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I Micenei nel Mediterraneo: traffici e rotte nel II Millennio A.C. - Parte III

di Francesco Servetto


IL MEDITERRANEO E LA NAVIGAZIONE

Differenti scuole di pensiero, marxiste, neomarxiste, sostanzialiste e formaliste, hanno tentato di decodificare il sistema di scambi nell’Europa protostorica, inserendolo nel quadro delle relazioni e dei processi dialettici presenti nelle diverse società. L’approccio marxista ha focalizzato l’attenzione sui rapporti di forza tra le varie entità sociali, mentre quello sostanzialista ha trattato i meccanismi di scambio, distinguendone tre forme, la reciprocità, la distribuzione e il mercato. Il sociologo Immanuel Maurice Wallerstein ha individuato nella divisione geografica del lavoro il fulcro del sistema economico: per un centro gestito dalle élite operano tutta una serie di laboratori periferici e la capitalizzazione delle risorse è direttamente complementare alla specializzazione artigianale.
Colin Renfrew ha indicato quattro meccanismi di scambio compatibili con la documentazione archeologica, il down the line, il prestige chain, il freelance commercial trade e il directional commercial trade. Il primo è descritto con una curva di discesa indicante la diminuzione nella frequenza di beni scambiati in rapporto alla distanza dalla fonte originaria, il secondo è relativo al prestigio derivante dal possesso di beni e al loro valore simbolico, la cui diffusione avviene in sistemi chiusi i cui soggetti spesso sono di alto rango o sovrani, il terzo identifica il commercio messo in atto da privati, in alcuni casi anche produttori, e riguarda beni di diversa natura e valore, il quarto riguarda scambi e distribuzioni costanti, perlopiù di materie rime, in determinati luoghi secondo canali preferenziali. In esso entrano in scena gli intermediari, necessari per ridurre rischi e costi di trasporto, specialmente sulle distanze maggiori. Quest’ ultimo sistema si inserirebbe in un quadro più complesso, poiché con l’aumento del volume delle merci, degli interlocutori commerciali e delle distanze coperte necessariamente sorgerebbero strutture logistiche nei luoghi di destinazione dei beni, come enclavi coloniali e ports trade.
Il punto di vista di Renfrew, analizzando il commercio antico partendo dai documenti archeologici, risulta particolarmente utile per lo studio del mondo egeo dell’età del Bronzo. I testi in lineare B forniscono dati parziali relativi alla gestione delle merci sotto il controllo dell’autorità centrale, mentre l’archeologia marina negli ultimi anni ha fornito un contributo piuttosto indicativo. Tre sono i relitti navali da prendere in considerazione: quello di Capo Gelidonya, quello di Uluburun e quello di Dokhos. Il primo è stato rinvenuto a poche miglia dalla costa sudoccidentale della Turchia, risale al periodo tra la fine del TE IIIB e l’inizio del TE IIIC, e il carico consisteva in una tonnellata circa di lingotti di rame a pelle di bue, in panelle di rame e alcuni lingotti di stagno. É ritenuta l’imbarcazione di metallurghi itineranti, poiché presenta numerosi rottami di fusione e strumenti di forgia. Il relitto di Uluburun è databile tra la fine del TE IIIA2 e l’inizio del TE IIIB1 e la sua esplorazione, non ancora terminata, ha fornito spunti interessanti. Il carico consisteva in dieci tonnellate di lingotti e panelle di rame e in una tonnellata di stagno, numerose merci di varia provenienza mediterranea, quali zanne di elefante, denti di ippopotamo, conchiglie pregiate, tronchi di ebano libanese, 175 lingottini di materiale vetroso, una tavoletta lignea a dittico impiegata dagli scribi, armi varie tra cui una spada del genere Thapsos Pertosa di fabbricazione italica, strumenti metallurgici, numerosi manufatti in ceramica, centocinquanta anfore cananee, una decina di pithoi di tipo cipriota, fine vasellame cipriota e ceramica micenea.
Le analisi archeometriche hanno indicato che le anfore levantine contenevano terebinto, mentre in altre erano trasportati spezie orientali, coriandolo e zafferano, mandorle, fichi, uva e melograni. Per quel che concerne il relitto ubicato in acque prospicienti l’isolotto di Dokhos nel golfo di Argo, le indagini sono ancora in divenire, non è certa la presenza dello scafo ed è probabile che il carico, un gruppo di ceramiche, possa essere stato gettato in mare per alleggerire l’imbarcazione in una situazione di emergenza. Tra esse troviamo venticinque vasi di medie dimensioni, databili al TE IIIB2, comprendenti anfore di fabbrica elladica, giare da trasporto a staffa di produzione cretese, vasellame cipriota e quattro grandi pithoi cordonati di fabbrica levantina. Per definire la nazionalità dei relitti citati gli unici elementi di cui disponiamo, insufficienti, sono le etichette di fabbrica dei materiali, cipriote e levantine.
Il caso di Uuluburun, per la natura del carico, potrebbe essere inserito nel meccanismo del directional commercial trade, secondo cui agenti di scambio operavano da intermediari per conto dell’autorità palatina e potrebbe spiegare il silenzio dei testi in lineare B sui traffici: i centri di potere avrebbero affidato il reperimento di materie prime e di oggetti di provenienza straniera a privati non necessariamente strutturati all’interno dell’organizzazione di palazzo. In alcuni siti mediterranei sono presenti concentrazioni di prodotti elladici che lasciano supporre l’esistenza di strutture logistiche commerciali, i ports of trade di Renfrew. I marchi da vasaio mostrano che su vasi di produzione continentale, perlopiù della zona dell’Argolide, trovati nel Mediterraneo orientale in zone come Ugarit, Enkomi e Tell Abou Hawam, compaiono segni del sillabario miceneo-cipriota, mentre gli stessi contrassegni si trovano su vasi provenienti da Tirinto, per cui sembra plausibile che alcuni agenti stranieri svolgessero operazioni di selezione del materiale miceneo da trasportare. Il sistema commerciale miceneo, alla luce di queste ipotesi, risulterebbe meno legato a vincoli rispetto ai contemporanei e, pur non conoscendo il ruolo sociale degli intermediari, possiamo supporre che essi disponessero di risorse per portare avanti il sistema degli scambi: a Pilo è citata la figura di Enkelawon, possessore di un certo numero di rematori in grado di armare e mantenere navi.


ANATOLIA

I primi contatti tra mondo miceneo e Anatolia risalgono al TE I-II e sono testimoniati da ceramiche importate dalla Grecia continentale a Troia (città VI) e nelle isole dell’Egeo nord-orientale, Chios, Lemnos e Lesbo. Al TE IIB rimandano beni di produzione tessalica e, in minor numero, peloponnesiaca, sicché appare plausibile che i primi esploratori micenei provenissero dalla Grecia centro-orientale. I contatti col mondo ittita sarebbero iniziati a partire dalla seconda metà del XVI secolo, lungo le coste dell’Anatolia settentrionale sul mar Nero, lungo la rotta dei metalli. Un vaso del tipo rhyton zoomorfo a forma di cervo in lamina d’argento, scoperto nella tomba IV del Circolo A di Micene può essere legato al mondo ittita per scopi rituali, come suggerito dagli stessi testi ittiti. Tra il TE IIB e il TE IIIA1 la ceramica micenea si diffonde largamente nelle località costiere dell’Anatolia.
La situazione politica dell’epoca vede il regno ittita di Tuthalyia I/II riportare importanti vittorie in Anatolia occidentale sul regno di Arzawa, lottando contro la confederazione di Ashshuwa comprendente Wilusha e Taruisha, identificabili con Troia/Ilion e con la Troade. Il ritrovamento in anni recenti nella capitale ittita Hattusha di una spada di bronzo lunga 80 cm la cui fabbricazione non è locale, ha lasciato supporre un mutamento di rapporti tra micenei e ittiti. Un’iscrizione in accadico incisa sulla lama dopo la forgiatura recita: «Quando Tuthalyia il Gran Re annientò il paese di Ashshuwa, queste spade dedicò al dio della Tempesta, suo signore». Essa potrebbe quindi essere stata sottratta ad un guerriero miceneo che aveva combattuto nell’esercito della confederazione di Ashshuwa, come bottino di guerra. In un quadro di politica internazionale molto delicato, con equilibri fragili e comunicazioni tra regni come testimoniato dall’archivio di Tell el-Amarna, il re di Arzawa Tarhundaradu controllava un regno strategico.
A questo periodo risale un importante documento, l’Atto di accusa a Madduwatta, inserito in una complessa vicenda di strategie e di tradimenti politici, in cui uno dei protagonisti è un certo Attarsshiya, chiamato «uomo di Ahhiy(wa)», etnico che nelle fonti ittite indica un popolo in contrasto col regno di Hatti. Per alcuni studiosi l’identificazione del termine Ahhiyawa con gli Achei è possibile e si riferirebbe ad un regno ubicato nel Dodecaneso o nell’Anatolia occidentale. A capo del regno figura un vero e proprio sovrano, come si evince dai testi ittiti, trattato allo stesso grado del Gran Re ittita, che quindi necessariamente doveva governare un vasto territorio, come la Micene del XIV-XIII secolo o il regno di Tebe. Durante il TE IIIA1-2 aumenta il numero di ceramiche micenee nella Troade e lungo la costa occidentale fino alla Cilicia e in alcuni casi, come a Menem-Panaztepe con i suoi piccoli tholoi di derivazione micenea o come a Musgebi con le tombe a camera, si avvertono un’influenza a livello architettonico e un sincretismo tra modelli ed usanze cinerarie di aree diverse. Merci egee circolano nel regno di Hatti durante il XIV secolo p.e.v. così come testimoniato dal palazzo di Masat Hoyuk, in cui sono stati rinvenuti reperti egei del XIV secolo e anfore a staffa micenee risalenti al XIII secolo. Per quel che riguarda il regno di Wilusa, menzionato nei testi ittiti come centro di un vasto regno sulle coste nord-occidentali anatoliche, ceramiche micenee risalenti al TE IIIB2 hanno permesso di datare la distruzione della città VIIa all’ultimo quarto del XIII secolo p.e.v. Se è corretta l’identificazione di questo regno con la Troia omerica, si potrebbe ipotizzare che la celebre guerra cantata nei poemi epici sia avvenuta in un momento di crisi internazionale, con la forza ittita che premeva sul regno anatolico ed i Micenei che avrebbero portato avanti l’azione militare conclusasi con la vittoria approfittando della situazione.


CIPRO E L’AREA SIRO-PALESTINESE

A Cipro le prime ceramiche micenee risalgono al TE I-IIA, provengono da fabbriche di Egina e del Peloponneso, mentre si diffondono maggiormente nel TE IIIA-B, sotto forma di vasellame da mensa, e vengono destinate non solo alle élite. In passato si riteneva che Cipro durante il XIV secolo avesse subito una forte influenza, quasi una colonizzazione, da parte micenea, mentre studi più approfonditi sui centri abitati hanno evidenziato la tendenza locale ad assimilare elementi artistico-culturali di provenienze diverse, rielaborandoli. In alcuni siti si trovano esempi considerevoli di prodotti minoici o minoicizzanti, come a Toumba tou Skouru; ad Enkomi la più antica testimonianza di imitazioni locali di ceramiche elladiche. La posizione strategica dell’isola cipriota potrebbe aver favorito i contatti tra popolazioni della Grecia continentale e dell’area siro-palestinese, per cui l’abbondanza di reperti micenei in loco può essere correlata ad un’intensa attività di scambio ed inoltre le sue risorse minerarie ne facevano un importante partner commerciale.
I siti che hanno fornito la maggior parte di reperti sono i grandi abitati di Enkomi, di Kition, di Kalavassos-Hagios Dimitrios e le relative necropoli. L’area attualmente corrispondente a Libano, Israele, Palestina e Siria presenta reperti databili al TE IIA-B, ubicati nelle regioni costiere della Palestina e più raramente nelle valli interne del Giordano. Sulla costa nord della Siria la documentazione è sita in importanti centri palaziali, come Ugarit e Tell Sukas sulla costa e Tell Atchana nell’interno. Nel corso del TE IIIA aumenta l’importazione lungo tutta la costa, in particolare nella valle dell’Oronte, e, più a sud, nelle valli di Esdraelon e del Giordano lungo le direttrici commerciali, per poi continuare lungo tutto il TE IIIB, quando si svuotano i centri interni a favore di quelli costieri. Recenti studi hanno dimostrato che la maggior parte dei prodotti di questo periodo rinvenuti sulle coste libanese e israeliana era stata prodotta in Argolide, per l’80%, in Beozia e a Creta. Impiegate anche per trasportare prodotti pregiati, quali oli profumati e unguenti, le anfore a staffa e gli alabastra, sarebbero state imitate in loco su modelli micenei e i commercianti levantini le avrebbero utilizzate per importare i beni.


EGITTO E COSTA SETTENTRIONALE AFRICANA

Reperti del TE IIIA:2 sono stati rinvenuti nel sito di Tell el-Amarna, la capitale fondata nel medio Egitto dal faraone eretico Amenofi IV, e a Deir el-Medina provenienti dalle abitazioni di operai impiegati nella costruzione delle tombe regali. Non abbiamo a disposizione menzioni ufficiali dei Micenei, come invece accadde per i Keftiu/Minoici, le ceramiche sono state scoperte in contesti non di rango e si suppone che gli scambi siano avvenuti per mezzo di intermediari ciprioti o siro-palestinesi. Per il caso di Tell el-Amarna va tuttavia considerato che alcune statue nel tempio funerario di Amenofi III a Kom el-Hetan mostrano toponimi egei ed è stato ipotizzato fossero sull’itinerario di un’ambasceria inviata dal faraone verso le «isole del gran verde», poco prima della sua morte. I Tanaya ricordano i Danai omerici e troviamo nomi di città come Ku-ti-ra (Citera), Ku-tu-na-ia (Kydonia), Mu-ka-a-n (Micene) e Wi-li-ja, forse Wilusa/Troia.
A Micene sono state trovate alcune placchette di faience con il segno distintivo del faraone e della moglie Tiy che lascerebbero supporre effettivi contatti e spiegherebbero il motivo del trasporto nella nuova capitale del regno dei prodotti micenei ritrovati, essendo nel frattempo morto il sovrano a cui era subentrato il figlio. Frammenti di un papiro rinvenuto a Tell el-Amarna rappresenta scene di battaglia in cui alcune figure indossano un elmo di foggia micenea, con la tipica caratteristica dei denti di cinghiale, mentre altre sono individuabili come uomini libici, per cui relativamente ai primi potrebbe trattarsi di mercenari micenei che operavano al servizio del faraone contro tribù nomadi. Contatti sono avvenuti anche con le popolazioni di area libica, come documentato a Marsa Matruch, situata in territorio egizio e sotto il controllo del faraone, legata però ad un’area culturalmente connessa alle tribù nomadi della Libia. Tracce di attività metallurgiche si affiancano a ceramiche di produzione micenea, minoica, cipriota e levantina non più tarde del XIV secolo a.C.
Nel corso del TE IIIB continuano le importazioni in Egitto dalla Grecia, come testimoniato nel sito di Quantir-Piramesse, ove sono stati rinvenuti prodotti provenienti dalle officine dell’Argolide, perlopiù alabastra e anfore a staffa. In Cirenaica è stato trovato un frammento di ceramica micenea databile al TEIIIB, di difficile valutazione, probabilmente da inserire in un contesto di scambi occasionali, così come a Cartagine un’anfora a staffa, non ancora confermata come micenea, potrebbe aprire interessanti scenari riguardo la presenza nell’area tunisina. A Malta nel sito di Borg in-Nadur, lungo la direttiva di traffici che univano l’Egitto con il Mediterraneo occidentale, è stato rinvenuto un frammento di kylix, al momento unico documento di cui siamo a conoscenza sull’arcipelago.


SICILIA E ISOLE EOLIE

Reperti proto-micenei sono stati scoperti nell’arcipelago eoliano, nella fase finale della cultura di Capo Graziano (XVII-XV sec a.C.), i più antichi dei quali provengono dal villaggio della Montagnola di Filicudi, risalgono ad un periodo compreso tra il TE I e il TE II e sono di fabbricazione peloponnesiaca ed egineta. In seguito, tra TE IIB-IIIA, è attestata la produzione delle ceramiche micenee in area elladico-continentale e scompaiono le officine eginete. Tra il XV e il XIV secolo appare la cultura del Milazzese, a cui sono ascrivibili ceramiche egeo-micenee attribuibili al TE IIIA2- IIIB. Nel Bronzo Recente, durante la fase dell’Ausonio I, giungono sull’isola popolazioni di origine italica, pochi sono i manufatti micenei e sono databili al TE IIIB- IIIC, e a Lipari come a Milena (Caltanissetta) la produzione locale di ceramica dipinta è da considerare di tipo italo-miceneo come contemporaneamente nella penisola italiana.
Le zone di rinvenimento dei più antichi materiali egei sono due, nella parte orientale e in quella sudoccidentale. La prima non testimonia reperti ceramici, ma solo prodotti di prestigio, quali perline di pasta vitrea in vari siti nelle zone etnea e della Piana di Catania, un pomello di spada in osso o avorio da Monte Sallia, e materiale metallico come un giogo di bilancia nella necropoli di Castelluccio e una tazza frammentaria in lamina bronzea da Adrano, vicino a Catania, che presenta elementi comuni alla metallurgia minoica del TM IB/ II. La seconda area, quella sudoccidentale, vede il sito costiero di Monte Grande custode di prodotti ceramici di sicura attribuzione egea ed altri la cui natura non è definibile con certezza.
Piuttosto indicativo è un gruppo di ceramiche Matt-Painted Ware di origine egineta o saronica, che permette di stabilire una cronologia relativa nel momento in cui si svolgeva la fase recente delle Tombe a Fossa di Micene. Monte Grande era conosciuta per i ricchi giacimenti di zolfo e considerata strategica dai naviganti elladici per la posizione sulla rotta dei prodotti che partivano dal nord Africa. Recentemente a Pantelleria sono stati scoperte ceramiche del tipo Matt-Painted Ware con elementi tecnici e decorativi comuni a Monte Grande. I reperti rinvenuti in Sicilia nel TE IIIA e nella prima parte del TE IIIB si trovano perlopiù nella zona sudoccidentale, specialmente nelle necropoli del siracusano, la più importante delle quali è quella di Thapsos, ubicata nella piccola penisola di Magnisi, in cui ai resti micenei si aggiungono ceramiche maltesi e cipriote. Il sito è da ritenere un importante port of trade per i commercianti micenei ed egeo-levantini e probabilmente qui si stabilirono stranieri, dal momento che l’abitato indigeno originario sembra aver subito un profondo cambiamento, sulla base di modelli urbanistici tipici dell’area cipriota, in particolare di Enkomi e di Kition.
Nell’entroterra di Agrigento, a Cannatello, sono emerse ceramiche micenee e cipriote del TE e TM IIIA2 e IIIB. Questo sito rappresentava il punto di approdo e di smistamento delle merci egee e orientali verso l’interno: frammenti di ceramica micenea del TE IIIA-B sono stati scoperti a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani. Sono presenti prodotti provenienti dall’area elladica nelle Necropoli di Buscemi, di Floridia e nel litorale agrigentino, presso Madre Chiesa e Marina di Agrigento. Nel villaggio dei Faraglioni di Ustica, luogo strategico sulla rotta che univa Sicilia e Sardegna, è venuto alla luce un frammento di anfora a staffa, probabilmente di importazione.


Nell'immagine, La Porta dei leoni a Micene.

Documento inserito il: 16/10/2026
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