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La questione iconoclasta e le sue ripercussioni in Italia [ di Andrea Capecchi ]

Genesi dell’iconoclastia in Oriente e suoi iniziali sviluppi

I decenni centrali dell’VIII secolo furono caratterizzati dall’esplosione di una nuova e grave crisi religiosa in seno alla Cristianità, destinata a produrre drammatiche conseguenze non solo nei rapporti tra le due sedi patriarcali di Roma e Costantinopoli, ma anche all’interno degli stessi territori sottoposti al controllo imperiale. Non si trattò, come spesso si tende ad accettare, di una semplice contrapposizione dottrinaria tra due diverse interpretazioni riguardanti il tema del culto delle immagini. Nella disputa iconoclasta le iniziali motivazioni teologico-disciplinari rivelarono, in maniera più rapida e più netta rispetto ad altre controversie di carattere religioso, forti ragioni di natura politica, capaci di spostare i termini della questione verso l’accettazione o il rifiuto della riaffermazione dell’autorità imperiale sulla vita religiosa della Chiesa. Nei primi due decenni dell’VIII secolo, infatti, l’Impero bizantino aveva attraversato un nuovo periodo di crisi politica e militare, durante il quale i poteri del sovrano si erano indeboliti a vantaggio dei vertici dell’esercito e del clero di Costantinopoli.
L’emergere della dottrina iconoclasta nei territori dell’Impero fu senza dubbio un fenomeno rapido e improvviso, ma dotato di radici antiche risalenti alla prima età cristiana. Già nel V secolo vi erano state manifestazioni isolate di forte dissenso nei confronti del culto delle icone, che alcuni vescovi consideravano fonti di un’eccessiva venerazione capace di sfociare in veri e propri fenomeni di idolatria. D’altro canto il culto delle immagini sacre rivestì un ruolo importantissimo nella storia religiosa di tutto l’Oriente greco, dove alcuni ritratti del Cristo e della Vergine erano da sempre considerati come acheropiti, ovvero non prodotti da mano umana. Tali icone erano diventate oggetto di culti locali e di frequenti pellegrinaggi popolari verso i monasteri in cui esse erano gelosamente custodite; pertanto il monachesimo orientale trasse innumerevoli benefici dallo sviluppo della venerazione delle immagini sacre, che consentì a molti abati di accumulare ingenti ricchezze e conseguire un prestigio senza precedenti, a cui si andò accompagnando l’acquisizione di un’autorità capace di influenzare il governo della stessa Chiesa costantinopolitana.
Il problema centrale dell’iconoclastia ruota attorno alla figura dell’imperatore Leone III Isaurico (717-741) e all’analisi delle motivazioni che indussero questo sovrano a intraprendere una politica religiosa di ampio respiro, abbracciando una dottrina che nel corso dei decenni si sarebbe rivelata assai più pericolosa e distruttiva per gli equilibri della Chiesa rispetto al precedente monotelismo. Le molte interpretazioni degli storici non hanno ancora pienamente chiarito né il momento preciso in cui l’imperatore avrebbe accolto le teorie iconoclaste, né la causa immediata che avrebbe dato inizio a tale drammatico processo; tuttavia è indubbia la formazione di Leone III in un ambiente favorevole all’iconoclastia, dal momento che la dinastia degli Isauri era originaria dell’Anatolia meridionale, terra profondamente influenzata dalla cultura figurativa aniconica propria del mondo giudaico e musulmano.
È altresì un dato di fatto che Leone III fu interessato soprattutto a stabilire una nuova disciplina all’interno dei culti popolari, non curandosi affatto di sottolineare quegli aspetti teologici che saranno utilizzati dal figlio Costantino V per giustificare la distruzione delle icone. Il suo principale obiettivo restava quello di ostacolare il più possibile i fenomeni di devozione popolare e di venerazione nei confronti delle icone, nella misura in cui essi allontanavano i fedeli dai riti ufficiali della Chiesa e alimentavano il potere dei monasteri. A tali motivazioni di carattere religioso e disciplinare si accompagnarono subito importanti ragioni politiche, dal momento che l’iconoclastia si inserisce coerentemente a completamento di tutta l’opera politica di riorganizzazione della struttura statale dell’Impero avviata da Leone III a partire dal 717. Le grandi riforme in ambito legislativo, giuridico, amministrativo, militare e agrario promosse durante il suo regno non sarebbero state del tutto efficaci se non vi fossero state drastiche misure in grado di limitare il potere e l’autorità raggiunti dai grandi monasteri. Questi ultimi rappresentavano per l’imperatore un grave ostacolo alla messa in atto del suo ampio piano di riforma: essi detenevano ingenti quantità di beni fondiari esenti da tassazioni, sottraevano potenziali soldati e funzionari dai ranghi dell’esercito e della burocrazia statale, avevano assunto un’autorità religiosa assai influente presso larghi strati della popolazione locale e mantenevano un rapporto di intensa rivalità con il patriarcato e il clero secolare di Costantinopoli.
La proibizione del culto delle icone parve quindi all’imperatore la mossa migliore per limitare in tempi brevissimi il potere assunto dai monasteri, i quali non avrebbero potuto più usufruire degli introiti finanziari derivanti dal possesso delle icone. Leone III iniziò la sua campagna di diffusione della dottrina iconoclasta intorno al 726, quando, secondo fonti siriache, egli avrebbe promulgato un editto vietante il culto delle immagini. Tale provvedimento sarebbe stato accompagnato da numerosi discorsi pubblici atti a convincere i cittadini e il clero di Costantinopoli ad accettare le necessarie misure imposte dalla situazione religiosa dell’Impero. Quel che è certo è che agli inizi del 727 l’imperatore passò all’azione ordinando la rimozione e la distruzione dell’icona del Cristo presente sulla porta del palazzo imperiale di Chalke. Questo evento, che ebbe larga eco in tutti i territori dell’Impero, svelò le reali intenzioni di Leone III e sancì il passaggio dalla propaganda iconoclasta presso il popolo a un’azione di forza volta a costringere le massime autorità religiose della Cristianità ad accettare le disposizioni imperiali. La prima vittima di questo nuovo corso fu il patriarca Germano (715-730), personaggio fedele all’ortodossia calcedonese e in eccellenti rapporti con Roma, che non si lasciò intimidire dalle minacce e dalle provocazioni dell’imperatore, rifiutandosi di sottoscrivere qualsiasi formulazione di natura iconoclasta. Tuttavia la violenta persecuzione contro gli oppositori avviata da Leone III a partire dal 730 costrinse Germano a rassegnare le dimissioni e a prendere la via dell’esilio; al suo posto il clero iconoclasta elesse il patriarca Anastasio (730-754), decisamente più incline a uniformarsi alle direttive imperiali. Secondo le fonti occidentali gli anni immediatamente successivi alla sua nomina furono caratterizzati da un’azione metodica e sistematica di distruzione delle icone presenti nei monasteri orientali e di condanna degli esponenti di spicco della fazione iconodula.


L’iconoclastia vista da Roma e la reazione papale

A differenza di quanto era accaduto al principio della crisi monotelita, quando le titubanze di Teodoro avevano lasciato spazio alla diffusione di questa dottrina, l’iconoclastia fu da subito avvertita dai pontefici romani come una terribile degenerazione capace di causare nuovi conflitti e divisioni all’interno della Cristianità. Alle considerazioni di carattere teologico, in base alle quali l’iconoclastia mirava a eliminare i culti tradizionali e le forme di devozione popolare, si unì la consapevolezza del progetto politico che Costantinopoli intendeva realizzare per suo tramite: la nuova dottrina avrebbe costituito la base per la riaffermazione del potere imperiale in Italia, da anni messo in crisi dalle pressioni longobarde e dalle forze disgregatrici interne, e per l’estensione dell’autorità imperiale e patriarcale sopra la Chiesa romana, con l’intento di limitarne nuovamente le prerogative e le influenze presso gli episcopati d’Occidente. Il papato si mostrò perciò inflessibile di fronte a ogni tentativo di messa in discussione della propria autonomia politico-religiosa e rigettò l’iconoclastia fin dalla sua prima formulazione.
Papa Gregorio II (715-731) non si mostrò disposto a riconsegnare Roma nelle mani di una pericolosa eresia. Non lasciandosi turbare dalle minacce di deposizione in caso di resistenza e dai molteplici complotti orditi ai suoi danni dal governo bizantino, il pontefice assunse ancora una volta il ruolo di difensore dell’ortodossia contro le pretese arbitrarie e anticonciliari di Costantinopoli: tra il 729 e il 730 egli scrisse all’imperatore due lettere apologetiche, nelle quali compì una strenua difesa del culto delle immagini sacre e mise in guardia il sovrano dal persistere nella sua eresia. L’opposizione di Gregorio II fu notevolmente favorita dalla debolezza politica dell’autorità esarcale e dalla consapevolezza di poter contare sull’appoggio e sul sostegno dell’aristocrazia militare romana e di ampie fasce della popolazione locale. Questa era da sempre vicina alla posizioni papali e decisamente contraria a ogni tendenza iconoclasta, come le autorità imperiali in Italia ebbero modo di verificare durante le numerose rivolte che nel biennio tra il 729 e il 731 sconvolsero i territori bizantini della penisola. Il popolo, il clero romano e gli stessi quadri militari dell’Esarcato si mostrarono uniti nella difesa del papato e fecero dell’Urbe il centro spirituale e politico di un vasto moto antibizantino, che portò all’ammutinamento di molti reparti dell’esercito di stanza nel Veneto e nella Pentapoli e alla destituzione dei nuovi comandanti nominati dall’imperatore.
Il successivo decennio di pontificato di Gregorio III (731-741) segnò una fase di stallo e di riflessione nell’evoluzione della crisi. I rapporti tra Roma e Costantinopoli si mantennero piuttosto freddi, soprattutto dopo la convocazione di un sinodo lateranense che sancì la deposizione di Anastasio e la scomunica di tutti i sostenitori dell’iconoclastia, ma non si ebbero più tentativi da parte di Leone III di esercitare pressioni politiche e militari sul papato attraverso l’uso della violenza.


Costantino V e la nuova “fase teologica”

Una decisa ripresa dell’offensiva iconoclasta nelle province orientali dell’Impero si verificò sotto il regno di Costantino V (741-775), ritenuto il massimo sostenitore di tale dottrina e l’inflessibile propugnatore di una vasta e sistematica campagna per la distruzione fisica di tutte le icone, che si spinse ben oltre le disposizioni espresse nei provvedimenti paterni. A differenza di Leone III il nuovo imperatore tentò, durante i primi anni del regno, di giustificare la politica iconoclasta con sottili argomentazioni teologiche, finalizzate a dimostrare che il culto delle immagini sacre rappresentava un’eresia a causa dell’impossibilità di rappresentare la divinità con elementi materiali. Contro tali affermazioni, che Costantino V fu in grado di formulare grazie al suo vivo interesse per talune dottrine eterodosse respinte dai concili ecumenici, presero posizione i massimi rappresentanti della fazione iconodula capeggiata dal grande teologo siriano Giovanni Damasceno, il quale ingaggiò un serrato duello dialettico con i sostenitori dell’iconoclastia, confutando punto per punto le loro affermazioni alla luce dell’ortodossia conciliare. La presenza di un’intensa confutazione teologica della dottrina iconoclasta evidenziò ben presto le forti resistenze che la politica imperiale stava incontrando non solo nelle aree culturalmente più lontane da tale dottrina, come l’Italia e le province illiriche, ma anche presso lo stesso clero costantinopolitano.
Tuttavia Costantino V persistette nel suo programma e nel 754 convocò un concilio, svoltosi in più sessioni tra Calcedonia e Costantinopoli, nel quale i vescovi della fazione iconoclasta accolsero le idee religiose dell’imperatore e proclamarono solennemente, tramite il supporto delle testimonianze teologiche favorevoli all’iconoclastia, l’illegittimità del culto delle icone e la condanna di tutti i loro difensori, considerati alla stregua di eretici ribelli. Il durissimo editto imperiale promulgato a conclusione dei lavori conciliari, immediatamente sottoscritto dal patriarca e da tutti i vescovi anatolici, stabilì l’obbligo di rimozione di tutte le immagini sacre dalle chiese e decretò l’arresto di tutti coloro che osavano opporsi a tali provvedimenti.


Zaccaria e la “fase politica”

La reazione del papato di fronte a questi nuovi e inaspettati sviluppi, che posero fine a un breve periodo di distensione intercorso tra Costantino V e papa Zaccaria (741-752), fu tutto sommato composta e meno drammatica del previsto. Memore delle difficoltà incontrate dal padre nella sottoscrizione degli editti iconoclasti presso gli episcopati d’Occidente, l’imperatore non pensò mai di inviare a Roma dei propri legati per ottenere l’approvazione del pontefice, né si sforzò di giungere a una formula di compromesso teologico con il papato. D’altro canto, gli anni della politica iconoclasta di Costantino V coincisero con la fase di massima crisi del potere bizantino in Italia, con la caduta di Ravenna in mano longobarda nel 751 e la conseguente fine dell’Esarcato. Di fronte a questi importanti mutamenti politici, papa Zaccaria si preoccupò in primo luogo di tutelare l’autonomia della Chiesa romana dalle minacce longobarde, adesso fattesi più pressanti dopo il ritiro delle truppe bizantine dal Lazio e dalla Pentapoli, e rivolse gran parte delle proprie energie al rafforzamento di un’alleanza di tipo politico e militare con l’emergente potenza franca. La disputa teologica scatenata in Oriente dall’imperatore finì per assumere una rilevanza marginale nel quadro della diplomazia papale di questo periodo: Zaccaria si limitò a prendere atto dell’impossibilità di giungere a un accordo con l’imperatore ed espresse una formale condanna degli atti e delle deliberazioni del concilio eretico svoltosi a Calcedonia.
Alla metà dell’VIII secolo, quando la persecuzione contro i difensori del culto delle immagini giunse al suo culmine, i rapporti tra Roma e Costantinopoli si erano ormai deteriorati, e gli stessi pontefici, assai più preoccupati dalle vicende italiane, evitarono di compiere ulteriori sforzi per raggiungere un improbabile accordo con Costantino V. Prendendo atto dell’inevitabile rottura religiosa tra la Chiesa romana e quella greca, i successori di Zaccaria lasciarono che l’iconoclastia compisse il suo corso in Oriente, evitando di intervenire nella disputa e aspettando che essa giungesse al suo inevitabile fallimento, preannunciato dalle acute divisioni e dalle forti resistenze presenti all’interno dello stesso clero orientale.
Questa decisione testimonia il crescente disinteresse dei papi nei confronti dei rapporti diplomatici con Costantinopoli e delle sorti religiose dell’Impero bizantino, visto sempre di più come una realtà lontana ed estranea al contesto italiano. Allo stesso tempo la dura presa di posizione della Chiesa romana svela la sua piena consapevolezza dei rischi che l’iconoclastia poteva comportare per l’assetto del mondo cristiano: tramontato definitivamente il vecchio ideale pentarchico, spazzato via sia dalle dispute interne alla Cristianità, sia dai grandi mutamenti politici avvenuti in Oriente a seguito dell’invasione araba, le tre sedi patriarcali cadute sotto il dominio musulmano tesero sempre più ad assumere una condotta autonoma e a indebolire i propri legami con la capitale imperiale. Proprio Costantinopoli trasse numerosi benefici da questa nuova situazione, diventando improvvisamente l’unica sede apostolica dell’Oriente greco posta entro i confini imperiali e assumendo una posizione di indiscusso predominio teologico e religioso derivante dal suo status di patriarcato coincidente con il cuore politico dell’Impero. Le rinnovate ambizioni del patriarcato ecumenico come guida dell’intera Cristianità si andarono inevitabilmente a scontrare con le rivendicazioni di Roma, decisa a mantenere un certo equilibrio di potere all’interno del mondo cristiano e determinata a far valere ancora una volta la propria supremazia dovuta al primato petrino. In particolare, i pontefici si mostrarono molto preoccupati da un lato dai rischi connessi a un governo della Chiesa non più collegiale, come invece avveniva all’interno della pentarchia, dall’altro dal pericolo che tendenze religiose di matrice giudaica e islamica venissero accolte con leggerezza da Costantinopoli e finissero per contaminare la fede cristiana, minandone l’ortodossia conciliare.


Fallimento della politica iconoclasta e sua conclusione

Gli imperatori Leone III e Costantino V furono incapaci di comprendere fino in fondo i profondi mutamenti politici, religiosi e culturali che erano in atto in Italia già a partire dai primi anni dell’VIII secolo, in concomitanza con la ripresa dell’espansionismo longobardo e l’accentuarsi della crisi militare dell’Esarcato, ormai prossimo alla disgregazione. La situazione che si era venuta a creare nella penisola, dove l’autorità bizantina si stava rapidamente eclissando, non poteva consentire ai sovrani di intervenire presso il papato in maniera analoga all’azione compiuta quasi un secolo prima nei riguardi di Martino I, arrestato e condotto a Costantinopoli per essere sottoposto a un duro processo dai chiari risvolti politici. Certamente vi furono molti altri tentativi di arresto o addirittura di assassinio dei pontefici che si mostrarono fieramente contrari alle disposizioni imperiali, ma tutti si risolsero in drammatici fallimenti, il cui unico esito fu quello di accrescere l’ostilità e il distacco della popolazione romana nei confronti dei Bizantini. La fine dell’Esarcato e l’alleanza tra Roma e i Franchi in chiave antilongobarda emarginò del tutto gli imperatori dallo scenario politico italiano; il papato, rimasto isolato dal punto di vista diplomatico, minacciato da più parti dalla condotta aggressiva dei duchi e bisognoso di protezione militare, non esitò ad approfittare della profonda crisi attraversata dai Bizantini, divenuti nel corso dei decenni una presenza oppressiva e altrettanto pericolosa per la libertà della Chiesa romana, per stipulare nuovi accordi e volgere la propria azione oltre i confini della penisola. L’iconoclastia, che pure non venne applicata nei territori italiani per non causare l’inevitabile ribellione della popolazione locale e dei vescovi cattolici, contribuì senza dubbio ad accelerare il processo di dissoluzione dell’Esarcato e di sfaldamento dell’autorità bizantina nella penisola, causando un sensibile ridimensionamento della sua influenza politica e militare sulle vicende italiane. Tale dottrina finì dunque per ritorcersi contro i suoi massimi propugnatori e si rivelò, nel corso del medio e lungo periodo, un ulteriore elemento di divisione e di debolezza dell’Impero, invece che di unità e di rafforzamento del potere imperiale e patriarcale.
L’abbandono della politica iconoclasta si verificò a partire dai primi anni di regno dell’imperatrice Irene (780-802), preoccupata di porre fine all’annosa disputa e di ristabilire la pace e la concordia all’interno del clero di Costantinopoli attraverso un accordo con la fazione iconodula. Il punto di arrivo della sua azione diplomatica fu la convocazione, nel 787, del concilio ecumenico di Nicea, che sancì la fine delle persecuzioni e delle distruzioni delle icone, ristabilendo l’ortodossia all’interno di tutti i territori dell’Impero bizantino. Tuttavia le pesanti conseguenze portate da tali vicende non poterono in nessun modo essere cancellate, e segnarono profondamente i rapporti diplomatici e religiosi tra Costantinopoli e l’Occidente nei decenni successivi.


Riferimenti bibliografici

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Documento inserito il: 21/12/2014
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