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Le Guerre di Federico il Grande [ di Giulio Talini ]

Profilo politico-militare del monarca illuminato più celebre del XVIII secolo

Il cupo tuono dei cannoni risuonò nella piana spoglia che circondava il villaggio di Rossbach intorno alle 15.00. L'attacco colse di sorpresa l'esercito austro-francese, i cui generali, Soubise e Hildburghausen, non si sarebbero mai aspettati un'offensiva del nemico nelle condizioni in cui versava: le forze del regno di Prussia consistevano in appena 22,000 uomini, poco più della metà di quelle avversarie. Eppure quel folle re prussiano, Federico II, che chiamavano il Grande, si muoveva con la sicurezza di chi aveva la certezza di vincere. Dopo solo un quarto d'ora, uno sciame di cavalieri stava per piombare sulle truppe austro-francesi a tutta velocità. Era il 5 novembre 1757, il giorno in cui l'aquila nera di Prussia volò più alto che mai.

UN ESERCITO IN EREDITA'
“La Prussia non è uno Stato che possiede un esercito, ma un esercito che possiede uno Stato”. Così scrisse il marchese di Mirabeau nelle note inviate da Berlino al governo francese.
In effetti la tradizione militare era stata, fin dagli inizi del XVIII secolo, uno dei pilastri dello Stato prussiano. Il suo era un popolo di protestanti nati con il moschetto tra le mani. Ecco perché non può stupire il fatto che sia stata la Prussia a partorire un condottiero del valore di Federico II (1712-1786), certamente una delle massime personalità nel panorama politico-militare dell'Età dei Lumi. Come ogni grandezza, tuttavia, anche la sua ha suscitato negli storici infinite diatribe. La più accesa e controversa ruota attorno alla seguente domanda: Federico è stato un esponente della tradizionale arte della guerra o l'iniziatore di una nuova? Fornire una risposta (almeno parziale) è il fine del presente scritto.
Il punto di partenza non può che essere il padre di Federico, Federico Guglielmo I, re di Prussia dal 1713 al 1740. E' passato alla Storia col soprannome di “Re sergente”, per il dinamico riformismo in campo militare. Non era un segreto che gli eserciti e le armi fossero la sua passione: girava quasi sempre in uniforme e gioiva come un bambino nel vedere il suo reggimento personale di Potsdam composto esclusivamente da giovani alti almeno 1 metro e 88 centimetri (la famosa di “Guardia di Giganti di Potsdam”).
Permettete di dar sfogo anche ai miei desideri, voglio avere una gran quantità di buone truppe” disse una volta ai suoi ministri. Qualcuno ha parlato di pazzia, altri di semplice fanatismo, ma sono perlopiù accuse infondate: Federico Guglielmo I, nonostante le eccentriche stravaganze, aveva le idee molto chiare su cosa significasse reggere le sorti di una nazione e su come forgiarla.
I numeri prima di tutto: nel 1713, anno dell'ascesa al trono di Federico Guglielmo I, gli effettivi dell'esercito prussiano ammontavano a 39,947 uomini; alla sua morte, nel 1740, la somma era salita a 81,034. Un raddoppio che rendeva temibile la Prussia, soprattutto se lo si inquadra nel complesso sistema bellico ideato dal “Re sergente”, basato su un sistema di reclutamento di tipo cantonale e sul conferimento agli Junker delle cariche militari più prestigiose.
Quest'ultimo punto mostra chiaramente l'intento di Federico Guglielmo I di arginare l'autonomia della nobiltà prussiana legandola alle gerarchie delle armate dello Stato. Nella stessa ottica, furono istituite accademie per addestrare i giovani aristocratici destinati a intraprendere la carriera militare.
La disciplina divenne il segno distintivo dell'esercito prussiano, attraverso l'intensificazione e la pianificazione degli addestramenti: ciascun soldato doveva saper puntare e colpire, spostarsi singolarmente e in formazione, caricare e arrestarsi. A vederle, perciò, le armate di Prussia dovevano essere una meraviglia: migliaia di uomini, rigorosamente in uniforme e armati fino ai denti, che si muovevano simultaneamente al comando di ufficiali e generali dai nomi altisonanti.
L'esercito regolare divenne, grazie a Federico Guglielmo I, un arto efficiente e minaccioso della monarchia prussiana. Arto che costava ben cinque milioni di talleri annui, una cifra esorbitante se raffrontata al bilancio statale complessivo di sette milioni. D'altra parte era il prezzo da pagare per garantire il continuo apporto di nuove reclute e per controllare da vicino la fin troppo autonoma nobiltà prussiana.
Gli altri Stati d'Europa guardavano alla Prussia, a tutti gli effetti una potenza emergente, con un misto di ammirazione e sospetto, sebbene il “Re sergente” avesse mantenuto costantemente una politica di consolidamento, piuttosto che di espansionismo e avesse riconosciuto la tanto discussa Prammatica Sanzione (1713) dell'imperatore Carlo VI. Ma neanche allora potevano immaginare che quell'esiguo Stato tedesco avrebbe di lì a poco diretto le sorti dell'Occidente.

FEDERICO II: UN CAUTO RIFORMATORE
Il 31 maggio 1740 Federico Guglielmo I si spegneva a Potsdam. Il successore era il figlio, Federico II (1712-1786), un giovane uomo molto promettente.
Quando ancora era principe in Europa si parlava già di lui come di un futuro re-philosophe. Amico stretto di Voltaire e di un gran numero di intellettuali del periodo, aveva estasiato gli ambienti colti europei con un'operetta che scrisse nel 1739, intitolata “Anti-Machiavel”, in cui contestava aspramente la dottrina del “Principe” di Machiavelli e teorizzava la necessità per il monarca di perseguire la pace e l'equilibrio, secondo i dettami della Ragione e della rettitudine. Niente a che vedere con la rigida austerità del padre, che infatti ebbe sempre un rapporto burrascoso col figlio.
Ma Federico si interessava anche di guerra. All'epoca in cui divenne re, aveva già avuto modo di viverla sulla propria pelle, quando aveva combattuto in qualità di colonnello di fanteria al servizio della Prussia nella Guerra di Successione Polacca (1733-1738). In quell'occasione aveva visto di persona una leggenda vivente, il vecchio Eugenio di Savoia, famosissimo generale che, sotto le insegne imperiali, aveva vinto battaglie su battaglie contro infiniti nemici, dagli Ottomani ai Francesi.
Esperienze tra i ranghi dell'esercito come questa diedero a Federico gli spunti per approfondire la sua concezione di guerra, messa poi in pratica, una volta asceso al trono, nei conflitti con le altre potenze europee e nelle riforme in campo militare.
Prendendo le mosse dall'analisi di queste ultime, tuttavia, non è certamente possibile affermare di essere di fronte a un grande innovatore, né tanto meno a un genio. Federico infatti, in termini generali, raramente mutò gli indirizzi del padre nell'organizzazione e nella strutturazione dell'esercito, avendo piuttosto avuto la tendenza ad accentuarli. Anzitutto lasciò intaccati i privilegi della nobiltà di Prussia riguardo agli incarichi militari, portando a pieno compimento l'opera di integrazione degli Junker nella macchina statale e di rigida gerarchizzazione sociale.
Analoghe considerazioni valgono per il sistema di reclutamento a base cantonale e per la tendenza all'aumento costante degli effettivi, il cui ammontare prima del 1760 si impennò a 160,000 uomini. Non mutò neanche l'entità degli investimenti nel settore bellico, che, come nota Geoffrey Parker, corrispondeva al 90% delle entrate.
Una consistente innovazione, ad ogni modo, si registra nell'ambito dei rifornimenti alle truppe, settore che Federico II si trovò costretto a migliorare, visto il massiccio impiego di uomini in aspri e lunghi conflitti, una questione che Federico Guglielmo I non aveva mai dovuto fronteggiare. Furono implementate notevolmente le produzioni di armi, di polvere da sparo e di munizioni, garantendone la fornitura alle truppe con un efficiente sistema di approvvigionamento. Lo stesso Federico, fondatamente, una volta scrisse:
Non scarseggiò mai all'esercito il necessario, anche se abbiamo avuto alcune campagne che ci sono costate 40,000 moschetti e 20,000 cavalli”.
La medesima cura era riservata ai viveri: sempre Parker riporta che “nel 1776 i soli depositi militari di Berlino e di Breslavia contenevano duemila tonnellate di grano o di farina, sufficienti a nutrire un esercito di 60,000 uomini per due anni”. I benefici di un meccanismo di rifornimenti senza eguali in Europa si riscontravano in termini di rapidità e di ordine, due componenti che vedremo essere fondamentali nelle guerre di Federico II.
Ciononostante, quanto si è detto finora non pare dare retta a coloro che hanno visto in Federico l'iniziatore di una nuova stagione dell'arte bellica: il suo riformismo fu, in un certo senso, cauto e prudente, mai mirato a stravolgere i cardini del sistema pensato da Federico Guglielmo I. Il vero cambiamento rispetto alla tradizione passata, semmai, emerge dai conflitti su vasta scala di cui la Prussia di Federico II fu protagonista assoluta, all'insegna dell'innovazione.

LA GUERRA DI SUCCESSIONE AUSTRIACA
L'imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo VI, moriva nell'ottobre del 1740. Aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita a fare in modo che le potenze europee riconoscessero come sua erede al trono la figlia Maria Teresa. A tal fine aveva addirittura modificato le regole tradizionali di successione della Casa D'Austria, ammettendovi anche le discendenti di sesso femminile.
Cionondimeno, dopo la sua dipartita, la posizione degli Asburgo risultava inevitabilmente fragile e il clima internazionale era tutt'altro che disteso. Fu allora che Federico II, il nuovo re di Prussia, la scommessa dell'Illuminismo, varcò il suo Rubicone, con enorme scandalo dell'Europa intera: nel dicembre dello stesso anno, senza dichiarazione di guerra, invase la Slesia, territorio asburgico ricco di risorse.
Il Vecchio Continente, mosso da reazioni contrastanti, precipitò nel caos. Nel giro di poco a fianco della Prussia si formò una coalizione antiaustriaca composta dalla Francia di Luigi XV, dalla Spagna e dalla Baviera, il cui elettore, Carlo Alberto, vantava pretese sulla successione. Si schierarono dalla parte dell'Impero l'Inghilterra, l'Olanda e, in seguito, i Savoia.
Federico II era al centro della tempesta. Allora il suo azzardo fu ritenuto un subdolo attacco del demone protestante al cuore pulsante del Cattolicesimo. Il re di Prussia, dal canto suo, si giustificò sostenendo che fosse un suo diritto quello di non riconoscere Maria Teresa come imperatrice. In realtà non c'era niente di elevato o di complesso nell'agire di Federico: da freddo calcolatore, aveva preso atto della debolezza dell'Impero asburgico e aveva colto l'attimo, ribaltando in pochi giorni la politica estera che il padre aveva condotto per anni. Non aveva neppure dichiarato guerra preventivamente, venendo meno a ogni buona regola dei conflitti armati: mentre nel corso del Seicento e della prima metà del Settecento, al fine di risolvere i contrasti internazionali, prima si ricorreva alla diplomazia e, solo in caso di fallimento, si passava alla guerra, Federico ricorse anzitutto alla guerra, lasciando alla diplomazia il mero compito di ratificare quanto conquistato sul campo. Sovvertì dunque i valori tradizionali dello scontro armato, conferendo alle operazioni militari un valore di assoluta preminenza. Più tardi avrebbe scritto:
Sono le battaglie che decidono il destino di una nazione”.
In tutto ciò l'elemento di modernità, di rottura col passato è innegabile. Una conferma? Napoleone, superbo genio creativo, avrebbe fatto di questo modus operandi uno dei pilastri della sua arte militare, abbandonando definitivamente le cautele che un re del XVIII secolo non poteva non avere.
Per quanto riguarda il fronte prussiano, l'andamento della guerra fu costantemente favorevole alle forze attaccanti. Non senza ragione, Federico II avrebbe definito la lotta per la Slesia il suo “appuntamento con la gloria”. Già nel gennaio del 1741 gran parte della regione era sotto il suo controllo. Eppure Podewils e Schwerin, i principali consiglieri del re di Prussia in politica estera, invitavano il loro sovrano alla cautela, al compromesso. Federico II, tuttavia, da amante del rischio, pensava solo in termini di opportunità e di ragion di Stato: le questioni dinastiche e i cavilli diplomatici erano materiale per giuristi.
Dopo aver riportato una fortunosa vittoria sulle truppe austriache a Mollwitz (aprile 1741), Federico II sembrò soddisfatto dei risultati ottenuti e, senza alcun riguardo per gli alleati nel conflitto, nella primavera del 1742 si accordò con Maria Teresa per uscire dalla Guerra di Successione Austriaca in cambio della cessione definitiva della Slesia. Ma non ci volle molto perché stravolgesse di nuovo i suoi piani: di fronte al prodigioso risollevarsi della monarchia asburgica e al rischio di un attacco a sorpresa, dei patti presi fece carta straccia. Federico II rientrò così nel conflitto nell'agosto del 1744, spiazzando la diplomazia austriaca ancora una volta.
Nonostante alcuni rovesci iniziali, la sua conduzione della guerra in questa seconda fase fu assolutamente impeccabile. La battaglia più degna di nota fu senza dubbio quella di Hohenfriedberg, combattuta nel giugno del 1745. Gli Austriaci e i Sassoni, condotti da Carlo di Lorena, erano venuti a sfidare il nemico con circa 58,000 uomini. Erano in cerca del riscatto e certi di avere ottime possibilità di vittoria. Federico II, dal canto suo, era intenzionato a vendere cara la pelle, soprattutto perché non poteva essere da meno dell'alleato francese, Luigi XV, che da poco aveva conseguito un brillante trionfo a Fontenoy.
Lo scontro iniziò all'alba. Federico II prese l'iniziativa, come del resto faceva sempre, e sperimentò il suo famoso “ordine obliquo” di tebana memoria. Si trattava dello stratagemma per cui, piuttosto che impegnare il nemico su tutta la linea, si facevano avanzare unità di fanteria a scaglioni contro il fianco avversario, mentre un corpo d'avanguardia si scontrava con il centro. Schiacciata dalla pressione insopportabile, l'ala nemica finiva per cedere. A questo punto la cavalleria pesante, cui Federico II attribuiva enorme rilevanza, interveniva per incunearsi nelle falle createsi nello schieramento avversario, con una carica spettacolare e distruttiva, assestando il colpo di grazia all'esercito nemico.
Ogni cosa andò alla perfezione: Hohenfiedberg fu la più straordinaria vittoria ottenuta dal re di Prussia nella Guerra di Successione Austriaca. Grazie alla ferrea disciplina e alle tattiche ardite, Federico II e i suoi uomini mantennero il controllo del campo per tutta la durata dello scontro. Con tono beffardo, dopo la battaglia il re di Prussia scrisse a Luigi XV:
Ho onorato il guanto di sfida che sua Maestà mi ha lanciato a Fontenoy”.
Vincendo poco dopo anche a Soor, costrinse gli Asburgo a siglare una nuova pace a Dresda nel dicembre del 1745: la Slesia era definitivamente acquistata dal regno di Prussia, che aggiungeva un milione di nuovi sudditi alla sua popolazione.
Federico II usciva di scena dalla Guerra di Successione Austriaca, che sarebbe durata fino al 1748, da vincitore. Sul campo di battaglia aveva raggiunto i suoi obiettivi diplomatici, senza curarsi né della tradizione, né di agire in armonia con gli alleati, né della lealtà verso gli Asburgo. Nel frattempo negli ambienti militari d'Europa, tra l'ammirazione e lo scandalo, non si parlava d'altro che di quel re di Prussia che aveva sconfitto Maria Teresa d'Austria con metodi brutali. Il tanto chiacchierato Federico II, perennemente alla ricerca di gloria, aveva trovato qualcosa di più: un posto nella Storia.

LA GUERRA DEI SETTE ANNI
A parte la Prussia, non c'era Stato in Europa che potesse dirsi soddisfatto di quanto ottenuto dalla Guerra di Successione Austriaca. D'altra parte il Settecento era un'epoca “di guerra continua” proprio perché le parti belligeranti puntavano al logoramento dell'avversario, non all'annientamento. Raramente perciò un conflitto risultava tanto decisivo da stravolgere gli assetti territoriali europei in modo soddisfacente per il vincitore.
La corona d'Austria, in particolare, vedeva nella Prussia il suo nemico naturale. Wenzel Anton principe di Kaunitz-Rietberg, il cancelliere di Stato austriaco, già nel 1749 dettò l'agenda per il così detto “démembrement” (smembramento) della Prussia, col fine dichiarato di farla tornare l'insignificante nazione che era. Per anni i suoi progetti rimasero inascoltati, almeno fino a quando nel 1756 la diplomazia prussiana non si avvicinò a quella inglese. Solo allora la Francia di Luigi XV, preoccupata dalla politica estera della rivale Inghilterra, si avvicinò all'Austria, che da nemica di vecchia data adesso diveniva una preziosa alleata. Lo stesso fece la Russia, interessata a espandersi a ovest a spese di Federico II. Kaunitz era riuscito a rovesciare l'antico sistema di alleanze, in vista dell'imminente rivincita sulla Prussia. La guerra era nell'aria.
A Federico toccò di nuovo il compito di passare ai fatti: nell'estate del 1756 invase la Sassonia, territorio neutrale del Sacro Romano Impero. Avrebbe preferito non combattere quella guerra ma, una volta constatata la sua chiara inevitabilità, ritenne opportuno avere almeno l'iniziativa in modo da imprimere al conflitto la propria impronta.
Come conseguenza dell'offensiva prussiana, il sistema delle alleanze ideato da Kaunitz si mise in moto e l'Europa si preparò a combattere ancora. I generali austriaci, francesi e russi ritenevano di conoscere bene Federico II ed erano sicuri che l'effetto sorpresa e le bizzarre tattiche prussiane stavolta non avrebbero raggiunto lo scopo. E avevano ragione: il feldmaresciallo Leopold Daun inflisse nel 1757 una tremenda sconfitta all'esercito prussiano che invadeva la Boemia a Kolin.
Federico II, secondo il suo tipico modo di condurre i conflitti armati, aveva tentato di mantenere una condotta offensiva pur essendo in condizione di doversi difendere ed era riuscito ad attirare il nemico in una grande battaglia. Ma una cosa era andata storta storta: era stato battuto sul campo, un fatto, questo, che metteva a repentaglio la sua intera strategia. Ora si trovava con delle finanze statali dissanguate e con la concreta minaccia di una guerra su più fronti.
La Pomerania fu occupata dagli Svedesi, da poco entrati nel conflitto, la Prussia Orientale dai Russi, l'Hannover dai Francesi, la Slesia dagli Austriaci.
Il nemico era ovunque. Contro ogni pronostico, tuttavia, fu proprio nella fase più drammatica che la Prussia avesse mai vissuto che Federico II le regalò il capolavoro militare più spettacolare del XVIII secolo. Mantenere separati gli eserciti nemici per poi annientarli ad uno ad uno singolarmente: tale fu la strategia che Federico II elaborò. Strategia che difficilmente un generale della sua epoca avrebbe osato mettere in atto, perché presupponeva la volontà di impegnarsi in continui scontri decisivi, di mantenere costantemente l'offensiva e di essere rapidi in ogni movimento.
Nelle “Istruzioni Segrete” del 1748, inviate ai suoi comandanti, il grande condottiero prussiano aveva già illustrato sotto un profilo teorico questa idea quando scrisse:
Le nostre guerre dovrebbero essere brevi e violente […] Dovrete costringere il nemico a combattere appena vi avvicinate”.
Anche in questo emerge il distacco di Federico dalla tradizione precedente, che non di rado si tramutava in altezzoso disprezzo.
Dopo la Guerra di Successione Austriaca lo si poteva sentire spesso sentenziare sull'inutilità delle “guerre di posizione” dei suoi tempi o sulla necessità di mantenere sempre l'iniziativa, con ogni mezzo, dall' “astuzia” al “tradimento”. Il passaggio da una guerra di tipo settecentesco, fortemente connotata da elementi cavallereschi, ai conflitti su vasta scala dell'Ottocento, avvenuto con l'esperienza napoleonica, poggiò proprio su queste basi gettate anzitutto da Federico il Grande.
Siamo tornati così a quel 5 novembre 1757 dal quale il nostro racconto è iniziato. Nei pressi del villaggio di Rossbach Federico II affrontò le truppe austro-francesi che attaccavano da ovest e che, a suo dire, costituivano il pericolo maggiore. Aveva di fronte a sé un esercito di 41,000 uomini col morale alto e ben addestrati. Disponendo di soli 22,000 soldati, Federico poteva solo contare sul suo estro militare. All'ora di pranzo, nella calma apparente che precede ogni battaglia, un capitano prussiano riconobbe attraverso il suo cannocchiale i movimenti del nemico, che tentava l'aggiramento.
Federico, senza esitazione, mosse immediatamente all'attacco per sorprendere l'esercito austro-francese. Dapprima scatenò violente raffiche di artiglieria sullo schieramento avversario, visibilmente in stato confusionale. Dopo solo un quarto d'ora von Seydlitz condusse due cariche furiose che valsero a disperdere numerosi reparti nemici. L'intervento della fanteria prussiana durò solo pochi minuti e si limitò semplicemente a dare il colpo di grazia a un esercito già atterrito e sul punto di ritirarsi. In sole due ore Federico II, in inferiorità numerica e in condizioni disperate, aveva sbaragliato le truppe nemiche, causando un tremendo smacco alla reputazione della Francia, rimasto invendicato fino a Napoleone e a Jena (1806).
Quella di Rossbach fu una battaglia “breve e violenta”, vinta attraverso la rapidità degli spostamenti e l'effetto sorpresa. Per lo storico di oggi costituisce il manifesto delle concezioni strategiche di Federico il Grande.
Dopo questo primo trionfo, l'esercito prussiano marciò rapidamente verso la Slesia, dove a dicembre riportò una strabiliante vittoria sulle truppe austriache condotte da Carlo di Lorena e dal feldmaresciallo Daun presso Leuthen. Nello scontro impiegò di nuovo il suo “ordine obliquo”, ulteriormente perfezionato.
A questo punto toccava ai Russi: nell'estate del 1758 li affrontò nella grande battaglia di Zorndorf. Fu una carneficina, ma alla fine i Prussiani risultarono padroni del campo. La piccola Prussia, per il momento, aveva tenuto testa a una coalizione composta dagli Stati più potenti d'Europa. Era la vittoria di Davide contro Golia.
Il prosieguo della Guerra dei Sette Anni per i Prussiani non fu altro che un susseguirsi di rovesci (come la disfatta di Kundersdorf, 1759) e successi (come la battaglia di Liegnitz e quella di Torgau, entrambe combattute nel 1760), che non risultarono mai determinanti.
All'inizio del 1762 le parti del conflitto erano sfinite. La Prussia, per esempio, aveva prosciugato la gran parte delle proprie risorse economiche. Alla fine della guerra, infatti, come nota Füssel, “il Paese dovette dipendere dai sussidi dall'estero, dalla manipolazione della moneta o dallo sfruttamento dei territori conquistati”.
Anche la Francia, sconfitta su tutti i fronti coloniali dall'Inghilterra, era sull'orlo del collasso. A tutto ciò si aggiunse la morte dell'energica zarina Elisabetta I di Russia nel gennaio dello stesso anno, cui succedette Pietro III. Per quest'ultimo Federico il Grande era un mito, una leggenda, un esempio da seguire. L'ammirazione del nuovo zar per il sovrano di Prussia lo spinse a siglare una pace separata a San Pietroburgo, con la quale la Russia usciva dal conflitto. La Svezia poco dopo fece lo stesso. A questo punto, non c'era monarca in Europa che volesse realmente proseguire la guerra: l'ora delle trattative era giunta.
I negoziati di pace di svolsero tra il 1762 e il 1763 a Parigi e a Hubertusburg. Per quanto riguarda la Prussia, Federico II ottenne il ripristino dello status quo ante bellum. Con ciò la Sassonia veniva liberata e la pace tornava sovrana sull'impero. Per tali motivi, storici come Burkhardt hanno ritenuto che gli Asburgo siano stati i veri vincitori del conflitto sul continente europeo. A questa tesi, tuttavia, si potrebbe ribattere che, da un lato, Maria Teresa non aveva riacquistato la Slesia e, dall'altro, Federico II era riuscito, vanificando i piani di Kaunitz, ad affermare la statualità della Prussia, elevandola “a potenza riconosciuta nel concerto delle potenze europee”. Sarebbe perciò più corretto parlare di un parziale raggiungimento di scopi, sia nel caso austriaco che in quello prussiano. Tanta morte per insignificanti risultati.

DAL MITO ALLA STORIA
Quando Napoleone, giunto a Potsdam, visitò la tomba di Federico II, deceduto nel 1786, ordinò ai suoi uomini di levarsi il cappello, perché, se quell'uomo fosse stato ancora in vita, loro non sarebbero giunti fin lì. Oggi è tuttavia lecito domandarsi se Federico, da un punto di vista storico militare, meriti tanta ammirazione.
Abbiamo già trattato degli elementi di conservazione che caratterizzavano il suo esercito ma, riflettendo sulle guerre di cui fu protagonista, potremmo aggiungerne un altro. Considerati gli esiti della Guerra di Successione Austriaca e della Guerra dei Sette Anni, il principale acquisto di Federico fu la Slesia, non rilevando in questa sede i territori ottenuti per via diplomatica dopo la prima spartizione della Polonia (1772). E' chiaro perciò che, sotto questo profilo, Federico il Grande non dimostrò di essere diverso dagli altri sovrani del suo tempo: non perseguì mai l'obiettivo di annientare un nemico, ma si propose solo di logorarlo o di sottrargli regioni strategicamente utili. Scriveva nel 1775:
Tutto quello che allo stato attuale di cose i principi possono aspettarsi come maggiore beneficio, accumulando più successi, è di annettersi alcune cittadine di frontiera o dei territori, che non pagheranno mai gli interessi delle spese sostenute in guerra”.
D'altro canto non disponeva dei mezzi necessari per condurre un'offensiva in grado di sottomettere un popolo intero o una nazione. Basti pensare che nelle sue battaglie, anche in caso di vittoria, poteva morire o restare ferito fino al 40% delle sue truppe.
Ma Federico non fu solo questo. Come condottiero, concepì un'idea di guerra non solo personale, ma per molteplici ragioni anche moderna. L'efficienza, la disciplina e la rapidità di fuoco e di spostamento, cardini del suo stile di condurre le battaglie, sarebbero stati, a partire da Napoleone, i requisiti fondamentali per ogni esercito che avesse la pretesa di definirsi tale. Se quest'ultimo punto gli garantì notevole ammirazione, non altrettanto fecero le sue continue violazioni del codice etico che regolava i conflitti del XVIII secolo. Le sue “scorrettezze”, tuttavia, sono indice di una mentalità vicina al superamento di tutto un sistema militare connotato di elementi cavallereschi e fortemente radicato nella cultura dell'Ancien Régime.
Ancor più importante fu poi la sua elaborazione strategica. I re del suo tempo combattevano all'insegna della prudenza e della cautela; Federico, al contrario, attaccava sempre e sperimentava, a suo rischio e pericolo, tattiche ardite. Puntava tutto su una battaglia, su una manovra, su una carica di cavalleria e le sue, nonostante le perdite, erano vittorie spesso decisive. La guerra “breve e violenta” sarebbe rimasta l'obiettivo di un'infinità di generali e sovrani dopo Federico II arrivando addirittura fino al XX secolo. La staticità dei conflitti seicenteschi e settecenteschi rivelò la sua intrinseca fragilità proprio grazie ai folgoranti trionfi di Federico. Questa, si può dire, fu la sua conquista più duratura in campo militare.
Tenendo conto di tali elementi, quale risposta dovremmo fornire alla domanda iniziale? Risulterà evidente che Federico II di Prussia non sia stato né un innovatore assoluto né un mero esponente della tradizionale arte bellica. Le sue guerre furono il principio di un cambiamento epocale, ma rimasero contraddittoriamente sospese tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, tra Ancien Régime e contemporaneità. Ci vollero la Rivoluzione Francese e Napoleone per compiere il passaggio definitivo a una guerra del tutto nuova. Federico infatti si incamminò cautamente sulla strada della modernità ma, allo stesso tempo, non si lasciò mai alle spalle lo spirito di un'epoca al tramonto, né come re né come condottiero. Eppure è proprio questo enigmatico scontro interiore tra culture della guerra e dello Stato diametralmente opposte che lo rende tanto affascinante. Non spingiamoci oltre: alla Storia non si può chiedere altro. Tutto il resto è leggenda.


BIBLIOGRAFIA

– Thomas Carlyle, “History of Friedrich II of Prussia, Frederick the Great”, the Library of Alexandria;
– Philip G. Dwyer, “The Rise of Prussia. 1700-1830”, Routledge, New York, 2013;
– Marian Füssel, “La Guerra dei Sette Anni”, il Mulino, Bologna, 2013;
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– Geoffrey Parker, “La Rivoluzione Militare”, il Mulino, Bologna, 1990;
– John Abbott, “A Short History of Prussia”, Didactic Press, 2013;
– David G. Chandler, “Le Campagne di Napoleone”, BUR, Milano, 1968;
– Renata Ago e Vittorio Vidotto, “Storia Moderna”, Editori Laterza, Bari, 2004;
– W.F. Reddaway, “Federico il Grande”, Dall'Oglio Editore, Milano, 1953.

Documento inserito il: 21/06/2015
  • TAG: federico il grande, prussia, guerra successione austriaca, guerra sette anni, illuminismo, monarca illuminato

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