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La Battaglia di Platea: la vittoria che salvò la Grecia

del Prof. Giovanni Pellegrino


. Quando nell'estate del 479 a.C. gli eserciti greci e persiani si fronteggiarono nella pianura di Platea, era in gioco molto più del controllo di una regione o della vittoria in una singola battaglia. Da quell'esito dipendeva il futuro stesso della civiltà ellenica. Dopo quasi mezzo secolo di espansione continua, l'immenso Impero Persiano sembrava destinato a inglobare la Grecia così come aveva già assorbito i grandi regni dell'Asia Minore, della Mesopotamia e dell'Egitto. Eppure, proprio a Platea, la più grande macchina militare del mondo antico subì una sconfitta che avrebbe cambiato il corso della storia.
La battaglia rappresentò l'atto conclusivo della seconda invasione persiana della Grecia, iniziata nel 480 a.C. sotto il comando diretto del Gran Re Serse I. Le fonti antiche, in particolare Erodoto, descrivono quella spedizione come una delle più grandi mai organizzate fino ad allora. Sebbene gli storici moderni ritengano eccessive le cifre fornite dal padre della storiografia, rimane fuori discussione che i Persiani mobilitarono un esercito enorme per gli standard dell'epoca.
La spedizione era nata dal desiderio di vendicare la sconfitta di Maratona del 490 a.C. e di assoggettare definitivamente le città greche che avevano sostenuto la rivolta delle poleis ioniche contro il dominio persiano. Serse era convinto che una dimostrazione di forza senza precedenti avrebbe spezzato ogni resistenza. Dopo aver attraversato l'Ellesponto mediante due giganteschi ponti di barche e aver marciato attraverso la Tracia e la Macedonia, l'esercito persiano penetrò in Grecia.
Le Termopili avevano mostrato il valore dei Greci ma non erano riuscite a fermare l'invasione. Atene era stata occupata e incendiata. Molti osservatori del tempo ritenevano ormai inevitabile il trionfo persiano. Tuttavia la vittoria navale greca a Salamina, ottenuta grazie soprattutto all'abilità strategica di Temistocle, cambiò radicalmente la situazione. Serse decise di rientrare in Asia lasciando però in Grecia una potente forza d'occupazione comandata da Mardonio, uno dei suoi generali più capaci e membro della famiglia reale.
Mardonio comprese che la conquista della Grecia non poteva fondarsi esclusivamente sulla forza militare. Cercò quindi di dividere gli alleati ellenici. In particolare tentò di attirare Atene nella sfera persiana offrendo condizioni estremamente vantaggiose. Le fonti raccontano che gli Ateniesi avrebbero ottenuto il controllo del proprio territorio, aiuti economici e una posizione privilegiata all'interno dell'impero. Nonostante la devastazione subita e la distruzione della città, gli Ateniesi respinsero ogni proposta.
Il rifiuto ateniese costrinse Sparta a intervenire con maggiore decisione. Fino a quel momento gli Spartani avevano mostrato una certa prudenza, preoccupati soprattutto della difesa del Peloponneso. Tuttavia la prospettiva di vedere Atene passare dalla parte persiana avrebbe significato il crollo dell'intera alleanza greca.
Fu quindi organizzato il più grande esercito mai schierato dalla Grecia fino ad allora. Secondo Erodoto, gli opliti greci erano circa 38.700, accompagnati da decine di migliaia di truppe leggere e servitori. Le stime moderne tendono a ridimensionare alcuni numeri, ma concordano nel ritenere che la coalizione ellenica rappresentasse uno sforzo militare senza precedenti. Alla guida venne posto Pausania, reggente di Sparta e tutore del giovane re Plistarco.
L'esercito avanzò verso la Beozia, dove Mardonio aveva scelto di attestarsi. Platea era una località strategica. La vasta pianura permetteva alla cavalleria persiana di operare efficacemente, ma le vicine alture offrivano ai Greci una posizione difensiva favorevole. I due schieramenti si osservarono per giorni senza giungere allo scontro decisivo.
Le forze persiane disponevano di una notevole superiorità numerica e di una cavalleria particolarmente temuta. I Greci, al contrario, puntavano sulla disciplina dei propri opliti. Il soldato oplita costituiva uno dei più efficaci combattenti del mondo antico. Protetto da elmo, corazza e schinieri, armato con una lunga lancia e il pesante scudo chiamato hoplon, combatteva all'interno della falange, una formazione compatta capace di esercitare una straordinaria pressione sul nemico. Tra le diverse contingenti greci emergevano gli Spartani. La loro reputazione militare era leggendaria già nel V secolo a.C. Grazie a un addestramento iniziato fin dall'infanzia e a una disciplina ferrea, essi rappresentavano probabilmente la migliore fanteria pesante del mondo greco.
Durante i giorni precedenti la battaglia, la cavalleria persiana svolse una continua azione di disturbo. Particolarmente importante fu il controllo delle fonti d'acqua e delle vie di rifornimento. Mardonio sperava di costringere gli avversari a lasciare le posizioni favorevoli.
La situazione divenne progressivamente difficile per i Greci. Le continue incursioni rendevano sempre più complicato il mantenimento dello schieramento. Nella notte precedente la battaglia decisiva i comandanti ellenici decisero di effettuare un ripiegamento tattico verso posizioni più sicure.
La manovra però fu eseguita con scarso coordinamento. Alcune unità si mossero in ritardo, altre presero percorsi differenti. All'alba lo schieramento greco appariva frammentato. Mardonio interpretò il movimento come una ritirata generale e credette che il nemico fosse ormai vicino al collasso.
Fu un errore fatale.
Convinto di avere la vittoria a portata di mano, il generale persiano ordinò un attacco immediato. Le sue truppe attraversarono il fiume Asopo e avanzarono contro i contingenti spartani e tegeati. Nelle prime fasi dello scontro i Persiani fecero largo uso degli arcieri, una delle specialità dell'esercito achemenide. Tuttavia la pioggia di frecce non riuscì a spezzare la resistenza della falange.
Quando il combattimento divenne ravvicinato, emerse tutta la superiorità tattica degli opliti. I Persiani combattevano prevalentemente con scudi di vimini, archi e lance più leggere. Pur essendo soldati coraggiosi ed esperti, si trovarono in grave difficoltà contro uomini protetti da pesanti armature di bronzo e organizzati in formazioni serrate.
Secondo il racconto di Erodoto, il momento decisivo fu la morte di Mardonio. Il generale persiano sarebbe stato colpito durante i combattimenti e la sua caduta provocò il crollo del morale delle truppe. Nelle monarchie orientali del tempo il comandante rappresentava spesso il centro simbolico dell'intero esercito. La sua perdita fu interpretata come un segno della disfatta imminente.
Con la morte di Mardonio la resistenza persiana iniziò rapidamente a sgretolarsi. Le unità si ritirarono verso il campo fortificato costruito nei pressi della battaglia. Gli alleati greci lanciarono allora un assalto finale. Dopo durissimi combattimenti il campo fu conquistato e la vittoria risultò completa.
Le perdite persiane furono enormi. Come spesso accade nelle fonti antiche, le cifre tramandate da Erodoto appaiono probabilmente esagerate, ma non vi sono dubbi sulla gravità della disfatta. Una parte significativa dell'esercito riuscì a fuggire verso il nord della Grecia, ma la capacità offensiva persiana risultò irrimediabilmente compromessa.
Nello stesso giorno, secondo la tradizione tramandata dalle fonti greche, si verificò un altro evento di fondamentale importanza. Presso Capo Micale, sulla costa dell'Asia Minore, la flotta ellenica avrebbe ottenuto una seconda vittoria contro le forze persiane. Sebbene gli studiosi discutano ancora la precisa contemporaneità dei due scontri, l'effetto strategico fu devastante per l'Impero Persiano.
Con Platea terminò definitivamente il progetto di conquista della Grecia continentale. Da quel momento l'iniziativa passò nelle mani degli Elleni. Negli anni successivi Atene avrebbe assunto un ruolo sempre più dominante attraverso la Lega Delio-Attica, mentre i Persiani sarebbero rimasti sulla difensiva nell'Egeo. Le conseguenze culturali furono forse ancora più importanti di quelle militari. La vittoria garantì alle città greche la possibilità di continuare il proprio sviluppo politico e intellettuale in totale autonomia. Nel secolo successivo sarebbero fioriti la filosofia di Socrate, Platone e Aristotele, il teatro di Eschilo, Sofocle ed Euripide, la storiografia di Erodoto e Tucidide, la medicina di Ippocrate e le grandi realizzazioni artistiche dell'Acropoli ateniese.
Per questo motivo molti storici moderni considerano Platea una delle battaglie decisive della storia mondiale. Lo storico George Cawkwell la definì il vero punto di svolta delle Guerre Persiane, mentre altri studiosi hanno osservato che senza quella vittoria il mondo greco avrebbe potuto essere progressivamente assorbito nell'universo politico persiano. Naturalmente la storia controfattuale non fornisce certezze, ma è innegabile che gli eventi successivi dimostrino quanto la sopravvivenza dell'indipendenza greca sia stata fondamentale per lo sviluppo della civiltà occidentale.
La memoria di Platea rimase viva per secoli. Nella coscienza collettiva dei Greci essa divenne il simbolo dell'unità ellenica. Spartani e Ateniesi, spesso destinati a combattersi nelle generazioni successive, avevano trovato in quel momento un nemico comune e avevano dimostrato che la cooperazione tra città autonome poteva prevalere perfino contro il più potente impero del mondo conosciuto.
Ancora oggi, a distanza di quasi duemilacinquecento anni, la Battaglia di Platea continua a essere studiata non soltanto come un episodio militare, ma come uno degli snodi fondamentali della storia antica, un momento in cui il destino della Grecia e dell'intera civiltà mediterranea venne deciso sul campo di battaglia. Non esiste nessun dubbio che il grande eroe della battaglia di Platea deve essere considerato il re spartano Pausania che comandò le truppe greche in tale battaglia.
Appare evidente che Pausania deve essere considerato non solamente il salvatore dell’indipendenza della Grecia ma anche il salvatore dell’intera civiltà occidentale come oggi la conosciamo.
Tuttavia forse non tutti sanno che Pausania andò incontro dopo la battaglia di Platea a una morte indegna e infamante che macchiò perfino la gloria conquistata in tale battaglia.
Lo storico latino Cornelio Nepote parlando della personalità di Pausania afferma che egli fu un uomo grande ma incostante in tutte le manifestazioni della sua vita e proprio tale incostanza fu la causa della sua morte indegna.
Cornelio Nepote lo descrive appunto come un uomo estremamente volubile e tale volubilità offuscò anche la grandezza e l’onore conquistati a Platea.
Cercheremo ora di chiarire perché Pausania andò incontro a tale indegna fine ed anche in che cosa consistette tale morte indegna.
Pausania dopo la grande vittoria di Platea ritornò a Sparta e fu giustamente onorato come un eroe senza precedenti della storia di Sparta e della Grecia intera. Purtroppo tutti questi onori gli diedero alla testa in modo determinante cosicché fu preso da un smodato desiderio di potere che non gli poteva essere concesso dalle leggi spartane anche se egli aveva salvato l’intera Grecia e l’intera civiltà occidentale.
Per dirla in maniera sintetica Pausania cercò di prendere il potere assoluto a Sparta organizzando quello che oggi definiremmo un vero e proprio colpo di stato. Purtroppo per lui il suo piano sovversivo venne scoperto prima che egli potesse conquistare il potere a Sparta, un potere ribadiamo, assolutamente non ammissibile dalle leggi spartane.
Pausania una volta che si rese conto che il suo piano sovversivo era stato scoperto si rifugiò in un tempio confidando sul fatto che gli spartani non avrebbero osato violare quel tempio per catturarlo e imprigionarlo nonché metterlo poi a morte.
Ma la fuga nel tempio non gli assicurò assolutamente la salvezza dal momento che gli spartani chiusero l’ingresso del tempio trasportando davanti ad esso delle pietre innumerevoli.
In tal modo Pausania fu lasciato morire di fame e di sete all’interno del tempio.
Questa fu la morte indegna e infamante che gli spartani infissero a Pausania.
A nostro avviso tale tristissimo epilogo della vita di Pausania deve far riflettere tutti gli uomini di tutte le epoche storiche.
Infatti anche i più grandi eroi della storia possono andare incontro a una fine infamante se vengono presi da una smodata ambizione e a un altrettanto smodato ed incontrollato desiderio di potere.


Documento inserito il: 04/11/2026
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