l'umanità e la tolleranza del primo si scontrarono con la livida e malcelata avversione di Pisone, il quale non poté che rallegrarsi di fronte all'improvvisa malattia che colpì il suo avversario.
Germanico, infatti, fu vittima di un misterioso morbo che lo costrinse infermo a letto ad Antiochia.
Dopo un illusorio quanto breve miglioramento, la salute del cesare s'aggravò a tal punto da condurlo alla fine dei suoi giorni.
Sin dalle prime ore dalla comparsa del male si ipotizzò, da parte di Germanico stesso e della sua famiglia, un avvelenamento causato, direttamente o tramite complici, da Cneo Pisone e da Plancina, veri e propri sicari su mandato di Tiberio.
Tacito pare sposare senz'altro la tesi del complotto, perpetrato in Siria ma ordito nelle stanze del palazzo imperiale, sul Palatino: “La convinzione di essere stato avvelenato da Pisone accresceva in Germanico stesso la fiera violenza del male; tanto più che si erano trovati, estratti dal suolo e dalle pareti, avanzi di corpi umani, formule di invocazione e il nome di Germanico inciso su tavolette di piombo, ossa non ancora incenerite e coperte di sangue rappreso, e altri incantesimi.
Nello stesso tempo si diffondevano voci di accusa contro alcuni inviati di Pisone, che si dicevano venuti a spiare l'aggravarsi della malattia di Germanico
”.
Come non di rado accade ai grandi della Storia sul punto di morte, anche Germanico proferì le estreme parole: “Se io morissi di morte naturale-testimonia un commosso Tacito- sarebbe legittimo il mio dolore, anche contro gli dei, che con morte prematura mi strapperebbero nel fior della giovinezza ai genitori, ai figli, alla patria; ora, tolto di mezzo dalla scelleratezza di Pisone e di Plancina, io affido al vostro affetto le mie ultime preghiere: riferite al padre e al fratello da quali insidie circuito, io abbia finito con una terribile morte una infelicissima vita.
Piangeranno Germanico anche coloro che non l'hanno mai conosciuto: mi vendicherete voi se, più che la mia fortuna, avete amato me
”.
Le ceneri del marito, cremato in Antiochia, furono riportate dall'affranta Agrippina in una urna a Roma: qui si tennero sobri ma solenni funerali.
Lo sconforto fu generale: “La notizia della morte infiammò talmente i discorsi del popolo, che prima dell'annuncio ufficiale fatto dai magistrati, prima della deliberazione del Senato, interrotti per il lutto i pubblici affari, i tribunali furono abbandonati e si chiusero le case. Dovunque silenzio e pianto”.
La morte di Germanico si pone a pieno titolo quale dramma simbolico di travagliati decenni giulio-claudii: un'era di morti efferate, violente, non di rado subdole, che colpivano in modo feroce anche i consanguinei, senza pietà per chi si frapponesse tra l'aspirante al potere assoluto e il suo pieno conseguimento.
E pure chi il potere già deteneva, non si faceva scrupoli nell'eliminare via via ogni sorta di ostacolo, persona o circostanza che fosse.
L'escalation sanguinosa di assassinii in famiglia, senza alcun ritegno e minimo rispetto per i ruoli intangibili di genitore, coniuge, figlio, ammantò di sé la dinastia giulio-claudia così profondamente da assurgere, nella memoria collettiva, a manifesto stesso della vita di corte del primo periodo imperiale.
Germanico (forse d'intelletto troppo puro) non ebbe l'abilità e la prontezza di sottrarsi a questo vortice delittuoso che, partito con Augusto, acquisiva sotto Tiberio un pieno e irrefrenabile moto inerziale: solo con Nerva e gli imperatori hispanici (anche se relativamente) l'ondata di eventi cruenti si placò.
Il giovane generale si ritrovò incastrato là dove la propria grandezza l'aveva condotto, cioè tra gli ingranaggi complessi e devastanti del potere, meccanismi capaci di triturare anche le personalità più eccelse: le leve della conduzione del paese potevano esser mosse da pochi...anzi, da uno solo.
Tiberio e Germanico furono spiriti, nelle loro diverse connotazioni, tanto superiori ai loro contemporanei, da sopravanzarli di spanne per carattere, carisma, prestigio. Ma il nuovo status politico di Roma, che accettava un solo uomo al comando, non dava adito a condivisioni potestative, che tanto sapevano di antiche realtà repubblicane e consolari.
Germanico nutrì sincera (e ingenua) ammirazione verso lo zio Tiberio, e fu certamente lungi dal tentare di eliminarlo, aprendosi così la strada al pieno potere: ma la morte precoce gli impedì d'essere d'aiuto, quanto avrebbe potuto, all'irascibile parente.
Probabilmente, l'incondizionata fedeltà avrebbe spinto il figlio di Druso a osservare appieno il ruolo di successore designato, e questo sino a quando la sorte avesse permesso a Tiberio di regnare.
Allora, e solo allora, il valente nipote si sarebbe vestito della porpora imperiale. E, caso fortuito, se ciò fosse accaduto veramente, Germanico sarebbe salito al potere in età avanzata (avrebbe avuto circa cinquantadue anni) proprio come era accaduto per lo stesso Tiberio, che successe al grande Augusto a oltre cinquantasei anni.
Tuttavia il destino (o la perversa natura umana?) così non volle, e mai fu più giustificato il rimpianto del mondo per aver visto governare, al suo posto di Germanico, il figlio, l'abominevole Caligola.


Riferimenti bibliografici

TACITO, “Annales”, Bur, Milano, 2004
Documento inserito il: 25/01/2016
  • TAG: impero romano, germanico, tiberio, germani, tacito, annales

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