Cookie Consent by Free Privacy Policy website
>> Storia Antica > Le grandi Civiltà

I Micenei nel Mediterraneo: traffici e rotte nel II Millennio A.C. - Parte IV

di Francesco Servetto


ITALIA PENINSULARE

Nella Calabria tirrenica, a Gallo di Briatico sul promontorio di Tropea, è stato rinvenuto uno dei reperti più antichi, un sigillo di cornalina di produzione minoica che si trovava in una tomba al cui interno erano altri oggetti probabilmente importati, come un vago di cristallo di rocca e alcuni dischi di ambra, paragonabili a quelli del Circolo B di Micene. Nelle isole flegree, a Vivara, è attestato un tipo di ceramica egea risalente al TE I-II che ha elementi comuni con quello eoliano e un tipo minoicizzante, di produzione peloponnesiaca o dell’area di Citera. Appare evidente l’importanza del ruolo dei centri della Grecia continentale, in particolare la Laconia e la Messenia, nelle rotte commerciali che univano il mondo miceneo con l’Occidente. Nel golfo di Taranto, sono state individuate a Porto Perone ceramiche a pittura opaca di fabbrica egea del TE I-II B, con caratteristiche comuni a quelle di Vivara e di Filicudi. Molinella (Foggia) e Punta delle Terrare (Brindisi) presentano prodotti ceramici del TE I-IIB, mentre a Capo Piccolo (Crotone) è apparso un frammento di tipo minoicizzante attribuibile alle fase del TE I.
Il TE IIIA-B vede la massima espansione micenea nel Mediterraneo Occidentale, con la frequentazione del basso Tirreno, testimoniata nelle isole Eolie e a Castiglione (Ischia) da frammenti ceramici, ma l’area più battuta è quella delle coste adriatiche. In Puglia sono degni di nota l’abitato di Scoglio del Tonno, ubicato all’imboccatura naturale del mare Piccolo di Taranto, e quello di Roca Vecchia nel Salento. Il primo è stato scavato agli inizi del Novecento e attualmente la documentazione non è ancora utilizzabile, mentre il secondo ha restituito ceramiche di importazione egea, di produzione minoica e continentale, databili tra il TE IIB e il TE IIIC medio. Da un edificio di tipo cultuale provengono figurine fittili antropomorfe, ritenute imprecise imitazioni dello stile miceneo a PSI e una piattaforma in argilla paragonabile agli altari da terra tipici dei santuari dell’Egeo miceneo. A Roca Vecchia erano attive officine che si occupavano di lavorare l’oro, il rame e l’avorio, le cui tecniche produttive derivavano dall’area elladica. In Calabria la zona intorno al fiume Crati, in territorio sibaritico, nello specifico nei siti Broglio di Trebisacce (Cosenza) e di Torre Mordillo (Spezzano Albanese, Cosenza) offre due tipi di reperti ceramici, uno di fabbrica egea importata dal Peloponneso e da Creta, e uno lavorato in loco con buona probabilità da artigiani egei, definito «ceramica italo-micenea». Qui, inoltre, si ispirano a canoni egei altre due classi di ceramica, la grigia pseudominia lavorata al tornio e i grandi contenitori di argilla depurata con decorazione a cordoni plastici per la conservazione dell’olio.
Nella zona di Matera, a Termitito, è stato individuato un altro centro di produzione di ceramica italo-micenea degno di nota operante nel TE IIIB, a suffragare l’ipotesi della presenza stanziale di artigiani di area egea in Italia Meridionale prima del collasso dei regni micenei. Sulla costa adriatica numerosi sono i siti pugliesi in cui sono state rinvenute ceramiche micenee del TE IIIB-IIIC, come Coppa Nevigata, Capo Colonna vicino a Trani, Bari, Monopoli, Punta delle Terrare e Oria, e numerosi sono quelli abruzzesi e marchigiani, come Monsampolo del Tronto con importazioni dal Peloponneso e reperti del tipo italo-miceneo, o Cingoli e Tolentino (Macerata) o Montagnolo di Ancona. Risalendo la Penisola, va tenuta in considerazione la pianura orientale padana, in zone tra il Po e l’Adige come Frattesina, Villa Bartolomea, Castello del Tartaro e Fondo Paviani, in cui affiorarono frammenti di ceramica micenea relativi al TE IIIB e IIICI. In questo periodo fioriscono i traffici nella regione adriatica, decisamente i meglio documentati, ma non mancano testimonianze in siti costieri del Tirreno Centrale, in vari luoghi tra Casale Nuovo e Torre Astura (Latina) e Luni sul Mignone (Viterbo). Ciò potrebbe essere legato all’importanza del bacino minerario della Tolfa e alla posizione strategica sulle rotte tra Tirreno e Sardegna.


SARDEGNA

Se in passato si ipotizzavano elementi di affinità tra le strutture nuragiche e i tholoi micenei, oggi le conoscenze a nostra disposizione permettono di affermare la profonda differenza tra i due tipi di costruzione, che consentono di collegare le prime al megalitismo dell’Europa Occidentale, estraneo al mondo egeo. Le più antiche ceramiche micenee sono databili al TE IIIA2, un alabastron di produzione peloponnesiaca ridotto in frammenti nel corso del rituale di costruzione dell’edificio e rinvenuto nel sito del nuraghe di Arrubiu di Orroli (Cagliari) e una piastra eburnea trovata a Decimoputzu (Cagliari) su cui è raffigurata la testa di un guerriero con elmo a denti di cinghiale, probabilmente parte del rivestimento di una cassetta lignea, realizzata nella Grecia continentale. É attestata la lavorazione in loco di materiali stranieri, come nel caso del rivestimento di un pugnale a Genoni (Cagliari) in avorio di elefante, molto probabilmente africano, in cui la foggia della lama è di tipo nuragico. Il sito di Antigori di Sarroch (Cagliari) consente di formulare una cronologia relativa dello sviluppo delle ceramiche locali confrontate con le importazioni micenee, collocabili nel TE IIIB- IIIC1 e divisibili in due gruppi, uno di produzione locale ed uno di importazione. Quest'ultimo comprende manufatti di provenienza peloponnesiaca e, maggiormente, egeo-levantina e cretese del TM IIIB; a riprova dei contatti tra i diversi territori è la presenza di ceramiche a impasto scuro di produzione sarda del TM IIIB nel porto di Kommos.
La Sardegna era un importante approdo per i navigatori egei e per quelli levantini, che ne utilizzavano i porti lungo la via commerciale dei metalli della Spagna meridionale e nel XIII secolo si sarebbero ivi stabiliti artigiani metallurgici di area levantina. La produzione ceramica contemporaneamente vede fiorire uno stile dipinto che imita modelli egeo-ciprioti, testimoniato da un’ansa wishbone handle scoperta a San Sperate (Cagliari), dove è stata reperito anche un sigillo in pietra verde del XIII secolo, plausibilmente cipriota. I contatti con il mondo iberico e con quello miceneo appaiono molto diffusi e il ruolo dei commercianti sardi sembrerebbe essere centrale, come testimoniato dai rari ritrovamenti di ceramica micenea in Spagna, che spingono a ritenere che tra gli iberici e i micenei i collegamenti avvenissero principalmente tramite mediazione sarda.
Analizzando i reperti archeologici a disposizione si nota che nella penisola italiana gli elementi maggiormente ricorrenti provengono da officine peloponnesiache, mentre in Sicilia e in Sardegna dall’area cipriota-levantina. Si possono ipotizzare differenze tra i canali di rifornimento e due rotte principali, una meridionale che passava per l’Africa gestita autonomamente da agenti levantini che operavano secondo le regole del commercio palatino, e una settentrionale tra Peloponneso e Italia meridionale. Se queste ipotesi non possono essere al momento acclarate in pieno, in assenza di ulteriori elementi probanti, va altresì notato che dopo il crollo dei palazzi nella Grecia continentale continuano gli stretti contatti tra mondo orientale, con attori i Fenici, e mondo occidentale. Per quel che concerne invece il ruolo svolto dalla cultura micenea e la sua influenza nei confronti delle popolazioni italiche di epoca protostorica, è necessario ricordare che, nonostante siano attestati cambiamenti di produzione ed economici legati alla presenza micenea, non è possibile formulare tempi e sequenze certi, per cui il rischio a cui si va incontro è quello di sopravvalutare l’apporto della cultura egea a discapito dell’evoluzione di popoli conosciuti e studiati parzialmente.


BALCANI MERIDIONALI

I complessi funerari a tumulo di Pazok, Patos, Vodhine e Barç mostrano membri dell’élite al potere inumati con armi da parata e fine vasellame da mensa importati dal Peloponneso. Queste strutture inducono a pensare che ci fosse una rete di collegamenti tra l’area costiera e le zone interne, come attestato sul promontorio di Triport nel golfo di Valona, ove si trovano ceramiche egeo-micenee del TE IIIA-B, o come a Badher, primo approdo sulla costa albanese per le navi provenienti da Corfù, in cui la maggior parte dei reperti ceramici sono databili tra il TE IIIB e il TE IIIC. In seguito, a causa degli spostamenti delle popolazioni dall’area macedone e dall’Albania settentrionale nelle valli dell’Aous e del Drin, i contatti col mondo egeo si rarefanno, per poi riprendere nel TE IIIB come avviene nell’Italia meridionale. Anche nell’area balcanica sono presenti officine in grado di produrre imitazioni della ceramica dipinta micenea, specialmente nella bassa valle dell’Aous, dove sono emerse anche ceramiche di importazione dall’Acaia e dall’Elide del TE IIIC. In area pugliese, a Roca Vecchia, sono stati trovati dischi in lamina aurea decorati a sbalzo con caratteristiche proprie dell’area balcanica e numerosi grumi di bitume, forse provenienti da Selenice, in Albania. Il bitume era fondamentale nell’industria navale, da esso si ricavava la pece, indispensabile nelle operazioni di calafataggio, per cui appare convincente l’interesse del mondo miceneo per il territorio dei Balcani meridionali.


PENISOLA IBERICA

A Llanete de Los Moros, nella valle del Guadalquivir, sono stati scoperti due frammenti di importazione micenea, riferibili al TE IIIA2 – B, e reperti di una classe ceramica a superficie rossa lavorata al tornio, molto simile a quella della cultura sicula di Pantalica Nord, che indica l’assimilazione da parte dei locali di tecniche produttive proprie del mondo egeo. Questo sito giace su una via di comunicazione collegata all’interno dell’Andalusia, ed è caratterizzato dalla presenza di ricchi giacimenti di rame, materia prima che avrebbe potuto attirare l’attenzione dei marinai micenei verso queste rotte. Tuttavia, al momento risulta più plausibile che i contatti tra le due culture fossero mediati da agenti commerciali sardi, così come evidenziato dalla presenza di manufatti iberici in Sardegna e dal ruolo svolto dalla metallurgia, che nei secoli XIII e XII p.e.v., vide le regioni occidentali operare secondo conoscenze e sistemi produttivi comuni tra loro.
Un ultimo elemento può contribuire all’analisi degli scambi tra culture di aree differenti, considerando la presenza di lingotti del genere ox-hide nel Mediterraneo occidentale che potrebbe essere collegabile al tentativo di commercianti ciprioti di rifornirsi dello stagno estratto dalle notevoli miniere della zona centro occidentale della penisola iberica della Sierra de Guadarrama e dei monti di Toledo, e della Sardegna.


IL CROLLO DEL SISTEMA PALAZIALE NELLA GRECIA NEL XII E XI SECOLO p.e.v

Una serie di devastazioni coinvolge Micene, Tirinto, Tebe e Gla durante la fase ceramica del TE IIIB1 (XIII secolo p.e.v.), cui segue una ricostruzione quasi repentina. Intorno al 1200, un’altra fase distruttiva si abbatte sulle cittadelle argoliche, su Pilo e su molti altri centri. Gli assetti politici ed economici mutano profondamente, al punto che le ricostruite Micene, Tirinto e Argo vivranno ancora nel TE IIIC, senza tuttavia poter riproporre il sistema di economia centralizzata e distributiva conosciuto in passato. E’ stata proposta l’individuazione delle cause di questi profondi mutamenti in diversi fattori, considerando sia invasioni di popoli stranieri, i Dori, i Popoli del mare, sia mutamenti sociali interni, e, più recentemente, l’archeologia ha avuto il merito di proporre una soluzione della questione che allo stato attuale risulta piuttosto convincente, quello della serie di catastrofi, principalmente terremoti, che avrebbero portato ad estesi incendi, le cui tracce riaffiorano dagli scavi.
La fine del mondo miceneo sarebbe avvenuta, perciò, in modo graduale, con una fase di carestia che avrebbe reso deficitario il sopravvivere di un sistema che si poggiava su un’autorità centrale e su scambi coi principali popoli coevi. Il tutto sarebbe avvenuto nell’arco di un secolo, durante il quale i vari territori micenei avrebbero abbandonato il sistema palaziale per continuare, su scala ridotta, in altre forme, come testimoniato dagli scavi nella città bassa di Tirinto, o operando una sorta di sinecismo in poche zone, come se i superstiti di una civiltà oramai ridotta nei numeri avessero optato o per una soluzione centripeta o per una centrifuga, simultaneamente. La tendenza ad allontanarsi dalle antiche aree palaziali, ormai crollate e incapaci di risorgere, spiegherebbe le ultime fasi dei contatti micenei con aree straniere e l’influenza operata su di esse. Anche le aree levantine e cipriote conoscono un’ondata di distruzione, seppur in un lasso temporale differente, al punto che per questi casi è proposta l’azione dei Popoli del Mare; tuttavia, è da notare che la ricostruzione che segue denota nella cultura materiale importanti influenze egeo-micenee, come la ceramica che deriva dal TE IIIC che a sua volta si rispecchierà nella ceramica filistea di area palestinese. Cipro conosce così una sorta di colonizzazione achea che, attraversando un periodo di un paio di secoli circa, vede compiersi nell’XI secolo un processo di ellenizzazione riscontrabile anche nella lingua. In Anatolia abbiamo reperti di tipo egeo relativi al TE IIIC principalmente a Mileto, a Troia e in Cilicia, sporadicamente in altri siti costieri e dell’immediato entroterra. A Tarso la varia produzione locale ha elementi di contatto con la ceramica micenea di area cipriota, mentre appare plausibile che proprio tramite la vie di comunicazione della Cilicia sia arrivata a Fraktin, centro ittita dell’Anatolia orientale, una giaretta a staffa del TE IIIC risalente al XII secolo p.e.v., unica testimonianza di relazioni, seppur indirette, tra mondo egeo e mondo ittita dopo la distruzione della capitale dell’impero anatolico.
L’archeologia al momento non dispone di elementi probanti per dimostrare la prevedibile influenza che il crollo del sistema palaziale miceneo ha con molta probabilità esercitato anche nel Mediterraneo occidentale. Nel TE IIIB già si affermano produzioni locali di ceramica su ispirazione egea, in Italia meridionale e in Sardegna, che aumenteranno nel TE IIIC, quando le importazioni iniziano a farsi più sporadiche, fino a cessare. In Sicilia, la cultura di Pantalica adotta il tornio e utilizza forme ceramiche e metalliche di ispirazione egea, senza tuttavia la reale affermazione di una classe ceramica dipinta di derivazione micenea. In Sardegna troviamo un solo frammento importato, ascrivibile al TE IIIC, ad Antigori, e non è possibile al momento pronunciarsi sulle differenze cronologiche delle ceramiche imitate del TE IIIB e IIIC. Bisogna ricordare i contatti con l’area cipriota, le cui strette connessioni a livello di lavorazione metallurgica costituiscono un caso singolare. Abbondano così lingotti a pelle di bue in tutta l’isola, sono attestati strumenti per la forgia dei metalli e oggetti di prestigio, come i tripodi, importati e imitati. I reperti ciprioti, infatti, attestati molto sporadicamente in Sicilia e quasi esclusivamente per ceramiche del XIV-XIII secolo trovate a Thapsos e a Cannatello, o per la metallurgia a Pantalica e nell’entroterra agrigentino, appaiono una specificità della Sardegna, che avrebbe stretto contatti con Cipro per le materie prime locali e per il ruolo di mediatori nel reperimento dello stagno occidentale, che assunse notevole importanze in seguito alla distruzione di Ugarit, principale centro di stoccaggio e di distribuzione dello stagno orientale, avvenuta intorno al 1200 a.C.
Nel TE/TM IIIB appare in vari siti egei la cosiddetta Barbarian Ware, che troverà buona diffusione nel Te IIIC. Essa è di produzione locale, anche se presenta tratti comuni con la contemporanea ceramica di impasto della penisola italiana. Se la consideriamo prodotta da immigrati anziché da artigiani locali in difficoltà ad operare secondo i canoni e le esigenze dei tempi migliori per la crisi successiva al crollo del sistema palaziale, si può supporre che essi fossero semplicemente parte di un meccanismo di spostamenti all’interno del Mediterraneo di personale qualificato che escluderebbe, o quanto meno potrebbe contribuire ad attenuare, l’ipotesi di migrazioni di massa a partire dal XIII secolo p.e.v. Per quel che riguarda l’Occidente si può affermare, alla luce delle conoscenze a disposizione, che il fenomeno della colonizzazione da parte micenea non appare plausibile, sia perché non sono stati rinvenuti abitati di fondazione micenea, sia per l’assenza di tombe esclusivamente micenee. Gli stanziamenti sarebbero avvenuti in contesti locali preesistenti, avrebbero riguardato piccoli nuclei di residenti, artigiani ceramisti e bronzieri, secondo una tendenza a muoversi perlopiù, ma non esclusivamente, da est verso ovest, nelle fasi del Bronzo Recente e del Bronzo Finale.
Gruppi di Micenei, in seguito alla distruzione dei palazzi, si sarebbero mossi alla volta di Cipro e del Levante, conservando memoria di traffici e di rotte che ripresero, probabilmente anche grazie a ciò, nel IX e VIII p.e.v., quando Greci e Fenici si preparavano ad un’altra importante fase storica, quella della fondazione coloniale.


Nell'immagine, la Porta dei Leoni a Micene.

Documento inserito il: 23/10/2026
  • TAG:

Articoli correlati a Le grandi Civiltà


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione piattaforma web: ik1yde

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2026 )
privacy-policy