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I Micenei nel Mediterraneo: traffici e rotte nel II Millennio A.C. - Parte II

di Francesco Servetto


AFFRESCHI

Testimonianze di affreschi sono rintracciabili perlopiù a Micene, a Tebe, a Orcomeno e a Tirinto, non solamente in ambito palaziale, ma anche altrove, come i post-palaziali di Micene stessa, risalenti al TE IIIC, oppure quelli di un’abitazione privata ad Argo oppure ancora quelli del sito di Zygouries, considerato una casa o un possibile mini-palazzo e definito «Negozio di ceramica». I primi affreschi conosciuti sono stati rinvenuti in un deposito di rifiuti a Micene e risalgono probabilmente alla fine del XVI o inizio del XV secolo p.e.v. Lo studio più recente sull’argomento è quello di Sara Immerwahr (1990), che ha esaminato anche pitture murali minoiche per delineare le differenze tra esse e quelle micenee, ed ha inoltre tracciato un quadro d’insieme dell’arte pittorica murale nel mondo egeo e delle sue origini. Degno di attenzione è inoltre lo studio del 1969 ad opera di Mabel Lang, il cui interesse verte sugli affreschi del palazzo di Pilo. Essi possono essere datati tutti al tardo TE IIIB (1250- 1200 p.e.v.), sia quelli trovati nelle rovine del palazzo, sia quelli sparsi nelle vicinanze del sito in vari agglomerati di materiale di scarto. La maggior parte delle gamma dei motivi che qui appaiono sono gli stessi di Creta dal periodo Neopalaziale (1750 p.e.v.) al primo Finale Palaziale (1375 p.e.v.) e delle isole. Benché sia evidente la derivazione minoica, Cameron ha osservato che, tuttavia, molti caratteri della rappresentazione di figure femminili negli affreschi micenei del TE IIIA-B derivano da Thera, o in genere dalle Cicladi, piuttosto che dal mondo minoico e che l’arte dell’affresco potrebbe essere stata introdotto sulla Grecia continentale da Creta attraverso le Cicladi e non direttamente.
A causa del conservatorismo dell’arte murale micenea è praticamente impossibile datarne i reperti analizzandone i soggetti, e appare probabile l’esistenza di uno stile iconografico comune continentale durante la tarda età del Bronzo. I significati o semplicemente l’espressione simbolica dell’arte muraria potrebbero, col tempo, essere stati fraintesi, quando non addirittura equivocati, così come per la poesia orale. Un esempio portante è quello della rappresentazione del salto sul toro che appare differente tra mondo miceneo e minoico, tanto che ci si è domandati se essa fosse un’attività ancora in uso nella civiltà micenea o semplicemente una formula artistica sopravvissuta. Fu proposta una cronologia dell’arte pittorica murale micenea da Rodenwalt analizzando gli scavi a Tirinto di Schliemann e Dorpfeld, ma sembrerebbe poco attendibile. Ad esempio, egli sosteneva che nei primi dipinti le linee di terra e di contorno fossero evitate, che i bordi di semplici bande fossero preferiti a quelli dentati, e che colori di sfondo cangianti fossero preferiti al blu costante. Concluse che i primi affreschi fossero semplicemente più accurati. Appare evidente l’inesattezza di tale proposta, analizzando i reperti di Pilo, i quali mostrano l’impossibilità di contestualizzare cronologicamente gli stadi dello sviluppo artistico: ad esempio, i bordi con semplici bande appaiono tardivamente, mentre precedenti sono quelli di tipo dentato. Lang ha invece considerato che gli affreschi di Pilo, se non addirittura tutti quelli micenei, avessero caratteristiche di decoro, piuttosto che di rimando a specifici significati. Ciò sarebbe dovuto al fatto che, essendo i soggetti e le forme di tipo derivato, gli aspetti del quotidiano, quindi scene di caccia o di combattimento, così come scene di funzioni religiose, non dovrebbero essere ricondotti a rappresentazioni di attività contemporanee.
I dipinti del palazzo di Pilo, dunque, sarebbero espressione del gusto artistico della dinastia locale, come anche le caratteristiche architettoniche, a differenza dei precedenti minoici, i quali senza dubbio riflettono vita ed attività del mondo palaziale. Tuttavia, questa ipotesi, non sembrerebbe applicabile nel caso degli altri palazzi micenei, o quanto meno alla maggior parte di essi. Infatti certi motivi e certi temi presenti a Pilo paiono tipici dell’architettura locale, così ad esempio grossi leoni e grifoni senza ali sono rappresentati solo in stanze o ambienti con un grande focolare cerimoniale, mentre le processioni con figure umana su grossa scala si presentano sui muri del portico e del vestibolo che precede la stanza del trono. Come nella pittura minoica, le creature marine decorano il pavimento piuttosto che i muri, ad eccezione dei nautili su almeno una parete di Pilo, in marcato contrasto col contesto delle Cicladi (si noti il caso del particolare uso di motivi marini sul muro della stanza numero 5 della casa occidentale di Akrotiri). Confrontando le scene presenti a Pilo con quelle del gruppo «Affreschi primavera» di Akrotiri o con quelle di Hagia Triada, in cui un gatto dà la caccia ad un uccello, o con quelle attestate sia a Cnosso sia ad Akrotiri in cui scimmie blu raccolgono fiori, si nota che l’elemento naturalistico nell’arte micenea, animali come uccelli azzurri, cani e nautili dipinti secondo motivi ripetuti in fregi continui, è rappresentato ridotto ad uno stato senza vita e gli unici elementi vegetali che mantengono un aspetto naturale sono i fiori portati da donne. Gli animali hanno vari ruoli, ma sono perlopiù rappresentati nei termini della loro interazione con gli esseri umani, tranne in rare eccezioni. Nelle scene di caccia essi sono vittime dell’uomo, in altre scene svolgono ruolo di aiuto o di semplice proprietà. Hanno carattere simbolico alcuni di essi, come i leoni e i grifoni senza ali indicanti il potere regale.
In un solo caso, a Pilo, troviamo un cervo a grandezza naturale dipinto secondo canoni naturali, scoperto nella scalinata 36 est del megaron principale che probabilmente decorava il muro della stanza del trono di fronte al trono stesso. I soggetti di tipo animale sono piuttosto comuni nel mondo miceneo, appaiono non solo a Pilo, ma anche altrove, come a Tirinto e a Orcomeno (scene di caccia al cinghiale), a Micene e a Tirinto (il salto del toro oppure cavalli attaccati a carri e caccia al cervo). Troviamo anche esempi di soggetti non connessi tra loro, come nei fregi di due aree distinte a Pilo, il propylon interno e la stanza 20 in cui crollò parte del secondo piano. Qui, su sfondo ora marrone chiaro ora bianco, si alternano motivi vari, quali animali al pascolo o coppie di donne che chiacchierano, che probabilmente si ripetevano per tutto il fregio senza sosta. Simili, seppur meno ripetitivi e regolari, sul muro della sala del trono appaiono la figura di un suonatore di lira accompagnato da un uccello, due coppie distinte di uomini in scala ridotta seduti ad un banchetto ed un toro in scala maggiore, probabilmente destinato al sacrificio.
McCallum sostiene che essi facciano parte di un’unica composizione, in cui il toro viene dapprima condotto nel palazzo per essere sacrificato e poi consumato nella sala regale dal re e dai suoi servitori e ad indicare lo scenario di festa contribuirebbe la presenza del poeta che declama versi epici accompagnandosi con la lira. Se l’interpretazione di McCallum è corretta, ci troviamo di fronte ad un caso di discrepanza a livello compositivo, poiché le differenti scale di rappresentazione in questo sito non permettono una corretta disposizione spaziale dei soggetti, né una reale percezione delle distanze nella scena. Le attività umane vengono dipinte sostanzialmente secondo due tipi di scala, quella ridotta o in miniatura e quella a grandezza naturale. La prima tipologia, a Pilo, prevede la raffigurazione di scene di caccia, di battaglia o di preparazione alla battaglia, di offerte, di sacrifici e di banchetti, mentre altrove, a Micene, a Tirinto e parzialmente ad Orcomeno, di caccia e di battaglia. E’ possibile comparare i soggetti di tali pitture murali, considerando la scala di rappresentazione, con quelli del periodo TM IA di Ayia Irini a Keos e di Akrotiri a Thera, o con i pugili di Tylissos, sebbene quest’ultima ipotesi sia da confermare. Per quel che concerne le figure a grandezza naturale, esse sono piuttosto comuni a Pilo e riguardano entrambi i sessi in scene di processione. Troviamo esempi del genere anche a Tirinto e a Tebe, le cui caratteristiche sono strettamente correlate con quelle degli affreschi del «Corridoio della processione» e della «Grande scala» di Cnosso, relative al TM II-IIIA.


METALLURGIA

A Pilo operavano almeno 400 fabbri, erano definiti ka-ke-we (chalkeus in greco antico), appartenevano al personale del palazzo e due di essi erano impiegati in relazione al tempio, i po-ti-ni-ja-we-jo, ossia i fabbri della Potnia. La produzione era orientata verso vasellame in lamina bronzea, armi e i cerchioni delle ruote dei carri da guerra. Il sistema prevedeva la distribuzione da parte del potere centrale di circa una tonnellata di bronzo, 3,5 kg pro capite, e gli artigiani erano distribuiti in venticinque località del regno. Sulla base dell’identificazione di ti-mi-to-a-ke con il sito archeologico di Nichoria, si può supporre l’esistenza di veri e propri centri specializzati di lavorazione metallurgica nel regno pilio. A Micene è stata rinvenuta nella «Casa del Mercante d’Olio» una matrice in pietra risalente al TE IIIB per la fusione di un’ascia in metallo la cui provenienza è di area padana, probabilmente importata. Quasi sicuramente erano presenti metallurghi stranieri, le cui conoscenze si sarebbero fuse con quelle locali in un’ottica di collaborazione e scambio.
A partire dal periodo del Circolo A è attestata la produzione di vasellame in lamina bronzea e in metallo prezioso, che scema nel corso del TE IIIB, sembrerebbe a causa della difficoltà di reperimento di stagno e delle altre materie prime. Questo tipo di vasellame era appannaggio delle classi dominanti, e il suo utilizzo era legato a cerimonie sia pubbliche sia private. Nel corso del TE II-IIIA appaiono imitazioni con materiali più poveri: esempi degni di nota sono i Tin-Covered Vases, tazze e coppe in ceramica sulle quali l’artigiano applicava un sottile foglio di stagno. I fabbri micenei erano abili sperimentatori, utilizzavano nuove tecniche di altra provenienza, come già documentato nel periodo delle Tombe a fossa.
In questi anni appare la tecnica del Niello, attribuita agli Egizi, una colatura di una soluzione di solfuri metallici, perlopiù d’oro e d’argento, su incisioni preparate precedentemente sulla superficie dell’oggetto. Recenti analisi tramite fluorescenza x (ED-XRF) e diffrazione X (XRD)su alcune spade del Circolo A di Micene, hanno evidenziato un differente procedimento di lavorazione, non per niellatura, ma del tipo «rame nero», presente nei testi egizi della XVIII Dinastia. La questione della provenienza dei metalli non è del tutto risolta, poiché se da una parte non ci sono dubbi sul piombo delle miniere del Laurion in Attica, il rame potrebbe essere stato importato dalla Grecia del Nord, dalla Troade e da Cipro, e le indagini archeometriche non risolvono del tutto il dubbio. Lo stagno, secondo J. Muhly, deriverebbe dai giacimenti della Cornovaglia e dalle coste atlantiche franco-iberiche, fatto che avrebbe convinto i primi navigatori-esploratori micenei a spingersi in quelle zone.


L’OREFICERIA

Già dalle prime fasi della civiltà micenea numerose sono le attestazioni di manufatti in oro e argento, di derivazione o di ispirazione minoica. Non è possibile stabilire i termini di questo tipo di produzione, se gli artigiani operassero in loco, né la loro condizione. Le tazze auree di Vaphio testimoniano una contaminazione di stili minoico ed elladico, sono decorate a repoussé e presentano scene di natura bucolica. Durante la fase palaziale i vasi in lamina aurea e in argento diminuiscono vorticosamente, sebbene alcune rappresentazioni di essi sulle tavolette in Lineare B lascino intendere il contrario, ad esempio per quel che riguarda le tazze auree offerte nei santuari.
Nella tomba reale di Dendra è stata rinvenuta una pregevole tazza in lamina di argento risalente al TE IIIA, decorata con teste di toro in oro e niello, di chiara ispirazione minoica. Artigiani specialisti molto probabilmente si spostavano da un palazzo all’altro, lavoravano su commissione fondendo piccoli oggetti in oro, vaghi di collana, bracciali, spilloni e orecchini, utilizzando matrici giunte fino a noi che provano una straordinaria abilità anche con materiali diversi, come la pasta vitrea. L’orafo era indicato col termine ku-ru-so-wo-ko, (greco antico chrysos, accadico hurasu), le botteghe si trovavano nell’area del palazzo, a Micene e a Tebe nel quartiere degli artisti, ad indicare una stretta correlazione col potere centrale e con altre attività artigianali.
L’oro era un bene molto apprezzato nelle transazioni commerciali e dalla tavoletta di Pilo Jo 439 veniamo a conoscenza di un lungo elenco di tributi nel prezioso metallo che l’autorità doveva riscuotere nel regno. La tavoletta pilia Ae 303 viene considerata una prova di transazione a favore di una sacerdotessa di quattordici schiave in cambio di una certa quantità di ku-ru-so-jo i-je-ro-jo, ossia oro di proprietà del santuario. Il rifornimento aurifero era di pertinenza del palazzo e i siti di approvvigionamento mutarono nel corso della storia micenea. Nel periodo dei Circoli A e B di Micene il metallo arrivava dall’area transdanubiana, in seguito dalla Macedonia orientale (distretto del Pangeo) e dall’isola di Thasos. Minori giacimenti si trovavano in Arcadia, nel Laurion e nelle Cicladi, precisamente Sifnos, Paros, Kymolos e Thera. Altre miniere si trovavano nella valle dell’Oronte in Siria e in Nubia. E’ stata avanzata l’ipotesi di una provenienza levantina sulla base dello stretto rapporto tra i termini ku-ru-so miceneo e hurasu accadico, per il momento non dimostrabile.


GLITTICA

I primi sigilli nella Grecia continentale risalgono al ME III-TE I e sono stati rinvenuti nei Circoli funerari di Micene, probabilmente importati da Creta. Piuttosto significativo un sigillo discoidale in ametista nella tomba Gamma del Circolo B, il cui soggetto è un uomo con barba, probabilmente un principe miceneo. Nel Circolo A compaiono numerosi sigilli, tra i quali il tipo a cuscino, su cui sono incise scene di caccia e religiose. Le tombe a camera presentano caratteristiche minoiche anche tra il TE IIA e il TE IIIA, ma è difficile proporre una datazione a causa del diffuso costume di riutilizzare le tombe. La produzione continentale è propria del TE IIIA, con l’uso di sigilli in pietra tenera (fluorite) e pasta vitrea, i Mainland Popular Group, si estende a buona parte del territorio e rimane in auge sino al TE IIIB. I soggetti, bucrani quadrupedi ed elementi geometrici, pur avendo antecedenti nell’arte minoica, presentano caratteristiche di originalità. La civiltà micenea avrebbe iniziato ad utilizzare i sigilli come strumento amministrativo dopo l’occupazione di Cnosso, nel momento in cui entrò in contatto diretto con un sistema burocratico bene organizzato.
I funzionari dell’amministrazione centrale dei principali centri palatini, Micene, Tirinto, Tebe, Midea, Pilo e Menelaion di Sparta, si servivano dei sigilli per certificare ed assicurare la chiusura di diversi oggetti o beni, quali porte, ma anche vasi e contenitori. A Pilo il caso del «Magazzino del vino» ha focalizzato l’attenzione sui possessori dei sigilli, poiché in esso sono stati scoperti tre noduli impressi dallo stesso sigillo, ma comprensivi di iscrizioni riferibili a due o tre scribi diversi. Ciò ha suggerito che i soggetti di riferimento fossero i produttori di vino, i quali avrebbero posto il proprio marchio distintivo su cui, una volta effettuata l’operazione di consegna e di stoccaggio, i burocrati avrebbero certificato la compiuta transazione apponendo il proprio nome sulla cretula. Analizzando contesti sepolcrali del TE della Grecia continentale, è stato possibile proporre considerazioni relativamente lo status sociale dei proprietari dei sigilli.
Nei corredi funerari sono individuabili due categorie di individui, la prima relativa alla classe dominante, tramite una serie di immagini che richiamano il senso del potere, la seconda propria di coloro i quali utilizzano sigilli in alcun modo riconducibili all’ambito palaziale. Si riconosce perciò un tipo di economia non unitario, in cui da una parte è forte la dipendenza dal palazzo, mentre dall’altra, per altri individui, è lasciata una maggiore libertà di organizzazione. Scarse sono le informazioni a disposizione degli studiosi per stabilire se e come ci fosse un rapporto tra immagine e proprietario del sigillo. Tuttavia, nel caso della Tholos di Vaphio in Laconia, sono emersi circa 40 sigilli forse relativi ad un solo individuo, di rango molto elevato, probabilmente un sovrano, operante nell’ambito religioso. Il reperto CMS 225 riporta la raffigurazione di un sacerdote o comunque di un uomo legato alla sfera sacrale con un’ascia fenestrata, strumento del sacrificio. Un esemplare miniaturizzato della stessa ascia è presente nel corredo, insieme ad un bastone di comando, entrambi in bronzo.
In alcuni santuari, quali Egina, Monte Kynortion, Phylakopi e il Cult Centre di Micene, numerosi sono i reperti di tale tipo, di differenti materiali, che contribuiscono ad evidenziare il grado di importanza sociale dei proprietari, i quali se ne privavano per donarlo come voto alla divinità. Tramite il gruppo di sigilli denominato «Il tesoro di Tebe» trovato sulla Cadmea sulle rovine di un palazzo distrutto nel TE IIIB, è possibile far luce sulla rete di scambi internazionali della fine del XIII secolo, poiché tra essi troviamo dodici esemplari di origine cassita con iscritto il nome del dio Marduk, undici di provenienza siriana rilavorati a Cipro, uno di area ittita e i restanti di origine mesopotamici, più antichi e per questo considerati tesaurizzati per il proprio valore. Il peso del gruppo in lapislazzuli, circa 498 grammi, ovvero una mina del sistema ponderale levantino, ha suggerito che facessero parte di un dono di un sovrano ad un suo pari grado. Analizzando fonti storiche relative al XIII secolo p.e.v., appare plausibile che il sovrano assiro Tukulti-Ninurta I abbia cercato di stabilire contatti con un principe miceneo di una certa importanza per una qualche forma di collaborazione, forse relativa all’approvvigionamento di materie prime in vista della guerra contro il regno ittita di Tuthalyia IV.


AVORIO

La lavorazione dell’avorio avveniva secondo la prestazione definita ta-ra-si-ja, nella quale alcuni privati ricevevano la materia prima dal palazzo, nota in due forme, zanne di elefante e canini di ippopotamo. La maggior parte di essa proveniva dalla Terra di Niyi, localizzata nella valle dell’Oronte in Siria. Il relitto navale di Uluburun ha restituito una zanna di elefante e un canino di ippopotamo già pronti per l’intaglio, circostanza che ha spinto gli studiosi a considerare che il materiale fosse trasportato in blocchi regolari, precedentemente lavorati sul luogo di provenienza. Sembrerebbe molto probabile che i più antichi oggetti trovati nella Grecia continentale fossero di provenienza minoica, ma non è esclusa la presenza di artigiani insulari alle dipendenze delle classi dominanti. Troviamo pissidi cilindriche, spilloni, bottoni e un pomello decorato con quattro leoni a rilievo provenienti dalla tomba IV del Circolo A di Micene. Durante l’età palatina aumenta il numero delle botteghe, situate intorno ai centri di produzione a Tebe, a Micene e a Cnosso. Qui sono prodotti mobili, in particolare troni, poggia-piedi e tavoli, ma anche manici di specchio, varie piccole figurine, quali teste di guerrieri e di animali che venivano intarsiate su cassetti e mobili lignei. La diffusione degli oggetti micenei in avorio avviene in tutto il Mediterraneo, fino nella parte più occidentale, come attestato da una testina di guerriero presso la necropoli di Decimoputzu in Sardegna. Recentemente è stato notato che in Italia, in particolare nella zona di Frattesina, del Veronese e a Roca Vecchia in Puglia, l’artigianato locale del Bronzo recente e finale era in grado di lavorare l’avorio e di copiare modelli micenei e vicino-orientali.


TESSUTI

A Cnosso sappiamo che la produzione annuale di lana era di una cinquantina di tonnellate circa, erano impiegati tra seicento e novecento operai, sia uomini sia donne, mentre per la colorazione dei tessuti si impiegavano solo lavoratori di sesso maschile. Molto importante per l’economia, l’industria tessile dipendeva dal palazzo, le sue officine erano dislocate in aree diverse del regno ed era in vigore un’organizzazione di gruppi di lavoro a livello locale, il cui operato era certificato da supervisori per conto dell’autorità centrale.
Il lino (ri-no), probabilmente destinato all’esportazione oltreché al consumo interno, veniva raccolto mediante prelievo fiscale. A Pilo se ne producevano fino a 50 tonnellate all’anno, era presente personale specializzato ubicato in diversi luoghi del regno, affiancato da lavoratori con abilità e conoscenze inferiori. I prodotti finiti, destinati al palazzo, potevano essere di due tipi, ke-se-nu-wi-ja, cioè gli abiti per gli ospiti, e e-qe-si-ja, per i nobili. La seta era probabilmente conosciuta, come lascerebbero intendere la presenza di fossili di Bombyx Mori e di altri lepidotteri e il termine ri-no re-po-to, che sembrerebbe indicare il tessuto con cui si confezionavano i ki-to, tuniche indossate dagli ufficiali dell’esercito, corrispondenti al kittintu accadico e all’ugaritico ktn, che si riferiscono alla tunica di filo di seta grezzo. Probabilmente quindi, siamo di fronte ad assimilazioni lessicali e di tecniche produttive dal vicino oriente.


ALTRI PRODOTTI

Da Pilo abbiamo testimonianze riguardo la produzione ed il sistema di controllo degli oli profumati, destinata maggiormente al mercato interno e in parte immessa su quello internazionale. Varie erano le essenze impiegate, rosa (wo-do-we), salvia (pa-ko-we), ma forse anche mirra proveniente dalla Siria o dal Libano. I primi manufatti in vetro di cobalto blu compaiono nella Grecia continentale nel TE IIIA e l’esemplare più antico conosciuto è un vaso frammentario dell’acropoli di Micene, la cui provenienza è stata rintracciata nell’Egitto del Tardo Regno. Il relitto di Uluburun ha restituito 175 lingotti di vetro colorato e a Tirinto è stato individuato un deposito di bacchette di vetro blu, a conferma del fatto che i Micenei importavano il materiale vitreo in forma di panelle già pronte per la realizzazione di oggetti. Manufatti in faience compaiono già nelle tombe dei circoli funerari di Micene A e B ed è molto probabile che alcuni di essi avessero provenienza minoica, come la coppa della tomba Alpha del Circolo B.
La lavorazione del vetro era spesso connessa con quella orafa, è documentata in Egitto nel sito di Tell el-Amarna e può essere avanzata l’ipotesi con una certa sicurezza anche per il mondo miceneo grazie al ritrovamento di matrici litiche per la realizzazione di oggetti di dimensioni ridotte, in oro e vetro. La pasta vitrea era utilizzata per creare oggetti decorativi per mobili, spesso unita all’avorio, e per la toeletta femminile, mentre sembrano molto rari i contenitori di vetro nel mondo miceneo, a differenza dei contemporanei anatolico ed orientale, per cui questo genere di manufatti giunti sino a noi, pur essendo presenti in più luoghi, quali Micene, Tebe, Rodi e Kakocatos, potrebbero essere di importazione orientale.


Nell'immagine, la Porta dei leoni a Micene.

Documento inserito il: 03/10/2026
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