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L'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor

del Prof. Giovanni Pellegrino


Uno degli episodi più importanti della storia della Seconda guerra mondiale fu senza dubbio l'attacco giapponese a Pearl Harbor, avvenuto il 7 dicembre 1941. Tale evento avrebbe modificato profondamente il corso del conflitto, provocando l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra.
Pearl Harbor era una grande base navale americana situata nelle isole Hawaii, un importante punto strategico nel Pacifico. Il giorno successivo all'attacco, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt definì il 7 dicembre 1941 "una data destinata a vivere nell'infamia", poiché l'azione giapponese avvenne senza una preventiva dichiarazione di guerra.
Si trattò infatti di un vero e proprio attacco a sorpresa. I comandanti americani ritenevano che la base fosse adeguatamente protetta e consideravano particolarmente difficile un attacco con siluri a causa dei bassi fondali del porto. I tecnici giapponesi riuscirono tuttavia a modificare i propri siluri rendendoli adatti anche ad acque poco profonde, eliminando così uno degli ostacoli principali all'operazione.
L'attacco fu condotto da una potente squadra navale composta da sei portaerei, accompagnate da numerose unità di scorta. Le navi giapponesi attraversarono il Pacifico mantenendosi lontane dalle rotte commerciali più frequentate e riuscirono a non essere individuate fino all'inizio dell'operazione.
Per comprendere le ragioni di questo attacco occorre ricordare che da diversi anni il Giappone stava perseguendo una politica espansionistica in Asia, che aveva portato all'occupazione di vaste aree della Cina e successivamente dell'Indocina francese. Gli Stati Uniti guardavano con crescente preoccupazione a tale espansione e tentarono più volte di indurre il governo giapponese a rinunciare ai propri progetti imperiali.
Di fronte al rifiuto nipponico, gli Stati Uniti adottarono una serie di misure economiche culminate nel blocco delle esportazioni di petrolio verso il Giappone. Questa decisione fu considerata dai dirigenti giapponesi un atto estremamente ostile, poiché l'economia e le forze armate del paese dipendevano in larga misura dalle forniture petrolifere provenienti dall'estero.
L'artefice principale del piano fu l'ammiraglio Isoroku Yamamoto, uno dei più brillanti strateghi della marina imperiale giapponese. Egli era consapevole della grande superiorità industriale degli Stati Uniti e riteneva che il Giappone potesse vincere soltanto attraverso una guerra rapida, infliggendo agli americani un colpo devastante nelle prime fasi del conflitto. L'obiettivo era distruggere o paralizzare la flotta americana del Pacifico e costringere Washington ad accettare una pace favorevole al Giappone. Tuttavia tale strategia si sarebbe rivelata errata, poiché l'attacco a Pearl Harbor non indebolì la volontà americana di combattere, ma la rafforzò enormemente.
Un aspetto interessante è che molti storici ritengono che i giapponesi abbiano studiato attentamente il precedente attacco britannico alla base navale italiana di Taranto, avvenuto nel novembre del 1940. In quella occasione era stato dimostrato che navi ancorate in un porto potevano essere colpite con successo anche in acque poco profonde, una lezione che sarebbe stata applicata su scala molto più ampia a Pearl Harbor.
Per raggiungere il loro obiettivo, i giapponesi sapevano bene di dover infliggere agli Stati Uniti colpi devastanti fin dall'inizio della guerra. Per questo motivo ritenevano indispensabile ricorrere a un attacco a sorpresa, come avvenne appunto a Pearl Harbor.
Tuttavia dobbiamo osservare che il successo dell'operazione fu favorito anche da alcuni gravi errori commessi dagli stessi americani, che sottovalutarono almeno due episodi che avrebbero dovuto fare scattare immediatamente l'allarme.
Il primo episodio avvenne poco prima dell'inizio dell'attacco. Alle prime ore del mattino un operatore radar americano individuò sugli schermi una consistente formazione di aerei diretta verso Pearl Harbor. Preoccupato da tale avvistamento, il militare informò immediatamente il proprio superiore. Quest'ultimo però ritenne che si trattasse di aerei americani attesi in arrivo alle Hawaii e non prese alcuna misura particolare.
Si trattò di una valutazione errata che contribuì in misura significativa alla riuscita dell'attacco giapponese. Inoltre, considerando il clima di forte tensione esistente tra Stati Uniti e Giappone, tale segnalazione avrebbe dovuto essere presa molto più seriamente.
Vi fu poi un secondo episodio altrettanto importante. Poche ore prima dell'attacco, il cacciatorpediniere americano USS Ward individuò un minisommergibile giapponese che tentava di infiltrarsi nelle acque di Pearl Harbor. L'unità venne immediatamente attaccata e affondata. Anche questo episodio avrebbe dovuto costituire un chiaro segnale della presenza di attività ostili da parte del Giappone.
A questo proposito occorre ricordare che il piano giapponese prevedeva l'impiego sia degli aerei imbarcati sulle sei portaerei sia di alcuni minisommergibili, che avrebbero dovuto contribuire all'attacco contro le navi americane presenti nella base. L'operazione era stata accuratamente preparata e prevedeva inizialmente tre ondate di attacco. Le prime due erano destinate a colpire le navi da guerra e gli aeroporti militari, mentre la terza avrebbe dovuto distruggere le infrastrutture strategiche della base, in particolare i cantieri navali, i depositi di carburante e le officine di riparazione.
Tuttavia la terza ondata non venne mai lanciata. L'ammiraglio Chuichi Nagumo, comandante della squadra navale giapponese, temeva infatti che il protrarsi dell'operazione avrebbe esposto le sue portaerei a un contrattacco americano. Inoltre l'effetto sorpresa, che aveva favorito il successo delle prime due ondate, era ormai venuto meno. Per queste ragioni Nagumo preferì ordinare il ritiro della flotta.
Vi era poi un altro fattore destinato ad avere un ‘enorme importanza nel prosieguo della guerra. Sebbene l’attacco giapponese avesse provocato gravi danni alla flotta americana, le portaerei degli stati unito non si trovavano a Pearl Harbor il giorno dell’attacco.
Per una favorevole coincidenza per gli americani , tali navi erano impegnate in altre missioni e pertanto sfuggirono alla distruzione.
All'epoca molti ammiragli continuavano a considerare la corazzata come la principale arma navale, ma la guerra avrebbe dimostrato che le portaerei erano destinate a diventare le vere protagoniste dei combattimenti sul mare. Proprio grazie alla sopravvivenza delle proprie portaerei, gli Stati Uniti riuscirono a ricostruire rapidamente la loro navale nel Pacifico.
Alcuni storici ritengono che questa circostanza rappresentò uno dei più gravi limiti all’operazione giapponese. Se infatti le portaerei fossero state presenti nella base e fossero state affondate insieme alle corazzate, la capacità offensiva degli stati uniti nel pacifico avrebbe subito un colpo molto più pesante.
Molti studiosi ritengono inoltre che la mancata esecuzione della terza ondata rappresentò uno dei più gravi errori strategici del Giappone. Se fossero stati distrutti i depositi di carburante, i bacini di carenaggio e le principali infrastrutture portuali, la flotta americana del pacifico avrebbe incontrato difficoltà molto maggiori nel riprendersi dal colpo subito.
Per questo motivo si può affermare che Pearl Harbor rappresentò una grande vittoria tattica per il Giappone ma non una vittoria strategica decisiva. I giapponesi riuscirono infatti a infliggere pesanti perdite agli americani, ma non distrussero gli strumenti che avrebbero consentito agli Stati Uniti di ribaltare le sorti della guerra nel Pacifico nei mesi e negli anni successivi.
Dobbiamo anche ricordare che il comandante della prima ondata di attacco giapponese, Mitsuo Fuchida, comunicò la piena riuscita dell'operazione pronunciando il famoso messaggio in codice "Tora! Tora! Tora!". Tale espressione è stata generalmente interpretata come il segnale che l'attacco aveva colto completamente di sorpresa gli americani. Queste parole divennero celebri in tutto il mondo e furono successivamente utilizzate come titolo di un noto film dedicato all'attacco contro Pearl Harbor.
A nostro avviso si trattò di una scelta sbagliata da parte dell'ammiraglio Nagumo quella di rinunciare alla terza ondata. Se i giapponesi avessero distrutto i cantieri navali, i depositi di carburante e le altre infrastrutture strategiche della base, avrebbero inflitto agli Stati Uniti un danno molto più grave e duraturo.
Infatti la distruzione di tali obiettivi avrebbe avuto un'importanza fondamentale nello svolgimento delle successive operazioni militari nel Pacifico. Gli americani avrebbero incontrato molte più difficoltà nel riparare le navi danneggiate e nel sostenere le proprie operazioni navali.
Tra l'altro dobbiamo dire che questo non fu l'unico errore commesso da Nagumo nel corso della guerra. Un altro episodio particolarmente importante si verificò durante la battaglia delle Midway, combattuta nel giugno del 1942.
In quell'occasione Nagumo esitò prima di lanciare immediatamente tutti i propri aerei contro la flotta americana. Preferì infatti procedere al recupero e al riarmo degli aerei che avevano già partecipato ad altre missioni. Tale decisione si rivelò fatale per la flotta giapponese, poiché offrì agli americani il tempo necessario per individuare e attaccare le portaerei nipponiche.
Dobbiamo inoltre ricordare che l'ammiraglio Tamon Yamaguchi, considerato da molti uno dei migliori comandanti della marina imperiale giapponese, sostenne una linea più aggressiva e cercò di convincere Nagumo ad agire con maggiore rapidità. Purtroppo per i giapponesi i suoi suggerimenti non vennero accolti.
Detto ciò torniamo a occuparci dell'attacco a Pearl Harbor, un evento che provocò l'immediata entrata in guerra degli Stati Uniti. L'8 dicembre 1941 il Congresso americano approvò quasi all'unanimità la dichiarazione di guerra contro il Giappone. L'unica parlamentare a votare contro fu Jeannette Rankin, nota per le sue convinzioni pacifiste.
In seguito al disastro di Pearl Harbor il comandante della base, l'ammiraglio Husband Kimmel, venne rimosso dal proprio incarico insieme ad altri responsabili militari. Tuttavia col passare degli anni numerosi studiosi hanno ritenuto che le responsabilità dell'accaduto non potessero essere attribuite esclusivamente a lui, ma dovessero essere condivise con altri livelli del comando militare e politico americano.
Dobbiamo anche dire che le perdite giapponesi durante l'attacco furono relativamente contenute grazie all'effetto sorpresa che caratterizzò tutta l'operazione. Al contrario gli americani subirono pesanti perdite sia in termini di vite umane sia dal punto di vista materiale.
L'aspetto probabilmente più importante di tutta la vicenda fu però di carattere strategico. L'entrata in guerra degli Stati Uniti modificò infatti radicalmente gli equilibri della Seconda guerra mondiale. Grazie alla loro immensa capacità industriale ed economica, gli americani divennero uno dei protagonisti assoluti del conflitto sia nel Pacifico sia in Europa.
Nel teatro del Pacifico gli Stati Uniti riuscirono progressivamente a fermare e poi a respingere l'espansione giapponese. In Europa, invece, il contributo americano risultò determinante nella lotta contro la Germania nazista, culminando nello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 e nella successiva liberazione dell'Europa occidentale.
Per questo motivo si può affermare che l'attacco di Pearl Harbor, pur rappresentando uno straordinario successo tattico per il Giappone, finì per trasformarsi in un grave errore strategico. L'azione che avrebbe dovuto scoraggiare gli Stati Uniti e costringerli a negoziare la pace provocò invece la mobilitazione completa della più grande potenza industriale del mondo, contribuendo in maniera decisiva alla sconfitta finale dell'Impero giapponese.
Vogliamo concludere il nostro discorso mettendo in evidenza che gli americani riuscirono successivamente a colpire l'ammiraglio Isoroku Yamamoto, il principale ideatore dell'attacco a Pearl Harbor. Molti hanno visto in tale azione una sorta di vendetta per il grave colpo inferto agli Stati Uniti il 7 dicembre 1941.
Riteniamo opportuno dire qualcosa sul modo in cui Yamamoto trovò la morte. Nel 1943 egli stava effettuando una visita di ispezione alle forze giapponesi dislocate nelle isole Salomone. Per raggiungere le varie basi utilizzava un aereo militare il cui percorso era stato comunicato attraverso messaggi cifrati.
Gli americani erano però riusciti a decifrare importanti codici navali giapponesi e vennero pertanto a conoscenza dell'itinerario, dell'orario e dei dettagli della visita dell'ammiraglio. Di conseguenza organizzarono una missione aerea appositamente finalizzata a intercettare il velivolo sul quale viaggiava Yamamoto.
Il 18 aprile 1943 alcuni caccia americani intercettarono gli aerei giapponesi nei cieli delle isole Salomone. Nel successivo combattimento il velivolo che trasportava Yamamoto venne abbattuto e l'ammiraglio perse la vita.
Per molti osservatori questa operazione rappresentò una risposta diretta all'attacco di Pearl Harbor. Altri storici hanno invece sottolineato come l'eliminazione di un comandante militare nemico durante un conflitto rientrasse nella logica della guerra. In ogni caso la morte di Yamamoto costituì un duro colpo per la marina imperiale giapponese, che perdeva uno dei suoi più brillanti strateghi.
Vogliamo inoltre ricordare che gli americani riuscirono a organizzare tale operazione proprio grazie alla loro capacità di decifrare parte delle comunicazioni segrete giapponesi. Questa superiorità nel settore dell'intelligence ebbe un ruolo molto importante anche in altre battaglie decisive della guerra nel Pacifico.
Infine alcuni storici hanno messo in evidenza che i giapponesi tennero certamente presente, nella preparazione dell'attacco a Pearl Harbor, il precedente attacco britannico contro la base navale italiana di Taranto, avvenuto nel novembre del 1940. In quella circostanza gli inglesi riuscirono a infliggere gravi danni alla flotta italiana utilizzando aerei decollati da una portaerei. Esistono senza dubbio importanti analogie, ma anche profonde differenze, tra l'azione britannica di Taranto e quella giapponese di Pearl Harbor.
Per quanto riguarda le analogie, in entrambi i casi venne dimostrata in maniera evidente la crescente importanza delle portaerei rispetto alle corazzate, che per molti anni erano state considerate le regine incontrastate dei mari.
In secondo luogo entrambi gli attacchi mostrarono che perfino basi navali ritenute sicure e ben protette potevano essere vulnerabili a un'offensiva aerea accuratamente pianificata.
Vi furono tuttavia anche differenze molto significative. L'attacco di Taranto venne effettuato nel contesto di una guerra già in corso tra Italia e Gran Bretagna, mentre quello di Pearl Harbor colpì gli Stati Uniti prima di una formale dichiarazione di guerra. Inoltre le dimensioni dell'operazione giapponese furono molto più vaste e le conseguenze strategiche assai più profonde, poiché provocarono l'ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.
Per questo motivo Pearl Harbor continua ancora oggi a essere considerato uno degli eventi più importanti e decisivi dell'intero conflitto mondiale. Esso dimostrò la centralità della potenza aeronavale moderna e contribuì a cambiare radicalmente il corso della storia del XX secolo.
Infine entrambi gli attacchi vennero inizialmente considerati da molti esperti quasi impossibili da realizzare a causa dei bassi fondali delle rispettive basi navali. Si riteneva infatti che tali condizioni rendessero estremamente difficile, se non impossibile, l'impiego efficace dei siluri contro le navi ancorate nei porti.
Tuttavia esistono anche importanti differenze tra l'attacco giapponese a Pearl Harbor e quello britannico a Taranto. In primo luogo i giapponesi utilizzarono ben sei portaerei, mentre gli inglesi impiegarono una sola portaerei. L'entità e l'ampiezza delle due operazioni furono pertanto molto diverse.
In secondo luogo anche i danni provocati furono differenti. A Pearl Harbor gli americani subirono perdite molto gravi sia in termini di navi sia di vite umane. A Taranto, invece, la flotta italiana vide messe fuori combattimento tre corazzate, subendo comunque un colpo estremamente pesante.
Infine vi fu una differenza di natura politica e diplomatica. L'attacco britannico a Taranto avvenne nell'ambito di una guerra già in corso tra Italia e Gran Bretagna, mentre quello giapponese contro Pearl Harbor precedette la formale dichiarazione di guerra e fu per questo giudicato dagli americani un attacco a tradimento.
Ma quale fu il significato ultimo di questi eventi?
Senza dubbio essi segnarono il tramonto dell'epoca in cui le grandi battaglie navali venivano decise quasi esclusivamente dalla potenza di fuoco delle corazzate e l'inizio di una nuova era nella quale il ruolo principale sarebbe stato svolto dagli aerei imbarcati sulle portaerei.
Non molto tempo dopo, nel 1942, la battaglia del Mar dei Coralli dimostrò concretamente tale cambiamento. Essa viene infatti ricordata come la prima grande battaglia navale della storia nella quale le flotte avversarie non arrivarono mai a vedersi direttamente e combatterono esclusivamente attraverso gli aerei decollati dalle rispettive portaerei. Per tale motivo la battaglia del Mar dei Coralli può essere considerata uno spartiacque tra il vecchio modo di combattere sui mari, fondato principalmente sulle corazzate, e il nuovo modo di fare guerra navale basato sulle portaerei e sulla potenza aerea.
Dobbiamo infine riconoscere che l'ammiraglio Isoroku Yamamoto aveva saputo comprendere con notevole anticipo l'importanza che le portaerei avrebbero assunto nelle guerre moderne. Egli intuì prima di molti altri che il predominio sui mari del futuro sarebbe dipeso soprattutto dalla capacità di colpire il nemico a grande distanza mediante gli aerei imbarcati. L'attacco di Pearl Harbor, quello di Taranto e la successiva battaglia del Mar dei Coralli rappresentano quindi tappe fondamentali di una profonda trasformazione della guerra navale, una trasformazione che avrebbe caratterizzato l'intera Seconda guerra mondiale e influenzato tutte le strategie marittime dei decenni successivi.


Nell'immagine, la nave da battaglia USS California in fase di affondamento nel porto di Pearl Harbor

Documento inserito il: 01/10/2026
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