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La Repubblica di Salò. La nascita del 'fascismo clandestino' [ di Enzo Sardellaro ]

La testimonianza di due combattenti della RSI.
Uno degli aspetti sicuramente più interessanti sotto l'aspetto storiografico della formazione della RSI sulla costa occidentale del Garda fu una inopinata “ripresa” del fascismo dopo l'8 settembre del 1943. Poiché il fenomeno era presente un po' dappertutto sul territorio nazionale, soprattutto in quelle zone ormai nelle mani degli alleati, è evidente che la “ripresa” avvenne con tecniche surrettizie e direi quasi da società segreta. In particolare il fascismo clandestino si manifestò con la pubblicazione di giornali o di volantini, ma talvolta tendeva a concretizzarsi in azioni militari, che vennero esaltate dalla stampa legata alla Repubblica di Salò, senza però fossero per ovvie ragioni date indicazioni precise sui nomi di coloro che dietro le linee degli alleati operavano con azioni di sabotaggio.
Il fenomeno del cosiddetto “fascismo clandestino” ebbe ampiezza piuttosto larga sul territorio nazionale, ma dar ragione di tutto il movimento della “rinascita neofascista” richiederebbe spazi che vanno al di là di questa breve nota. Soffermandoci sugli episodi più macroscopici, ricorderemo che quelli più significativi, che spesso sfociarono in processi tenuti dai tribunali militari alleati, si ebbero per esempio in Sicilia, ove agiva un gruppo che non si limitava alla sola propaganda, ma che agiva con azioni di carattere militare, che furono interpretate dagli alleati come una gravissima minaccia dell'incolumità delle truppe americane, e che vennero stroncate con una notevole durezza, come nel caso della condanna a morte decretata nei confronti di Salvatore Bramonte, le cui azioni di sabotaggio si dispiegarono tra Vittoria e Gela in Sicilia.
Molto forte fu il movimento clandestino fascista anche in Sardegna: qui gli aderenti ai gruppi del neofascismo, tra i quali massiccia era la presenza di militari, furono alla fine catturati, ma condannati a pene molto blande, o addirittura mandati assolti. Sul continente, un gruppo clandestino di una certa rilevanza fu quello guidato e fondato dal prìncipe Pignatelli, che battezzò la propria organizzazione clandestina «Guardie ai Labari», che aveva la funzione di agire alle spalle degli alleati con azioni di disturbo. Intorno al 1944 anche l'organizzazione del Pignatelli venne individuata e molti componenti di essa furono arrestati e messi sotto processo, Il gruppo di Pignatelli, del quale si contarono alcuni attentati contro le truppe alleate, si distinse anche per i suoi tentativi di stabilire contatti con la RSI, fornendo informazioni di carattere militare. La cattura avvenuta nel 1944 non si risolse con condanne a morte, ma con pene detentive che andarono da un massimo di dieci anni di reclusione a un minimo di due, con varie assoluzioni per insufficienza di prove. La pena detentiva più severa venne comminata al prìncipe Pignatelli, condannato a dodici anni di reclusione, mentre la pubblica accusa ne aveva richiesti diciotto.
Nel caso della rinascita neofascista a Roma, allorché venne presa dagli alleati,il “fascismo clandestino”, più che con atti di sabotaggio si mise in evidenza per atti di spionaggio e per i contatti con la RSI. Alla cattura di numerose spie seguì l'ipotesi che dietro le linee alleate agisse una sorta di “quinta colonna” sulla cui consistenza numerica è difficile dire, ma che certamente si rivelò efficace a livello propagandistico, cercando di seminare lo scontento tra la popolazione, spesso soggetta a requisizioni e al carovita, come testimonia l'articolo del Barbagallo sull'Avanti del novembre 1944, dal titolo emblematico: “Neofascismo”.
Il revival neofascista comunque preoccupò notevolmente le forze politiche in campo, anche perché, effettivamente, accanto a gruppi che agivano più che altro come una rete di informazioni per la RSI, in Campania furono paracadutati numerosi elementi della X MAS guidati da Luigi Locatelli, i quali agivano sul territorio con caratteri tipicamente militari, tanto che, alla loro cattura, gli aderenti rischiarono la pena di morte. Il processo comunque andò per le lunghe perché gli atti furono poi trasferiti al Tribunale Militare di Milano, in quanto il giudice aveva dichiarato la propria incompetenza per vari fatti ascritti a molti imputati (1).
Quale fu l'importanza del fascismo clandestino nell'Italia 1943-1945? Esso ebbe indubbiamente un valore indiscutibile nel ridare vigore e fiato alla RSI, con la quale tutti i gruppi menzionati tentarono con alterna fortuna di entrare in contatto. Il problema, umano e storiografico, nato in quegli anni e mai in fondo definitivamente “risolto” sta tutto nel chiarire il senso della vera e propria guerra civile che si scatenò in Italia tra i gruppi partigiani e coloro che aderirono alla Repubblica di Salò; cosa che scatenò, all'interno di un conflitto tra i più cruenti nella storia del mondo contemporaneo, quello che Pavone definì “ un supplemento d'odio” che comportò una lotta terribilmente cruenta e ricolma di episodi, da una parte e dall'altra, di inenarrabile crudeltà tra gli italiani divisi tra le due opposte sponde, con “reciproche denunce di aver dato avvio alla lotta fratricida” (2).
Ricostruendo, sia pure per sommi capi, quelle tragiche vicende, si ricorda brevemente che verso la fine del 1943 fu bandita dalla repubblica di Salò la leva per i nati fra il '24 e il '25. Si trattò di una chiamata che non ebbe una risposta massiccia; gli studi mettono in vista che solo un 40 per cento dei giovani si presentò ai rispettivi distretti militari. In sostanza l'esercito di Salò poteva contare effettivamente sui 200.000 uomini circa, oltre ovviamente su qualche migliaio di soldati raggruppati in formazioni minori, delle quali sicuramente la più famosa era costituita dalla X flottiglia MAS. La storiografia più seria e avvertita ha comunque alla fine stabilito alcuni dati di fondo inoppugnabili e non smentibili: qualunque ne fossero le ragioni, molti giovani aderirono con passione alla Repubblica di Salò, e le testimonianze in nostro possesso ne danno prova sicura.
Si riportano sotto le lettere di due giovani combattenti della RSI, tratte da un testo pubblicato nel 1975, a cura dell'Associazione Nazionale delle famiglie dei caduti e dispersi della RSI. Si tratta delle testimonianze di giovani che indubbiamente erano in buona fede; e del resto, se a distanza di oltre mezzo secolo siamo ancora qui a indagare e a discutere intorno a quei lontani anni e alle responsabilità che ebbero quegli uomini, possiamo con onestà intellettuale dare credito alle parole di quei giovani di circa vent'anni che, vissuti tutti dentro il Regime, si trovarono a operare scelte personali che, forse, avrebbero messo in difficoltà anche soggetti molto più navigati e scaltriti dall'esperienza della vita e degli uomini.
Le parole più sobrie in questo senso le ha dette, ancora agli inizi degli anni '70 Guido Quazza, il quale, cercando di fare un po' il punto sulla storia della Resistenza in Italia, scrisse che per giungere a delle conclusioni che abbiano il sapore della verità e della fondatezza "... è importante ... capire il come e il quanto del consenso dei giovani – un certo settore dei giovani -al regime, dell'influenza esercitata dal tessuto di 'massa' teso dal partito fascista e dalle sue organizzazioni collaterali nei più riposti angoli della vita del Paese, delle conseguenze sulle generazioni nate in periodo fascista grazie a un partito che sapeva – giungere al singolo attraverso un'articolazione capillare del potere fascista nella società..." (3). Alla luce di queste sapienti parole di Quazza, si possono ora leggere le due testimonianze; la prima lettera, sincera e toccante, è del “quasi bambino” Emanuele Frezza, che, all'atto della scrittura delle righe che seguono era poco più di un ragazzino, contando appena 19 anni. La seconda lettera è di un ragazzo di circa 28 anni, Mario Moretti. Condannato anch'egli a morte, lasciava la moglie e un bambino.

"La Spezia, 20 novembre 1943. Babbo e mammina carissimi, vi scrivo oggi poche righe prima di arruolarmi volontariamente in qualità di aspirante ufficiale nella X flottiglia MAS. Lotte segrete di parti, fermentate dal più vile servilismo, hanno condotto nel baratro la nostra bella Italia e con essa gli Italiani. Un vile tradimento, un odioso armistizio hanno portato all'invasione di buona parte del nostro sacro suolo... Come posso restare sordo all'appello della Patria? Il mio nemico è uno: L'Inghilterra. Contro di esso combatterò con tutte le mie forze. Forse la lotta è vana, ma il risultato sarà grande lo stesso: laveremo col sangue l'onta del disonore... Vostro Lello".

"... 16 aprile 1944... Se dovessi dire che vado a morte contento, direi una bugia e tu non sapresti il vero di Mario tuo. Morire in questo momento avrebbe per me tre squallori, l'uno più grande dell'altro. Primo. Non solo chiudere gli occhi su una Patria morente, senza conoscere qual è la via d'uscita che può renderla ancora onorata e libera, se non grande... Secondo. Che in questa Italia sconvolta e perigliosa io lascio te, sola, indifesa, con un avvenire oscuro quanto mai... Non rimproverarmi se sono morto prima di averti condotto al riparo: non potevo. Ama l'Italia, e se vivrai in tempo di avvilimento e di servaggio, pensa che Essa fu grande e sfortunata perché i suoi figli non furono degni di Lei... Viva l'Italia!"(4).

Note
1) Ancora oggi il saggio migliore e il più informato che sia stato scritto sul “fascismo clandestino” resta quello di Giuseppe Conti, La RSI e l'attività del fascismo clandestino nell'Italia liberata dal settembre 1943 all'aprile 1945, in Storia Contemporanea, 1979, n. 4-5, pp. 941-1018. Contributi più recenti e di notevole spessore storiografico sono i seguenti: Piero Ignazi, Il polo escluso: profilo del Movimento sociale italiano, Bologna, Il Mulino, 1989. Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini: le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Bologna, Il Mulino, 2006. Dianella Gagliani, Claudio Pavone, Brigate nere: Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati-Boringhieri, 1999. Francesco Fatica, Mezzogiorno e fascismo clandestino: 1943-1945, ISSES, 1998. Adalberto Baldoni, La Destra in Italia: 1945-1969, Pantheon, 2000. Il testo è interessante perché si sofferma su un giornale, Onore, “ organo del fascio repubblicano clandestino di Roma, il cui primo numero viene diffuso nella capitale il 19 gennaio 1945”, p. 104. Su Onore V. Anche quanto scrive G. Conti, cit., pp. 1010 sgg.

2) C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati-Boringhieri, 1991.

3) G. Quazza, Storia della Resistenza e storia d'Italia: ipotesi di lavoro, in Rivista di Storia contemporanea, Torino, Loescher, 1972, p.63.

4) Lettere dei condannati a morte della RSI, a c. dell'Associazione Nazionale delle famiglie dei Caduti e dispersi della RSI, Cassino, Borghese e Ciarrapico Editori, 1975.


Nell'immagine, Franco Aschieri, Italo Palesse, Giorgio Tapoli e Vincenzo Tedesco, quattro agenti della RSI operanti dietro le linee alleate, poco prima della loro esecuzione, in compagnia di Don Ferrieri.
Documento inserito il: 05/01/2015
  • TAG: armistizio, occupazione tedesca, repubblica sociale italiana, repubblica salò, regno del sud, iniziative clandestine, fascismo clandestino, salvatore bramonte, principe Pignatelli, guardie ai labari, esercito repubblicano, guerra civile

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