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Difendere il Risorgimento, Difendere Garibaldi.

di Maria Cipriano


La studiosa e ricercatrice sarda Anna Tola -che purtroppo appartiene alla schiera di studiosi che non compaiono nei principali circuiti mediatici dell'informazione, e della quale consiglio il libro “Garibaldi, la riscoperta di un eroe”,- ha tempo fa sbugiardato una delle tante vane accuse che vengono mosse al nostro Eroe con intento calunniatorio: che cioè egli fosse ateo e miscredente, insomma un bieco materialista, scambiando la sua notoria avversione al Papato come istituzione temporale responsabile in primis della divisione dell'Italia, e in particolare la sua avversione a Pio IX (aveva chiamato “Pionono” uno dei suoi asini a Caprera), con un presunto suo ateismo e disprezzo della religione, mentre invece risultano acclarate le sue convinzioni spirituali-metafisiche circa la sopravvivenza dell'anima dopo la morte, i suoi sentimenti verso Gesù Cristo, Dio, il Vangelo, il ruolo della religione, e i buoni preti come li chiamò lui stesso nel suo proclama da Salemi nel 1860.
Nel 1861 scrisse: “Incombe ai veri sacerdoti di Cristo una missione sublime. Essi senza falsare la loro coscienza di Italiani non ponno rimanere complici di quanto si operi in Roma, a detrimento della causa santa del nostro Paese.”.
Ma ancora molti anni prima, quando pareva che il neo-eletto papa Pio IX prendesse a cuore la causa dell'Italia contro l'Austria, Garibaldi dal Brasile gli inviò una serie di lettere tramite il cardinale Gaetano Bedini, nunzio apostolico in quel Paese, tra cui la seguente di cui riproduco le belle parole:
Offro a Pio IX la mia spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa, ricordando i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali, pur sapendo che il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli.

Giuseppe Garibaldi


San Tommaso d'Aquino, che all'amor di Patria annetteva grande importanza, probabilmente avrebbe risposto a Garibaldi già nel XIII° secolo, cioè ai tempi suoi, assicurandogli la protezione divina, la propria benedizione, e, dalla sua elevata sapienza, impartendogli preziosi consigli. Non così Pio IX, le cui promissioni in pro dell'Italia si rivelarono un fuoco di paglia. Egli non solo non rispose a Garibaldi, ma, in barba alle pur buone intenzioni del cardinale Bedini, ordinò che non si venisse assolutamente a risapere che colui gli aveva scritto. A suo dispetto, però, il Risorgimento andò avanti lo stesso fino a travolgere il suo tarlato trono temporale, e Garibaldi uscì incolume da tutte le battaglie, i patimenti, le fughe, gli esili e i tentativi di eliminarlo, proprio come Dio gli avesse assegnato una protezione speciale, quella che i musulmani chiamano “la predilezione di Allah”, quando cioè uno sfugge incredibilmente tante volte alla morte.
Certo Garibaldi non seguiva il catechismo della Chiesa cattolica, non era un cattolico osservante, sicuramente era un anticlericale il cui anticlericalismo si acuì fortemente con la questione Romana, in particolare dopo la sconfitta di Mentana (1867) che lo abbatté psicologicamente facendolo disperare dell'agognato traguardo di Roma capitale, e meno che mai credeva all'infallibilità del Papa stabilita come dogma nel 1870 (guarda caso alla data della presa di Roma), ma non era ateo, non era materialista, e nemmeno si può dire che odiasse la Chiesa come entità spirituale e gli uomini di Chiesa come onesti ministri di Cristo. Chi conosce il Risorgimento sa anzi quanto importante sia stata la loro partecipazione alle travagliate vicende Risorgimentali, quanto abbia influito sull'animo della gente, quanta carica ulteriore abbia apportato alla causa nazionale, e che presa avessero sulle folle le prediche patriottiche di frati e preti che, per esempio, infiammarono la Sicilia durante l'impresa dei Mille, come riferiva Nino Bixio nelle sue lettere alla moglie, quando anche l'arcivescovo di Palermo si schierò dalla parte di Garibaldi suggerendogli con una comunicazione segreta la strada per giungere a Palermo gabbando i borbonici.
E' infatti molto lungo l'elenco dei religiosi che, in barba a scomuniche e minacce, presero parte attiva al Risorgimento dal nord al sud della penisola, e contraddicono flagrantemente tutta la briga che Pio IX si diede di scaricare la colpa del presunto “Risorgimento anticristiano” su di un'immaginaria Massoneria internazionale che allora non esisteva affatto. Cosa mai poteva aver a che fare la Massoneria con la spontanea partecipazione al Risorgimento del clero, in particolare il clero più umile e vicino al popolo? Era stata forse la Massoneria a ordinare ai conventi e alle chiese di aprire le porte a Garibaldi, era stata la Massoneria a ordinare alle suore di preparagli i dolci e correre a baciarlo, ad Alcamo, a Palermo, a Messina, attraverso tutta la Calabria fino a Napoli? Quivi il nostro Eroe, dopo aver ricevuto ovunque benedizioni solenni del Santissimo Sacramento benché scomunicato, il 31 ottobre 1860 aveva arringato la folla plaudente dicendo: “Io sono cristiano e parlo a dei buoni cristiani. Io amo e venero la religione di Cristo perché Gesù Cristo è venuto al mondo per sottrarre l'umanità alla servitù che non è lo scopo per cui Dio l'ha creata. Ma il Papa, il quale vuole che gli uomini siano schiavi, e chiede ai potenti della terra ceppi e catene per gli Italiani, il papa-re misconosce Cristo, misconosce la sua propria religione.” Aveva forse torto? No. E non per colpa della Massoneria, ma per colpa dello stesso che, temendo per il suo ormai logoro trono temporale, l'aveva scomunicato, scaricando poi le colpe nell'immaginario. Un immaginario a cui peraltro gli austriaci non credevano affatto, ben sapendo che il Risorgimento era un prodotto genuino degli Italiani e ne rifletteva tutte le caratteristiche, difetti compresi.
In quanto alla Massoneria, pur originariamente procedendo dalla Casa Madre inglese, già nella seconda metà del settecento si era inevitabilmente frazionata in tanti rivoli, quasi sempre discordanti se non inconciliabili tra loro e con le rispettive obbedienze di riferimento, più disobbedite che obbedite se non ignorate addirittura, le cui principali, di Londra e di Parigi, erano come cane e gatto per i diversissimi contesti in cui erano nate e si svolgevano, e si sa che la Massoneria, per sopravvivere nel tempo, attingeva dai contesti locali i propri contenuti e orientamenti, e non il contrario. Per esempio alcune logge francesi, influenzate dalle idee repubblicane più spinte, soprattutto della Terza Repubblica, cominciarono a ipotizzare l'ammissione delle donne, il che era impensabile per gli inglesi.
Ma il papa Pio IX, preoccupato del lievitare del movimento Risorgimentale i cui partecipanti erano tutti cattolici battezzati, spesso osservanti e praticanti se non consacrati addirittura, volendo accreditare presso il governo di Vienna la tesi del complotto internazionale, asserì che la Massoneria si faceva scudo della persona di Cristo per trarre in inganno i fedeli, quando invece la Massoneria ignorava bellamente Gesù Cristo sostituito con un generico “architetto dell'universo” e con altrettanto generiche citazioni della Bibbia, della Cabala e di una miriade di altre fonti le più eterogenee e contraddittorie, cucite assieme da suggestivi simboli che mettevano in soggezione i neofiti, incutendo timore e riverenza. In più, si trattava di una consorteria estremamente elitaria che attingeva adepti per lo più tra la gente che contava, possibilmente ricca, influente e colta, riunendola in un raffinato cenacolo di speculazioni astratto-criptiche ammantato di libero pensiero, che in realtà era libero solo sulla carta trattandosi di un'organizzazione rigidamente gerarchica, così com'erano in gran parte solo sulla carta gli utopici cambiamenti teoricamente belli e buoni, ma praticamente irrealizzabili, che andava decantando. Come ho accennato, fecero parzialmente eccezione a questa regola principalmente le logge francesi, influenzate dalle idee della rivoluzione, e poi anche dal socialismo. Ma nel suo complesso la Massoneria fu una moda snob più che una filosofia, un cenacolo elitario di partecipanti astretti a un vincolo solidale, dunque un centro di utili conoscenze e scambi di favori. Men che meno fu una teoria politica, e meno ancora un programma concreto, o, peggio, rivoluzionario. Come poteva dunque ingannare i fedeli, in particolare gli italiani che miravano a realizzare un traguardo così ribaltante come l'Unità d'Italia e l'indipendenza dagli stranieri, un vero e proprio rivolgimento geopolitico a cui fu maestra la Carboneria che era tutt'altro dalla Massoneria?
Ma il Papa era convinto che Massoneria e Carboneria coincidessero. Né si curava di spiegare come mai anche in Austria prosperassero le logge massoniche, che, proibite formalmente nel 1795, continuarono sottotraccia, tanto che l'arciduca Massimiliano, fratello di Francesco Giuseppe, ne faceva parte, e ne faceva parte pure il presidente messicano Benito Juarez che lo fece fucilare nel 1867 in Messico. Logge che erano penetrate fino alla Corte dello zar a San Pietroburgo, che certo non aveva intenzione di rivoluzionare alcunché, e infatti la Massoneria si segnalava per una sua precipua caratteristica: l'immobilismo, diretta conseguenza della sua contiguità al potere di turno, conseguenza a sua volta di un'ulteriore caratteristica, il presenzialismo, vale a dire la smania di contare, per motivi d'immagine e di prestigio, ma soprattutto per interagire con il potere e dunque acquistare potere. Perciò la moltitudine di logge sparse per il mondo fin dal XVIII° secolo per emulazione di quelle inglesi e per mille altre ragioni che qui non posso analizzare, andavano ognuna per proprio conto a seconda dei contesti, delle convenienze e dei poteri di turno, in perfetto camaleontismo, un altro dei tratti caratteristici di quella congrega. Le logge nord-americane, per esempio, divennero ben presto completamente indipendenti, vere e proprie realtà a sé stanti che rispecchiavano il contesto particolare in cui erano inserite, in quel caso le forti ambizioni e gli slanci innovativi di una grande nazione nascente. Ma purtroppo siamo alle prese, e la Storia ne fa le spese, con improvvisazioni emotive, a cominciare da quella di Pio IX e dei suoi immediati predecessori, i quali non riuscendo a spiegarsi la genesi del Risorgimento e l'anticlericalismo dilagante, non riuscendo a spiegarsi la Carboneria, anziché porsi le vere domande che andavano poste, per esempio sulle gravi responsabilità della Chiesa, abbracciarono la comoda tesi del complotto internazionale massonico, buono per tutte le stagioni.
Oggi, personaggi ridicoli vanno declamando in giro che Garibaldi era un adepto della Massoneria inglese, ignorando che, se così fosse, gli inglesi lo avrebbero “incoronato” volentieri a Londra con tanto di cerimoniali, mentre invece il nostro risulta tardivamente aggregato (aveva 34 anni) a un'oscura loggia irregolare uruguayana venata dei tratti tipici del mondo sudamericano come lo spiritismo, e poi “incoronato” al supremo grado massonico all'indomani dell'Unità d'Italia da una piccola loggia di Palermo composta da poche decine di persone, di vaga derivazione giacobino-repubblicana che, oltre a non aver nulla a che fare con gli inglesi, non contava assolutamente nulla, ed era in urto con quella di Torino, introdotta per influenza dell'invadente Napoleone III, ansioso di procacciarsi centri di potere nel Regno d'Italia. Prima dell'Unità, infatti, la Massoneria nel nostro Paese, dopo la breve parentesi napoleonica che aveva fatto delle logge una servile longa manus di Napoleone I, era ridotta a pochi cocci sparsi e scoordinati, residuali di preesistenti logge di differenti provenienze, di cui le prime in ordine di tempo furono introdotte dagli inglesi a Firenze nel settecento, e certo erano ben lontane dal concepire l'Unità d'Italia e la cacciata degli stranieri dalla penisola. Non per nulla Mazzini scrisse chiaro e tondo che “la Massoneria non serve a niente.” Anzi: essendo state introdotte dagli stranieri, le logge erano funzionali e prone a questi, e Mazzini lo sapeva bene. Proprio per questo, e ben conoscendo l'invadenza e le brighe della Francia, intenzionata a fare del Regno d'Italia uno Stato vincolato a Parigi, Garibaldi si preoccupò di affrancare le logge massoniche italiane da qualunque ingerenza straniera nel tentativo di farle diventare esclusivamente nazionali, dedite a interessi nazionali, in particolare alla causa delle terre irredente e di Roma capitale, città che sarebbe dovuta diventare la sede centrale di una futura Massoneria unificata. Fu per questo che spronò alcuni dei suoi ad aderirvi, onde influenzarla in tal senso: cosa che riuscì solo in parte, sia per il disinteresse di Garibaldi nei confronti degli arzigogoli teorici e rituali massonici da cui si distaccò subito, sia per la connaturata rivalità, litigiosità e incostanza delle logge, causata proprio dall'incapacità congenita della Massoneria di darsi una forte idealità di contenuti univoca e permanente nel tempo.
Ebbene: contro gli striduli cicalecci dei denigratori anti-Risorgimentali, ogni tanto s'alza qualche “voce amica”, ma chissà perché non ha il sopravvento, e bande di dilettanti allo sbaraglio si cimentano in un argomento ad essi sconosciuto: la Storia del Risorgimento. In particolare riguardo a Garibaldi, a cicli alterni tirano fuori dall'incavo oscuro di uno sdrucito cappello a cilindro qualche accusa che pare più credibile, qualche colpa particolarmente abietta rivestita dell'ingannevole sembiante della verità, qualche getto di fango mutuato dai vecchi e ben noti denigratori dell'Eroe suoi contemporanei, e la conclamano ai quattro venti in sedicenti conferenze e simposi, in interviste e libri di giornalisti ed editori accoglienti, cosicché in molti ci credono, in molti ci cascano, vuoi per piaggeria, vuoi per superficialità, vuoi per far chiasso e farsi notare, vuoi perché rosi dal rancore, e per mille altre vacue ragioni. Allergiche come sono ai documenti e agli studi più seri, queste conventicole in ordine sparso sembrano ognora paghe di sventolare un'incompetenza che, essendo direttamente proporzionale all'ossessivo ripetersi delle loro sciocchezze, cozza irrefutabilmente contro le obiezioni che salgono dai documenti e perfino dal semplice buon senso.
Il mantovano Giuseppe Guerzoni (1835-1886), uno dei massimi biografi di Garibaldi, patriota e combattente in tutte le battaglie Risorgimentali -per inciso fu iniziato agli ideali Risorgimentali dal sacerdote don Ferdinando Bosio suo professore di liceo, poi arrestato e torturato dagli austriaci perché facesse dei nomi-, aveva già stilato una descrizione realistica dell'aspetto fisico del nostre eroe che conosceva da vicino avendogli fatto anche da segretario, cosicché non si capisce dove mai i ridicoli arruffatori odierni abbiano attinto la notizia che Garibaldi sia stato spacciato alle masse come alto, biondo e bellissimo: masse che peraltro l'avevano visto bene, avendo lui girato gran parte dell'Italia affacciandosi a tutti i balconi e le finestre. Chi dunque ha mai detto che Garibaldi era alto, biondo, bellissimo e con gli occhi azzurri se non codesti imbecilli in giro tra i loro compaesani? Era risaputo che non era alto di statura, non era bellissimo, aveva le gambe arcuate, gli occhi castani, i capelli e la barba rossicce. Il suo fascino fisico consisteva in quel volto statuario, espressivo e unico, nella sua voce forte e profonda, e nella sua indomita volontà cui si aggiungeva la forza straordinaria che aveva dentro di sé e sapeva comunicare con immediatezza agli altri, unitamente all'eccezionale carisma e alla tempra di comandante che erano connaturate in lui.
Difendere Garibaldi è perciò un sempiterno dovere perché significa difendere il Risorgimento, e difendere il Risorgimento significa difendere Garibaldi dalla farsa dei volgari attacchi a cui fu fatto segno fin d'allora da coloro che si opponevano con tutti i mezzi a quella che gli stranieri chiamavano con rispetto e timore la “rivoluzione italiana”. Se la rivoluzione ungherese, coeva a quella italiana, si esaurì nel sangue pervenendo ben presto a miti consigli con l'Austria, quella italiana nel sangue prosperò e si allargò lievitando fino alle estreme conseguenze: fino alla Grande Guerra. Da qui la sua manifesta pericolosità, che era molto chiara a Vienna.
Di invelenite accuse il nostro Eroe dovette dunque sopportarne anche in vita, addirittura per invidia dei suoi successi e della sua fama crescente, ragion per cui oggi non farebbe fatica ad ascriverle e ricondurle tutte alla stessa rozza matrice. I vecchi mondi sono duri a morire, e lui lo sapeva bene. Ma sapeva che bisogna tentare, che bisogna insistere, e far sorgere il nuovo fin dove si può, senza squassare l'esistente, ma raccogliendo in concordia le forze più sane. Troppo sangue aveva visto scorrere per desiderare che la rivoluzione italiana annegasse in un massacro come quella francese, o finisse nel caos. Anzi: proprio dagli errori sudamericani imparò a non ripeterli in Italia. Fu per questo che, dopo il suo secondo esilio, dopo aver detto in faccia a Mazzini ciò che pensava, aderì alla Società Nazionale patrocinata dal Cavour, e poi materialmente fondata da Daniele Manin, Giuseppe La Farina e Giorgio Pallavicino Trivulzio nel 1857. Il che non gli impedì di conservare coerentemente le sue idee di progresso, di emancipazione sociale e civile, di eguaglianza, libertà e giustizia sociale cui restò fedele fino alla morte, nonché di pensare a un'Europa diversa da quella di allora, perennemente in guerra, e certamente diversa da quella di oggi, votata al suicidio identitario delle nazioni, all'immigrazionismo e alla riscossione di soldi. Nelle mille vicissitudini e cambiamenti, lo spirito di Garibaldi rimase sempre lo stesso, quello che gli fece scrivere nel lontano 1833, riferendosi al suo ingresso nella Giovine Italia di Mazzini: “Certo non provò Colombo tanta soddisfazione nella scoperta dell’America, come ne provai io al ritrovare chi si occupasse della redenzione patria”.
Ma ciò che mi preme in questo saggio è porre l'accento su alcune critiche particolarmente aspre lanciate contro il nostro Eroe da gente che sembra piovere dalle nuvole e pare scandalizzata per esempio dal fatto che egli, cacciato dalla sua patria per gravi motivi politici quando i Savoia erano ancora una monarchia assoluta come le altre, abbia fatto il corsaro: è gente che scende da Saturno e mostra di non avere la minima conoscenza del secolo di cui si parla, come si menasse scandalo del perché nel Medio Evo si facevano le Crociate. Evidentemente a queste persone bisogna spiegare che, fuori dal mondo di frutta candita in cui il nostro eroe non ha mai vissuto, esisteva un mondo reale, e che questo mondo reale egli conobbe fino in fondo, acquisendo proprio da esso l'esperienza ineguagliabile e la forza titanica che gli servì poi per dare al Risorgimento l'insostituibile contributo materiale e spirituale che gli diede. Se la Serenissima Repubblica di Venezia avesse avuto un Garibaldi, non sarebbe caduta. Se Lorenzo il Magnifico avesse avuto un Garibaldi, avrebbe unificato l'Italia nel XV° secolo anziché limitarsi a mantenere l'equilibrio fra i Principi italiani. E senza i corsari l'Inghilterra non sarebbe diventata la potenza marittima che è diventata. Perciò bisogna riconoscere al Regno di Sardegna il merito d'aver recuperato Garibaldi da quella vita tumultuosa e peraltro insoddisfatta da corsaro sudamericano, precisamente riograndese, come si definiva lui stesso, da cui non vedeva l'ora di affrancarsi per tornare a combattere in Italia e per l'Italia. All'amico ligure Giovan Battista Cuneo, che sarà poi il suo primo biografo, egli scriveva dal Brasile: “Sono infelice...di me ti dirò soltanto che mi martora l'idea di non poter avanzare nulla per le cose nostre...sono stanco di trascinare un'esistenza tanto inutile per la nostra terra. Sii certo che siam destinati a cose maggiori.” Aveva ragione. E infatti, al primo sentore di un cambiamento, dopo aver combattuto per l'indipendenza dell'Uruguay dall'Argentina del dittatore Rosas che era protetto dall'Inghilterra, nel 1848 s'imbarcò subito alla volta dell'Italia assieme a una settantina di animosi seguaci, tra cui l'ex schiavo negro Andrès Aguyar, che lo affiancherà fedelmente in tutti i cimenti fino alla sua precoce morte durante le sanguinose battaglie della Repubblica Romana. Sbarcato in Italia quando la 1a guerra d'indipendenza era da poco cominciata, già allora lo accoglieva trionfalmente una folla plaudente a Genova e a Nizza ove radunò centinaia di volontari pieni di speranze nelle sorti della Patria. Prima di lui una folla aveva accolto calorosamente Anita coi tre figlioletti Menotti, Teresita e Ricciotti (rispettivamente di 8, 3 e 1 anno), fatti giungere anticipatamente e alloggiati in casa dalla madre dell'eroe, la quale Anita improvvisò un focoso discorso ai Nizzardi incitando alla guerra contro l'Austria.
Il primo esilio sudamericano di Garibaldi era principiato nel 1835, precisamente a Rio, dove viveva una nutrita comunità di italiani, fra cui molti esuli mazziniani come il conte bolognese Tito Livio Zambeccari, ex carbonaro (che diventerà un grande amico di Garibaldi e combatterà con lui in Italia dall'inizio alla fine), i quali, mentre aspettavano di poter ritornare in Patria, carezzavano il sogno di fondare laggiù una repubblica democratica e popolare, e dunque appoggiarono la lotta indipendentista della Repubblica del Rio Grande do Sul contro l'Impero del Brasile, illusi di poterla realizzare: era un progetto con pochi fondamenti reali, essendo in gioco gli interessi delle grandi potenze di allora e non solo, ma senza queste utopie, senza questi ardimentosi e ingenui personaggi disposti a rischiar tutto per cambiare qualcosa, senza questi “sognatori” pronti a morire, il Risorgimento non sarebbe nemmeno principiato. Fu proprio Zambeccari a spronare Garibaldi sulla via del sogno sudamericano, in grazia del quale laggiù è ancora ricordato e che servì al nostro per imparare quella tattica di guerriglia che poi gli tornerà utile nelle battaglie Risorgimentali. Un sogno infranto, naturalmente, di cui Garibaldi si rese presto conto e a cui fece da inaspettato coronamento il grande amore per Ana -chiamata poi da lui Anita-, una ragazza “pasionaria” e ribelle che dal padre aveva imparato a cavalcare e usare le armi, ma, dopo essere rimasta orfana, era stata costretta giovanissima a un matrimonio indesiderato, com'era uso frequente allora, e dunque non esitò a fuggire con lui, sfidando avversità e pericoli, proprio come in una favola. Ella lo amò sempre incondizionatamente, e senz'altro è da considerarsi la sua unica, vera e legittima compagna, com'è sempre stata considerata da tutti gli italiani: si pensi all'omaggio solenne, una vera e propria consacrazione ufficiale, che le tributò il Fascismo, con l'erezione di un monumento sul Gianicolo che la ritrae combattente a cavallo col neonato figlioletto Menotti in braccio, e la traslazione dei suoi resti a Roma, il 2 giugno 1932, accompagnata da cerimonie e cortei gremiti di popolo, tra il suono delle campane, le bande che suonavano l'inno di Garibaldi, e i reduci garibaldini in camicia rossa, alcuni vecchissimi, con lunghe barbe bianche ma ancora arzilli, radunati sopra due camionette scoperte da dove salutavano gioiosamente la folla che li applaudiva freneticamente. Gioie della Patria che noi non abbiamo mai conosciuto.
Ma veniamo al secondo esilio del nostro Eroe, molto più breve e ben diverso dal primo, che fece seguito ai rovesci della Repubblica Romana, alle tragiche conclusioni delle grandiose insurrezioni del '48 in Italia e alla 1a guerra d'indipendenza sfociata nella definitiva sconfitta dell'esercito piemontese a Novara nel marzo 1849, seguita a ruota dall'abdicazione di Re Carlo Alberto: rovesci dai quali il nostro eroe si salvò proprio grazie all'estesa rete di connivenze e favoreggiamenti (di cui parte principale fu proprio un prete, Don Giovanni Verità, che Garibaldi avrebbe voluto come papa al posto di Pio IX), che, dopo una penosa peregrinazione da Roma attraverso l'Italia centrale e la Repubblica di San Marino nel vano tentativo di portare soccorso a Venezia, l'ultima città rimasta a resistere, braccato da ogni parte, gli permisero di riparare in Liguria, ove, con l'aiuto sotterraneo di un Regno di Sardegna rigidamente vincolato all'armistizio con Radetzky, fu tenuto in stato di arresto solo pochi giorni e poi, dopo alcuni tentativi andati a vuoto come quello di sbarcarlo a Gibilterra ove il governatore inglese gli negò l'asilo, fu imbarcato segretamente con una somma di danaro per Tangeri, in Marocco, un paese con cui il governo piemontese intratteneva ottimi rapporti commerciali tanto da insediarvi un consolato generale. Qui, sbarcatovi il 15 novembre 1849, egli poté contare sulla protezione personale del console sardo che divenne suo grande amico, e, in loco, sulla tolleranza del sultano Abd Al Rahman che gli permise di soggiornare colà per vari mesi, fino alla primavera del 1850.
Era ormai un personaggio famoso, adorato dalle numerose comunità italiane all'estero, presenti un po' ovunque, ma anche scomodo, essendo note le sue idee politiche che non si faceva scrupolo di esternare in un mondo come quello, dominato dallo schiavismo di nome e di fatto. Ciò lo portava a non trovar pace in nessun posto perché ovunque andava vedeva violenza, ingiustizie, fame, miseria, sopraffazione. Anche nel breve soggiorno a New York, pur potendo approfittare dei numerosi inviti che continuamente gli venivano rivolti dai più svariati personaggi a tenere pubbliche allocuzioni in cui perorare la causa dell'Italia, preferì condurre vita appartata e modesta in compagnia degli esuli politici italiani, tutti in difficoltà economiche o segnati da lunghe sofferenze, come il ferrarese Felice Foresti, reduce da 15 anni di Spielberg e deportato dall'Austria negli States, ove poi riuscirà a costruirsi una notevole carriera diplomatica diventando addirittura console. Le candele tricolori conservate nella casa di Caprera sono l'affettuoso ricordo della sua breve frequentazione anche con Antonio Meucci, il geniale ma sfortunato inventore toscano, ex carbonaro, emigrato a suo tempo a Cuba con la moglie per motivi di lavoro e successivamente trasferitosi a Staten Island a New York, cui Garibaldi fa cenno nelle sue Memorie: “Antonio si decise a stabilire una fabbrica di candele (candele steariche inventate da lui stesso n.d.r.) e mi offrì di aiutarlo nel suo stabilimento. Lavorai per alcuni mesi con Meucci, il quale non mi trattò come un lavorante qualunque, ma come uno della famiglia, con molta amorevolezza.
Lo stato di abbattimento e pessimismo in cui versava Garibaldi in quel periodo, accresciuto dal dolore per la morte di Anita e il forzato allontanamento dai figli rimasti a Nizza con sua madre Rosa Raimondi, non più in salute, donna molto religiosa a cui Garibaldi portava in dono i rosari dai conventi che gli davano asilo, fece affiorare in lui proprio allora il proposito di ritirarsi un bel giorno definitivamente in un posto lontano a contatto solo con la natura (come poi diverrà Caprera), anche se sappiamo bene che questo proposito non ebbe mai il sopravvento, e finché egli visse non spense mai in sé la fiamma dell'azione, della speranza e dell'incoraggiamento per l'amata Italia, nella salvezza e nel riscatto della quale vedeva la salvezza anche dell'Europa.
Ogni giorno, davanti alla bella casetta bianca in muratura di Caprera (la “Casa Bianca” com'era chiamata), il postino scaricava centinaia e centinaia di lettere da un carretto apposito, e per tutti Garibaldi, aiutato dai suoi, aveva una risposta, una parola, un saluto, un monito, un'esortazione, un augurio, un incoraggiamento: nessuno, dico nessuno, rimaneva senza risposta. Scrisse Augusto Vittorio Vecchi nel suo libro “La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi”: “Se avesse bussato alla sua porta Francesco II, avrebbe ricevuto e dato ospitalità anche a lui.” Alcuni visitatori, giunti per rimanere colà alcuni giorni, vi si trattenevano addirittura per settimane o per mesi, perché era bello stare con il gruppo di garibaldini lì viventi in una sorta di comune, abituati a fatiche e privazioni, e con mille traversie, ferite, cicatrici e invalidità sulle spalle, ma generosi e allegri, che sgattaiolavano nella limitrofa isola della Maddalena per farsi un boccale di vino trascinando seco i visitatori, in quanto Garibaldi era astemio. Insomma Caprera era un posto unico, in cui tutti andavano e potevano andare: dai sovrani regnanti fino all'ultimo scalzacane.
Dal suo ricchissimo Epistolario, la voce di Garibaldi ci appare a tutt'oggi viva e vicina, la sentiamo amica e compagna di viaggio come se parlasse a noi direttamente, pur così lontani. Se fossimo suoi contemporanei anche noi andremmo a trovarlo compiendo un lungo e disagiato viaggio: ma se ci vedesse così ridotti, nel terzo millennio, impotenti e sfiduciati, addirittura sull'orlo di una guerra nucleare dove un branco di pazzi ci sta portando, incapaci di opporre alcunché al declino e alla rovina della Patria, ben altro che le proteste che ciclicamente rivolgeva contro il Regno d'Italia, anche esageratamente o per venialità, uscirebbero dalla sua bocca!
La variegata e pittoresca comunità di fedelissimi veterani del Risorgimento che conviveva con lui in quel luogo romito (“una vera repubblica democratica e sociale” come la definirà Bakunin), rassicurata con lui, tutti senza un soldo, tutti per l'Italia, e che Garibaldi faceva acrobazie per inserire in qualche emolumento statale (e talvolta ci riusciva), dopo la sua morte smobilitò: quella tenuta famosa in tutto il mondo, ove si era recato in visita financo il re delle Hawaii, per anni così piena di vita e di visitatori, di voci, di animali ben trattati, di allegria e di diuturno e volonteroso lavoro della terra, una terra rocciosa ben difficile da coltivare da cui la comunità pure riuscì, per l'alacre testardaggine del nostro Eroe, a cavar fuori il suo francescano sostentamento da orti, frutteti e perfino dal frumento, divenne di colpo un deserto per l'inqualificabile comportamento della vedova Francesca Armosino, donna spinosa e ostinata, che, buona buona finché era in vita l'eroe, inappuntabile e insuperabile nell'accudirlo e nel tenergli la casa, poi cominciò a comandare e trattar Caprera come cosa sua, facendovi arrivare tutti i suoi parenti compresa la figlia illegittima Felicetta avuta in gioventù, determinando un fuggi fuggi generale, guastando i rapporti coi figli di Anita e i loro discendenti, e litigando perfino con i pastori a cui Garibaldi aveva concesso l'uso gratuito di parte dei terreni per sostentarsi, costringendoli infine a sloggiare, e insomma dando origine a liti e incomprensioni che, a suon di battaglie legali, si trascinarono nel tempo e nemmeno il Duce riuscì a comporre.
L'Armosino purtroppo si dimostrò del tutto incapace non dico di tenere cuciti i fili affettivi di una famiglia aperta, allargata e accogliente com'era quella del nostro Eroe, ma neanche di mantenere ciò che sarebbe stato doveroso mantenere se non altro per salvare le apparenze e soprattutto per rispetto alla memoria di Garibaldi: e per questo gli italiani non hanno mai amato questa donna che si difese sempre con l'arma delle carte bollate e delle minacce, ex ragazza madre, povera, bistrattata al paese suo in provincia di Asti e analfabeta, che, giunta inizialmente a Caprera come badante tuttofare, nutrice dei figlioletti di Teresita e donna di fatica, si ritrovò a essere la signora Garibaldi, madre dei suoi ultimi tre figli, di cui ne sopravvissero due, Manlio e Clelia. Legato com'era alla sua prole che voleva tutta attorno a sé, e in particolar modo affezionatissimo al figlio più piccolo, Manlio, per il quale sognava una carriera nella Regia Marina (che fu tragicamente interrotta dalla morte per tubercolosi del bel giovane, diventato tenente di vascello, a soli 27 anni), Garibaldi sposò l'Armosino per amore di questi oltreché per riconoscenza agli indubbi devoti servigi che quella donna così ruvida e così efficiente gli aveva reso negli anni difficili della sua malattia e vecchiaia. Senonché, trattandosi di un personaggio come Garibaldi, la mancanza della consacrazione della di lui ultima moglie da parte degli Italiani, consacrazione che invece fu tributata all'unanimità esclusivamente ad Anita, costituì una indubbia deminutio capitis per l'Armosino che mai riuscì a uscire dal cono d'ombra nel quale l'Italia e gli italiani l'hanno irrimediabilmente confinata.
Ma torniamo al secondo esilio di Garibaldi, rifacendoci alle sue parole: “Arrivai a Lima (capitale del Perù n.d.r.) nell'ottobre 1851, prima ospite della famiglia Malgarida, e poi al Callao, il porto della capitale, ove avevo una modesta stanzetta. In esilio, vedovo e lontano dalla famiglia, aspettavo che in Italia maturassero momenti più propizi per tornare a combattere.” Anche a Lima esisteva una nutrita comunità di italiani, la metà dei quali erano liguri, spiritualmente gravitante attorno al console del Regno di Sardegna Giuseppe Canevaro unanimemente considerato punto di riferimento di quella Patria di cui tutti, anche gli italiani all'estero, auspicavano il riscatto. Era lui, don Josè, da molti anni presente sul territorio dove aveva sposato un peruviana e fatto fortuna diventando uno dei più ricchi imprenditori, il “patron” di questa comunità assieme all'armatore di origine genovese Pietro De Negri, detto don Pedro, erede di una famiglia trapiantata lì da due generazioni, dunque perfettamente inseriti ambedue in quel difficile contesto: nessuno meglio di loro, che erano anche cognati avendo sposato due sorelle, poteva fare da ponte di collegamento fra la comunità italiana e le autorità peruviane, essi erano coloro a cui gli italiani si rivolgevano in caso di guai, noie e problemi di tutti i tipi, insomma per ricevere protezione e lavoro sicuro in un paese dove a uno straniero privo di agganci poteva accadere di tutto. In particolare i numerosi esuli politici, molti dei quali erano mazziniani dunque potenzialmente ribelli (vi era pure un cugino di Mazzini), venivano benevolmente introdotti nel tessuto sociale, tollerati e lasciati in pace, basta non dessero noie alle autorità.
Anche Garibaldi, bisognoso di un lavoro e senza un soldo, ovviamente fu indirizzato a Don Josè e a Don Pedro, a maggior ragione essendo guardato con estremo sospetto dalle autorità peruviane le quali non fecero salti di gioia al suo arrivo, considerandolo una testa calda nonché un nemico manifesto della schiavitù che invece in Perù proliferava specie a danno dei poveri indios: schiavitù che bisognava far finta di non vedere se non si voleva esser cacciati fuori dal Paese. Pur formalmente abolita sulla carta nel 1854, quando peraltro Garibaldi era già rientrato in Italia, la schiavitù, lì come altrove, costituiva un tratto fondamentale dell'arricchimento economico e delle fortune di molti, e tutti ne erano in vario modo coinvolti, compresi Don Pedro e Don Josè.
Il soggiorno peruviano di Garibaldi perciò, iniziato già sotto una cattiva stella, con l'ostilità della Massoneria locale influenzata dalla parte più conservatrice e dai Gesuiti che detestavano colui che aveva osato attentare alla sacralità della Roma papalina, durò molto poco, e già nel 1853 il De Negri, che gli aveva offerto volentieri lavoro come marinaio, ben conoscendo le sue doti di esperto navigatore, lo licenziava per contrasti che non furono mai chiariti ma non mi sarà difficile chiarire in seguito, anche se né Garibaldi né Don Pedro né Don Josè fecero mai trapelar nulla in pubblico, ovviamente per non turbare l'equilibrio e la pace dell'affiatata comunità italiana che, con i due patron in testa, sosteneva anche finanziariamente il Risorgimento. Non a caso sia Don Pedro che Don Josè manifestarono sempre pubblica stima nei confronti di Garibaldi, indubbiamente sincera, e del resto se non l'avessero fatto la comunità italiana gli si sarebbe rivoltata contro, e non erano così sciocchi da giocarsi il proprio prestigioso ruolo, con tutta l'autorità morale che ne derivava.
Ma, prima di esaminare questi contrasti, immaginiamo quale irritazione aveva già causato il nostro eroe soltanto con la sua devota visita alla vedova del grande rivoluzionario Simon Bolivar, il famoso Libertador, nemico giurato della schiavitù e paladino dell'indipendenza dell'America del Sud, morto stanco, malato e deluso nel 1830, la cui “pasionaria” compagna Manuelita Saenz, attivista dei diritti delle donne, viveva confinata in una località del nord del Perù, sorvegliata 24 ore su 24 dalla polizia: una visita commossa durata quasi un'intera giornata che suscitò mormorazioni e critiche invelenite. Come non bastasse, Garibaldi, a cui nessuno poteva mettere i piedi in testa, venne a sapere che un giornalista francese (certo Charles Ledos con cui aveva già avuto un diverbio), fra i tanti arroganti e rancorosi francesi presenti nell'omonima comunità di Lima, già in non buoni rapporti con quella italiana per motivi politici legati alla Repubblica Romana e al Papa che in Francia contava molti fanatici sostenitori, aveva scritto un articolo sprezzante contro il Risorgimento, contro Mazzini e contro il Re Carlo Alberto, intitolato “Eroi di paccottiglia”. Saputo ciò, senza dir nulla a nessuno, munitosi di un nodoso bastone, il nostro Eroe si recò da solo nell'ufficio di costui, e gli scaraventò più volte il bastone sulla testa, con l'accompagnamento di epiteti appropriati. Ne nacque una colluttazione con un terzo lì presente, intervenuto a difendere il francese, e che pur lui si prese la sua dose di legnate. L'episodio fece scatenare un vero e proprio putiferio tra le due comunità, con scontri di piazza e intervento della polizia a cavallo, a sedare il quale non bastò tutta l'influenza di Don Pedro e di Don Josè, il quale si affrettò subito a minimizzare l'episodio nelle sue corrispondenze a Torino per non inguaiare ulteriormente l'eroe (ben sapendo quanto desiderava tornare in Italia), mentre in realtà l'episodio causò gravi conseguenze e strascichi a placare i quali dovette intervenire il presidente della repubblica peruviana in persona.
Giustamente molti storici si sono rammaricati del fatto che nelle sue celebri Memorie, pubblicate nella definitiva versione approvata dal figlio Menotti nel 1888, parco com'era per motivi di spazio e di tempo di tanti particolari, Garibaldi abbia omesso di raccontare tante cose, né tampoco si sia premurato di confutare le calunnie che sprizzavano dai suoi nemici, ansiosi, proprio come oggi, di oscurarne e distorcerne l'immagine per macchiarne la reputazione. Anzi: poiché i calunniamenti non sortivano alcun effetto, la rabbia dei suoi detrattori moltiplicava gli sforzi nell'esacerbarli. Ma Garibaldi era sintetico e spesso laconico sennò avrebbe riempito volumi, non un libro, e inoltre, se da una parte era un uomo apertissimo quando si trattava di organizzare le battaglie Risorgimentali, adunare uomini e incitare le folle, per sé stesso era un uomo chiuso, restìo a parlare di sé, tantomeno dilungandosi in resoconti o, peggio, nel regalare confidenze: non a caso erano pochissime le persone che potevano dargli del tu. Ciò parrebbe una contraddizione in quanto, come ho già sottolineato, Caprera era una porta aperta, per tutti egli aveva una parola, un conforto, e non cacciava via nessuno, ma in quanto a rilasciare confidenze personali e raccontare in lungo e in largo la sua vita come altri avrebbero senz'altro fatto al posto suo mettendosi sotto i riflettori, ci si trovava davanti a una porta praticamente chiusa. Di conseguenza, egli trattava con sovrano disdegno le calunnie dei detrattori, praticamente disinteressandosene: tanto, erano ben pochi allora, al contrario di oggi, coloro che vi prestavano fede.
Fra i tanti suoi biografi, italiani e stranieri, vi fu anche Augusto Vittorio Vecchi, figlio del suo carissimo amico e compagno di battaglie Augusto Candido Vecchi. Una famiglia di patrioti, i Vecchi, il cui nonno, insofferente a tutti i governi stranieri che vedeva viaggiando attraverso la penisola, era diventato carbonaro ed era stato incarcerato. Vittorio, che fin da bambino aveva conosciuto da vicino Garibaldi entusiasmandosi ai racconti degli ex combattenti, era cresciuto in un ambiente fortemente patriottico e liberale, il padre avendo anche sposato contro il volere delle famiglie un ragazza ebrea che, disperata per il veto impostogli dai genitori a causa della differenza di religione, aveva tentato il suicidio e infine era riuscita a spuntarla convertendosi alla religione cattolica.
Scrivere una biografia su Garibaldi non era facile, e quando Vittorio Vecchi, che da molto tempo coltivava questo pensiero, accettò l'invito della casa editrice Zanichelli di Bologna, già disponeva di numerose notizie e testimonianze di prima mano raccolte precedentemente anche grazie alla propria esperienza personale. Così, trovandosi a Lima nel 1865 con una nave della Regia Marina di cui a quell'epoca faceva parte, aveva pensato d'intervistare De Negri per raccogliere informazioni sul soggiorno di Garibaldi in Perù, di cui il nostro eroe parlava pochissimo anche perché tutti sapevano che era stato il periodo più infelice della sua vita, conclusosi con il brusco licenziamento da parte del potente “patron”, un licenziamento di cui nessuno aveva chiarito le ragioni, cui era seguita la definitiva partenza dell'eroe da quella terra e il suo ritorno in Italia già nel maggio 1854, dopo una sosta a Londra per incontrare Mazzini.
Il Vecchi, poco o nulla conoscendo della realtà peruviana, pensò ingenuamente di andare a chiarire alcuni punti oscuri con De Negri in persona, ma il De Negri parlava un misto di genovese, castigliano e “quechua”, l'idioma incomprensibile normalmente parlato allora in Perù, e in uso ancora oggi: aggiungo io che egli forse non volle farsi capire di proposito per non toccare il tasto dolente che avrebbe messo in cattiva luce non già Garibaldi, ma lui stesso e molti altri di fronte alla platea di lettori italiani della futura biografia che Vittorio Vecchi aveva intenzione di scrivere, e che la casa editrice Zanichelli pubblicò poi nel 1882 con prefazione di Giosuè Carducci. Che figura ci avrebbe fatto a scoperchiare la verità, mettendo in piazza in un libro come quello che avrebbe fatto il giro di tutta Europa, l'immonda storia della tratta dei gialli, cioè il mercato di schiavi cinesi trasportati con la forza e con l'inganno nell'inferno delle isole Chincha -tre isole dell'Oceano Pacifico ubicate al largo della città di Pisco nel Perù centro meridionale- a lavorare in condizioni proibitive sotto la sferza degli aguzzini e con ritmi massacranti il guano che poi veniva rivenduto come fertilizzante? Era, il guano, un concime ricavato dall'accumulo delle deiezioni dei volatili, sfruttato fin dall'era precolombiana, ma che proprio la tratta dei gialli consentiva di sfruttare in maniera intensiva, sottoponendo i cinesi a ritmi estenuanti per soddisfare le elevatissime richieste di questo fertilizzante. Perciò la “tratta dei gialli”, o dei “coolies” com'erano chiamati da Kowloon, un sobborgo murato e iperpopolato di Hong Kong dov'erano solitamente imbarcati, era un business molto redditizio che non interessava soltanto il Perù, ma molti altri Stati, tra cui gli Stati Uniti, e avveniva nel disinteresse e nell'ignoranza generale, salvo i pochi filantropi e benefattori che se ne preoccupavano, le cui proteste erano una raffica di vento nella tempesta.
Ebbene: che Vittorio Vecchi capisse poco o nulla di quel che gli raccontò il De Negri e che poco sapesse della tratta dei gialli, è provato dal fatto che, di tutta la logorrea di Don Pedro, nel suo libro riportò soltanto tre frasi striminzite, tutte lusinghiere per Garibaldi, ma una delle quali prestava il fianco a un equivoco, a cui naturalmente s'attaccarono e s'attaccano a tutt'oggi i detrattori: “Garibaldi mi portava sempre i chinesi tutti grassi e in buona salute”. Poiché la diceria che il nostro eroe avesse fatto il trasbordatore di schiavi cinesi proveniva proprio dal Perù dove, come ho detto, Garibaldi era malvisto da molti per le sue idee politiche e le sue ben note prese di posizione contro lo schiavismo, ci volle la testardaggine dell'inglese James Theodor Bent, recatosi personalmente a Caprera da Garibaldi, e autore anche lui di una biografia su di lui pubblicata nel 1881 (“The life of Giuseppe Garibaldi”), per cavar fuori dall'eroe la confidenza che egli aveva mandato De Negri a quel paese e gli schiavi cinesi se li traghettasse lui. Il De Negri, infatti, inseritosi nell'assai proficuo business della tratta dei gialli come Don Josè e molti altri, voleva rodare il suo brigantino “El Carmen” (dal nome della moglie peruviana) che era al suo primo viaggio, e Garibaldi, per la sua grande esperienza e le sue alte doti di comando era ovviamente quanto di meglio si potesse avere a fronte dei mille pericoli che presentava una traversata del genere: traversata che il nostro eroe compì una sola volta, tra il 1852 e il 1853, cosicché l'avverbio “sempre” usato dal Vecchi non ha ragion d'essere ed è già di per sé un errore. Né ci vuole molto per capire che il “patron” dovette cercarsi qualcun altro per i suoi trasbordi schiavisti, storicamente appurati, sulla “Carmen”, che finì male i suoi giorni incendiata in mezzo al mare nel 1857 proprio da una rivolta degli schiavi cinesi a bordo. Né fu l'unica nave schiavista a fare quella fine.
I contrasti tra Garibaldi e De Negri cominciarono dunque certamente da lì, avendo egli erroneamente supposto che il nostro eroe, reduce dai molti anni trascorsi in Brasile dove ne aveva viste di tutti i colori, tra cui gli indios lasciati letteralmente a morire di fame dei quali infatti vi è un penoso accenno nelle sue Memorie, avesse sufficiente pelo sullo stomaco o quantomeno chiudesse un occhio; dovette invece ingoiare il rospo del suo rifiuto, inserito addirittura in una clausola del contratto, non potendo fare altrimenti, e il nostro eroe partì col suo carico di guano diretto in Asia, dove fece scalo in vari porti imbarcando quintali e quintali di numerose merci: sete, cere, coralli, madreperle, mogani, giade, tappeti, porcellane, arredi, spezie, semi, essenze, sigarette, etc. Le merci erano assai numerose, una lista lunghissima, meticolosamente registrata all'arrivo, e fu per questo, e non certo per occultare il carico, che Garibaldi non le elencò specificatamente nelle sue Memorie, al contrario di ciò che affabulano i detrattori, per i quali per forza egli dovette aver caricato anche i “coolies” poiché così garba ai loro cervelli. Ma sulle navi schiaviste, attrezzate all'uopo, provviste di inferriate e guardie armate, venivano imbarcati molte centinaia di cinesi alla volta stipati come acciughe sennò il viaggio non sarebbe stato conveniente, cosicché era poco plausibile vi si imbarcassero anche le merci, anche perché il fetore che scaturiva da quel carico umano lasciato in condizioni di degrado era molto forte e facilmente si attaccava agli oggetti.
Il lungo elenco di cui sopra è infatti regolarmente catalogato nel Registro de Comercio di Lima alla data 25 gennaio 1853, quando il brigantino guidato da Garibaldi rientrò dalla Cina, ma senza l'indicazione di nessun carico di cinesi. Uno storico australiano, Philip Kenneth Cowie, si scomodò ad andare a controllare di persona, constatando che accanto alle merci erano segnati i membri dell'equipaggio, in buona parte italiani, ma nessun altro essere umano, nemmeno i numerosi migranti di varie nazionalità (tedeschi, russi, irlandesi, polacchi, asiatici, etc.) che di propria volontà s'imbarcavano per l'America Latina in cerca di fortuna, un continente dove fortissima era l'immigrazione proveniente da ogni parte, favorita in Perù da una legge apposita del 1849, essendoci un gran bisogno in quelle immense terre i cui indigeni erano stati eliminati e schiavizzati, di lavoratori, meglio se europei, che vi dessero slancio economico e le ripopolassero.
Anche senza contare che Pietro Tettamanzi, studioso e testimone oculare dello schiavismo nelle Americhe, scrisse che la tratta dei gialli in Perù cominciò nel 1854, cioè quando Garibaldi non era più in quel Paese, il che sarebbe per esempio comprovato dal fatto che le notizie che abbiamo sugli ammutinamenti dei “coolies” in mezzo al mare sono tutte successive anche di molti anni a quella data, ammettendo invece che la tratta già ci fosse e quei disgraziati fossero fatti passare per lavoratori immigrati anziché per schiavi, resta da spiegare la frase senza senso inserita da Vittorio Vecchi nel suo libro, dal momento che sarebbe stato comunque impossibile fare ingrassare i cinesi in una traversata come quella, dove spesso anche l'equipaggio rimaneva a corto di viveri e di acqua. E proprio un ex membro dell'equipaggio di Garibaldi, rientrato in Italia per partecipare al Risorgimento, rilasciò un'intervista a un giornale di Torino in cui spifferò che il De Negri era solito ridurre al minimo il vettovagliamento per i marinai, in poche parole era un gran tirchio, al punto che durante la traversata di ritorno si trovarono in gravi difficoltà, soffrirono la fame e la sete, furono costretti a pescare e ci fu un principio di ammutinamento che solo il carisma di Garibaldi riuscì a evitare. E che il De Negri tirasse sulle spese e la sua avarizia dopo un po' facesse girar le scatole a Garibaldi, è appurato da ciò che il nostro eroe riferì al Bent, cosicché i loro rapporti s'interruppero, e Garibaldi, già impaziente di ritornare in Italia, saputo dal console sardo di New York che qualcosa in Patria si muoveva e il ministro Cavour aveva preso a cuore la causa nazionale, concluse in fretta il suo rapporto di lavoro, ripromettendosi però, per il bene della comunità italiana di Lima e della causa del Risorgimento, di non buttare il fango addosso a Don Pedro e a Don Josè. Un compromesso che si può capire in quelle circostanze, tanto più che i due erano promotori di molte iniziative benefiche in Perù, dunque erano amati dalla popolazione, oltre a sostenere la causa del Risorgimento a cui partecipò direttamente anche un figlio di Don Josè.
Detto questo, mi fa specie che uno storico del Risorgimento della levatura di Franco Della Peruta (1924-2012) abbia potuto insinuare, senza scomodarsi a effettuare quelle ricerche che spettavano in primis proprio agli storici italiani, che Garibaldi potrebbe aver effettivamente trasportato schiavi cinesi. Forse Garibaldi non era marxista come lui dunque non poteva assolverlo completamente? Non è dato sapere. Fatto sta che il Cowie, a un simposio su Garibaldi organizzato nel 1983 dall'IILA (Istituto Italo Latino Americano), dopo ben 4 anni di ricerche attraverso vari archivi che nessuno storico professionista prima di lui si era preso la briga di svolgere, riferì il risultato della sua capillare indagine, esplicitato poi in un saggio dal titolo “Contro la tesi di Garibaldi negriero”. Ovvio che il punto cruciale di questa ricerca è dato dallo scoglio interpretativo costituito dalla frase inserita superficialmente dal Vecchi nel suo libro molti anni dopo aver parlato con De Negri, e soprattutto dal significato da attribuire alla parola “chinesi”. Secondo il Cowie, la parola “chino”, che in spagnolo effettivamente significa cinese, nel linguaggio andino significava invece tutt'altro: un incrocio indio-africano, cioè un meticcio peruviano, dunque non poteva riferirsi ai “coolies”, ma verosimilmente si riferiva ai membri dell'equipaggio marinaro imbarcati da Garibaldi. Senonché il Vecchi, in una delle tre brevi frasi riportate nel suo libro, che sono tutto ciò che scrisse della sua intervista con De Negri di molti anni addietro, aveva già fatto cenno a questi marinai di Garibaldi, chiamandoli semplicemente “marinai”, specificando che non c'era mai stato un solo reclamo da parte loro contro di lui, il che ben di rado sulle navi avveniva per non dire mai, essendo i contrasti con la ciurma all'ordine del giorno. Quindi perché ripetere il riferimento ai marinai di Garibaldi, per di più con la ben poco credibile aggiunta che li “riportava sempre tutti grassi”? Era pacifico infatti che nessuno ingrassava, questo è fuori discussione.
Ma quel che a parer mio più di tutto non torna nell'asseverazione del Cowie, è che la parola usata dal Vecchi non è chinos (plurale di chino), ma chinesi (plurale di chinese, da pronunciarsi con la k), dunque a mio parere si riferiva proprio ai cinesi. Ma quali cinesi? Ecco il punto: non tutti i cinesi erano disgraziati schiavi del guano deportati a forza, ma c'erano anche, e in gran numero, normali immigrati cinesi (o in generale asiatici) che volontariamente andavano in Perù per svolgere i più svariati lavori: sarti, negozianti, domestici, braccianti agricoli, artigiani, etc. Dunque il Vecchi semplicemente ripeté nel libro la parola che aveva udito usare dal De Negri, il quale si guardò bene dall'usare l'altra parola “coolies”, onde dare da intendere al Vecchi, il quale poco sapeva dell'argomento, che i lavoratori del guano non erano schiavi, ma normali cinesi venuti in Perù come immigrati, cioè come lavoratori, anche se di bassa categoria. Alla data dell'intervista, infatti, nel 1865, il Vecchi certamente sapeva che il De Negri faceva il trasbordo di cinesi per lavorare il guano nelle isole Chincha attorno a cui aleggiava una trista fama, dunque gli avrà posto qualche larvata domanda in merito, a cui però ovviamente il De Negri, che sulla tratta dei gialli si arricchiva, non poté che rispondere evasivamente, eludendo l'argomento. E poiché le notizie che il Vecchi voleva raccogliere riguardavano specificatamente Garibaldi, il De Negri inserì Garibaldi nel discorso, ma in senso chiaramente ironico.
Dunque Garibaldi trasportò gli schiavi del guano? No. Trasportò allora gli immigrati asiatici? Nemmeno. Per capire infatti il vero senso della frase incriminata, poniamoci questa domanda logica: in che modo Garibaldi avrebbe potuto portare i “chinesi tutti grassi” a De Negri, tanto più che questi forniva all'equipaggio appena il necessario, tirando sulle spese? La frase dunque è senz'altro ironica. Il Vecchi infatti era stato invitato a pranzo con molta gente, le voci si accavallavano, c'era un clima di divertimento e di festa per il giovane ospite italiano presentato da una lettera stessa di Garibaldi: il contesto ideale per una battuta.
Sono perciò propensa a ritenere che, capito ben poco di ciò che il De Negri di proposito gli diceva in quel suo linguaggio pasticciato, per di più nel mezzo di un allegro convivio, il Vecchi inserì l'unica frase che aveva capito in italiano e ricordava dopo molti anni: “mi portava sempre i chinesi tutti grassi” tralasciando il contesto del discorso in cui il De Negri l'aveva pronunciata, di cui non aveva capito nulla, e aggiungendo di suo per chiarir meglio “perché li trattava come uomini e non come bestie”, frase che il De Negri non poteva aver pronunciato senza squalificare se stesso davanti ai commensali. Parendogli dunque un complimento per Garibaldi, il Vecchi riportò superficialmente quella frase nel suo libro, né alcuno pensò mai di rimuoverla da lì: la gran parte della gente, infatti, non sapendo nulla della tratta dei gialli, la interpretava come una lode, pensando che davvero Garibaldi portava sempre i “chinesi tutti grassi”, la qual cosa ovviamente non aveva senso, a meno che appunto la frase non fosse ironica. E chiaramente lo era. Cioè: il senso logico sintattico dell'intero periodo pronunciato dal De Negri, di cui il Vecchi aveva riportato solo la frase che aveva capito in italiano, va spiegato pressappoco così: “Se li trasportava lui, mi portava sempre i cinesi tutti grassi” Cioè: se li avesse trasportati lui, me li avrebbe portati sempre tutti grassi. Un'iperbole.
Il fatto che poi, per indicare coloro che erano dei veri e propri schiavi, il De Negri usasse la parola “chinesi” anziché “coolies”, si comprende proprio nell'ottica di cercar di mascherare il più possibile quella che a tutti gli effetti era una tratta di schiavi, facendo passare quei disgraziati per semplici immigrati, chiamandoli cioè con il nome che si dava ai normali lavoratori di origine asiatica. E Vittorio Vecchi di tutta la storia doveva saperne poco, sennò sarebbe stato più preciso e si sarebbe guardato bene, lui che amava sperticatamente Garibaldi, d'inserire a cuor leggero una frase così equivoca per lui.
Ma le malelingue su Garibaldi e sul Risorgimento continuano, sono un fotoromanzo, e con molte aggravanti in più rispetto ad allora, quando i denigratori avevano almeno un preciso interesse a gettar fango sull'eroe, si pensi alle volgarità vomitate dal vicario apostolico di Hong Kong monsignor Giuseppe Rizzolati, il quale invece di preoccuparsi della tratta dei gialli che avveniva proprio sotto il suo naso, si preoccupava di Garibaldi, deridendolo perché per guadagnarsi il pane era costretto a trasportare la merda degli uccelli, una punizione divina per aver osato aggredire il Santo Padre in Roma!
Oggi, nel marasma di ingenui di cui abbonda l'Italia, le maldicenze su Garibaldi sono un tranello per gli incauti, né s'arrendono di fronte al ridicolo, anzi persistono in un carosello folkloristico e teatrale di menzogne, travisamenti, distorsioni e provvide amnesie, dimenticando per esempio che il nostro eroe, durante l'esilio in Brasile ove la schiavitù degli indios e dei negri, fra torture, frustate a sangue e mutilazioni, prosperava alla grande tra miniere e piantagioni, nei suoi arrembaggi alle navi imperiali liberò centinaia di schiavi incatenati. Sul trono sedeva allora l'imperatore Pietro II detto il magnanimo, la cui moglie era una Borbone, Teresa Cristina, sorella di Francesco I Re delle due Sicilie, la flotta del quale decantata dagli attuali corifei come solcante mari e oceani fin dal 1839, doveva dunque ben sapere e vedere il crudele traffico a getto continuo di donne, uomini e bambini dall'Africa.
Come mai dunque la di loro figlia, la principessa Isabella Cristina Leopoldina Augusta Micaela Gabriela Rafaela Gonzaga d'Orleans Braganza, che, al contrario dello “straccione” Garibaldi, tanto poteva in quanto erede al trono, fu l'ultima -dico l'ultima- in tutta l'America Latina ad abolire la schiavitù? Noi avremmo giurato che, vedendo quali accesi e nobili paladini della giustizia, della morale e delle rivendicazioni sociali ha a tutt'oggi la sua casata materna, ella sarebbe stata la prima a firmare. E sgomitando. Invece fu l'ultima: addirittura dopo che Garibaldi era morto da qualche anno. E guarda il dispetto: egli il suo ultimo viaggio, alla vigilia della morte, quando ormai era irriconoscibile, immobile su di una carrozzella, lo compì proprio in Sicilia attraversando il mezzogiorno in treno, nel marzo 1882.
E come fu quel viaggio, organizzato e patrocinato dai garibaldini calabresi, in primis da Achille Fazzari, uno degli innumerevoli disertori dell'esercito borbonico nel 1860, durante l'impresa dei Mille, lo potrebbero raccontare gli inesausti cantori della giustizia, della morale e delle rivendicazioni sociali tradite dal Risorgimento, gli orfani di uno splendido regno in cui, in un territorio come la Calabria ove le carestie erano ciclicamente di casa, il Re Ferdinando II durante la sua regale visita, di passaggio a Mongiana, impressionato dalla nudità e povertà della chiesetta di quel paesello, regalò un quadro. Un semplice quadro.
Quando si dice lo splendore di un regno.
Documento inserito il: 11/03/2022
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