AVVISO: Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti per fornirti servizi in linea con le tue preferenze. Confermando questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante, acconsenti all'uso dei cookie, altrimenti visualizza l'informativa estesa privacy-policy.aspx
>> Storia Contemporanea > Gli anni di piombo

2 agosto 1980: quarant'anni fa la strage della stazione di Bologna [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Bologna è da sempre il centro nevralgico dei trasporti terrestri in Italia: punto di raccordo tra l'autostrada “A1” e la partenza della “A14” e della “A13”, il capoluogo felsineo è tappa obbligata di passaggio per chi si dirige, soprattutto in estate, verso la costa tirrenica o quella adriatica per trascorrere le vacanze. Per non parlare del suo aeroporto e della sua stazione ferroviaria, quest'ultima simile, come importanza, alla sua arteria autostradale e stradale.
La stazione di Bologna durante il mese di agosto vede tantissimi italiani e stranieri passare da piazza delle Medaglie d’oro per iniziare o proseguire le proprie vacanze.
Anche sabato 2 agosto 1980 non fu da meno: fino alle ore 10:24 di quel mattino, nella stazione bolognese, erano partiti tanti treni e altrettanti erano arrivati, così come tante persone erano salite sui vagoni per andare al mare o in montagna con genitori ed amici al seguito e con gli stessi amici e parenti intenti a salutarli sulle banchine dei binari. Iniziavano per tanti le tanto agognate ferie estive.


2 agosto 1980, ore 10:25

Se nonché un minuto dopo, alle ore 10:25, il binario 1, la sala d'attesa di prima e seconda classe e tutta l'ala ovest della stazione furono travolti da una esplosione. Un boato aveva scosso la città di San Petronio: la stazione fu quasi distrutta. Crollò tutto e tutto fu sommerso da una coltre di macerie. Sul piazzale arrivarono subito centinaia di ambulanze e mezzi di soccorso.
Si mobilitò subito la macchina dei soccorsi per aiutare a tirar fuori dalle macerie le persone intrappolate. Tutti si misero in moto per aiutare le persone in difficoltà, costruendo una vera e propria catena umana composta da persone di ogni provenienza, professione o altro presenti al momento dello scoppio o giunti “richiamati” da quello che avevano sentito nelle zone limitrofe. Urla, pianti, imprecazioni: i soccorritori trovarono centinaia di persone intrappolate sotto le macerie e tra le macerie trovarono parti di corpo smembrate. La deflagrazione era stata devastante.
Anche le auto private furono usate come “ambulanze” verso l'ospedale dal piazzale della stazione. Il pullman di linea “37” venne usato come una sorta di carro funebre trasportando le vittime presso gli ospedali della città.
All'inizio si pensò all'esplosione di una caldaia nei sotterranei della stazione, ma poteva l'esplosione di una caldaia distruggere una parte di una stazione grande come quella di Bologna? Poche ore dopo il “verdetto”: era scoppiata una bomba. Ed infatti molti dei soccorritori e delle forze dell’ordine avevano sentito nell’aria un mix di zolfo e polvere da sparo, odori che non si sentono dopo lo scoppio di una caldaia ed i segni della deflagrazione erano troppo evidenti per non essere di una bomba ad alto potenziale.
Il conteggio fu terrificante nelle settimane successive e nei mesi successivi: 85 morti e 200 feriti. Il 2 agosto 1980 è stato il giorno della peggiore strage di persone in un contesto di pace nel nostro Paese. Le vittime furono di sette nazionalità diverse: la vittima più anziana aveva 86 anni, la più giovane tre anni. Vite distrutte e sogni infranti.
La bomba si scoprì essere stata inserita dentro una valigetta abbandonata nella sala di attesa di seconda classe: erano scoppiati cinque chili di una miscela di tritolo e T4 e diciotto chili di nitroglicerina a uso civile con timer impostato sulle ore 10:25 del 2 agosto 1980.
Il giorno dopo, le prime pagine di tutti i quotidiani italiani dell'epoca (anche quelli stranieri) aprirono con la notizia in prima pagina e le immagini strazianti dei resti della stazione di Bologna e del suo piazzale antistante e delle persone impegnate a scavare per salvare più persone possibili.
Sei anni prima, la provincia di Bologna aveva già subito una strage più o meno simile, perché il 4 agosto 1974 scoppiò una bomba ad alto potenziale all'interno del treno espresso “Italicus” (partito da Roma Termini e diretto a Monaco di Baviera passando per il Brennero): nei pressi della stazione ferroviaria di San Benedetto Val di Sambro (a 50 km a sud ovest di Bologna), la bomba deflagrò uccidendo 12 persone e ferendone quarantaquattro.

6 agosto 1980: solenni funerali per sette vittime, ma 85 volte giustizia

Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini non appena arrivò in città, nel tardo pomeriggio del 2 agosto, si diresse all'ospedale Maggiore e fu colpito e scosso nel vedere (e sapere) quelle persone morte e ferite. Disse, trattenendo l’emozione ed il pianto, “Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia”. Gli ospedali di Bologna furono presi d'assalto da ambulanze che arrivarono a sirene spiegate per salvare la vita a tutte quelle persone che erano dentro la stazione o nel piazzale antistante travolti dalla deflagrazione.
La sera del 2 agosto si tenne in Piazza Maggiore una manifestazione cui prese parte tantissima gente che chiedeva giustizia e verità per i morti e per i feriti che portarono per sempre le cicatrici ed il ricordo di quella tremenda strage. E soprattutto manifestare contro chi aveva messo quell'ordigno dalla forte carica esplosiva.
Il 6 agosto si tennero i funerali presso la basilica di San Petronio e la zona che va dalla stazione a Piazza Maggiore (circa due chilometri di percorso), vide l'afflusso di un numero esorbitante di persone giunte nella città emiliana per assistere alle esequie. Non si fermò solo Bologna, ma tutto il Paese. Sette vittime ebbero i funerali di Stato, le altre famiglie lo rifiutarono optando per celebrazioni private. Furono contestati tutti i politici partecipanti, salvo il Presidente della Repubblica e Renato Zangheri, sindaco allora della città felsinea.
Il Paese era piombato nel terrore e nella paura. Quella di Bologna fu l’ottava strage per colpa di una bomba a partire dal 1969: in tutto erano morte 136 persone e di quelle stragi allora, non si conoscevano né esecutori né mandanti. Ma questa bomba era più pesante. Questa era una bomba che aveva fatto molto male al Paese.
Era subito iniziata la caccia agli esecutori della strage, ma chi aveva messo quella bomba?


L'iter processuale: 15 anni per la sentenza definitiva. Ma i mandanti?

Le indagini partirono subito e si mossero verso l'estremismo di destra: visti i “precedenti” (gli attentati sui treni dell’agosto 1969, Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Brescia, “Italicus”), fu privilegiata la pista dell'eversione neofascista.
Il 28 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise una trentina di ordini di cattura nei confronti di altrettanti militanti neofascisti, in particolare nei confronti di membri di Costruiamo L'Azione, Terza posizione e tutte quelle persone che erano in odore di “eversione nera”. Molti furono arrestati, altri si resero latitanti rimanendo in Italia o fuggendo all'estero.
Il processo per la strage di Bologna è stato uno dei più complessi e difficili della storia italiana per via delle tante deposizioni, le tante contraddizioni e gli altrettanti depistaggi. Oltre che alla complessità di un caso veramente sconcertante.
Si disse che la strage fosse annunciata: il 10 luglio 1980, un detenuto nel carcere di Padova disse al giudice di sorveglianza che meno di un mese dopo ci sarebbe stato un grosso attentato dinamitardo da parte di un gruppo dell'estrema destra eversiva. Questo detenuto, Luigi Vettore Presilio, disse che a fargli quella confidenza era stato l’ordinovista Roberto Rinani, vicino a Massimiliano Fachini, già membro di CLA. A Vettore Presilio fu chiesto poi di partecipare con questo gruppo ad un'azione contro il giudice Giancarlo Stiz, in servizio a Treviso, allora impegnato nelle indagini per la strage di Piazza Fontana.
Poi, il 31 luglio 1980 un rapporto SISDE del colonnello Amos Spiazzi disse che lo stesso militare avrebbe ricevuto una soffiata da parte di Francesco Mangiameli, uno dei principali esponenti di Terza posizione, durante un loro incontro tempo prima disse che ai primi di agosto ci sarebbe stato un grande attentato terroristico, oltre ad altre notizie che riguardavano persone facenti parte della destra estrema eversiva.
Ma il primo avvertimento che la strage fosse nell'aria arrivò quasi due mesi prima e la Corte d'Assise di Bologna lo scoprì entrando in possesso di un documento dei servizi segreti (“Situazione mensile del terrorismo – giugno 1980”), dove si esprimeva il fatto che il terrorismo di destra avrebbe potuto compiere imprese “imprevedibili con alta potenzialità distruttiva e destabilizzante".
Molti si chiesero perché nessuno indagò più a fondo su quelle notizie e sulla veridicità. Ma furono le incertezze a guidare la corsa verso i responsabili: tra le 10:35 e le 17 di quel 2 agosto, ci furono tre telefonate in cui si erano manifestati i rivendicatori: i Nap (una forza di estrema sinistra) dissero che dopo Bologna avrebbero colpito Milano, i Nar (forza di estrema destra) dissero dopo Bologna ci sarebbe stato un attentato alla stazione di Milano, i Nar dissero che erano stati loro a piazzare la bomba della stazione.
Queste tre telefonate furono fatte verso tre luoghi diversi, come riporta il sito www.stragi.it: un hotel di Milano, la sede fiorentina di Publikompass e la sede di Torino dell’Agenzia Italia.
Si disse che potessero c’entrare anche le Brigate Rosse, ma lo stesso gruppo, attraverso il gruppo “Walter Allasia”, in una telefonata ad una radio privata disse che loro non c’entravano con la strage perché atti di quel tipo non erano di loro appartenenza. Un bailamme di notizie senza nessuna certezza sugli esecutori, anche perché ad esempio era facilmente confondibile la sigla Nap con Nar, anche se il primo gruppo della sinistra extraparlamentare si era sciolto verso la fine del 1977.
Il 9 marzo 1987 iniziò il processo di primo grado e gli imputati dovettero rispondere di strage (sei imputati), banda armata (undici imputati), associazione sovversiva (undici imputati), calunnia aggravata per difendere gli imputati di strage (quattro imputati).
L'11 luglio 1988 ci fu la sentenza di primo grado per la stage, con la condanna all'ergastolo per i membri dei Nuclei Armanti Rivoluzionari Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco. Furono condannati per banda armata, oltre a quattro precedenti, anche Paolo Signorelli, Roberto Rinani, Egidio Giuliani e Gilberto Cavallini.
Per depistaggio, furono condannati a dieci anni Licio Gelli (capo della Loggia massonica segreta P2, la cui lista di affiliati venne scoperta per caso il 17 marzo 1981 durante una perquisizione presso la casa dello stesso Gelli), si sollevò un grosso polvere mediatico ai tempi visti gli iscritti e la professione di questi), il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte, entrambi membri del SISMI (Servizio informazioni e sicurezza militare, il vecchio servizio segreto militare attivo dal 1977 in sostituzione del Servizio informazioni difesa) e Francesco Pazienza, anche lui legato al SISMI. L'indagine poi da Bologna passò a Roma perché nella capitale era già aperta un'inchiesta contro la destra eversiva.
Il 25 ottobre 1989 iniziò il processo d'appello ed il 18 luglio 1990 ci fu la sentenza di secondo grado, con l'assoluzione dei Nar precedentemente condannati all'ergastolo per strage: si temette che tutto il processo si sarebbe dovuto rifare dall'inizio. Per gli accusati di depistaggio, la pena fu ridotta. Furono confermate le precedenti sentenze per banda armata.
Il 12 febbraio 1992, le Sezioni Penali Unite della Corte di Cassazione annullarono con rinvio la sentenza d'appello, il processo d'appello andava rifatto perché la sentenza era stata “illogica”, “priva di coerenza”, “immotivata o scarsamente motivata”.
L'11 ottobre 1993 iniziò un secondo processo d'appello. Uscirono di scena molti degli indagati per associazione eversiva, tra i quali Paolo Signorelli (ex Ordine Nuovo), Adriano Tilgher (ex Avanguardia Nazionale) e Stefano delle Chiaie, fondatore del partito della runa Oþalan, indagato per i processi di Piazza Fontana, golpe Borghese, “Italicus” e personaggio di spicco della destra neofascista italiana.
Il 16 maggio 1994 la nuova sentenza d'appello confermò l'impianto accusatorio del primo grado: ergastolo confermato per Mambro, Fioravanti e Picciafuoco, confermata accusa di depistaggio per i quattro precedenti, cosi come la “banda armata” per gli altri indagati.
Infine il 23 novembre 1995, la sentenza definitiva: ergastolo per strage a Mambro, Fioravanti e Cavallini. Picciafuoco venne rinviato a giudizio e poi assolto per strage in via definitiva nell'aprile 1997.
Oltre al processo della strage, i Nuclei Armati Rivoluzionari furono condannati, anche in altri processi, per associazione sovversiva, banda armata, omicidio, tentato omicidio, furto e rapine in armerie, negozi, banche, depositi di armi, incendio doloso, aggressioni, danneggiamenti a sede di partito e giornali, assalto ad una stazione radiofonica.
Tra il 2000 ed il 2004, anche Luigi Ciavardini ha visto cambiare la propria condanna: minorenne al momento della strage, il 30 gennaio 2000 venne assolto per strage, ma condannato per banda armata. Il 9 marzo 2002, la Corte d'appello del tribunale dei minorenni di Bologna lo ha condannato a 30 anni ed il 11 aprile 2007, a Ciavardini sono stati inflitti 30 anni. Nel 2017 l'ex Nar fu rinviato con l'accusa di concorso in strage per aver aiutato logisticamente Mambro e Fioravanti fornendo loro documenti falsi per la latitanza.
Il 9 gennaio 2020, Gilberti Cavallini è stato condannato all'ergastolo per concorso in strage.
Fioravanti e Mambro dovettero anche rispondere civilmente risarcendo lo Stato ed il Ministero degli Interni di oltre 2 miliardi di euro più gli interessi e oltre 20mila di spese processuali. Cavallini dovette risarcire i parenti delle vittime in base al grado di parentela, i feriti ed i parenti dei feriti.
“Giusva” Fioravanti è stato condannato complessivamente a otto ergastoli e 134 anni e 8 mesi di carcere: già in giovane età si era macchiato di reati e anche durante il periodo di leva ebbe diversi “problemi”. La Mambro fu condannata a nove ergastoli e a 84 anni e sei mesi di reclusione.
Lo stesso fondatore dei Nuclei Armati Rivoluzionari confermò di essere stato l'esecutore di otto omicidi, ma non della strage. Entrambi non si pentirono mai della loro attività terroristica e del sangue versato. Ciavardini è stato condannato anche per l'omicidio del poliziotto Francesco Evangelista (detto “Serpico”, per via delle sue abilità investigative, compiuto il 28 maggio 1980).
Furono in tanti (anche a sinistra) a sostenere che i Nar non c'entravano nulla con la strage, anche perché la loro “storia” non aveva mai visto atti stragisti di quel tipo, ma solo atti volti a colpire il singolo individuo o a compiere rapine, ma senza usare esplosivi (se non molotov, che non hanno un impatto deflagrante come una bomba). Molti accusarono gli inquirenti di aver solo analizzato una pista, quella “nera”, e di non averne valutate altre. Nel luglio 1994, si creò un comitato in difesa dei due Nar dal titolo “E se fossero innocenti?”.
Mambro, Fioravanti e Cavallini durante i dibattimenti hanno sempre detto che il 2 agosto 1980 erano a Treviso e nessuno ha mai dimostrato che fossero a Bologna quel giorno. Ma i giudici non hanno mai creduto alle versioni dei tre e della compagna e della madre della compagna di Cavallini. Anche se Massimo Sparti, un ladro ed amico di Cristiano Fioravanti, dopo il suo arrestò in data 9 aprile 1981 ed il suo pentimento, disse che il 5 agosto 1980 aveva incontrato a Roma la Mambro e Fioravanti i quali gli fecero notare del “botto” di Bologna e chiesero un documento falso per la donna. Durante le indagini ed il processo, le parole di Sparti furono smentite e non ci fu nessun incontro a Roma con i due membri dei Nar.
Nonostante si siano sempre dichiarati innocenti, Mambro e Fioravanti non hanno mai mostrato segni di cedimento o di empatia con i fatti di Bologna, apparendo sempre minacciosi e per nulla collaborativi con gli inquirenti durante l'iter processuale.
Durante le indagini, i due terroristi (che avevano intrapreso una relazione sentimentale quando nacquero i Nar, si sposarono nel 1985 ed ebbero una figlia nel 2001) non dissero mai dove si trovassero il giorno della strage, dando sempre risposte poi smentite. E questo fece molto pensare perché chiunque si sarebbe ricordato dove si trovava (anche a chilometri di distanza dall'eccidio) quel giorno a distanza di anni essendo stato un atto stragista molto forte.
Come detto, i depistaggi sono stati un problema durante il processo per la strage di Bologna. Il depistaggio più clamoroso avvenne il 13 gennaio 1981, quando sul treno espresso Taranto-Milano venne trovata una valigia con all'interno lo stesso tipo di esplosivo della strage con due biglietti aerei di due persone di nazionalità non italiana, tali Raphael Legrand e Martin Dimitris, un francese ed un tedesco vicini in passato ad Avanguardia Nazionale. La stessa valigetta conteneva anche due caricatori ed un fucile da caccia. Queste armi si scoprirono provenire dalla “santabarbara” della Banda della Magliana contenuta nel deposito presso il Ministero della Sanità in via Liszt a Roma.
A creare il depistaggio si scoprì essere stato qualcuno dei servizi segreti deviati in base al dossier (falso) “Terrore sui treni”. Questi depistaggi servirono a confondere le acque, deviare le indagini sulla pista estera facendo perdere tempo.
In base alla sentenze, i Nar sono stati gli esecutori della strage: sono loro che hanno piazzato la bomba dentro la sala d'attesa di seconda classe della stazione di Bologna che quarant'anni fa uccise 85 persone, ne ferì duecento, colpendo l'opinione pubblica.
Ma i mandanti di quella strage, chi erano? Ovvero chi aveva commissionato e pensato alla strage? A distanza di 40 anni questi sono ancora oggi ignoti. Per tanti anni si è parlato del fatto che i mandanti e gli esecutori della strage non fossero italiani: si è sempre parlato di una pista estera, molte volte discussa, ma mai provata. Anche per “colpa” di alcuni politici italiani del tempo: l'allora Presidente del Consiglio in carica al momento della strage, Francesco Cossiga, a due giorni dallo scoppio della bomba, disse che dietro la bomba c'era la mano della destra eversiva, mentre 24 anni dopo fece avere al presidente della Commissione parlamentare “Mitrokhin” una lettera in cui secondo lui la “mano” non era fascista e nel 2008, in un'intervista al Corriere della Sera, sempre Cossiga aveva detto che i Nar erano innocenti e che a mettere la bomba dentro la sala d'attesa a Bologna era stato il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina per mano del terrorista venezuelano “Carlos” per punire il nostro Paese del filoarabismo del governo.
Sono risultati indagati anche i terroristi tedesco occidentali vicini alla Revolutionäre Zellen, un movimento di estrema sinistra noto anche tra la Stasi, Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, vicini al gruppo terroristico filopalestinese di Carlos. Kram era a Bologna tra il 1 e 2 agosto come si sa visto che soggiornò in un albergo nel centro della città felsinea.
La pista palestinese pensata dagli inquirenti fu dovuta al fatto che la strage fosse o una ritorsione da parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash, oppure uno scoppio accidentale legato al trasporto di esplosivo legato ad altri scopi relativi sempre alla pista palestinese. La pista palestinese venne abbandonata, cosi come fu archiviata la posizione dei terroristi tedeschi e si continuò sul filone dell’estrema destra.
Tra le varie piste, si disse che la strage di Bologna fosse una vendetta a seguito dell’abbattimento del DC-9 della “Itavia” abbattuto nei cieli di Ustica il 27 giugno precedente: il volo era diretto da Bologna a Palermo. Perirono 81 persone, la quasi totalità originaria di Bologna. Di questa altra strage, a distanza di 40 anni, non si sa ancora con certezza se davvero l'aereo è stato abbattuto da un missile di un Paese della Nato per errore. L'idea che i fatti di Ustica e quelli di Bologna siano collegati è sbagliata, in quanto nonostante un tentativo di depistaggio, i Nar con Ustica non c'entravano nulla. Fatto sta che a distanza di quarant'anni non ha né un nome né un volto colui che ha ordinato di far esplodere una bomba di quella potenza dentro una stazione ferroviaria affollata di gente che non c'entrava nulla con la politica e con l'odio politico il primo sabato di agosto.


La strage di Bologna punto più tragico della “strategia della tensione”

La strage di Bologna rientra a pieno titolo nella “strategia della tensione”.
Cosa è stata la “strategia della tensione”? Per “strategia della tensione” si intende una situazione di paura e terrore sentita dalla popolazione che, a partire dalla fine degli anni Sessanta e fino agli inizi degli Ottanta, per undici anni complessivi, ha portato l’Italia sul baratro di una guerra civile “politica”, con morti e scontri di piazza.
Questo fu il periodo più buio e controverso della storia della Repubblica italiana: convenzionalmente si fa iniziare la “strategia della tensione” il 25 aprile 1969 quando nella vecchia Fiera di Milano (nei pressi di via Amendola) scoppiò una bomba che non causò vittime, ma una ventina di feriti e la distruzione di alcuni padiglioni della struttura. Tanti invece la fanno iniziare con la strage nella sede di Milano della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana il 12 dicembre 1969 e la si fa terminare con la strage di Bologna, anche se uno sparuto numero di studiosi la “spinge” fino al 23 dicembre 1984, giorno in cui ci fu lo scoppio della bomba sul treno Rapido 904 all’interno della Grande galleria dell’Appenino, nel territorio di San Benedetto Val di Sambro, già teatro dieci anni prima della strage dell’”Italicus” del 4 agosto 1974 della medesima galleria: morirono 16 persone e altre duecentosessantasette rimasero ferite.
Durante gli anni della “strategia della tensione”, erano forte l’insicurezza ed il disordine sociale che portarono all'esplosione di bombe, scontri nelle piazze, la scoperta di trame eversive, colpi di Stato ideati ma non attuati e la morte di giovani che facevano politica (e che cercavano di cambiare il Mondo).
A differenza di Spagna e Irlanda, altri due Paesi che in quegli anni ebbero problemi con il terrorismo separatista dell'ETA e dell'IRA, il terrorismo italiano si caratterizzò per una forte violenza politica e per una insicurezza causata anche da un nemico “interno”, i Servizi segreti “deviati”, che contribuirono all’instabilità politica e democratica del Paese, con lo scopo di creare in Italia un regime autoritario alla stregua della Grecia dei Colonnelli (1967-1974), dei regimi sudamericani o comunque per dare al Paese un regime molto conservatore. Tutto con il benestare degli Stati Uniti d'America che non volevano che in Italia il Partito Comunista Italiano andasse un giorno al governo.
Cosa spinse verso la “strategia della tensione”? Innanzitutto c'è da tornare indietro almeno fino all'inizio degli anni Cinquanta quando iniziò il boom economico che coinvolse tutto il Paese facendolo uscire dallo status di Paese agricolo e avvicinandolo sempre più ad un livello industriale elevato, con un benessere diffuso, favorendo anche l'immigrazione della popolazione dalle zone meridionali del Paese alla zona settentrionale, impedendo di fatto la loro emigrazione all'estero.
Tutto questo benessere si scontrava con la vera realtà del “Mondo Paese”: ci fu una forte empasse politica ed istituzionale che portò per la prima volta (in maniera intensa) la gente in piazza a manifestare e protestare vivamente. Le manifestazioni c’erano anche prima, ma non di questo tipo: a partire dal 1966, sulla scia delle proteste nelle Università americane contro la guerra in Viet Nam (la prima fu quella di Berkeley del 1966), la società capitalista sospinse gli studenti a manifestare, occupando per la prima volta gli atenei nazionali (la prima fu Sociologia a Trento) protestando contro il caro-tasse, accomunati dalla volontà di aprire le università a più studenti dando impulso ad un minor classismo al suo interno. Sono proprio gli studenti a scaldare gli animi e la piazza: era il vento del Sessantotto che iniziava a soffiare.
Nacquero anche i primi movimenti femministi e di difesa dei diritti dei più deboli. Agli studenti si affiancarono i lavoratori (e viceversa) nell’”autunno caldo” del 1969, cercando un riscatto sociale, rifiutando il sistema aziendale e il modello capitalista che li sfruttava a scapito del fattore umano.
“Partecipazione”, “uguaglianza”, “sciopero”, “riscatto sociale” e “pacifismo” sono state le parole chiave del Sessantotto.
A partire però dal 1969 la situazione si esasperò: le proteste si fecero più esagitate, la violenza dilagò ed iniziarono gli scontri di piazza tra manifestanti e polizia, e tra i manifestanti stessi di orientamento politico diverso. Spuntano le prime armi, le pistole P38 e varie armi bianche: la lotta era diventata senza quartiere.
La prima rivolta studentesca avvenne a Roma il 1° marzo 1968, quando un gruppo di studenti romani si staccò dal gruppo riunitosi a piazza di Spagna e cercarono di occupare la sede della Facoltà di Architettura di Valle Giulia, tra il quartiere Parioli e Villa Borghese. Iniziarono scontri con le forze dell’ordine che portarono a 58 feriti tra gli studenti, 158 tra le forze dell’ordine, 228 studenti fermati. Questi scontri videro unirsi per la prima ed unica volta studenti di destra e studenti di sinistra contro le forze dell'ordine: era la “battaglia di Valle Giulia”.
Gli scontri di piazza furono sempre più esacerbati e dall'alto qualcuno “tifava” sull'esasperazione degli scontri e delle persone. Tra questa intelligence deviata, lobby, gruppi di dominio economici, servitori dello Stato poco limpidi.
In questo contesto, è stata la destra neofascista a spingere più di tutte sulla paura e sul cambio di regime dello Stato.
C'è da tornare al maggio 1965 quando, presso l'hotel Parco dei Principi di Roma, l’Istituto militare “Alberto Pollio” organizzò uno strano convegno che ebbe come oggetto la “guerra rivoluzionaria”. Per tre giorni un simposio di militari, esperti di settore e giornalisti si incontrò e parlò di comunismo e delle lotte per contrastarlo. Non a caso l’anno prima l’Italia si scoprì vulnerabile con la scoperta del “piano Solo” e con il primo ingresso della compagine socialista nel governo tre anni prima. Non vi sono certezze, ma all'interno di quella struttura romana si posero le basi per la “strategia della tensione” viste le tematiche discusse e i personaggi intervenuti.
La prima bomba in Italia scoppiò, come detto, il 25 aprile 1969 ma non causò vittime. Vittime che però ci furono a Piazza Fontana duecentotrentuno giorni dopo. Quel giorno (il 12 dicembre 1969) scoppiarono altre bombe in Italia, ma non causarono vittime: una a Milano nei pressi del Teatro alla Scala (distante poco più di cinquecento metri da Piazza Fontana), altre tre a Roma nei pressi dell'Altare della Patria, uno all’ingresso del Museo di Risorgimento ed un altro in una filiale della BNL vicino a via Veneto. Le tre bombe causarono diciotto feriti e nessun morto.
Da quel momento crebbe il timore concreto che l’ordine e la sicurezza venissero meno e la gente iniziava ad avere paura ed era preoccupata. Del resto, i fatti in Grecia con i “colonnelli” di due anni prima e la forza delle dittature fasciste ancora al potere in Spagna e Portogallo, non facevano fare sogni tranquilli agli italiani: non a caso di pensò che un giorno gli italiani si sarebbero svegliati con i carri armati in strada.
Nel periodo 1969-1974, la paura di un golpe militare era quasi all’ordine del giorno: in questi cinque anni si contarono tre tentativi di colpi di stato andati a vuoto e che videro, però, parte di militari “deviati” tra i protagonisti: il “piano Solo” (luglio 1964), il “golpe Borghese” (7-8 dicembre 1970), il “golpe bianco” (agosto 1974), senza contare un presunto tentativo fallito pochi giorni prima della festa della Repubblica dello stesso anno, ma mai accertato perché il presunto attentatore morì in un conflitto a fuoco tra il Reatino e l’Abruzzo tre giorni prima.
L’anno buio della “strategia della tensione” è stato il 1974, quando si compirono due attentati violenti e furono impediti due presunti colpi di Stato. Il 28 maggio 1974 ancora una piazza fu teatro di un’altra esplosione che seminò morti, feriti e paure.
Quel giorno nella centralissima piazza della Loggia di Brescia, alle ore 10:12, durante una manifestazione antifascista voluta dalla CGIL e dai comitati antifascisti contro le continue violenze da parte dei “neri” in città, in un cestino dell’immondizia esplose una bomba che causò 8 morti e novantaquattro feriti. L’oscuro movimento neofascista Ordine nero rivendicò l’eccidio, ma non si avrà mai la piena certezza.
Pochi mesi dopo la strage bresciana, un’altra bomba fece tremare l’Italia: nei pressi di San Benedetto Val di Sembro, nel Bolognese, esplose una bomba che distrusse il treno “Italicus” Roma-Monaco di Baviera, causando 12 vittime e centocinque feriti. Era il 4 agosto 1974, il Paese sembrava inginocchiato ai piedi del terrore.
Gli “anni di piombo” (altro nome della “strategia della tensione”, mutuato da un film tedesco del 1981 della regista tedesca occidentale Margarethe von Trotta), come detto, hanno causato paura e tensioni.
Non appena sembrava terminata la stagione delle bombe, il 2 agosto 1980 scoppiò la bomba più forte di tutte, la bomba della stazione di Bologna. E i colpevoli della strage furono i Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari, la sigla del neofascismo eversivo che ha caratterizzato la scena terroristica tra il 1977 ed il 1982, coinvolta in una serie infinita di reati: dai furti alle rapine, dalla detenzione illegale di armi alla violenza privata, dal falso all'associazione, dalle lesioni personali alla banda armata, dagli omicidi eccellenti (il giudice Amato, il poliziotto Evangelista, i “traditori” Francesco Mangiameli, Marco Pizzari e Luca Perucci) fino alla strage di Bologna.
Esponenti di spicco della destra eversiva romana, i Nar si sono contraddistinti per la violenza e per lo spontaneismo armato, ovvero la decisione di alcuni militanti dell’estrema destra di abbandonare la politica da sede di partito o delle piazze per continuarla impugnando pistole e mitra in maniera, appunto, spontanea colpendo bersagli “unici” e senza ordini superiori.
A differenza di molte altre sigle della destra radicale “operanti” tra gli anni Cinquanta e Settanta, i Nar si caratterizzarono solo per l’azione violenta senza avere un background filosofico e politico alle spalle (ad esempio non avevano punti di riferimento culturali e non facevano pubblicazioni).
I Nuclei Armati Rivoluzionari nacquero nel 1977, l’anno di svolta politica del nostro Paese: questi giovani ruppero definitivamente con il Movimento Sociale Italiano: era ora di fare “sul serio”, era ora di far valere i “propri” diritti contro la sinistra e lo Stato. La colpa era del partito che si era appiattito, era diventato lassista e aveva perso contatti con la base militante, soprattutto giovanile.
I Nuclei Armati Rivoluzionari nacquero da un gruppo di giovani facenti parte della zona Eur-Monteverde (tra cui i fratelli Giuseppe Valerio e Cristiano Fioravanti, Franco Anselmi, Alessandro Alibrandi) e del FUAN (Fronte universitario d'azione nazionale), l’organizzazione universitaria dei militanti del MSI sita in via Siena, nel quartiere Nomentano, a Roma.
A differenza di un qualsiasi gruppo politico, i Nar non presentavano una gerarchia, non c’era un’organizzazione vera e propria (non vi era un segretario, un tesoriere, dei consiglieri, tanto per intenderci) e durante la loro esistenza commisero tanti reati, atti violenti ed omicidi. La politica era presente nei Nar, ma non era da intendersi come in passato per un gruppo di quel tipo: violenza, azione, distruzione erano le parole d’ordine.
Uno dei fondatori del Nar, e capo carismatico del gruppo, fu Giuseppe Valerio (detto Giusva) Fioravanti, diciannovenne ai tempi della nascita del gruppo e noto tra gli anni Sessanta e metà Settanta come baby attore avendo preso parte a diverse serie tv e film. Il ragazzo a 14 anni si era avvicinato alla politica del MSI, chiamato dai suoi genitori nel prendere sotto la sua ala il fratello minore Cristiano che, nonostante i due anni in meno di lui, era molto attivo nella politica della destra e aveva avuto diversi scontri fisici con ragazzi facenti parte di partiti e movimenti di sinistra.
Un altro evento che mosse le coscienze di tanti romani di destra furono i fatti di sangue accaduti presso la sede del MSI in via Acca Larentia, nel quartiere romano Tuscolano, dove, il 9 gennaio 1978, all’uscita da una riunione di giovani missini, un commando di sinistra fece fuoco su cinque ragazzi appena usciti dalla sezione verso le ore 18:30 ed uccise Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta di diciannove e diciotto anni. Dopo quell'attacco, in città si mosse una manifestazione non autorizzata di protesta e morì poco dopo, per mano di un colpo di pistola sparato da un carabiniere, il diciannovenne missino Stefano Recchioni.
La piazza “nera” romana da allora cambiò volto e molti intrapresero la strada della lotta armata per combattere non solo i rivali politici, ma anche il sistema.
Dopo quel momento, i Nar uccisero con regolarità chi si metteva contro di loro, assaltando radio, sedi di partito, avvocati e magistrati, forze dell’ordine, delatori e traditori (o presunti tali) e gruppi femministi. La fonte di finanziamento erano le rapine a armerie, filatelie, banche, depositi di armi nonché il compiere azioni eclatanti nei giorni degli anniversari della morte di missini o compagni della lotta armata. Ad esempio il 28 febbraio 1978, a tre anni dalla morte di Mikis Mantakas, otto esponenti dei Nar per vendicare la morte dello studente greco invece di assaltare un centro sociale risultato vuoto fece un assalto ad un gruppo di giovani di sinistra seduti su una panchina di un parco dell'Eur, dove fu ucciso un ragazzo estraneo a tutti i fatti di sangue, Roberto Scialabba. Oppure il 9 gennaio 1979, anniversario di Acca Larentia ci fu l'assalto a Radio Città Futura che in diretta aveva schernito una vittima di Acca Larentia. Il 15 marzo 1979 quattro membri dei Nar assaltarono una armeria di Roma per ricordare la morte di Franco Anselmi dell'anno prima durante una rapina ad un’altra armeria romana.
Oltre ai fratelli Fioravanti, alla Mambro e a Ciavardini, altri Nar noti sono stati Franco Anselmi, Alessandro Alibrandi, Gilberto Cavallini, Dario Pedretti, Stefano Soderini e Claudio Bracci. Tanti militanti di Terza posizione poi gravitarono nei Nar: da Walter Sordi a Giorgio Vale da Roberto Nistri a Pasquale Belsito fino a Fabrizio Zani. Faceva parte di Terza posizione anche Ciavardini. Vicini ai Nar erano anche Giuseppe Dimitri e Massimo Carminati, orbitante anche nella Banda della Magliana.
L’omicidio più sensazionale dei Nuclei Armati Rivoluzionari fu quello del sostituto procuratore Mario Amato il 23 giugno 1980, colpito perché stava indagando nei confronti della destra neofascista romana e nazionale, ritenendola capace di azione eclatanti, molto forte e radicata in Italia. Ad uccidere il magistrato era stato Gilberto Cavallini con la complicità di Luigi Ciavardini. Non era la prima volta che un neofascista uccideva un magistrato: il 10 luglio 1976 l’ordinovista Pierluigi Concutelli aveva ucciso il giudice Vittorio Occorsio, da anni impegnato a contrastare nelle aule giudiziarie la destra eversiva italiana.
L'ondata di arresti successivi alla strage di Bologna mise in difficoltà il movimento che continuò nella sua “attività”, concentrandosi sull'uccisione dei cosiddetti traditori ed entrando in un vortice di regolamenti di conti che portarono, dopo il 1982, all'implosione del gruppo terroristico.
Precedentemente erano stati già arrestati Luigi Ciavardini (3 ottobre 1980, insieme al tippino Nazareno de Angelis che morì in carcere misteriosamente due giorni dopo), Giuseppe Valerio Fioravanti (15 febbraio 1981), Cristiano Fioravanti (8 aprile 1981) e Francesca Mambro il 5 marzo 1982: con l'arresto di “Giusva” e della Mambro, finiva l'epoca dei Nar e prima del loro arresto erano morti in due scontri a fuoco due poliziotti (a Padova) ed uno studente che passò inconsapevolmente nei pressi di una rapina compiuta dalla Mambro ed altri Nar.
Il sito dell'Associazione vittime della strage di Bologna (www.stragi.it) riporta le condanne dei due terroristi neofascisti; Francesca Mambro è stata condannata complessivamente a 9 ergastoli e altri 84 anni e 8 mesi complessivi, mentre Fioravanti otto ergastoli e complessivi 134 anni e 8 mesi di reclusione.
Negli anni Ottanta – Novanta, l’Italia conobbe una nuova stagione terroristica, solo che la matrice non era politica tout court, ma fu la mafia a prendere il sopravvento, anche se saranno continui i legami con gli ultimi fuochi del terrorismo. Non a caso una bomba esplose sul treno rapido 904 Napoli - Milano del 23 dicembre 1984, ancora nei pressi di San Benedetto Val di Sembro, già teatro della strage dell’”Italicus”. Si vide subito che la mano non era fascista, ma qualcosa di più grande, anche perché esplose dentro la “Grande galleria” e non all’esterno. La bomba fu collocata nel centro del treno e fu davvero una strage, perché era carico di persone che partivano per le festività natalizie. Sarà la criminalità organizzata a volere la strage e non l’estrema destra, o di quello che ne rimaneva. Quella del Rapido 904 fu la terza strage in dieci anni nella Provincia di Bologna.


Cosa rimane oggi di quel tragico 2 agosto a quarant'anni di distanza

Si dice “Il tempo lenisce ma non cancella il dolore”. Nel caso della strage di Bologna di quarant'anni fa, il dolore non è mai stato dimenticato. Per una serie di motivi: a distanza di quarant'anni, un'esplosione ha stroncato la vita di 85 persone e altre duecento ne portano (o portano) ancora i segni fisici, morali e psicologici. Ancora oggi non si sappiano i mandanti della strage.
Per non parlare del lungo processo ed i vari depistaggi, che nella storia processuale di questa vicenda hanno avuto il loro peso. Le indagini e gli arresti eccellenti hanno permesso la scoperta di certo legame tra terroristi neofascisti, logge massoniche segrete, servizi segreti “deviati” e faccendieri con ruoli poco chiari.
Chi invece ha sempre avuto un ruolo importante non solo di difesa della memoria delle vittime e dei feriti di Bologna è l'Associazione dei famigliari delle vittime della strage.
Istituita il 1 giugno 1981, questa associazione si è sempre battuta per cercare la verità e, come detto, ricordare ad imperatura memoria i fatti che sconvolsero non solo le loro famiglie, ma tutto il Paese quel sabato 2 agosto 1980. L'Associazione partecipò attivamente alle udienze, cercando di dare un prezioso contributo alle indagini e far sapere a tutti l'andamento delle stesse.
Questa associazione, oggi presieduta da Paolo Bolognesi (che nella strage perse la suocera ed il figlio dovette subire diversi interventi chirurgici a seguito dello scoppio), vide come primo presidente Torquato Secci che perse il figlio Sergio di 24 anni. Dal 1996, anno della morte di Secci, vede Bolognesi presidente.
Il 6 aprile 1983 l'Associazione si è unita con quelle delle vittime di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e Italicus nell'Unione dei Famigliari delle Vittime per stragi.
Nel 1984 l'Assovittime di Bologna aveva presentato all'allora Presidente del Senato, Francesco Cossiga (ai tempi della strage, Presidente del Consiglio), la proposta di legge di iniziativa popolare per l'abolizione del segreto di Stato sui delitti di strage e terrorismo per fare chiarezza sul periodo della “strategia della tensione”.
L'Associazione dei famigliari delle vittime della strage promuove dibattiti, manifestazioni, incontri, premiazioni, inaugurazioni e patrocina eventi come il “Concorso internazionale di composizione 2 agosto” che si tiene ogni 2 agosto in Piazza Maggiore davanti alla basilica di San Petronio. Questa manifestazione, che si tiene dal 1994, ha il patrocinio della Presidenza della Repubblica ed è stata creata come risposta positiva all’atto terroristico: musica portatrice di un messaggio di pace, tolleranza, solidarietà, come riporta il sito dell'Associazione.
Ogni anno il 2 agosto, alle ore 10:25, momento dello scoppio, la città si ferma ancora e l’Assovittime tiene un discorso in Piazzale delle Medaglie d’oro dove partecipano migliaia di persone in ricordo delle vittime innocenti di quella strage, parte di un qualcosa più grosso di loro. E ogni volta quando parla un membro del governo o si parla di un politico, iniziano subito i fischi di protesta.
Dal 1981 la città di Bologna è medaglia d’oro al valore civile a seguito dei fatti della strage della stazione ferroviaria: nel novembre 1946 era stata insignita della medaglia d’oro al valore militare per la lotta contro il nazifascismo.
I simboli della strage, a distanza di quarant'anni, sono tre: l'orologio fuori dalla stazione fermo alle ore 10:25; il pullman della linea “37” che tutto il giorno svolse la funzione di ambulanza e carro funebre; lo squarcio nel muro nella sala d'attesa della stazione con una targa ricordo e la pavimentazione nei pressi dello squarcio è uguale a quella del 2 agosto 1980, lasciata volutamente diversa rispetto alle altre per ricordare il momento di allora.
Quarant'anni fa la vita di tanti italiani cambiò: chi perse un genitore, chi un figlio, chi un fratello o una sorella, chi un nonno o una nonna, chi un amico. Il 2 agosto 1980 l'Italia intera pianse. Piansero tutti coloro che volevano smettessero l'odio politico, il terrorismo, la paura ed il terrore.
Stragi della portata di quella di Bologna non ci sono più state in Italia perché il terrorismo è stato sconfitto con la vittoria dello Stato, ma purtroppo ce ne sono state altre, con molti meno morti, ma con un impatto sociale, morale e culturale altrettanto simile: da quella all'aeroporto di Fiumicino (27 dicembre 1985) alle bombe del 1993 (via Palestro a Milano, via dei Georgofili a Firenze, via Fauro e nei pressi delle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma) a quelle mafiose di Capaci (23 maggio 1992) e via d'Amelio (19 luglio 1992) dove morirono i giudici Falcone, sua moglie, il giudice Borsellino e gli otto membri delle due scorte.
Delle “bombe di Stato” (come sono state chiamate in modo beffardo le stragi avvenute durante la “strategia della tensione), quella di Bologna è l'unica in cui sono stati condannati gli esecutori materiali, mentre non si sa ancora oggi chi abbia pensato e voluto una strage di quel tipo.
Si spera un giorno (possibilmente non troppo lontano nel tempo) che si scopra chi ha progettato e chi ha ordinato quel folle attentato. La verità deve venire a galla.
Lo si deve alle 85 vittime, ai 200 feriti, a chi è sopravvissuto e ha portato, o porta ancora, i segni di quella deflagrazione.
Lo si deve anche ad un Paese intero che colpa dei terroristi ha pianto troppe vittime innocenti.


Bibliografia

A. Baldoni, Anni di piombo. Sinistra e destra: estremismi, lotta armata e menzogne di Stato dal Sessantotto a oggi, Sperling & Kupfer, Milano. 2009;
G. Bianconi, A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti, Baldini & Castaldi, Milano, 2003;
N. Rao, La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salò ai centri sociali di destra, Sperling & Kupfer, Milano, 2006;
N. Rao, Il piombo e la celtica.Storia di terrorismo nero, dalla guerra di strada allo spontaneismo armato, Sperling & Kupfer, Milano, 2009;
L. Telese, Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, Sperling & Kupfer, Milano, 2006
S. Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri-Mondadori, Milano, 1992;


Sitografia

www.stragi.it (sito dell’Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage della Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980)
https://www.raicultura.it/webdoc/strage-bologna/index.html#
https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/20_gennaio_09/strage-bologna-ergastolo-cavallini-ca7d9338-32f0-11ea-84d3-
https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/19/fioravanti-mambro-e-ciavardini-rimangono-gli-esecutori-materiali/152381/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/30/cronologia-della-strage-alla-stazione-di-bologna-2-agosto-1980/148952/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/09/strage-di-bologna-lex-nar-gilberto-cavallini-condannato-allergastolo-dalla-corte-dassise/5659415/
https://concorso2agosto.it/
http://www.storiain.net/storia/le-verita-inconfessate-della-strage-di-bologna/


Programmi televisivi

“La storia siamo noi”
Documento inserito il: 27/07/2020
  • TAG: terrorismo, nar, stazione bologna, giusva fioravanti, francesca mambro, italicus

Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione e sviluppo: Andrea Gerolla

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2016 )
privacy-policy