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Il New England puritano nel XVII secolo, William Wood e la storia regionale del Massachusetts (1634)

di Davide Arecco


I Padri Pellegrini nella Terra Promessa: dall’utopia baconiana alla storia atlantica

Il 21 novembre 1620 – dal galeone Mayflower della Virginia Company, su cui si erano imbarcati, passando per l’Olanda – i Padri Pellegrini giunsero a Plymouth, nel Massachusetts, col diritto di creare una colonia nel Nuovo Mondo. I Pilgrim Fathers, di differente estrazione sociale, ma accomunati dalla fervida fede religiosa (il puritanesimo radicale dei settari, separatisti e dissenzienti inglesi), alla vigilia dello sbarco, sottoscrissero il Mayflower Compact, una sorta di carta costituzionale, che esponeva i fini dei coloni oltreoceano e fissava i princìpi ispiratori della forma di governo destinata ad instaurarsi nella nuova terra. Inizialmente diretti in Virginia, i Padri Pellegrini sbarcarono, più a Nord, a Cape Cod, per via di una tempesta, che aveva fatto deviare la rotta prevista dalla Mayflower. Gli inizi furono piuttosto difficili, ma pur tra le difficoltà la colonia infine crebbe e prosperò in misura considerevole.
Una importante fonte di prima mano, coeva alla nascita delle prime colonie puritane d’America, e riscoperta con grande merito da Agatino Vecchio, è il New England’s Prospect del 1634, che, una volta apparso sul mercato editoriale inglese, incontrò, subito, grande interesse di pubblico. L’autore, William Wood, era una penna disinvolta, arguta e gradevole. Il libro era un esauriente e attendibile resoconto, in merito alle risorse naturali ed ai primi abitanti della regione, corrispondente al Massachusetts attuale. Si trattava di un’autentica guida sugli insediamenti inglesi oltre mare. Wood vi illustrava terre e sentieri di una zona affascinante e rimasta edenica, venuta, solo da poco, a contatto con i bianchi, descritta ancora sostanzialmente intatta, con un acceso senso di ammirazione per la novità che si squadernava agli occhi del viaggiatore. Un mondo utopico e ideale, pieno di opportunità e promesse, dove ancora potere gioire dei frutti della terra e stabilire relazioni con la cultura dei nativi americani. Il rispetto per la natura del Nuovo Mondo emerge dai consigli rivolti dall’autore a quanti pensavano allora di trapiantarsi presso le colonie inglesi del Nord America.
Wood, come ottimamente ricostruito da Vecchio, figura, nel 1631, nei registri coloniali della Baia del Massachusetts, in qualità di freeman, parte del gruppo di coloni stabilitisi a Salem, sotto la guida di John Endicott. Il Prospect resta una delle fonti documentarie più credibili, sugli inizi delle colonie nella America inglese primo-seicentesca, un modello per le successive memorie, di Thomas Morton e Roger Williams. La prima parte del prospetto presenta la descrizione geografica dell’area, i tratti morfologici del terreno (rilievi montuosi, promontori, insenature, porti naturali, corsi fluviali e isole), con un’analisi quantitativa di località, suolo, clima, produzioni terrestri e marine. Molte all’epoca erano le colonie, già presenti nel New England, a Wessaguscus, Mount Wollaston, Dorchester, Roxbury, Medford, Boston, Charlestown, Newtown, Watertown, Mystic e Winnisimet. Con gusto barocco, Wood descrive varietà arboree e specie faunistiche, presenti nella regione. La seconda parte del Prospect illustra le principali nazioni indigene del luogo, ed il loro mondo di leggi, pratiche religiose, attività guerresche, linguaggio, caccia, pesca, alimentazione e sepolture. Si tratta degli indiani Aberginian, conosciuti, direttamente, dal viaggiatore inglese. Wood illustra i vari popoli indiani, stanziati in territori organizzati in contee, forme di governo retti da capi locali. Razionalmente, l’autore non dà credito ai timori superstiziosi che, allora, volevano le colonie infestate da esseri demoniaci e mostruosi, mortali avversari degli inglesi sui mari: il fine è quello di riaffermare la differenza tra gli Aberginian e le altre aggressive nazioni confinanti, con i primi protetti e aiutati dagli stessi inglesi, contro altri gruppi più agguerriti (i Mohawk della federazione irochese) nelle regioni a ridosso dell’Oceano Atlantico.
La relazione di Wood non ha toni propagandistici, come ben sottolinea Vecchio, pur presentando tratti in comuni con i coevi diari di viaggio, scritti da esploratori, avventurieri, religiosi, commercianti e navigatori, che intraprendevano allora la perigliosa traversata atlantica. Tra storia, cronaca e letteratura di viaggio, il prospetto di Wood riprende ed aggiorna i paradigmi di Erodoto per adattarli alla realtà del Massachusetts, ed ai valori della storiografia inglese del primo Seicento. Con scrittura chiara e sobria – mai troppo retorico – Wood racconta con modalità narrative abbastanza originali la storia, sia culturale, sia sociale, delle colonie inglesi d’oltreoceano, riflesso, inoltre, di quei processi di modernizzazione già allora in atto, anche nel Vecchio Mondo, dall’area mediterranea a quella baltica. La lettera dedicatoria del Prospect, analisi acuta anche sul fronte antropologico, è indirizzata da Wood a Sir William Armine, suo patrono e finanziatore. Con una prosa non priva di fascino ed abbellimenti letterari, fra tradizione e novità, l’autore racconta e descrive un Nuovo Mondo altro rispetto all’Europa. Il libro ebbe un grande e notevole successo editoriale in Inghilterra: nell’arco di un solo lustro, ne apparvero altre due stampe nel 1635 e nel 1639. La prosa assai fluida e la sistematica organizzazione dei materiali trattati incontrarono quindi i favori del pubblico, desideroso di notizie ed informazioni, sulla vita coloniale oltremare. Wood descrisse inoltre esperienze da lui fatte in prima persona e non apprese da fonti indirette.
Nel corso del Regno già di Giacomo I si era via via imposta, per gli Stuart, la necessità di disporre di avamposti militari e commerciali, in terre nelle quali riprodurre il sistema di vita inglese, pure al fine di contrastare, nel Nuovo Mondo, spagnoli, olandesi, francesi e svedesi. Il mare, in Nord Europa e non solo, era allora solcato dai corsari e pirati. Occorreva viaggiare armati, e mai soli. Mutamenti politici ed economici, crescita delle tecniche di coltivazione e presenza di manifatture pre-industriali furono tra i motivi che spinsero la corona inglese ad intensificare la propria presenza, in America settentrionale. Poi vi erano i puritani, sempre più massicciamente stanziati nel New England, dal 1621. Furono tutti fattori di cambiamento e sociale e istituzionale, non separati tra loro. I puritani, instancabili agricoltori, soldati della Bibbia, si stabilirono nella Nuova Inghilterra per ragioni, comunque, soprattutto religiose, si sa. A partire, in particolare, dal 1628 il loro flusso migratorio rivolto al di là dell’Atlantico si fece sempre più massiccio. E’ una storia che ha lasciato non pochi echi, nelle ballate dei cantastorie, nei pamphlettisti e nei sermoni dei predicatori di fede puritana, nonché nelle opere di Hugh Latimer. In un’epoca di forte e già marcata transizione dal mondo rurale ed agreste a quello proto-industriale, l’America inglese era la terra prediletta per chi voleva rimettersi in gioco. Le prime imprese oltremare erano state quelle fatte da Sir Francis Drake, per conto della monarchia elisabettiana, sul finire del secolo XVI, in parte prodromo all’espansione stuardista inglese, lungo le coste atlantiche. I primi segni della politica coloniale inglese presero corpo con le iniziative in Virginia di Walter Raleigh – diplomatico, corsaro, gran viaggiatore ed esploratore, geografo e cortigiano, dall’esistenza più che mai libertina – a Roanoke, in North Carolina, già nel 1585. La madrepatria ne avrebbe avuto materie prime e manufatti. Un programma antispagnolo, come si evince dal Particular Discourse Concerning Western Discoveries (1584) di Richard Hakluyt, il maggiore geografo inglese d’età tudoriana. I rifugiati protestanti oltre mare potevano favorire industria laniera ed estrazioni minerarie, con nuova forza lavoro, e nuovi competitori, portando allo sviluppo del sapere scientifico stesso e dell’artigianato di settore su entrambe le sponde dell’Oceano.
Nel 1606, fu rilasciata la carta della Virginia e furono istituite due compagnie stabili, per portare insediamenti inglesi in America fra il 34° e il 45° di latitudine nord. Giunsero così oltremare mercanti e avventurieri, ecclesiastici e aristocratici. La prima colonia inglese permanente in America fu creata nel 1607, a trenta miglia dallo sbocco del fiume James nell’Atlantico, chiamata Jamestown, in onore del Re Stuart. Lo storico John Smith e il legislatore Thomas Dale garantirono da parte loro la sopravvivenza e lo sviluppo della vita coloniale in Virginia. L’emigrazione in America settentrionale venne incoraggiata dalla medesima madrepatria, mirante ad assecondare lo spirito di avventura di corsari e primi coloni. Il periodo 1609-1612, con un incremento demografico poi ancora ulteriore, dal 1618, vide la Compagnia della Virginia e la corona Stuart incentivare congiuntamente gli insediamenti coloniali oltre oceano. Se il continuo ricambio di uomini e mezzi fece prima sopravvivere e poi prosperare le colonie americane, un ruolo importantissimo ebbero - come detto - i puritani, i quali celebravano, a più riprese, in ballate, scritti e sermoni, le meraviglie del nuovo mondo. La diffusione fu notevole, anche a livello tipografico; ai loro occhi, colonizzare il Nuovo Mondo era un modo per divulgare ed estendere i precetti cristiani – chiaro, secondo la vulgata del protestantesimo radicale, di marca calvinista ed inglese – ed il messaggio salvifico delle Sacre Scritture, convertendo i savages dei territori nord-americani. Contadini ed artigiani puritani accolsero, pertanto, la seducente prospettiva di un nuovo futuro capace di ritrovare oltremare la Terra Promessa e divennero in tal modo freemen. Una vera e propria auto-celebrazione, come rimarcato dal Vecchio, alimentata e nutrita da motivi specialmente teologici.
Molti scritti stampati in Inghilterra, dal 1577 almeno, promossero le pratiche di colonizzazione ed ebbero sul mercato editoriale ragguardevole successo. Ricordiamo a riguardo il Report of a New Found Land in Virginia (1588) di Thomas Harriot – astronomo e matematico, atomista ed etnografo, membro, con il naturalista e disegnatore John White, di una spedizione scientifica promossa da Raleigh – nonché la Generall History of Virginia, New England and the Summer Isles (1624) del capitano John Smith, un libro corposissimo, sulle concrete possibilità associate al Nuovo Mondo, patrimonio spirituale di coloro che aspiravano a rifarsi una vita e a trovare nuovo lavoro oltre l’Oceano. A inizio Seicento, gli Stuart si diedero molto da fare, per estendere il loro controllo sulle nuove terre, introducendo misure attinenti ai commerci, all’allevamento ed alle tecniche agricole. Il sovrano inglese era, nominalmente, il possessore di quei territori scoperti dai suoi sudditi provvisti di patente regia. Nel 1619, il governo parlamentare di Jamestown cominciò, peraltro, a prendere decisioni politiche sulla vita della colonia senza più aspettare Londra. E’ in tale contesto che va situata l’esperienza puritana nel Nuovo Mondo, capace di costruirsi una propria identità, nel rispetto dell’autorità inglese. Il separatismo puritano dei Padri Pellegrini trovò il suo spazio, sociale e religioso, nelle regioni della Nuova Inghilterra. Il governatore generale, unito al consiglio di New Plymouth, iniziò ad emanare e leggi e disposizioni valide in loco. Fonti documentarie, assai preziose ed utili, di tale periodo storico, sono la Mourt’s Relation (1622), la Briefe Relation of the Discovery and Plantation of the New England (1622) di Ferdinand Georges e gli Advertisements for the Unexperienced Planters of New England (1631) di Smith, quest’ultima di fatto una rielaborazione delle sue esplorazioni di tipo geo-cartografico, nelle zone della Nuova Inghilterra. Il discorso fatto da Robert Cushman nella Mourt’s Relation resta un’accorta apologia delle ragioni puritane, dietro il trasferimento dall’Inghilterra alle colonie atlantiche. I puritani di New Plymouth volevano escludere, in particolare, qualsiasi intromissione di ordine mondano e amorale nella loro nuova terra. Per loro, prima di Milton, era un Paradiso conquistato e riguadagnato.
Ne derivò una nuova stagione di ulteriore impeto migratorio – per riprendere, qui, l’espressione di Vecchio – dal 1630 al 1640 circa, quando scoppiò definitivamente in Inghilterra la Guerra civile. Oltre ventimila puritani si portarono in Nord America. William Bradford, governatore di New Plymouth, dal 1621 al 1656, ne trascrisse la storia, per immortalare quello che chiamò, in omaggio alla mentalità della tradizione scientifica di marca baconiana, un ‘sacro esperimento’. Evidente l’afflato teologico, mistico, soteriologico e millenarista del lessico scelto. Proprio per mezzo della History of Plymouth Plantation, ci è pervenuto il testo del Mayflower Compact. A guidare la grande migrazione puritana, fu dopo allora John Winthrop (1588-1649), giurista e proprietario terriero, fervente puritano, nativo del Suffolk, che, nel 1630, sbarcò nel New England, con una flotta di oltre mille coloni. Furono loro a organizzare la vita della colonia inglese di Boston e degli altri villaggi limitrofi sotto forma di un Commonwealth cristiano composto da ministri del culto puritani e membri dissenzienti della chiesa anglicana. E’, anche, la storia di un rapporto centro-periferia, ossia Londra-Boston (e aree circostanti), che andava affievolendosi.
Incarnazione e materializzazione storica della Nuova Atlantide di Bacone – proprio la scoperta del continente americano a fine Quattrocento aveva ridestato dopo un lungo silenzio l’interesse nei riguardi del mito atlantideo narrato nel Crizia e nel Timeo platonici – il New England descritto da Wood vede in azione i tratti peculiari dell’esodo puritano oltremare, riflettendo il sentire (provvidenzialistico) di un popolo autoproclamatosi eletto da Dio. Peraltro, Wood non era un puritano, ma un osservatore alquanto interessato di quella nuova Terra Promessa. Il suo prospetto va inquadrato, come scritto da Vecchio, nel quadro di quella vasta trattatistica post-rinascimentale, di carattere etnologico, cartografico e storico, a sua volta ispirata ai classici, ripristinati dalla cultura umanistica anglo-europea. Wood trasporta, nella letteratura geografica del primo Seicento, canoni e categorie risalenti al modello di Erodoto, studiando, della Nuova Inghilterra, e cultura e società, riti religiosi dei nativi e loro pratiche di sepoltura, divinità indigene ed alimentazione. La descrizione storica di Wood nasce, anch’essa, come quella erodotea, dal viaggio: esperienza fondamentale per vedere in prima persona e ragguagliare quindi in proposito. Nelle pagine del Prospect, abbiamo una costruzione narrativa basata sulla triade scientifica costituita da dati, ipotesi e verifica. Rispetto all’Europa, il racconto storico appare consapevolmente de-centrato, talvolta non esente da stupore e meraviglia, di fronte al nuovo. La rappresentazione storica diventa – dice bene Vecchio – descrizione, anamorfica, di un peregrinare volto alla conoscenza, del mondo e del divino. O, ancora meglio, del divino nel mondo, con tratti panteistici colti in seguito dal deista irlandese Toland in relazione al puritanesimo di Milton, autore come noto del Paradise Lost: un vero manifesto ideologico e poetico dell’ethos di marca puritana inglese, molto amato dai repubblicani e massoni anglo-olandesi, tra XVII e soprattutto XVIII secolo.
Già in precedenza, non erano mancati i casi di leggende dal sapore millenaristico circa l’America: nei diari di Cristoforo Colombo e Pietro Martire, nel De novo orbe (1501) che raffigurava vegetazione, popoli ed animali americani in chiave favolosa, se non, talora, terribile, cedendo al gusto per i mirabilia tanto ricercati dalla cultura europea, tra XVI e XVII secolo. Prima di Wood, tante mappe presentavano creature fantastiche di ascendenza medievale, esseri marini e mostruose figure semiumane collocate nel New England. Wood impiega da parte sua il metodo induttivo ed empirico, baconiano, presentando una vera e propria fenomenologia di fatti concreti ed oggetti materiali. Il suo modello è il Novum Organum, seconda parte della incompiuta Instauratio Magna, stampato a Londra nel 1620 dal Lord cancelliere, ed utilizzato da Wood per approcciare e descrivere la cultura religiosa puritana, che ritrovava, negli spazi della Nuova Inghilterra, una natura retta dalle leggi e dalla volontà divine, che l’uomo aveva il compito morale di conoscere e di approfondire mediante la scienza sperimentale. Il mondo puritano d’oltremare, così sottilmente descritto e raccontato da Wood, si basa su un sistema, scientifico, di regole e saperi. Il taglio, anche sul piano stilistico, prefigura e la prosa e la fraseologia di certi trattati, poi pubblicati dalla Royal Society. Etnografico ed antropologico, storico ed archeologico, è lo sguardo da lui gettato sopra i vari aspetti delle tradizioni indiane. La veduta d’insieme è e razionale e particolareggiata, con l’uso di forme paratestuali comuni nella letteratura di viaggio seicentesca, non solo inglese. Grazie a rapporti di patronage, Wood pubblica un’opera dalla cornice ambiziosa, con, al centro della narrazione di viaggio, le esperienze da lui maturate, sul continente nord-americano orientale, quel New England – come detto – terra di notevoli possibilità per i coloni inglesi. Lo sguardo è quello dell’intellettuale e dello studioso, capace tuttavia di confrontarsi anche con ciarlatanesimo medico e pratiche superstiziose, osservando in termini sperimentali fatti e fenomeni naturali. Attitudine che pare antesignana del Monde enchanté del presbitero cartesiano olandese Balthasar Bekker (1694).
Rivive nel Prospect la magia della parola in armonia con il baconianesimo inglese. Wood intende (ri)dare ordine e significato a cose ignote. Non mancano nel suo libro riferimenti mitologici, col giusto peso dato all’elemento religioso (senza peraltro raggiungere i livelli teologici di A Key to the Language of America, poi pubblicata da Roger Williams, nel 1643). Natura, prodotti, abitanti (uomini ed animali), aspetti geografici sono al centro dell’ampio quadro tratteggiato nel prospetto. A conferma, inoltre, della veridicità delle diverse fonti, da lui raccolte, Wood pone un utilisimo glossario, in chiusura del libro. Il folclore locale, anche prima dell’arrivo dei puritani, domina molte pagine dell’opera. Lo sconosciuto è da Wood spiegato e reso familiare, attraverso la descrizione dei vari territori prima ignoti. La sua è – da svariati punti di vista – una vera perizia storico-scientifica, estremamente attendibile nel rappresentare i diversi aspetti del discorso (politico, istituzionale, religioso, militare e commerciale), tra loro collegati, sino a delineare un appello a trasferirsi oltre oceano. I toni realistici circa le fatiche che attendono nella America del Nord i nuovi coloni riecheggiano certe analoghe pagine di John Smith. Occorrevano, nelle colonie puritane, soprattutto tecnici, esperti e capaci, in grado di edificare le infrastrutture, necessarie in un territorio vergine. Il processo di modernizzazione, descritto da Wood, ha fortissimi connotati di tipo pre-illuminista e pre-utilitaristico. Wood fu testimone attento della crescita e demografica e agricola del New England, che, nel XVII secolo, finì con l’attrarre sempre di più categorie eterogenee di individui, i quali andarono a costruire villaggi fortificati e nuclei cittadini lavorando duramente sul territorio.
Wood ritrae, scientificamente, i lungimiranti progetti secolari di un’intera regione, quella odierna del Massachusetts. Le basi della società puritana nel New England erano la gratificazione del lavoro, la coscrizione obbligatoria e la difesa delle terre. Competenza, rispetto per l’ordine costituito, e spirito di tipo cavalleresco erano i cardini pragmatici del mondo descritto da Smith e Wood, non senza poetiche allusioni ai testi sacri ed allegorie di carattere marittimo-navale. Lo stesso viaggio dei coloni, dalle terre inglesi alle coste atlantiche, venne visto dai puritani come una sorta di itinerario di purificazione di tipo spirituale, sotto le insegne del favore divino. Una rappresentazione, evangelica e vetero-testamentaria, caratteristica del protestantesimo radicale inglese seicentesco, nella ricerca di inedite prospettive e di nuovi assetti sociali, rispetto ad un’Europa coeva ancora sotto molti aspetti feudale. Wood raccomandò a chi si metteva in viaggio verso il Nord America di portare armi e munizioni. Le stesse esercitazioni di carattere militare si rivelarono essenziali, al mantenimento di pace e sicurezza, nelle colonie. Wood non smette mai nel suo prospetto di fornire le coordinate geografiche della regione del Massachusetts. Ogni confine è tratteggiato con la massima precisione topografica, così come i fiumi Canada e Hudson. Nella presentazione dell’America alla stregua di un’isola, forte e voluto è il parallelo con la sua Inghilterra. Il suolo del New England è da lui descritto, in base alla tipologia, diversa da regione a regione. La natura americana è raffigurata come insuperabile ed eccellente, suggestiva e meravigliosa. La stessa Baia del Massachusetts pare essere due mezze lune, che accolgono, protettive, i naviganti e gli esploratori dalle acque sovente inclementi dell’oceano. La conformazione territoriale del medesimo Massachusetts ne fa inoltre un rifugio sicuro, per centinaia di navi ed imbarcazioni. Isole ed isolotti sono, poi, un vero porto naturale, ed una difesa dai violenti marosi dell’Atlantico, con infiniti approdi, raggiungibili da lance e scialuppe alla ricerca di legname ed acqua dolce, oltremodo abbondanti nella zona.
La quasi perfetta geografia dei luoghi entusiasmò quindi Wood, il cui circostanziato resoconto dà ragione di scogliere e banchi sabbiosi, insenature e porti, golfi e sbocchi navigabili. Il tutto è filtrato, in ogni pagina, dalla lente di ingrandimento della lettura scientifica, ricorrendo volentieri a figure mitiche, per esaltare la natura del luogo. Quanto agli indiani di quelle zone, il loro è un mondo parallelo a quello degli inglesi. Un modo, per Wood, altresì per interrogarsi, sulla idea di civiltà, quale essa era concepita, tra XVII e XVIII secolo. L’angolo visuale dell’autore è quello del ruolo sociale di scienze ed arti, della moralità politica e della vita civile, in particolare delle capacità materiali di sviluppo tecnico-scientifico da parte dell’uomo. Wood scrive insomma da europeo, ma tratta con rispetto le varie comunità indiane, sovente in lotta fra loro, prima ancora che con i bianchi. Dei nativi, ricorda abitudini e costumi, lealtà e coraggio, senso dell’amicizia e tradizioni. A differenza di molti puritani interessati a valorizzare la rete di memorabilia e gli exempla di viri illustres anglo-europei, nel suo Prospect, Wood assegna più spazio agli abitanti originari del suolo nord-americano: curioso e attratto dalla cultura della diversità, apprezza le svariate manifestazioni della vita indigena, e tenta un’opera di complessa mediazione linguistica. A mezzo di parole anche accorate, Wood ammira la forza naturale, gli usi e i costumi millenari di nazioni altrimenti prive di scrittura e leggi codificate. Il suo è un ideale di convivenza pacifica sul territorio, nel costante rispetto reciproco e senza mai giudicare il ‘diverso’. Un taglio non eurocentrico, raro a trovarsi nella mentalità dell’epoca (a parte alcuni sinceri missionari e viaggiatori spagnoli, in America centrale), in netto anticipo sulla sensibilità etno-antropologica di età successiva.


Religione protestante e cultura scientifica nella Nuova Inghilterra del Seicento

Le prime scienze a svilupparsi in Nord America furono geografia e cartografia. A inizio Seicento, il continente americano era per buona parte ancora da perlustrare e scoprire. I viaggi compiuti in questo periodo dagli Inglesi furono soprattutto di esplorazione, quelli dei Francesi invece rivolti a stabilire una presenza religiosa, tramite missionari cattolici, in Acadia e Nuova Scozia. Queste spedizioni, compiute a fini religiosi, erano particolarmente importanti poiché portavano, in maniera indiretta, anche a meglio conoscere le coste occidentali e i territori dell’entroterra, che potevano così esser mappati dagli europei, con un grado di precisione prima ignoto. I Quaccheri diffusero, in America settentrionale, l’utopia rosa-crociana, il platonismo campanelliano, la pansophia del boemo Amos Comenio e la scienza baconiana: sede di quest’ultima divenne, nel XVII secolo, l’Harvard College. Figura chiave fu quella del galileiano John Winthrop, ammiratore dell’Hartlib Circle inglese: scienza e fede unirono pertanto i propri piani e, nel frattempo, arrivavano via mare dall’Europa libri di Bodin, Machiavelli e Guicciardini.
All’Harvard College trovò se stesso George Starkey, nato alle Bermuda nel 1628, da una famiglia calvinista. Alchimista e medico, ammirato da Boyle e Newton, che anche a lui si ispirò, per elaborare la propria teoria dei colori, Starkey fu studioso di storia naturale. Nel 1637, si trasferì nel New England e, nel 1643, entrò ad Harvard. Una volta laureatosi, passò a Boston, per esercitarvi la professione medica; nel 1654, si trasferì quindi in Inghilterra, dove entrò a far parte dell’Hartlib Circle e divenne un seguace della iatrochimica di Van Helmont, dedicandosi alla pietra filosofale, attraverso lunghe sperimentazioni di laboratorio, portavoce di un’arte ermetica, anti-mistica e quantitativa, priva di incrostazioni gnostico-simboliche. Arrivato a Londra, Starkey si dedicò a pirotecnica e metallurgia. I suoi libri, taluni a firma Filalete, apparvero a partire dal 1654 e se ne ebbero ristampe postume ancora tra il 1678 e il 1683.
Anche l’America puritana, pertanto, riproduce forme e modi dell’alleanza scienza-religione che si consuma nella madrepatria coeva. Variano solamente i tempi di attuazione. Rimangono la circolazione dei saperi e la fortuna delle idee. Si cerca sempre il dialogo: il ‘piano di governo’ della Pennsylvania fu steso nel 1682, anno in cui William Penn, fuoriuscito puritano dall’Inghilterra e organizzatore d’attività scientifico-istituzionali, inaugurò legami pacifici con gli Indiani delle zone interne, con il beneplacito di Re Giacomo II Stuart. Un’amicizia, quella tra Penn e il monarca cattolico inglese, spesso taciuta, ma di grande rilevanza storiografica.
Il galileiano Winthrop, navigatore (già nel 1628-1629 a Livorno e a Venezia), era stato a Padova, nell’aprile 1629. Ne era ripartito con una copia del Sidereus Nuncius, la prima a raggiungere il Nuovo Mondo. Fellow della Royal Society dal 1663, e collaboratore delle Philosophical Transactions, ebbe in biblioteca le Mechaniche di Guidubaldo Del Monte, testi di Euclide, il De refractione dellaportiano. Fu in contatto epistolare con Galileo, Keplero, Newton, Boyle, Van Helmont, Comenio e Digby. Diffuse a Harvard le tecniche astronomiche di Cassini e Riccioli. Erasmiani, ammiratori della logica ramista (non di quella aristotelica) e del nuovo sapere enciclopedico, lettori di Alsted, i puritani del New England si dedicarono specie a storia naturale, botanica, fisica ed astronomia (insegnata ad Harvard sulle pagine di Wing). Il copernicanesimo era pubblicamente insegnato, dai puritani d’America, sin dal 1657. Lo prova un almanacco stampato a Boston da Zacharia Brigden, galileiano e kepleriano. L’atomismo cristiano fu insegnato sempre ad Harvard regolarmente, dal 1675 al 1726. Nella biblioteca del College vi erano testi base della scienza moderna, tra cui il Dialogo di Galileo, i Medicinalium Libri e la Realis Philosophia epilogistica di Campanella, libri ignaziani e ricettari medievali manoscritti, la Magia naturale di Della Porta, scritti del ligure Liceti. Un grande galileiano era Charles Morton, venuto in Nuova Inghilterra nel 1686, autore di un Compendium physicae di stampo copernicano, e costruttore di cannocchiali, lettore e seguace del matematico inglese John Wilkins (l’anima del gruppo scientifico di Oxford, confluito, tra il 1660 e il 1663, nella Royal Society londinese). Morton era un apologeta del galileismo, fatto incontrare con il newtonianesimo della teologia moderata anglo-britannica da Increase e Cotton Mather, autore del Christian Philosopher (1721), il manifesto dei latitudinari boyleani nordamericani.
Religiosi e naturalisti, storici e medici insieme, i Mather erano sostenitori dell’eliocentrismo – nel 1683 Increase lo immortalò nella sua Cometographia – e guardavano a Inghilterra ed Europa, nonché al retaggio accademico del Cimento fiorentino, di Redi e Borelli, da loro introdotti in Nord America, e nel New England in particolare. Il Bonifacius (1710) di Cotton Mather era anche un libro newtoniano ed un esempio felice di scienza protestante d’oltre mare. Fecero breccia i Lumi conservatori inglesi, oltre alle opere (giunte per mare dal Vecchio Mondo) di Harrington, Burlamaqui e Montesquieu. La scienza era, per i puritani della Nuova Inghilterra, ancella della fede, non senza residui esoterico-alchemici, con lo scopo di indagare, sperimentalmente, il Creato. Una cultura che riposava nei libri custoditi nelle diverse biblioteche dei puritani americani: William Brewster, guida spirituale di Plymouth, ebbe tra gli scaffali della sua libreria l’Advancement of Learning baconiano; il capitano e condottiero di eserciti Myles Standish diversi trattati di tecnica militare. Nella biblioteca del College di Harvard, fondato nel 1636, vi erano molto umanesimo cristiano (specie quello pisano e felsineo), meccanica galileiana e testi sarpiani (nonché grimori magico-occulti, libri di demonologia e lo Zodiacus Vitae di Palingenio Stellato). Il faro per leggere tali materiali restavano le Sacre Scritture e l’esegesi profetica, non dissimile, in Inghilterra, da quella newtoniana. Thomas Parker (1595-1677), ministro a Newberry, nel Massachusetts, si dedicò alle profezie di Daniele con ansie escatologico-millenariste dal sapore alquanto eterodosso.
Ad Harvard già il medico Robert Child (1613-1654), iatrochimico e alchimista cresciuto a Padova prima di sbarcare in America, portò nel College molta scienza italiana. Il fisico Nathaniel Eaton poteva vantare le medesime esperienze, e si adoperò anche lui molto, in merito. Ma il perno culturale di tutto il New England fu, tuttavia, Cotton Mather (1663-1728), autore dei Magnalia Christi Americana. Al pari dell’amico Samuel Sewall (1652-1730), amò l’Italia. Ammiratore di Aldrovandi e Malpighi, lettore dei libertini Leti e Boccalini, dei controriformisti piemontesi alla Tesauro, costruttore di macchine fisiche e idrauliche (sul modello di quelle, inglesi, di Samuel Morland), affascinato dalla profetologia di Jurieu e sensibile agli echi bostoniani della crisi della coscienza europea, Mather fu uomo eclettico: coltivò e le nuove tradizioni scientifiche e il pietismo germanico. Fu lui a stendere i piani di studi dei futuri pastori, nella Manuductio ad Ministerium: un tracciato, insieme, religioso, filologico, retorico, dialettico, aperto ad aritmetica e geometria, geografia ed astronomia. Per l’occasione, Mather si avvalse del Dictionnaire di Bayle, aprendosi al rovescio mistico della scienza moderna. Studiò, inoltre, l’occultismo (da Increase ereditò un esemplare degli Stratagemata Satanae), pubblicando The Mystery of Israel’s Salvation, già nel 1689. Sewall scrisse, da parte sua, i Phaenomena apocalyptica, ad aspectum novi orbis configurata, mentre Richard Steere (1643-1721), il poeta di New London, licenziò il poema Antichrist Display’d nel 1713, frutto della cerchia che comprendeva anche lo storico Thomas Prince (1687-1758), primo grande raccoglitore di documenti e antichità archeologiche del Massachusetts. Tutti loro si interrogavano, a più riprese, sul posto dell’America, nella storia e nei piani di Dio, in un quadro di lotta fra Luce e Tenebre, memori del Paradise Lost miltoniano. Non senza risvolti politici, con la Revoca dell’Editto di Nantes (1685), Luigi XIV venne facilmente assimilato al Diavolo: una soteriologia del peccato ancora presente in The Man of Sin, orazione tenuta nel 1773 a Harvard, dal pastore Samuel Cooper (1725-1783). Non si era, evidentemente, mai sopito il triste ricordo dei drammatici processi alle streghe di Salem (1692). In quella tragica occasione, tornarono a galla prepotentemente i sospetti di culti ancestrali e di riti atavici, propaggine di un paganesimo, tenebroso ed oscuro, intriso di magia nera e patti diabolici. Il contraltare mistico ed esoterico-occulto dell’Illuminismo protestante americano, diffuso nel Massachusetts e nella stessa Nuova Inghilterra puritana dai predicatori di orientamento newtoniano.


Nell'immagine, mappa con le colonie del New England seicentesco.


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Parole chiave:
storia moderna, XVII secolo, Nord America, colonie inglesi d’oltremare, puritanesimo, storia della letteratura utopistica, tradizione baconiana, protestantesimo americano, Nuova Inghilterra.

Documento inserito il: 02/09/2026
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