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I Micenei nel Mediterraneo: traffici e rotte nel II millennio A.C. Parte I

di Francesco Servetto


LA RETE DEI TRAFFICI NEL MEDITERRANEO AL MOMENTO DELLA FORMAZIONE DELLA CIVILTÁ MICENEA

Quando il cinema o l’arte riportano in auge l’epica alla base della nostra civiltà chiunque rimane colpito, come se un meccanismo interno suonasse una sveglia: è il nostro più profondo io, lo scrigno nel quale si annidano gesta memorabili di antenati vissuti millenni orsono, con i propri solchi incolmabili che fanno della mente un corpo ferromagnetico attirato dalla calamita del racconto tramandato. Ecco che l’epopea di Ulisse o quella della presa di Ilio, in qualche modo modificati da impreparati sceneggiatori (o volutamente desiderosi di cambiare le cornici entro cui i poemi omerici si manifestano per fini politici ed economici, chissà), diventano uno spettacolo plasmato su gusti e aspettative anacronistiche e culturalmente aliene. Storcere il naso serve a ben poco, d’altronde l’umanità da sempre è divisa tra chi cerca la verità e chi cerca una verità utile ai propri fini: conoscere una civiltà servendosi dei documenti e dei reperti diventa inevitabilmente doveroso per quanti abbiano una coscienza storica pura e mossa da nobili intenti.
La civiltà micenea, antenata di quella ellenica che ha partorito la filosofia raggiungendo vette notevoli, sembrerebbe, secondo i dati a disposizione, la protagonista delle vicende omeriche: i sovrani – i basileis – sono i personaggi attorno a cui ruotano, insieme all’elemento divino, le vicende, guidati da un re supremo – definito con il termine di chiara origine micenea wanax- in una cornice metastorica che, come insegna lo scopritore del sito di Troia Heinrich Schliemann, racchiude una serie di testimonianze – si pensi al catalogo delle navi dell’Iliade – che, per quanto risentano di imprecisioni dovute sia alla trasmissione orale, sia agli scopi propagandistici propri dell’epoca, non possono essere liquidate come mero folklore, ma acquistano una propria dignità. Usanze posteriori, come la cremazione dei defunti, non lascino lo studioso nella convinzione che tutto sia sbagliato, che un’accozzaglia di descrizioni vada rigettata perché non del tutto precisa: la storia risente delle distorsioni dei punti di vista e persino noi che immaginiamo di sapere con certezza del nostro passato più recente restiamo perplessi quando vengono desecretati documenti di cui non sapevamo l’esistenza.
Navigare è scoprire nuovi territori e nuovi popoli, è muoversi senza i pericoli della terraferma, è il vettore attraverso cui le idee si propagano, generando nuove forme d’arte e diffondendo nuove tecniche. L’umanità è sicuramente cambiata in meglio, da quando uno o più individui scoprirono, forse per caso, che restando aggrappati a tronchi per sfuggire a improvvise alluvioni o semplicemente per vedere l’effetto che fa, era possibile spostarsi verso l’orizzonte, verso lingue di terra in cui la mancanza di conoscenza facilmente avrebbe relegato l’ubicazione di esseri fantastici o di tremendi simili dalle usanze incomprensibili.
Già dalla preistoria abbiamo testimonianze di relazioni e contatti tra i vari popoli che vivevano nei territori prossimi al mare Egeo, per esigenze di varia natura, non solo tra terre confinanti, ma anche tra regioni piuttosto distanti tra di loro. Durante l’Età del Bronzo e più nello specifico nella seconda metà del secondo millennio p.e.v. assistiamo ad un intensificarsi di tali scambi, sia per ragioni logistico-geografiche, sia per la necessità di reperire materie prime differenti in diversi luoghi, anche notevolmente distanti l’uno dall’altro. Le civiltà più sviluppate lasciano testimonianze di sé a livello artistico ed archeologico: sono attestate intense relazioni del mondo cretese con l’Egitto, con Cipro, con le isole orientali dell’Egeo e con le popolazioni stanziate sulla costa occidentale dell’Asia Minore. Caratteristiche architettoniche e di sviluppo urbano comparabili con quelle minoiche sono evidenti a Trianda presso Rodi, così come a Mileto, a Iaso ed a Coo. Alcune tombe egiziane presentano pitture parietali in cui sono raffigurati individui abbigliati secondo lo stile cretese nell’atto di porgere al faraone doni di provenienza egea. In palazzi cretesi sono stati ritrovati sigilli, vasi in pietra di un certo prestigio e in altri materiali pregiati, come le zanne di elefante nel palazzo di Zakro, di chiara derivazione egiziana. Parallelamente, la cultura mesoelladica si esprime nella penisola greca in forme decisamente meno tendenti all’apertura verso l’esterno e la sua trasformazione che porterà alla definizione di una cultura micenea è graduale e non uniforme nel tempo né nello spazio.
I centri da cui sembrerebbe irradiarsi la cultura micenea, in un primo tempo patrimonio di una minoranza elitaria, sono l’Argolide e la Messenia tra le fine del XVII e l’inizio del XVI secolo p.e.v., seguiti poi dalla Laconia, dall’Attica e dalla Beozia. Perdurano, coesistendo e affiancando gli elementi di novità, caratteristiche del sostrato mesoelladico, sino a che nel giro di poche generazioni la diffusione micenea può dirsi piuttosto estesa. Le testimonianze archeologiche a cui è maggiormente possibile fare riferimento in questo periodo sono di tipo funerario, quali le tombe a fossa dei due circoli funerari A e B di Micene ed i corredi funerari delle tholoi più antiche della Messenia, con evidenti tracce di rapporti con la Creta neopalaziale, con l’ambiente insulare, nonché in minor parte con aree più distanti dell’Europa continentale, dell’Anatolia e del Levante. L’arco di tempo in cui avviene questo graduale cambiamento di atteggiamento del mondo miceneo verso l’esterno si estende per circa centocinquant’anni, dapprima seguendo criteri selettivi, in seguito interessando un’estesa area geografica, al punto che è possibile, nonostante la precarietà e la limitatezza dei reperti disponibili, perlopiù di tipo funerario, distinguere i vari tipi di relazioni, più o meno occasionali, più o meno legate allo scambio di materie prime e di oggetti lavorati, e l’influenza che tali relazioni ebbero su altri popoli e, in certi casi, persino l’insediamento presumibile di alcune popolazioni in altrui territori.
Studi focalizzati su altri popoli antichi dell’area egea hanno confermato la presenza di materiale miceneo in loco, rafforzando così la tesi sopra esposta; a Creta (MM IIIB –TM IA) è in corso la fase antica dei secondi palazzi e sono attestate relazioni con l’Egitto, con il Dodecaneso e con il Levante; nelle Cicladi si manifesta una forte influenza minoica; in Egitto la dinastia Hyksos si appresta a concludere il proprio dominio, in Anatolia centrale è presente il regno ittita e nella zona costiera sono da tenere in considerazione Troia (VI) e Mileto; in Mesopotamia si sviluppa il regno di Mitanni, in Siria svariati regni dapprima sotto l’influenza mitannica, in seguito egiziana. Così nei testi egiziani troviamo la definizione di Keftiu ad indicare i cretesi, mentre in quelli levantini è utilizzato il termine Kaptara. Pitture funerarie la cui datazione è riconducibile entro il 1450 p.e.v. mostrano individui riconoscibili come stranieri nell’atto di offrire tributi ed offerte di tipo cretese. Importanti testimonianze delle relazioni tra i due popoli sono offerte dagli affreschi scoperti a Tell al-Dab’a, l’antica capitale Hyksos conosciuta come Avaris, la cui tecnica, lo stile e l’iconografia derivano dal mondo minoico.
Il mondo miceneo nelle sue prime fasi mescola i propri caratteri con quelli minoici, dapprima (fase ceramica TE1) comparendo e lasciando tracce archeologiche a Ceo, Citera, Santorini, Melo e Rodi, in seguito (TE II) estendendo la propria presenza sulla costa egea dell’Anatolia, a Cipro, nell’area levantina ed in Egitto. La fase ceramica TE IIIA1 attesta un gran numero di insediamenti e di necropoli nella penisola greca che suggeriscono il consolidamento della civiltà micenea ormai estesa territorialmente ad un livello oltre cui non si spingerà più. Benché non si abbiano prove dirette, appare verosimile la nascita di strutture palaziali organizzate a livello economico similmente ai palazzi minoici nei centri di Micene, di Tebe e di Pilo. Il crescente potere politico ed economico miceneo in questa fase è riscontrabile in due luoghi strategici, il palazzo di Cnosso e l’abitato di Trianda a Rodi. Permane molto dibattuta la questione della datazione della distruzione finale del palazzo di Cnosso, tuttavia risulta evidente tramite l’archivio di tavolette in lineare B che nella fase successiva l’amministrazione fu tenuta in lingua micenea. Il cambiamento politico che sarebbe avvenuto a Creta è individuabile, inoltre nella presenza di tombe di guerrieri e nel sito di Haghia Triada, nel quale l’abitato del TM IIIA è riorganizzato, dopo la distruzione della villa, seguendo tendenze architettoniche di ispirazione continentale. Il caso dell’abitato di Trianda a Rodi è piuttosto indicativo della probabile sostituzione politica che sarebbe avvenuta in modo violento, poiché numerose sono le tombe di guerrieri micenei riconducibili al periodo TE IIB-IIIA; precedenti teorie, al contrario, affermavano un graduale e pacifico passaggio nella cultura materiale dal mondo minoico a quello miceneo, ma alla luce dei recenti studi da parte del Benzi proprio sulle sepolture, appaiono non più convincenti. Contemporaneamente troviamo elementi archeologici di stampo miceneo sempre più numerosi in Egitto, nell’area levantina e a Cipro, laddove precedentemente era diffusa la cultura minoica. Il caso della costa occidentale dell’Anatolia appare differente, poiché l’elemento minoico precedente è piuttosto scarso e in taluni luoghi del tutto inesistente: i più antichi reperti di cultura micenea disponibili risalgono al TE I-II e sono localizzati nell’area che va dai Dardanelli alla Caria.
Per territori del Mediterraneo occidentale al momento non sono disponibili elementi archeologici che possano far luce sui rapporti del mondo minoico con i popoli ivi stanziati. Tuttavia, è piuttosto rilevante e a livello quantitativo più consistente rispetto all’area orientale la documentazione della fase formativa della civiltà micenea, quella delle tombe a fossa. Reperti quasi esclusivamente di tipo ceramico (TE I e II) sono stati rinvenuti nelle isole Eolie, nelle Flegree e raramente lungo le coste dell’Italia meridionale, in zone quali Molinella sul Gargano, Punta le Terrare presso Brindisi, Porto Perone a sud di Taranto e Capo Piccolo presso Crotone. Appare probabile che i siti costieri fossero approdi temporanei utilizzati per i rifornimenti durante spedizioni la cui destinazione finale era un’altra, mentre il mondo insulare sembrerebbe aver intrattenuto altri tipi di rapporti con i Micenei, in quanto è stato dimostrato in grado di procacciarsi altrove materie prime, come il rame per il caso delle Eolie ove veniva fuso in loco.
In questa fase, caratterizzata dalla dominazione cretese in area orientale, inevitabilmente la necessità di reperire metalli avrebbe spinto i Micenei ad affrontare rotte occidentali. Nell’area dell’Europa centro occidentale sembrerebbero documentabili contatti col mondo miceneo grazie alla tazza bronzea rinvenuta a Dohnsen, in Bassa Sassonia, non successiva al XV secolo, di manifattura quasi certamente egeo-micenea, e la tazza fittile di Nienhagen, in Germania centrale. Allo stato attuale delle conoscenze le scarse testimonianze non permettono di delineare un quadro storico completo, poiché controversi appaiono altri tipi di possibili indizi, quali i presunti punti di contatto artistici tra manufatti europei e micenei. Nei circolo funerari A e B di Micene va tenuta in considerazione la presenza diffusa dell’ambra baltica, quasi sicuramente importata tramite la mediazione di più popoli in un sistema di scambi economici che lascerebbe supporre, comunque, un qualche tipo di connessione tra civiltà micenea e altre civiltà di area europea centro-occidentale.


LA PRODUZIONE ARTISTICA E ARTIGIANALE NEL MONDO MICENEO

Le tavolette rinvenute a Pilo e a Cnosso ci permettono di conoscere la struttura economica alla base della società micenea, in cui il palazzo è il centro principale della produzione. Gli archivi indicano tipologia e numero di lavoratori impiegati nella macchina produttiva. La filologia moderna considera la ta-ra-sja una forma di lavoro strettamente dipendente dal palazzo, che avrebbe fornito a gruppi di lavoratori o a singoli le materie grezze, quali lana, legno, metallo, da restituire una volta trasformati in manufatti. A Pilo è accertata una suddivisione degli spazi a seconda dell’attività interessata, così, ad esempio, il Laboratorio di Nord est è destinato alla produzione di armi. Siamo venuti a conoscenza di una suddivisione del lavoro specialistica, basata su differenze di genere e di età. Il settore tessile è riservato alle operaie specializzate, alle quali vengono affiancate le figlie (ko-wa) e, talvolta, i figli, molto probabilmente assegnati alle madri fino alla maggiore età, lasciando intuire, così, l’esistenza di un’usanza educativo-giuridica tipica del mondo miceneo.
Elemento fondamentale per l’archeologo e per lo storico è la ceramica, sia per l’utilità nell’individuazione di linee cronologiche, sia per la definizione di identità territoriali e lo scambio commerciale tra cultura micenea e culture coeve. Gli studiosi non sono concordi nell’identificazione del luogo in cui comparve lo stile definito miceneo, che si afferma nella Grecia meridionale nel corso del TE I (1675/1650- 1600/1550 p.e.v.), evidenziando una fusione di tradizioni mesoelladiche, rintracciabili nelle forme e nei motivi della classe policroma dipinta detta Matt Painted Ware, con tradizioni insulari evidenziabili nei motivi floreali e marini come nella ceramica minoica dell’Età dei Secondi Palazzi. Si è notato come l’influenza minoica aumenti a mano a mano che si procede verso sud. Per alcuni il centro di origine sarebbe da individuare nel nord est del Peloponneso, forse nell’Argolide, mentre altri sostengono la tesi del sud del Peloponneso, particolarmente la Laconia nel sito di Kythera.
La tipologia di manufatti che per prima segna una cesura col precedente periodo mesoelladico presenta una decorazione con motivi in vernice lucida in uno stile chiaro-scuro. Nella prima fase tra gli elementi più tipici troviamo le tazze di Vaphio, di forma tronco-conica, in lamina aurea decorate a sbalzo con scene di carattere bucolico, e altre tipologie quali tazze convesse e brocche a becco, anfore pithoidi e altre ancora per la conservazione di prodotti di pregio. Da notare altresì una tipologia di ceramica dipinta in tonalità variabili dal rosso al nero, a seconda del tempo di cottura, diretta discendente della Mynia grigia e nera che scompare durante il corso del TE I e la cui forma più ricorrente è quella del calice. Nella fase successiva, il TEIIA, i centri di produzione si sviluppano, la ceramica micenea esce dai propri confini e con lo «stile di palazzo» abbiamo un primo tentativo di uniformità nelle forme e nei motivi. Nel TE IIB (1490/1470- 1435/1405) viene abbandonato suddetto stile e nuove forme si affacciano sulla scena, come la coppa efirea, biansata su piede a stelo, decorata con un unico motivo su entrambi i lati. Lo stile efireo appare anche su brocche e caraffe, più raramente su crateri. In questa fase a Creta, risulta evidente l’influenza micenea nella produzione, specialmente nella versione locale della coppa efirea, decorata con immagini di edera, di gigli, di nautili. Molto rari i manufatti di tipo Matt Painted, che scompaiono intorno al TE IIIA1 (1435/1405- 1390/1370 p.e.v.). In questa fase i calici micenei allungano lo stelo e presentano la parte destinata a contenere il liquido meno profonda, iniziando così l’opera di trasformazione in kylix.
La coppa di Vapheio viene trasformata nel più tardo boccale miceneo e diventa molto più rara, il vaso a staffa invece è particolarmente diffuso. Le forme di questo periodo prediligono puntini e spirali, mentre i motivi naturalistici perdono terreno e appaiono più stilizzati. Tra 1390/1370 e 1320/1300 p.e.v., durante il TE IIIA2, si nota l’importanza che è venuta ad assumere il manufatto di tipo kylix, oramai forma dominante, e molto spesso negli insediamenti sono stati rinvenuti vasi a staffa, vasi piriformi e alabastron. Sono introdotti due nuovi motivi, entrambi piuttosto stilizzati, la conchiglia a spirale ed il cosiddetto fiore TE III. Particolare importanza va riconosciuta al sito di Tell el-Amarna, in Egitto, in cui è offerto un campionario rilevante delle forme in uso nella contemporanea ceramica di area egea. Gli oggetti dipinti monocromatici ormai hanno una tipologia di forma circoscritta al kylix e alla ciotola con gambo, anche se in certe aree, tra cui l’Attica, ne appaiono anche altre, in particolare la brocca. I manufatti del tipo finemente non dipinto presentano forme sia aperte, sia chiuse.
La ceramica del periodo successivo, il TE IIIB (1320/1300- 1190 p.e.v.), si differenzia da quello precedente per la profondità delle ciotole sia dipinte, sia non dipinte, e per l’affacciarsi sulla scena del kylix conico non dipinto; un altro elemento tipico del tempo è quello dei pannelli dipinti, che ritroviamo anche più tardi. In seguito, la ciotola profonda giunge a soppiantare il kylix, sebbene esso perduri nel tipo non dipinto sino agli albori del TE IIIC. Nell’Argolide è possibile distinguere due sottofasi, il TE IIIB1 caratterizzato da un equilibrio sostanziale tra ciotole profonde dipinte e kylikes, i quali sono perlopiù di tipo Zygouries, mentre le altre tutte di tipo «Gruppo A», ed il TE IIIB2 in cui spiccano l’assenza di kylikes decorati e l’introduzione di ciotole profonde definite di tipo «Gruppo B» e «Rosetta». Non sono del tutto certi i termini di connessione tra le due fasi, tuttavia la distruzione dei palazzi di Micene e di Tirinto e della cittadella di Midea sono ascrivibili alla fine del TE IIIB2. D’altro canto il palazzo di Pilo e il sito di Menelaion vicino Sparta sono devastati nel TE IIIB, ma risulta attualmente non sostenibile una datazione precisa in relazione ai fatti dell’Argolide.
Il TE IIIC (1190-1050 a.C.) vede il collasso del potere politico centralizzato, riscontrabile nel crescente particolarismo artistico regionale ed in esso è possibile distinguere tre sottofasi, quella iniziale, quella di sviluppo e quella tarda. Dapprima appare il cosiddetto stile «a media banda», tipico delle ciotole profonde, decorate perlopiù in modo lineare, ma non mancano nuove forme meno diffuse, come le tazze carinate, e decorazioni differenti, di nuova ideazione, come ad esempio le coppe e i kylikes a banda lineare o semi globulare. Appaiono anche ceramiche non appartenenti al mondo miceneo, subito dopo le distruzioni dei palazzi e delle cittadelle argive, che hanno una qualche correlazione con Troia VIIb1, con il sud Italia e con la Sicilia. Sulla loro origine non vi è concordia da parte degli specialisti, per cui l’ipotesi come quella concernente la regione centro europea del medio Danubio, per quanto affascinante, non è dimostrabile. La sottofase detta dello sviluppo vede una rinascita della ceramica a forme dipinte, più rappresentative che astratte, secondo varietà regionali. Abbiamo quindi lo stile chiuso nell’Argolide, lo stile a polpo nell’est dell’Attica, nelle Cicladi e nel Dodecaneso, lo stile pittorico o fantastico di Lefkandi, lo stile a frange a Creta.
I manufatti di origine straniera spariscono in alcuni siti, ma permangono in altri. Soggetti di guerrieri, sia a piedi (es. Il Cratere del Guerriero di Micene) sia su carri, conoscono una notevole diffusione. La ceramica della terza sottofase è scarsamente conosciuta, tuttavia le sue forme sono piuttosto semplici, distanti della vitale decorazione del periodo precedente, decorate con semplici bande o con un solido rivestimento di vernice. L’ultima parte di essa viene definita «Sub micenea» ed è attestata in Attica ed in Argolide.
I vasai erano generalmente individui di sesso maschile, come testimoniato dalle tavolette in lineare B, erano definiti ke-ra-me-wo e ke-ra-me-u, termine che ritroviamo come kerameus sia nei poemi omerici (Iliade XVIII, 601) sia nelle Opere e i giorni esiodee, e ricevevano razioni alimentari dal centro di potere. In un solo caso, a Cnosso, troviamo il termine ke-ra-me-ja ad indicare una donna. A Pilo è impiegato l’aggettivo wa-na-ka-te-ro («del sovrano»), a fianco alla definizione del mestiere. A Cnosso due documenti (K 700 e K 778) forniscono un prezioso elenco di 1900 anfore a staffa utilizzate per il trasporto dei beni prodotti dal palazzo. Scavi condotti a Berbati in Argolide, a Dimini in Tessaglia e nella parte nord est dell’Agora di Atene evidenziano la collocazione delle officine produttive nei quartieri cittadini; sappiamo tuttavia che a Longaki, a circa 500 m dalla cittadella di Micene, è stata individuata un’officina risalente al TE IIIB e a Pilo è citato il toponimo re-ka-ta-ne come sito di provenienza di vasai e di ceramisti. Identifichiamo la forma di molti vasi, anche se non è distinguibile il materiale da cui sono prodotti, grazie a un buon numero di ideogrammi e di alcuni conosciamo il nome, ad esempio a-pi-po-re-we (greco amphiphoreus, anfora) e ka-ra-re-we, l’anfora a staffa.


Nell'immagine, la Porta dei Leoni a Micene.


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Documento inserito il: 22/09/2026
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