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Il Risorgimento e la storia

di Maria Cipriano

A chi scambia le proprie convinzioni, inclinazioni e simpatie personali con i documenti e i fatti della Storia, riuscirà inutile qualsiasi lezione. Perciò oggi, di fronte al dilagante revisionismo anti-Risorgimentale che ha radici lontane, il compito di un qualsiasi storico che volesse confutare quelle tesi, risulta tutt’altro che facile e bene accetto: anzi spesso è recepito con fastidio, rabbia e addirittura sbalordimento da un pubblico nel quale è ormai entrata in circolo una sorta di superficiale e maldestra avversione verso chi, a prezzo di enormi sacrifici, riunificò l’Italia e le diede finalmente un unico Stato, realizzando, in mezzo a mille difficoltà, un sogno di secoli, che sembrava irrealizzabile.
Nonostante le accuse anti-Risorgimentali siano spesso al limite della rozzezza, sparate a ripetizione da rudimentali mitraglie, e, messe a confronto serio con i documenti vagliati dalla critica storica, giocoforza siano destinate a smorzarsi, le prese di posizione emotive, ideologiche e indotte dai media non si arrendono tanto facilmente, e dunque continuano a fare scena, avallate da certa parte del sistema politico. Non a caso vediamo che le grida dei variegati denigratori dell’Unità d’Italia, lungi dall’acquietarsi, si impennano e reimpennano in continuazione, ripetendo le ormai logore tesi che il Risorgimento fu opera di una minoranza (senza specificare quale), preparato a tavolino da un crocchio di intellettuali, preferibilmente massoni (senza specificare di quale obbedienza massonica o loggia eventualmente si trattasse, visto che la Massoneria era un ginepraio), inventato dai settentrionali per appropriarsi del meridione e delle sue ricchezze (dimenticando che fu la Carboneria a dare avvio al Risorgimento, la quale nacque precisamente nel Sud Italia), portato a esecuzione dalle armi dei piemontesi (ma forse che il primo Governo del Regno d’Italia nel 1861 era composto da soli piemontesi o che l’Esercito meridionale messo in piedi da Garibaldi non era composto per la gran parte da meridionali?), rovinoso soprattutto per il mezzogiorno, dove l’esplodere del brigantaggio (che c’era sempre stato quale espressione di un profondo disagio sociale) starebbe a dimostrare quanto inviso il Risorgimento fosse alla gente del Sud, la quale a gran maggioranza si ribellò alle novelle autorità, inalberando il vessillo bianco dei Borboni in paesi e città, al punto che solo i rigori militari sabaudi e la legge Pica (che peraltro era un meridionale) riuscirono a riportare l’ordine e la normalità.
A seguire, l’anti-Risorgimento in servizio permanente effettivo (un’ammucchiata di cui ormai può far parte chiunque, da qualunque parte venga), enuncia i disastri, gli insuccessi e i fallimenti che, a detta sua, il Regno d’Italia avrebbe causato nel mezzogiorno, che, spogliato delle sue immense ricchezze, avrebbe reagito con l’emigrazione di massa: salvo poi spiegare perchè mai l’emigrazione meridionale avvenne ai primi del novecento piuttosto che all’indomani dell’Unità d’Italia, come parrebbe logico. Ma la logica non rientra nelle pontificazioni denigratorie di questi signori i quali, proprio in ragione della loro eterogenea provenienza (cattolica, comunista, anarchica, leghista, indipendentista, neoborbonica, e chi più ne ha più ne metta), affabulano insieme un confuso coacervo d’illazioni nel quale neppur loro si raccapezzano. Un esempio di ciò è la “leggenda nera” del lager di Fenestrelle dove, secondo la vulgata anti-risorgimentale, gli ex militari borbonici fatti prigionieri dai “piemontesi” perirono a migliaia nel freddo e negli stenti, e che si è trasformata in una sorta di boomerang, non trovandosi veruna prova a carico dei presunti aguzzini, ma anzi, le prove contrarie: di quanto pochi fossero i militari meridionali (e pontifici) reclusi in quel remoto luogo e colà defunti. D’altra parte, se la logica non è un’opinione, basterebbe considerare che, se all’indomani dell’Unità d’Italia e già nel corso del Risorgimento operavano numerosi ex militari borbonici in posti di comando (il contrammiraglio Giovanni Vacca per esempio), ciò significa che costoro davano affidamento, e infatti, in breve volgere di tempo, ¾ dell’esercito di Francesco II trapassò nel nuovo Esercito conservando gradi e stipendio (almeno 60.000 uomini su 100.000). Dei restanti, la più parte si sbandò per varie ragioni, facendo perdere le proprie tracce, passando il confine, o rientrando ai paesi d’origine, e solo una parte minoritaria cadde prigioniera nelle ultime operazioni militari (Garibaldi infatti era solito liberare i prigionieri): non più di 10.000 uomini, dunque, un migliaio dei quali finì a Fenestrelle. In codesto luogo sito a 1200 metri d’altitudine i prigionieri borbonici certamente soffrirono, molti si ammalarono, molti altri erano già ammalati (come il generale La Marmora descrive in una sua lettera), e si cercò di curarli, di vestirli e di integrarli nel nuovo Stato, non sempre riuscendoci: niente dunque che abbia a che vedere con il programmato genocidio di decine di migliaia di meridionali sventolato da neoborbonici, ma piuttosto una realtà drammatica dal punto di vista umano e incresciosa dal punto di vista politico, a cui il novello Regno d’Italia fece fronte nell’unico modo possibile. Forse si poteva fare di più e meglio, ma dal punto di vista statistico il Governo poteva già dirsi completamente soddisfatto del fatto che l’ex esercito borbonico non costituva un pericolo.
Del resto, gli studi sul brigantaggio parlano chiaro: esso non fu condotto dagli ex militari di Francesco II se non in termini del tutto irrisori, come invece sarebbe stato logico e naturale se per davvero fosse esplosa una rivolta di popolo contro il Regno d’Italia, nostalgica dei Borboni, bensì si svolse all’insegna della pressochè totale anarchia, disordine, sparpagliamento e improvvisazione di bande brigantesche composte da svariate centinaia di individui ciascuna (nel migliore dei casi da 1000-1200 uomini), reclutate, armate e finanziate in appositi centri di raccolta nello Stato Pontificio che, vedendosi direttamente minacciato da Garibaldi che risaliva vittoriosamente da Sud e dalle truppe Regie che scendevano vittoriose da nord, preso dal panico per la propria sopravvivenza, corse immediatamente ai ripari diventando il centro logistico-organizzativo dell’anti-Risorgimento, arruolando vere e proprie bande di malviventi, sbandati, contadini senza-terra e gente di ogni specie per azioni di disturbo, sabotaggio e guerriglia oltreconfine, ancor prima che il Re Borbone fosse definitivamente sconfitto a Gaeta, il 13 febbraio 1861. Dopo la sconfitta di Gaeta, che decretò la fine del Regno delle due Sicilie, trovando la Corte Borbonica rifugio sopra una nave francese che la condusse direttamente nello Stato Pontificio, presso il suo principale alleato e sostenitore, il fenomeno aumentò in modo esponenziale, ammantandosi di un alone politico-religioso-legittimista per la difesa del Trono e dell’Altare, che però fu più conclamato che reale, in quanto le torme brigantesche non erano facilmente addomesticabili nè affidabili, e, una volta partite dai centri di arruolamento provviste di armi e bagagli, andavano ognuna per la propria strada, attratte, più che dalla causa legittimista, dai saccheggi, i delitti, gli stupri e le rapine. Un esempio emblematico di questo modo di procedere fu il massacro e il saccheggio del paese di Ruvo del Monte, in Lucania, il 10 agosto 1861, dove a tutt’oggi una lapide e un murale ricordano gli efferati delitti compiuti dai briganti e l’eroismo con cui la popolazione locale si difese.
Preoccupato da ciò, il Re Francesco II con la sua Corte in fuga e poi in esilio a Roma, rivelatosi illusorio ogni tentativo di ricomporre un Esercito ormai disfatto materialmente e moralmente, passato com’era da una sconfitta all’altra nonchè attraversato dalle diserzioni, volendo riproporsi all’Europa in modo presentabile onde rientrare in possesso del proprio Regno, aveva già da tempo pensato di assoldare, fra i tanti esperti comandanti e mercenari stranieri che gli si offrivano, un qualcuno che, oltre a essere esperto di cose militari, fosse anche fedele, capace, coraggioso e sinceramente devoto alla causa legittimista, e la scelta era caduta sopra un ufficiale spagnolo di provata esperienza militare, tattica e strategica: don Josè Borges, fanatico e visionario, già offertosi volontario in Sicilia contro Garibaldi. Una sorta di anti-Garibaldi legittimista e sanfedista, con il compito preciso di dare alle bande brigantesche un capo e un indirizzo unitario e disciplinato, in modo da dimostrare all’Europa che l’impresa dei Mille era stata un fallimento e le popolazioni meridionali reclamavano il ritorno del legittimo Sovrano.
Per far questo, però, bisognava forzare la realtà, dimostrando che effettivamente i meridionali ricusavano in massa i “piemontesi”, e ciò non lo si poteva assolutamente dimostrare, anzi l’Esercito meridionale formato da Garibaldi e la grandiosa battaglia del Volturno, combattuta e vinta dai garibaldini nell’ottobre del 1860, in cui soprattutto i meridionali si erano valorosamente battuti, stavano a dimostrare l’esatto contrario. Pur tuttavia le centrali filo-borboniche, aiutate dal Papato, dalla Francia, dalla Spagna, e da oscuri registi delle più svariate provenienze (l’Austria certamente non poteva esservi estranea), non si persero d’animo, disposte a inventare anche quello che non c’era. Fu così che la buona fede dello spagnolo Josè Borges, esperto d’armi ma non di politica, fu raggirata da una serie di dettagliate e altisonanti istruzioni scritte -di cui è stata rinvenuta la documentazione fra le sue carte private-, in cui i briganti non venivano nominati affatto e si lasciava piuttosto intendere che la gran parte del popolo delle Due Sicilie fosse pronta all’insurrezione e non attendesse che un prode condottiero per compattarsi all’azione ricostituendo un esercito regolare contro gli usurpatori piemontesi. Abbindolato da queste false credenze, suffragate dal generale Tommaso Clary, portavoce del Re in persona, il Borges e i suoi compari catalani, aragonesi e baschi, cui veniva offerta ampia disponibilità di danaro (per quel che riguarda le armi fu loro assicurato le avrebbero trovate in gran numero direttamente sul continente), sbarcarono ingenuamente in Calabria il 13 settembre 1860, con al seguito due soli soldati borbonici (il che avrebbe già dovuto insospettirli), ma, laddove doveva ardere il focolaio della rivolta popolare, con scorno e sbalordimento trovarono poco meno che il nulla. Per ammissione dello stesso Borges, e per le memorie scritte dell’ex brigante Carmine Crocco che lo conobbe di persona (“Note autobiografiche” di Carmine Crocco -1903), lo “sbarco” di Borges e dei suoi, al contrario di quello di Garibaldi, andò incontro a un fallimento totale dalla Calabria alla Basilicata, dov’egli arrivò dopo fughe rocambolesche tra i boschi e le montagne di quei luoghi impervi, inseguito dai bersaglieri, braccato dalle spie, circondato dall’inaffidabilità della popolazione che in più di un caso lo aggredì, una parte della quale, con enorme sua meraviglia, serviva in armi accanto agli “usurpatori piemontesi” sotto il nome di “Guardia nazionale”. Lui stesso, nel suo diario (Don Josè Borges –il Giornale, annotazioni dal 22 settembre 1860 al 30 novembre 1861), annotò i tradimenti dei contadini, dei pastori e della gente comune che, anziché arruolarsi per riportare Francesco II sul trono, si affrettava ad avvertire le autorità di un Regno d’Italia che ancora doveva essere proclamato.
Così, quella che avrebbe dovuto essere la contro-impresa dei Mille, si tradusse in un solenne fiasco, e Borges con i suoi, mentre, dopo mesi di estenuante guerriglia, tentavano stremati di riparare nello Stato Pontificio per far rientro a Roma a riferire al Re, grazie alla delazione dell’ennesimo contadino che si finse sostenitore della causa Borbonica e andò invece a riferire il loro nascondiglio alle autorità, vennero catturati e fucilati l’8 dicembre del 1861 dai bersaglieri, verso i quali il Borges espresse ammirazione al momento della cattura, pretendendo scindere il proprio ruolo di soldato da quello delle bande criminali e ladresche a cui pure si era unito nella vana illusione di farne un esercito regolare al servizio di Francesco II.
Questo è solo uno dei tanti esempi di confutazione che si potrebbero fare delle tesi revisioniste del Risorgimento, che tanto glorificano i briganti. Un Risorgimento di cui si parla e si straparla, quasi sempre senza conoscerlo, credendo basti leggere qualche libercolo colorato e ...colorito, anziché i ponderosi volumi e documenti della Storia.
Il rapido volgere a fallimento dell’impresa di Borges è la migliore attestazione che la tanto decantata insurrezione politico-sociale-lealista della popolazione del mezzogiorno non fu che un’invenzione della propaganda borbonica-clericale: un’etichetta retorica e posticcia appiccicata addosso al brigantaggio comunemente inteso, le cui fila per ovvi motivi s’ingrossarono esponenzialmente prima e dopo la sconfitta di Gaeta (furono all’incirca 400 le bande sparse su poco meno di ¾ del territorio del mezzogiorno, quindi non sull’intero territorio) investite da un compito politico a cui non erano assolutamente in grado di far fronte in modo credibile: ma Francesco II non disponeva di niente di meglio. La cosa è tanto più vera in quanto, nonostante le ostinate speranze del deposto Sovrano, proprio dal punto di vista militare non si riuscì mai a organizzare niente che andasse oltre la volgare guerriglia “mordi e fuggi”, agevolata dalla morfologia di quei luoghi selvaggi, isolati e privi di strade in cui i briganti andavano puntualmente a nascondersi, e a battere la quale non sarebbero bastati tutti i contingenti del Regio Esercito (metà dei quali cadevano puntualmente ammalati per le disastrose condizioni logistiche e igieniche in cui dovevano agire) senza l’aiuto della popolazione in loco, come i fatti di Borges ben dimostrano. Della popolazione interessata, infatti, soltanto una modestissima percentuale accolse, tramò e parteggiò per i briganti, e non sempre per spontaneo sentimento, bensì per la paura di veder saccheggiati e incendiati i propri paesi, cosa che essi facevano abitualmente se non li si accoglieva più che degnamente, rifocillandoli e reimpinguandoli di beni e danaro. Un monumento andrebbe eretto perciò ai meridionali che si opposero a tutto questo, e, spesso isolati, non potendo nessuno soccorrerli, si difesero da soli, morendo con le armi alla mano o senz’armi, difendendo il Tricolore mentre le proprie contrade venivano date alla fiamme, i beni asportati, distrutte le opere pubbliche in costruzione, massacrati i familiari, donne, vecchi e bambini, spesso atrocemente.
Il vano sogno di Francesco II di veder insorgere in massa i suoi popoli sotto un prode comandante militare che non fosse un volgare brigante, naufragò dunque miseramente fin dall’inizio, e solo forzando la realtà si può dare al brigantaggio risorgimentale e post-unitario il nome di rivolta popolare, e ancora meno, di insurrezione politica e sociale. Non fu rivolta popolare perché mancarono i numeri per definirlo tale. Non fu insurrezione politica e sociale perché mancarono i contenuti, i programmi, una progettualità rivoluzionaria organica.
Fu invece una guerriglia, confusa e disorganica, un ribellismo violento e sanguinario che invano altri “capi” stranieri tentarono di unificare e dirigere: una piaga che insanguinò a lungo quelle contrade, e di cui lo stesso Stato Pontificio fece le spese, poi, quando ciò che aveva con tanta solerzia organizzato contro il Regno d’Italia gli si ritorse contro. Alcune bande di briganti in fuga, infatti, braccate dal Regio Esercito, finirono per sciamare nello Stato Pontificio dove continuarono le loro “eroiche” imprese. Fu così che la politica del Papa cambiò dalla sera alla mattina, e, caduta nel 1863 ogni speranza di restaurazione del Regno delle due Sicilie, soprattutto dopo che Adolphe Von Rotschild (che aveva seguito il Re Francesco II nella fuga da Napoli ) ebbe chiuso i finanziamenti per mancanza delle condizioni obiettive che li giustificassero, lo Stato Pontificio s’affrettò a stipulare accordi con il Regno d’Italia per combattere il tristo fenomeno del brigantaggio che aveva invaso anche le sue contrade, e che potè dirsi definitivamente concluso soltanto con la presa di Roma, dopo che Francesco II e l’austriaca consorte (che fino alla morte sperò di rientrare in possesso del Regno perduto) se ne furono andati da Palazzo Farnese, che era stato per anni la centrale di tutti gli intrighi, le trame e le vendette ordite dal Re Borbone e dal Papa, in combutta con le potenze straniere, contro l’Unità d’Italia.
Documento inserito il: 03/07/2015
  • TAG: risorgimento, brigantaggio, unità italia, regno due sicilie, borboni spagna, savoia, giuseppe garibaldi

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