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La questione dell'Unità Nazionale [ di Rosa Ventrella ]

La questione nazionale diventa, nell’Ottocento, una faccenda davvero importante. Ci si interroga su che cosa sia una nazione e quali gli elementi che saldino il senso di appartenenza nazionale.
Un dato inconfutabile è, infatti, che il concetto di nazione non possa focalizzarsi solo su dati oggettivi. Pensiamo alla lingua, per esempio. Se prendiamo il caso italiano, sappiamo bene come gli italiani abbiano convissuto per anni, con una netta prevalenza dell’uso del dialetto che di una lingua condivisa.
Diverso, invece, il caso tedesco, dove l’unità linguistica fa, per esempio, da collante rispetto a un’unità nazionale fortemente caldeggiata dall’alto, dal Governo.
Quando la Prussia si trasforma nel secondo Reich, si instaura un modello statale fortemente autoritario, che esautora le forze politiche e sociali sentite come anti-nazionali.
Il processo di unificazione del nostro Paese, invece, vede entrare in gioco una combinazione dell’elemento statale e di quello democratico.
È indubbio che senza le forze repubblicane e democratiche, senza mazziniani e garibaldini quindi, l’unità statale non si sarebbe raggiunta.
È indubbio anche che alcuni elementi siano stati caricati di forte valore ideologico e simbolico. Pensiamo a Garibaldi, il quale è diventato a tal punto il simbolo dell’unità del Paese da essere assunto, molto più tardi, come emblema del Fronte democratico.
Lo Stato, quindi, si ritrova, sin da subito, a fare i conti con il retaggio di elementi democratici e repubblicani, che per quanto fondamentali per il processo di unificazione nazionale, si qualificano immediatamente dopo come elementi anti-sistema.
L’Ottocento è un secolo complesso, di grandi trasformazioni, durante il quale i vari processi di unificazione nazionale si accompagnano all’acquisizione anche di nuove forme e nuovi modelli economici. Basti pensare al ruolo assunto dall’identità statale nei processi di industrializzazione che hanno coinvolto gli stati europei, alla svolta protezionistica attuata nei Paesi di più recente industrializzazione, che permane fino alla Grande Guerra, per poi ripresentarsi nelle vesti dell’autarchia dei fascismi.
Le grandi innovazioni ottocentesche si cristallizzano in modelli diversi. Il punto diventa come governare i nuovi soggetti sociali?
La via italiana all’unificazione nazionale si potrebbe definire di contaminazione. Fuori dall’area della legittimità possiamo collocare le forze cattoliche (per via di un mancato riconoscimento nel nuovo stato unitario) e quelle repubblicane e democratiche.
Lo stato liberale, però, mostrerà un’incapacità di fondo a gestire i nuovi soggetti sociali, affacciatisi prepotentemente alla ribalta, anche per via dell’allargamento del suffragio, attuato dallo stesso Giolitti.
Vi è, quindi, un profondo distacco tra forze politiche e Paese reale. Non è da sottovalutare, inoltre, il fatto che i cattolici non si riconoscano nella nazione unitaria, come evidenziato dal “non expedit”, proprio perché le masse popolari, invece, si riconoscono profondamente nel cattolicesimo.
La questione romana, quindi, complica la già difficile situazione dell’Italia post-unitaria. In questa variegata compagine di contrasti e speranze inattese, possiamo di certo scorgere il preludio del movimento fascista, che, più di altri, riuscirà a strumentalizzare le frustrazioni delle diverse parti sociali, a galvanizzare gli animi, per la vittoria della propria causa.
Se la premessa dell’Unità, infatti, si è fondata, in pratica, sull’esautoramento dei poteri più rappresentativi del sentire di massa, è evidente che questo clima apre la strada al movimento che, per primo, riuscirà a veicolare le parti emarginate dal processo di unificazione.
Potremmo parlare di rivoluzione liberale incompiuta. Un processo lungo anni, che raggiunge l’apice nel primo dopoguerra, quando definitivamente assistiamo allo scardinamento dello Stato liberale, tant’è che i voti delle elezioni del ’19 si concentrano proprio su forze che non si riconoscono nello stato legittimo, come popolari e socialisti.
La risposta alla crisi è l’insediamento dello stato fascista, che, in un certo senso, rassicura tutti, mostrandosi come un sistema di “democrazia senza libertà”, ovvero un modello riconosciuto dalle masse, ma che si realizza con la soppressione progressiva delle libertà fondamentali.
Gli strumenti del fascismo sono quelli della società di massa e, come lo definirà Togliatti, di certo il fascismo è stato un “regime reazionario ma di massa”.
Non si è trattato quindi di un ritorno all’Ancien Regime, ma di un regime che piuttosto si è servito di mezzi moderni, per un ritorno al passato!
Documento inserito il: 07/01/2015
  • TAG: risorgimento, ottocento, questione unità nazionale, lingua condivisa, dialetti diversi, elemento statale, elemento democratico, mazziniani, garibaldini, forze politiche, paese reale, distacco, questione romana, partito popolare, socialisti,
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