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La battaglia del Mar dei Coralli

Del Prof. Giovanni Pellegrino


La battaglia del Mar dei Coralli rappresenta uno degli episodi più importanti della guerra nel Pacifico, non soltanto per le conseguenze immediate che ebbe sull’avanzata giapponese, ma anche perché segnò un momento di cambiamento nella guerra navale. Per la prima volta due flotte si affrontarono senza che le rispettive navi di superficie arrivassero a combattersi direttamente con i cannoni. Furono soprattutto gli aerei imbarcati sulle portaerei a cercare e colpire il nemico, dimostrando in maniera sempre più evidente quale sarebbe stato il ruolo dell’aviazione navale nei futuri scontri.
La battaglia si svolse tra il 4 e l’8 maggio 1942 nel Mar dei Coralli, uno spazio di mare compreso tra l’Australia, la Nuova Guinea e le Isole Salomone. In quel momento il Giappone sembrava ancora inarrestabile. Dopo l’attacco a Pearl Harbor del dicembre 1941, le forze giapponesi avevano conquistato rapidamente vaste aree dell’Asia e del Pacifico, occupando le Filippine, la Malesia, Singapore e le Indie Orientali Olandesi. L’obiettivo successivo era quello di continuare l’espansione verso sud.
Uno degli obiettivi principali era Port Moresby, situata sulla costa sud-orientale della Nuova Guinea. Il possesso di Port Moresby avrebbe avuto una notevole importanza strategica, perché avrebbe permesso ai giapponesi di minacciare direttamente l’Australia e di rafforzare la propria posizione nel Pacifico meridionale. L’operazione giapponese, indicata con il nome in codice MO, prevedeva quindi l’occupazione di Port Moresby e, contemporaneamente, la conquista di Tulagi, nelle Isole Salomone, dove si sarebbe dovuta realizzare una base per gli idrovolanti.
Per sostenere l’operazione venne predisposta una consistente forza navale. Tra le unità più importanti vi erano le portaerei Shokaku e Zuikaku, accompagnate da incrociatori e cacciatorpediniere. Il comando della forza portaerei era affidato all’ammiraglio Takeo Takagi. I giapponesi erano convinti di poter portare a termine l’operazione senza incontrare una resistenza decisiva, soprattutto perché la loro marina aveva dimostrato nei mesi precedenti una grande capacità offensiva.
Gli Alleati, tuttavia, erano riusciti a ottenere informazioni importanti sui movimenti giapponesi grazie all’intercettazione delle comunicazioni. Gli americani compresero quindi che l’obiettivo era Port Moresby e prepararono una forza navale per contrastare l’operazione. Le portaerei americane Lexington e Yorktown furono inviate nella zona sotto il comando dell’ammiraglio Frank Jack Fletcher, insieme ad altre unità di superficie.
Il primo importante scontro avvenne il 4 maggio, quando la Yorktown attaccò le forze giapponesi presenti a Tulagi. Gli aerei americani colpirono le navi e le installazioni giapponesi, causando danni e costringendo il comando nipponico a comprendere che la situazione non sarebbe stata così semplice come previsto.
Nei giorni successivi le due flotte cercarono di localizzarsi reciprocamente. Era una situazione completamente diversa rispetto alle tradizionali battaglie navali. Le navi non si vedevano direttamente e non potevano quindi utilizzare i propri cannoni contro le unità nemiche. Il vero combattimento avveniva attraverso gli aerei che decollavano dalle portaerei, percorrevano grandi distanze, cercavano la flotta avversaria e tentavano di colpirla.
Il 7 maggio gli americani riuscirono a individuare la portaerei leggera giapponese Shoho. Un grande attacco aereo venne lanciato contro di essa e la Shoho fu rapidamente affondata. La sua perdita ebbe anche un importante effetto psicologico. Per gli americani rappresentò infatti una delle prime vittorie significative contro una marina giapponese che, fino a quel momento, sembrava quasi invulnerabile. Nello stesso tempo i giapponesi cercarono di colpire le portaerei americane. Gli attacchi furono violenti e dimostrarono ancora una volta l'efficacia dell'aviazione imbarcata. La vera fase decisiva della battaglia si sarebbe però verificata l'8 maggio.
Quel giorno gli aerei delle due flotte riuscirono quasi contemporaneamente a individuare le portaerei nemiche. Gli americani attaccarono la Shokaku, che venne gravemente danneggiata. La Zuikaku riuscì invece a sottrarsi all'attacco, anche grazie alle condizioni atmosferiche e alla difficoltà degli americani nel localizzarla.
Anche gli aerei giapponesi riuscirono a colpire duramente la Lexington. La grande portaerei americana riportò gravi danni e, dopo ulteriori problemi provocati dagli incendi e dalle esplosioni, venne infine abbandonata e successivamente affondata dagli stessi americani per impedirne la cattura. La Yorktown, pur colpita, riuscì invece a sopravvivere e sarebbe tornata in combattimento poco tempo dopo.
Dal punto di vista strettamente tattico, quindi, la battaglia non fu una vittoria americana priva di costi. Entrambe le parti subirono perdite importanti e il Giappone riuscì a infliggere danni molto pesanti alla flotta statunitense. Tuttavia, dal punto di vista strategico, la situazione era diversa. L'obiettivo principale dell'operazione giapponese, cioè la conquista di Port Moresby, non venne raggiunto.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti della battaglia. Per la prima volta dall'inizio della guerra nel Pacifico, l'espansione giapponese veniva arrestata. Non si trattava ancora della grande svolta che sarebbe arrivata poche settimane dopo con la battaglia di Midway, ma il Mar dei Coralli dimostrava che la marina imperiale giapponese poteva essere contrastata.
La battaglia ebbe inoltre un'importanza particolare perché dimostrò in maniera concreta quanto fosse cambiata la guerra navale. Per secoli la potenza di una flotta era stata collegata soprattutto alle dimensioni e all'armamento delle sue navi. La corazzata rappresentava il simbolo stesso della potenza navale. Una nave pesantemente corazzata, dotata di grandi cannoni, avrebbe dovuto avvicinarsi alla flotta nemica e distruggerla attraverso uno scontro diretto.
Ma la guerra nel Pacifico stava dimostrando che questo concetto non era più sufficiente.
La portaerei permetteva infatti di portare l'offensiva molto più lontano. Una flotta poteva trovarsi a centinaia di chilometri dal nemico e, attraverso i propri aerei, colpire senza che le navi arrivassero a portata dei cannoni. Il vero problema diventava quindi riuscire a individuare per primi il nemico e lanciare contro di esso un numero sufficiente di aerei.
Questa trasformazione non era nata improvvisamente nel maggio del 1942. Già prima della guerra erano stati compiuti esperimenti e sviluppate nuove concezioni sull'impiego dell'aviazione navale. Il Giappone stesso aveva investito enormemente nelle portaerei e disponeva di piloti altamente addestrati. L'ammiraglio Isoroku Yamamoto era tra coloro che avevano compreso l'importanza crescente dell'aviazione e delle portaerei nella guerra moderna.
Anche in Europa si erano verificati episodi che avevano dimostrato le nuove possibilità dell'aviazione contro le grandi navi.
Un esempio significativo fu quello della Bismarck. Nel maggio del 1941 la grande corazzata tedesca rappresentava una delle unità più potenti della Kriegsmarine. Durante la sua fuga dalle forze britanniche, gli aerosiluranti Swordfish decollati dalla portaerei Ark Royal riuscirono a colpirla, provocando un danno al sistema di governo della nave. La Bismarck perse così la possibilità di manovrare normalmente e venne successivamente raggiunta dalle forze navali britanniche e affondata. L'episodio dimostrava che anche una grande corazzata poteva essere messa in grave difficoltà dall'aviazione.
Ancora più significativo era stato l'attacco britannico alla base italiana di Taranto nella notte tra l'11 e il 12 novembre 1940. Gli aerei Swordfish decollati dalla portaerei Illustrious attaccarono la flotta italiana ancorata nel porto. Alcune corazzate vennero gravemente danneggiate e l'azione dimostrò che una flotta poteva essere colpita anche mentre si trovava in una base navale considerata protetta.
L'esperienza di Taranto venne studiata anche dai giapponesi e costituì uno degli elementi che mostrarono concretamente le possibilità di un attacco aereo contro una flotta ancorata. Non è corretto però ridurre Pearl Harbor a una semplice copia di Taranto, perché le due operazioni furono concepite in condizioni strategiche e operative differenti.
Un altro episodio importante fu la battaglia di Capo Matapan, combattuta nel marzo 1941 tra le forze britanniche e quelle italiane. Anche in questo caso l'aviazione imbarcata ebbe un ruolo importante, ma sarebbe sbagliato attribuire l'esito dello scontro esclusivamente alla superiorità delle portaerei. Furono determinanti anche il radar, le informazioni disponibili agli inglesi e la capacità di combattere durante la notte. La flotta italiana venne sorpresa e alcune delle sue unità più importanti furono successivamente affondate.
Questi episodi, considerati insieme, mostrano che la trasformazione della guerra navale era già in corso prima della battaglia del Mar dei Coralli. Il problema era comprendere fino a che punto questa trasformazione avrebbe modificato il ruolo delle grandi navi da battaglia.
Anche l'Italia aveva compreso, almeno in parte, la necessità di disporre di una portaerei. Durante la guerra venne avviata la trasformazione del transatlantico Roma nella portaerei Aquila. Il progetto, tuttavia, non venne portato a termine prima dell'armistizio e l'Italia non poté quindi disporre di una vera portaerei operativa paragonabile a quelle delle principali marine impegnate nel conflitto.
La battaglia del Mar dei Coralli dimostrò quindi qualcosa di molto importante: la corazzata non era diventata improvvisamente inutile, ma aveva perso quella posizione assolutamente centrale che aveva occupato nella strategia navale per decenni. La possibilità di colpire il nemico a grande distanza attraverso gli aerei rendeva la portaerei uno strumento offensivo di enorme valore.
Il cambiamento era soprattutto nella distanza alla quale si poteva combattere. Una corazzata aveva bisogno di avvicinarsi al nemico per utilizzare i propri cannoni. Una portaerei, invece, poteva restare lontana e inviare i propri aerei contro l'avversario. La nave diventava così una sorta di base mobile per l'aviazione.
A questo punto possiamo comprendere meglio anche il significato della battaglia del Mar dei Coralli. Non fu semplicemente uno scontro tra americani e giapponesi per il controllo di una zona del Pacifico. Fu una battaglia che anticipò il modo in cui sarebbero state combattute le grandi battaglie navali successive.
La vera arma decisiva non era più necessariamente il cannone della nave, ma l'aereo che dalla nave partiva. E la vittoria dipendeva sempre più dalla capacità di individuare per primi il nemico, organizzare rapidamente l'attacco, proteggere le proprie portaerei e mantenere efficienti gli equipaggi e gli aerei.
Il fatto che le due flotte non arrivassero mai a vedersi direttamente rappresentava una novità destinata a cambiare definitivamente la guerra sul mare. Gli equipaggi combattevano senza avere davanti agli occhi la nave nemica. Gli uomini che pilotavano gli aerei diventavano quindi gli strumenti attraverso i quali le flotte potevano colpirsi a centinaia di chilometri di distanza.
In definitiva, la battaglia del Mar dei Coralli non può essere considerata soltanto una battaglia dal risultato tattico incerto. Il suo significato deve essere ricercato soprattutto nelle conseguenze strategiche. Il Giappone non riuscì a conquistare Port Moresby e dovette rinunciare, almeno temporaneamente, a una parte dei propri progetti di espansione verso sud.
Inoltre, la battaglia mostrò che la marina americana era ormai in grado di affrontare quella giapponese anche in condizioni estremamente difficili. La successiva battaglia di Midway, combattuta appena un mese dopo, avrebbe reso ancora più evidente questa trasformazione.
Il Mar dei Coralli rappresentò quindi uno dei momenti nei quali la guerra navale passò definitivamente da una concezione fondata sullo scontro diretto delle grandi navi a una guerra nella quale l'aviazione, la ricognizione, le informazioni e la capacità delle portaerei assumevano un'importanza sempre maggiore. Non significa che le corazzate fossero immediatamente scomparse dalla scena. Esse continuarono a essere impiegate e conservarono una notevole potenza di fuoco. Ma la loro funzione non era più quella di determinare da sole l'esito di una guerra navale.
La vera novità era ormai un'altra. La flotta che riusciva a vedere per prima il nemico, a far decollare per prima i propri aerei e a colpire a distanza poteva ottenere un vantaggio decisivo prima ancora che le navi avversarie avessero la possibilità di utilizzare i propri cannoni.
Il Mar dei Coralli fu, sotto questo aspetto, una delle prime grandi dimostrazioni di una nuova guerra sul mare. Una guerra nella quale le navi continuavano a essere fondamentali, ma nella quale la distanza tra l'arma e il bersaglio poteva ormai essere misurata non più in chilometri percorsi dalle navi, ma in centinaia di chilometri percorsi dagli aerei.
E proprio per questo la battaglia del Mar dei Coralli deve essere considerata non soltanto come un episodio della guerra del Pacifico, ma come uno dei momenti decisivi della trasformazione della guerra navale moderna.


Nell'immagine, L'affondamento della portaerei USS Lexington, nella battaglia del Mar dei Coralli.

Documento inserito il: 05/10/2026
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