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E’ sotterrato in Italia il carteggio Churchill-Mussolini? [ di Alberto Bertotto ]

Tutte le cose diritte mentono. Ogni verità è curva”.
(F. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, terza parte, Della Visione e dell'Enigma)

Sulla Gazzetta di Parma del 16 novembre del 2008 (AA. VV. Churchill: 20 giorni a Como per cercare il carteggio con Mussolini) c’è scritto: “Churchill chiese a mio padre se sapeva dove fossero i suoi compromettenti carteggi con Benito Mussolini. A rivelare il vero scopo della visita del primo Ministro inglese in Italia nel 1945, appena quattro mesi dopo la fine della guerra, è stato Stelio Villani, il figlio del finanziere (il padre, Luigi, tenente colonnello della Guardia di Finanza, era il responsabile per competenza di tutta la sponda occidentale del lago di Como, ndr) che lo accolse sul lago di Como, a Moltrasio”.
Molti documenti importanti che Mussolini portava con se al momento dell’epilogo gli sono stati confiscati dai partigiani della 52° brigata Garibaldi, quelli che lo hanno arrestato sulla piazza di Dongo alle 15,30 del 27 aprile 1945. Gli incartamenti erano racchiusi in tre borse di cuoio marrone. Una era stata consegnata dal Duce al fratello di Claretta Petacci, Marcello, la seconda la custodiva l’ufficiale d’ordinanza del leader fascista, Vito Casalinuovo (colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana), la terza Mussolini se la portava personalmente appresso (F. Andriola. Carteggio segreto Churchill-Mussolini. Sugarco Edizioni, 2007).
Tra queste carte presumibilmente c’erano anche alcune lettere che il Governo francese aveva inviato, tramite il Vaticano, al Re Vittorio Emanuele III prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale. In esse si sollecitava l’Italia ad entrare in guerra a fianco della Germania al fine di rallentarne l’efficienza militare (AA. VV. Spuntano in Francia sette lettere misteriose. Il Resto del Carlino, 28 aprile, 1993). Tuttavia non erano questi i papiri mussoliniani più scottanti (il carteggio Churchill-Mussolini?).
Parlando delle sue carte con Claretta Petacci, Mussolini ha detto che solo cinque persone erano al corrente degli accordi intercorsi tra lui ed il premier britannico Winston Churchill (M. Barozzi. Gli scottanti contenuti del carteggio Mussolini-Churchill. stgrunk.spaces.live.com. Reperibile per via telematica). Oggi possiamo dire con buona certezza che anche altri capi di Stato avevano intrattenuto con Mussolini una corrispondenza epistolare. F. Delano Roosevelt, in particolare, ha scambiato con il Duce missive fino agli ultimi giorni di guerra (R. Festorazzi. Mussolini l’ultimo segreto. http://ricerca.repubblica.it. Reperibile per via telematica). Forse è anche per questo che il presidente americano, come Churchill, desiderava ardentemente la morte del Duce (R. Festorazzi. Churchill a Roosevelt “E se Mussolini morisse in carcere?”. La Provincia, 15 giugno, 2008).
Sembra, inoltre, assodato che qualcuno nell’entourage del partito comunista italiano ha messo le mani sui carteggi mussoliniani prima di altri, ma si è guardato bene dallo svelarne i contenuti (AA. VV. Veltroni, caccia inutile al carteggio Churchill-Mussolini. http://archiviostorico.corriere.it. Reperibile per via telematica). Sessantadue lettere che iniziano con le frasi Caro Benito e caro Winston sarebbero ben custodite in una cassaforte svizzera. Il loro romitaggio non si è ancora concluso. Questo lo ha sostenuto un partigiano azionista, l’ingegner Luigi Carissimi Priori (R. Festorazzi. I Veleni di Dongo. Il Minotauro, 2004). Una cosa è certa: una copia degli incartamenti non si trova alla Farnesina, il Ministero degli Esteri italiano (R. Uboldi. La Farnesina mette in mostra i documenti più significativi della nostra politica estera. Giornale di Brescia, 28 luglio, 2008).
Sul Corriere della Sera del 13 settembre del 1995 c’è scritto: “Caro professor Renzo De Felice, come lei ben sa, gli originali del carteggio fra Benito Mussolini e Winston Churchill si trovano dallo scorso aprile nelle mani di lord Rothschild, presidente della Commissione nazionale britannica per il retaggio storico, che li ha ottenuti da Winston Churchill junior, nipote dello statista, in cambio di oltre trenta miliardi di lire” (Mussolini Churchill: i documenti a Londra. archivio storico.corriere.it. Reperibile per via telematica).
Ciò è in contrasto con quanto affermato dallo storico inglese Richard Lamb: nessun carteggio Churchill-Mussolini era contenuto nelle borse che sono state sequestrate al Duce in quel di Dongo. Per lui il leader britannico non ha mai scritto a Mussolini durante la guerra (G. Russo. Mcmillan telegrafò: “Ecco chi uccise il Duce”. Corriere della Sera, 14 luglio, 1996). Dello stesso avviso è il britannico Nicholas Farrell: “All the letters that have emerged are crude forgeries. The only genuine letters that exist between Churchill and Mussolini are two, written just before the war, in which Churchill begs Mussolini not to go into the war” (P. Popham. Churchill “ordered killing of Mussolini”. The Indipendent. www.indipendent.co.uk. Reperibile per via telematica).
Ma tutte le vicende di Dongo, scrive e dimostra F. Andriola (op. cit), hanno alla base ordini verbali, segreti custoditi fino alla tomba, memoriali spariti, depistaggi, insospettabili legami, furti e omicidi con più letture, menzogne ufficiali, reticenze diffuse. E se non fosse stato per il grande lavoro di pochi in sessant’anni, oggi non avremmo alcuna speranza di far filtrare un po’ di luce in quell’incredibile groviglio”. Gli inglesi mostrarono grande interesse per le carte di Mussolini ben prima dell’aprile 1945. Dopo la morte del dittatore italiano, lasciarono molte tracce della loro intensa attività di intelligence tesa proprio a recuperare dossier provenienti dagli archivi del Duce. Questa attività si protrasse per molti anni dopo la guerra (F. Andriola. op. cit.). Nel libro Ombre sul lago (G. Cavalleri. Piemme, 1995) si legge: “Due esponenti del servizio segreto inglese... s’incontrarono nel pomeriggio, alla periferia di Como, con un individuo...Gli esponenti del Field security service ottennero finalmente quanto da tempo cercavano con insistenza. Il loro interlocutore era lo spregiudicato e ambiguo segretario federale del Pci comasco, Dante Gorreri (Guglielmo), definito “il padrone” dai suoi stessi compagni di partito. Egli aveva con se un pacchetto nel quale si trovavano gli originali di 62 (sessantadue!) lettere che...Churchill aveva inviato a Mussolini. Gli ufficiali inglesi ne entrarono in possesso in cambio di 2 milioni e 500.000 lire”. Probabilmente Churchill ha recuperato anche le copie dei carteggi che il Duce aveva consegnato alla moglie Rachele ed a altri suoi fidati collaboratori (A. Bertotto. Il carteggio Churchill-Mussolini. www.controstoria.it; A. Bertotto. Il carteggio Churchill-Mussolini, un araba fenice che fa ancora discutere gli storici. www.italoeuropeo.it. Reperibili per via telematica).
Ma tutte le vicende di Dongo, scrive e dimostra F. Andriola (op. cit), hanno alla base ordini verbali, segreti custoditi fino alla tomba, memoriali spariti, depistaggi, insospettabili legami, furti e omicidi con più letture, menzogne ufficiali, reticenze diffuse. E se non fosse stato per il grande lavoro di pochi in sessant’anni, oggi non avremmo alcuna speranza di far filtrare un po’ di luce in quell’incredibile groviglio”. Gli inglesi mostrarono grande interesse per le carte di Mussolini ben prima dell’aprile 1945. Dopo la morte del dittatore italiano, lasciarono molte tracce della loro intensa attività di intelligence tesa proprio a recuperare dossier provenienti dagli archivi del Duce. Questa attività si protrasse per molti anni dopo la guerra (F. Andriola. op. cit.). Nel libro Ombre sul lago (G. Cavalleri. Piemme, 1995) si legge: “Due esponenti del servizio segreto inglese... s’incontrarono nel pomeriggio, alla periferia di Como, con un individuo...Gli esponenti del Field security service ottennero finalmente quanto da tempo cercavano con insistenza. Il loro interlocutore era lo spregiudicato e ambiguo segretario federale del Pci comasco, Dante Gorreri (Guglielmo), definito “il padrone” dai suoi stessi compagni di partito. Egli aveva con se un pacchetto nel quale si trovavano gli originali di 62 (sessantadue!) lettere che...Churchill aveva inviato a Mussolini. Gli ufficiali inglesi ne entrarono in possesso in cambio di 2 milioni e 500.000 lire”. Probabilmente Churchill ha recuperato anche le copie dei carteggi che il Duce aveva consegnato alla moglie Rachele ed a altri suoi fidati collaboratori (A. Bertotto. Il carteggio Churchill-Mussolini. www.controstoria.it; A. Bertotto. Il carteggio Churchill-Mussolini, un araba fenice che fa ancora discutere gli storici. www.italoeuropeo.it. Reperibili per via telematica).
Recuperare i suoi incartamenti e mettere a tacere un testimone scomodo: era questa l’intenzione di Churchill? Ne è convinto il nipote di Claretta Petacci, Ferdinando, il figlio di Marcello (M. Suttora. Parla il nipote di Claretta Petacci. maurosuttora.blogspot.com. Reperibile per via telematica).
Lo storico inglese Denis Mack Smith dell’Università di Oxford ha detto: “Mi pare improbabile che Churchill abbia dato ordine ai servizi segreti di uccidere Mussolini, che considerava ormai un burattino in mano ai tedeschi. Lasciò mano libera ai partigiani. Se De Felice possiede le prove del vantaggio politico che Churchill avrebbe ricavato dalla morte di Mussolini è importante che le riveli presto” (E. Rosaspina. Mussolini ucciso dagli inglesi? Un coro di no alla tesi di De Felice. Corriere della Sera, 3 settembre, 1995).
Che Winnie fosse spregiudicato non è una novità. Si dice che fosse a conoscenza dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, ma non avesse avvertito il presidente americano, F. Delano Roosevelt, perché voleva trascinare gli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale (M. Vignolo. Churchill “indagato” su Pearl Harbor. Si scava negli archivi. Corriere della Sera, 27 novembre, 1993). Forse è anche per questo che uno storico USA ha messo Churchill nella lista dei cattivi (V. Sabadin. Uno storico USA mette Churchill nella lista dei cattivi. La Stampa, 2 giugno, 2008). Altri lo hanno invece incolpato di essere un vizioso (alcool e gioco d’azzardo) (J. Lukacs. Cinque giorni a Londra. Corbaccio, 2001). Certamente era un bizzarro. Volendo arrestare Hitler ha fatto arruolare nel suo team militare un astrologo per studiare il carattere, la personalità, e i punti “astrologici” deboli del dittatore nazista (mysterium.blogosfere.it. Reperibile per via telematica). Bizzaro sì, ma anche cinico e spregiudicato (“quella bocca fetida di tabacco” diceva Mussolini). Ha, infatti, affermato: “Gandhi? Che muoia di fame, se intende digiunare” (AA. VV. E Churchill disse: Gandhi? Muoia pure di fame. Corriere della Sera, 2 Gennaio, 2006). Degne di nota sono le stroncatorie recensioni apparse anche su periodici non accademici come “Newsweek” e “New Criterion”, anche se non è stato debitamente rilevato lo spessore etico di quella parte dell’Inghilterra “capitalista”, impersonata appunto da Churchill che, tra il totalitarismo negatore della civiltà cristiana e il totalitarismo nemico irriducibile della “proprietà privata” e degli interessi borghesi, vide nel primo un nemico ancor più temibile del secondo (D. Cofrancesco. Herr Hitler e Mister Churchill: attenti a che li mette sullo stesso piano. L’Occidentale, 15 Febbraio, 2009).
Giustiziato su una sedia elettrica, come un criminale. Questo era il destino che Sir Winston Churchill voleva riservare ad Adolf Hitler. E’ quanto emerge dalla minuta di una riunione del Consiglio di guerra britannico tenutasi nel 1942. Il documento è ora a disposizione degli studiosi. “Se Hitler cade nelle nostre mani, certamente dobbiamo giustiziarlo. Quest’uomo è il male assoluto e deve morire come un gangster”. La sedia elettrica sarebbe stata chiesta in prestito agli statunitensi (blog.londraweb.com. Reperibile per via telematica). Fin qui il premier britannico non aveva torto. Ma con Mussolini è un altro paio di maniche. Per Churchill usare metodi sbrigativi sembrava essere una norma abituale. Anche Heinrich Himmler sarebbe stato esecutato da killer anglosassoni per volere espresso del leader inglese (andreacarancini.blogspot.com. Reperibile per via telematica). Le potenze occidentali sapevano che i nazisti stavano compiendo stermini di massa. Particolare inquietante è che il Governo di Sua Maestà non ha fatto alcun uso di queste informazioni, né si è confrontato sul problema con il Governo degli Stati Uniti. Quest’ultimo era alla ricerca di riscontri oggettivi riguardo al genocidio per intraprendere iniziative atte ad impedirlo (www.flipnews.org. Reperibile per via telematica).
Un altro fatto è sicuro: una copia dei papiri mussoliniani è stata consegnata da Palmiro Togliatti allo statista inglese con il sigaro in bocca in occasione di una sua visita a Roma (L. Garibaldi. La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci? Ares, 2002). Sembra superfluo dire che nell’Archivio londinese di Churchill non esiste alcuna traccia di lettere indirizzategli dal capo dei fascisti (AA. VV. Archivio Churchill: nessuna lettera di Mussolini. Corriere della Sera, 19 settembre, 1995). Implicita è anche un’altra considerazione: i comunisti hanno barattato i carteggi Churchill-Mussolini con l’oro di Dongo che, complici gli inglesi, è stato sicuramente incamerato dai forzieri di via delle Botteghe Oscure (M. Staglieno. L’Italia del colle. Boroli Editore, 2006; M. Caprara. Quando le botteghe erano oscure. Il Saggiatore, 1997). Una parte, però, venne fusa nelle fonderie della Falk e piccoli lingotti furono dati a partigiani e a comaschi collusi con la resistenza che si sono arricchiti indebitamente a spese dello Stato (A. Sallusti. Così Giorgio Falk mi svelò il segreto sull’oro di Dongo. www.essereliberi.it. Reperibile per via telematica; AA. VV. ricordare wordpress. com. Idem).
C’è anche chi ha detto che un quantitativo dell’oro sottratto dai partigiani ai componenti della colonna Mussolini in ripiegamento verso la Valtellina sarebbe stato sotterrato nel giardino di una villa in Svizzera (AA. VV. Ginevra: nascosto in una villa sulle rive del Lemano l’oro di Mussolini? www.suissinfo.ch. Reperibile per via telematica). Al Vittoriale di Gardone l’oro dei fascisti non l’hanno di certo trovato (N. Vallini. Non c’è l’oro di Dongo nella tomba del Vate. Corriere della Sera, 26 settembre, 2004). Come Napoleone a Waterloo anche Mussolini, al momento dell’epilogo, si portava appresso ingenti scorte di metalli preziosi.
In un bel libro di accalorate memorie, “Il chiodo a tre punte”, pubblicato nel 2003 da Gianni Iuculano Editore, la oggi ottantasettenne Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini, ha scritto: “Mussolini salì sull’autoblinda a Menaggio (ore sei del 27 aprile 1945) senza mai abbandonare una busta di pelle marrone di un 25-28 centimetri per 18 circa che teneva tra le mani. Una volta seduto, si mise la busta sulle ginocchia e vi appoggiò sopra le mani con fare possessivo. Mi guardava: ‘Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Non solo gli italiani, ma soprattutto gli inglesi e gli americani devono saperlo e tutto il mondo si sorprenderà’. Mi affrontava come al solito, ponendo il tema direttamente, senza preamboli. Spesso mi sono domandata che cosa mi avrebbe risposto se gli avessi chiesto spiegazioni. Forse sapremmo qualcosa di più su quei fantomatici documenti di cui si è tanto parlato, forse sapremmo in che consisteva la ‘verità’. Quando il Duce scese dalla blindo, vestito da sottoufficiale della Luftwaffe (FLAK), portava la busta di pelle con sé. Le sue dimensioni gli permettevano di nasconderla sotto la giacca.
Nel 1995 il noto giornalista-scrittore Raffaello Uboldi ha dato molta importanza a queste parole.
Gli erano state riferite dalla signora Curti nel corso di una lunga intervista telefonica.
Il che lo ha indotto a scrivere un articolo, “Quella busta che mio padre teneva stretta”, pubblicato il 17 settembre su un quotidiano milanese. Era la seconda volta che si parlava sulla carta stampata, con una dovizia di dettagli, del contenuto del piccolo involucro marrone conservato con religiosa cura da Mussolini in fuga verso il Ridotto Alpino Repubblicano: la Valtellina (già in precedenza Elena Curti, prima degli anni sessanta, aveva detto le stesse cose ad un’altra testata giornalistica) (E. Curti, comunicazione personale). Accompagnato dalla Curti e da altri fedelissimi in camicia nera, il Duce voleva consumare, tra i picchi innevati delle alpi, il virile ed agognato olocausto redentore, un sudario di ferro e fuoco che Alessandro Pavolini, il segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva da tempo simbolicamente iconizzato (V. Podda, “Morire con il sole in faccia”, Ritter, 2005).
Ha annotato il gerarca fascista Asvero Gravelli (“Mussolini aneddotico”, Latinità, s. d.), riferendo un fatto accaduto nella Prefettura di Milano il 20 aprile del 1945: “Mussolini sollevò lo sguardo su di me che gli stavo di fronte, lentamente portò la mano sinistra sulla parte destra interna della giubba, ne estrasse un pacchetto di carte, legato, e protendendolo verso di me, esclamò: ‘Gravelli! Bisogna resistere ancora un mese: ho tanto in mano da vincere la pace. Combatteremo e moriremo bene, se necessario, ma ricordatevi (e qui scandì le parole sillabando) ho tanto in mano da giocare la pace’.
Scortata da un reparto tedesco di circa 200 uomini appartenenti alla Luftwaffe, la colonna Mussolini, in ripiegamento verso Sondrio, era stata bloccata a poche centinaia di metri da Dongo (Musso) a causa di uno sbarramento stradale messo in posa dai garibaldini che operavano sui contrafforti dell’alto Lario. Dopo un estenuante trattativa, i partigiani avevano consentito ai soli nazisti la facoltà di proseguire verso il nord. Prima però era necessario che i camion della Luftwaffe fossero ispezionati sulla piazza di Dongo per escludere l’eventuale presenza di infiltrati fascisti. Questi, infatti, si dovevano consegnare ai patrioti comunisti che erano scesi dal monte Berlinghera per partecipare all’ultima fase del moto insurrezionale. Il tenente delle SS Fritz Birzer (comandante della scorta tedesca che doveva proteggere il capo fascista), il capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor alle dipendenze dei servizi segreti di sicurezza del Sichereits Dienst e addetto alla persona del Duce) ed il capitano Hans Fallmeyer (responsabile del reparto della Luftwaffe) hanno concordemente deciso di tentare di mettere in salvo Mussolini (mettere in salvo è forse un eufemismo): lo volevano nascondere, confuso tra gli avieri del Reich, su uno dei loro automezzi. Per la bisogna il Duce ha indossato un cappotto ed un elmetto delle truppe del Fuhrer ed in mano gli è stata messa una machinepistole calibro 38.
Prima però c’è stato un importante colloquio. In realtà, tale dialogo interlocutorio non è stato dovutamente vagliato (o forse troppo e negativamente) dagli storici che si sono interessati sull’argomento dei carteggi mussoliniani (F. Andriola. op. cit). Ha scritto il giornalista Giuseppe Grazzini (A Dongo Mussolini aveva un pacchetto in tasca. Epoca, 17 ottobre 1965, n° 786):
Mussolini, per quanto riluttante, finisce per cedere ed indossa il famoso cappotto. Nella tasca interna della giacca egli ha ancora l’ultima delle ultime carte, il pacchetto dei documenti che probabilmente è quello che ha fatto vedere a Gravelli (ed alla Curti, ndr), pochi giorni prima. E’ un plico involtato in carta catramata, spesso due centimetri. ‘In vostre mani sarà più sicuro’, dice Mussolini consegnando il plico al capitano Kisnat. ‘Comunque, se come temo non dovessimo più rivederci, farete in modo che i documenti qui raccolti vengano un giorno pubblicati’. Kisnat è commosso. ‘Sono certo’, risponde, ‘che tutto andrà per il meglio’. Mussolini lo guarda, sorride tristemente e crolla il capo. ‘Siamo alla fine, capitano’, gli dice. Poi la colonna si rimette in marcia. Il giorno dopo, quando Mussolini è già caduto sotto i colpi del colonnello Valerio, Otto Kisnat si avvia con gli altri militari tedeschi verso il confine svizzero. I partigiani hanno assicurato via libera, a patto di consegnare le armi e gli automezzi e di subire una minuziosa perquisizione. E’ a questo punto che Kisnat, poco prima dell’ultimo posto di blocco (Ponte del Passo, ndr), decide di liberarsi del plico. Lo infila nella custodia di metallo del suo necéssaire ed interra la scatola in un punto vicino alla strada. Chi cerca di ricostruire gli ultimi giorni di Mussolini, nella confusione di mille testimonianze contrastanti, trova soltanto un elemento che ricorre con assoluta certezza: Mussolini è arrivato alla fine, tutto sta crollando attorno a lui, il tradimento e la sconfitta lo soffocano da ogni parte, ma la sua preoccupazione è una sola, insistita, assillante: salvare i documenti. Per il domani, ripete a tutti”.
Quasi sicuramente molte carte del Duce sono state recuperate dagli agenti dei servizi segreti alleati. Che in Inghilterra siano finiti papiri sequestrati a Mussolini in quel di Dongo lo ammettono gli stessi storici inglesi (R. Lamb. Mussolini e gli inglesi. TEA, 2002). Ma qualche cosa non è a Londra (Foreing Office) o a Washington (CIA). Chiosa, infatti, il Grazzini: “I documenti più importanti, quelli che Mussolini tenne fino all’ultimo nella tasca della giacca, dove noi mettiamo il portafoglio, sono ancora sepolti a pochi passi dal confine svizzero, nella scatola arrugginita dove vent’anni fa il capitano del Sichereits Dienst Otto Kisnat aveva tenuto il rasoio e le lamette da barba. Fino a quella sera d’aprile, quando nel più anonimo dei necéssaire entrò un pacchetto di carta catramata, spesso due centimetri. In quel plico, quasi sicuramente, ci sono i messaggi segreti che Churchill mandò a Mussolini. Prima della guerra. E durante la guerra”. Su questo punto E. Curti non è d’accordo. Secondo lei un Mussolini riluttante, perquisito all’interno del Municipio di Dongo dal comandante partigiano Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro), avrebbe consegnato a Pedro le lettere che aveva riposto nella tasca interna della giacca della sua divisa da Caporale d’Onore della Milizia (E. Curti, comunicazione personale).
Per amor del vero è necessario riportare quanto si legge sul libro “L’ora di Dongo” (Alessandro Zanella, Rusconi, 1993): “Nel tardo pomeriggio del 26 aprile, alla curva di San Gregorio di Gravedona vengono fermati dai partigiani tre tedeschi che dicono di voler andare in Svizzera. Dai loro documenti risulta trattarsi di tre ufficiali della Kriminal Polizei bei Duce: colonnello Jandl (ufficiale di collegamento tra i comandi tedeschi e le autorità italiane, ndr), capitano Joost (ufficiale di collegamento con la Wehrmacht, ndr) e tenente (capitano, ndr) Kisnat: gli ufficiali addetti al Duce. Il terzetto dei carcerieri-spie è riuscito a riunirsi a Como, quel giorno e, lasciando senza saperlo al centro-lago il Duce, perché non ha scoperto dove si trova, viaggia diretto al Nord”. Anche i partigiani Pier Luigi Bellini delle Stelle (Pedro) ed Urbano Lazzaro (Bill) hanno segnalato il fatto descritto dallo Zanella (Dongo: la fine di Mussolini. Mondadori, 1962). Pietro Carradori, il fedele attendente del Duce catturato a Dongo, non ha mai menzionato il Kisnat nelle sue memorie (L. Garibaldi. Vita col Duce. Effedieffe, 2001). Nemmeno Ray Moseley ne parla nel volume che ha dato recentemente alle stampe (Mussolini. I giorni di Salò. Lindau, 2006). Lo stesso dicasi per Remigio Zizzo in “Mussolini. Duce si diventa” (Keybook, 2003). Idem come sopra se si legge il “Contromemoriale” di Bruno Spampanato (C. E. N., 1974), l’ “Ultimo atto” di Romano Mussolini (Rizzoli, 2005), “Il figlio del fabbro” di Mino Caudana (C. E. N., s. d.) o “25 Aprile 1945” di Raffaello Uboldi (Mondadori, 2004).
Su “L’Arena” di Verona, Jean Pierre Jouve (Intervista a Fritz Birzer, il comandante della scorta tedesca di Mussolini. 1 e 3 marzo, 1981) ha scritto: “Il capitano Kisnat era partito assieme al convoglio di Mussolini da Gargnano il 18 aprile ed era rimasto a Milano fino al 24 aprile, poi, improvvisamente, aveva fatto ritorno sul Garda, per motivi mai appurati, ed era riapparso sulla scena nel pomeriggio del 26 al ‘Miravalle’ di Grandola (la caserma della Milizia confinaria dove si era rifugiato il Duce dopo aver abbandonato Menaggio, ndr). Sullo stesso giornale viene riportato quanto ha detto il tenente delle SS Fritz Birzer: “Quando a Musso il 27 aprile ho proposto a Mussolini di indossare il cappotto tedesco, il capitano Kisnat, presente alla scena, non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa, né per approvarla”.
Ricciotti Lazzero trascrive molti dialoghi intercorsi tra Mussolini e il Kisnat prima che la colonna del Duce fosse bloccata a Musso (Un passo verso la verità sulla morte di Mussolini. Dongo. Epoca 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935). Se diamo retta ad Antonio Spinosa (Mussolini il fascino di un dittatore. Mondadori, 1989) è stato proprio Otto Kisnat a dare a Mussolini un paio di occhiali scuri quando stava per salire, camuffato, sul camion dei tedeschi. Lo storico Gian Franco Bianchi è pure lui propenso a credere che il Kisnat faceva parte del contingente tedesco impegnato a scortare il capo fascista lungo la lariana occidentale (Mussolini. Aprile ’45: l’epilogo. Editoriale Nuova, 1985). Ciò vale anche per Antonio Marino (Dongo, capolinea delle illusioni. Enzo Pifferi Editore, 1990), per Franco Bandini (Le ultime 95 ore di Mussolini. Mondadori, 1959) e per Enzo Cicchino (Benito Mussolini. 28 aprile 1945. Misteri e cronache di una morte annunciata. www.larchivio.org. Reperibile per via telematica). Pur criticando il memoriale Kisnat, Fabio Andriola (Appuntamento sul lago. Sugarco, 1990) ha affermato che il capitano tedesco era sul posto al momento del trasbordo mussoliniano sugli automezzi della Luftwaffe. Dello stesso avviso è Eric Kuby (Il tradimento tedesco. Rizzoli, 1983).
Luigi Imperatore, invece, da molta importanza al personaggio Kisnat e ne sottolinea tutte le iniziative pro-mussoliniane prese in quel di Musso (I giorni dell’odio. Ciarrapico Editore, 1975). La presenza del Kisnat a fianco del Duce durante le ore che hanno preceduto la sua cattura è ulteriormente garantita (?) da un fatto: l’attore Manfred Freyberger lo ha impersonificato nel film di Carlo Lizzani intitolato “Mussolini: Ultimo atto” (1974). Hans Fallmeyer, il capitano degli avieri del Reich, non ha mai rilasciato dichiarazioni su quello che è successo tra Musso e Dongo il 27 aprile del 1945 (E. Kuby, op. cit.). Sarebbe stato interessante conoscere la sua testimonianza circa quello che è avvenuto prima e dopo la cattura di Mussolini ad opera dei partigiani della 52° brigata Garibaldi operante sui monti dell’alto lago di Como. Tramite persona interposta ha fatto solo sapere che il suo dovere era quello di salvaguardare gli interessi dei soldati tedeschi in ritirata verso il Brennero e che il destino del Duce era “un affare tutto italiano” (E. Kuby. op. cit.).
Il Duce è morto ammazzato il 28 aprile del 1945 e non si sa ancora con precisione chi lo ha esecutato. Sibillinamente Leo Valiani ha asserito: “Gli inglesi hanno suonato la musica ed i comunisti sono andati a tempo” (Alessandro De Felice, comunicazione personale). In quei giorni un insigne rappresentante delle forze partigiane, Ferruccio Parri, ha detto: “Noi abbiamo preso, e io ne rivendico la mia parte, la responsabilità di questo gesto. Si trattava di una rivoluzione. Eravamo liberi. Non eravamo affatto occupati e l'armistizio non prevedeva affatto che lo fossimo. Non potevamo lasciare ad altri, degli stranieri, il compito di una indispensabile pulizia. L’Italia ha già sufficientemente ingoiato rospi e bocconi amari” (www.criminidiguerra.it. Reperibile per via telematica). Giorgio Bocca, un ex fascista diventato poi un accanito partigiano, ha sentenziato: “Un processo a Mussolini avrebbe significato mettere sotto accusa l’intera Nazione. Ed era quello che noi partigiani, interpreti di un radicale rinnovamento nazionale, volevamo evitare. Anche per questo fu giusto uccidere Mussolini” (www.feltrinellieditore.it. Reperibile per via telematica).
Nei vertici della Resistenza c’era la esplicita e spietata volontà politica di evitare un processo nel quale il Duce avrebbe avuto più di uno strumento per difendersi, chiamando gli italiani alla corresponsabilità sia riguardo al fascismo, sia riguardo alla guerra di cui erano stati entusiasti finché l’avevano creduta facilmente vittoriosa. Inoltre un Mussolini vivo avrebbe moltiplicato all’infinito l’entusiasmo dei camerati vinti, rendendo ancora più difficoltosa l’opera di “pacificazione” violenta compiuta con vere e proprie stragi anche dopo la fine del conflitto. Lo ha dimostrato, di recente, Giampaolo Pansa (La grande bugia. Sperling & Kupfer 2008) e, molto tempo prima, Giorgio Pisanò (Il triangolo della morte. Mursia, 2007; Sangue chiama sangue. Lo Scarabeo, 2005) che è sempre stato inascoltato in quanto fascista, neanche ex. Altri hanno detto: “Uccidere Mussolini fu una decisione autonoma della Resistenza italiana, non tanto per paura di un processo, ma semplicemente perché gli italiani avevano bisogno di uccidere il mito. Da un certo punto di vista, la fine di Mussolini ricorda quella di Ceausescu” (F. Gambaro. I tre volti di Mussolini. Repubblica, 11novembre, 2005).
Un esponente di spicco dei DS, Massimo D’Alema, pochi anni fa ha affermato: “L’uccisione di Mussolini ha rappresentato uno di quegli episodi che possono accadere nella ferocia della guerra civile, ma che non possiamo considerare accettabili. Sarebbe stato meglio sottoporlo a un giudizio come quello di Norimberga, ove furono processati alcuni dei massimi esponenti nazisti” (www.resistenze.org. Reperibile per via telematica). Il giudizio sulla ineluttabilità della fine di Mussolini e il rammarico per il suo mancato processo sono il crinale fra due visioni ideologiche, politiche e morali profondamente radicate nella coscienza del Paese. Se si stigmatizza la pena capitale e si afferma che non è opportuno applicarla nemmeno ad un tiranno, perché poi non si guarda all’indietro e si dice chiaramente: “Piazzale Loreto rappresenta una vergogna per la Storia patria?”.
In un libro del 1998 (Il corpo del Duce. Einaudi), considerato un classico della storiografia antifascista, Sergio Luzzatto ha scritto: “Intorno al cadavere di Mussolini sono stati elaborati due discorsi speculari e concorrenti sul fascismo e sulla guerra civile: l’uno laicamente impietoso con i carnefici d’Italia, l’altro cristianamente incline al perdono del dittatore e dei suoi numerosi seguaci”. Più drastico è il pensiero di Giordano Bruno Guerri: “Il giudizio di D’Alema sembra estendersi a tutta la guerra civile. La questione è per me che piazzale Loreto non è servito a pagare i debiti contratti da Mussolini per la guerra civile, ma è servito, oltre ai suoi, a pagare i debiti dell’intero popolo italiano per i vent’anni di consenso al fascismo” (fareladestra.blogosfere.it. Reperibile per via telematica).
Così si è espresso Sergio Romano: “Una parte dell’antifascismo ritenne che la giustizia in quel momento dovesse essere rivoluzionaria, vale a dire spiccia e radicale. Altri ritennero che il processo sarebbe stato un rischio. Mussolini avrebbe dimostrato che il regime aveva goduto in molti momenti di un considerevole consenso, avrebbe chiamato al banco del testimoni molti personaggi imbarazzati e avrebbe prodotto lettere di uomini politici stranieri che avevano avuto in passato cordiali rapporti con il regime fascista. Mussolini era certamente responsabile della guerra, ma avrebbe inevitabilmente coinvolto, difendendosi, centinaia di generali e funzionari dello Stato: una prospettiva gradita ai rivoluzionari, ma temibile per chi desiderava traghettare l’Italia, il più rapidamente possibile, verso la normalità. Nessun leader antifascista, infine, era in grado di prevedere quale sarebbe stata la reazione del Paese se il processo si fosse protratto per un lungo periodo e se gli avvocati difensori fossero riusciti a dipingere un ritratto positivo dell’imputato. Esistevano ancora in Italia un fascismo radicale e ambienti nostalgici che ne avrebbero approfittato per rialzare la testa. Appena uscita da una guerra civile, l’Italia rischiava di cominciarne un’altra” (Perché Mussolini non fu processato alla fine della guerra? www.corriere.it. Reperibile per via telematica).
Scommetto che D’Alema si sforza d’immaginare quale sarebbe stata la Storia del nostro Paese senza piazzale Loreto, cioè senza la rimozione collettiva della colpa attraverso la scorciatoia dell’omicidio catartico. L’ex Ministro degli Esteri (Governo Prodi) ipotizza una civiltà in grado di abbandonare la magia in favore delle scienze, umane, sì, ma razionali. D’Alema immagina, forse potrei dire sogna. E a me quel sogno piace. Ma a ridestarmi ci pensa Gabriele D’Annunzio quando dice: “Allora gli si scagliarono sopra urlando i più feroci e tutto lo stamparono cò ferri, a gara lo crivellarono, le mani gli orecchi il naso le pudende gli mozzarono. Poi, presigli in un cappio scorsoio i fusoli delle gambe, lo trascinarono fino alle case dei Colonnesi in San Marcello. Quivi giunti lo appesero per i piedi e a un poggetto, con gran festa e gazzarra lo lapidarono. Penzolava giù senza il teschio, ché quel poco lasciatogli dai ferri erasi logorato nel lungo trascino. Nudo era, di pelle come femmina bianco dove sangue non l’arrossava; e, al modo dei bufoli in beccheria, dalla sparata grassezza le interiora ancor fumide sgorgava mal ricoperte dalla rete lacera. Quivi rimase al pubblico ludibrio due dì e una notte, finché non ebbe appestato col gran fetore quel corpo di strada. Per comandamento di Giugurta e di Sciarretta Colonna calato giù dal poggiolo, fu tratta al campo dell’Austa, al luogo del Mausoleo imperiale, e dato alla rabbia dei Giudei sozzi che l’ardessero. Gli fecero costoro un rogo di cardi secchi, e in gran numero accorsero intornogli ad attizzare il fuoco che nutrito dall’adipe vampeggiava forte. I venti ebbero la cenere, i secoli la memoria, gli uni e gli altri discordi”. Questa è la morte di Cola di Rienzo descritta dal Vate nel 1912. Il poeta termina con queste parole: “Così scomparve il Tribuno di Roma. E l’Urbe stette su suoi colli sola cò suoi fati e cò suoi sepolcri” (www.stormfront.org. Reperibile per via telematica).
Non senza amarezza, vorrei concludere con il commento che Platone fa pronunciare al sofista Trasimaco: “Ogni Governo pone delle leggi in vista del proprio vantaggio: la democrazia porrà leggi democratiche, la tirannia tiranniche, e così via. E una volta istituite, essi dispongono che il proprio utile diventi per i sudditi ciò che è giusto, sicché il trasgressore viene perseguito come nemico della legge e della giustizia. Ecco qui, ottimo amico, quello che in ogni forma di Governo io sostengo esser il giusto; in fondo è sempre la stessa cosa: ciò che serve al potere costituito. Questo, infatti, ha dalla sua la forza, e, quindi, chi sa ben ragionare non può non convenire che, in ogni caso, la giustizia si identifica con il vantaggio del più forte” (Repubblica, 338 E-339 A).

Nell'immagine, Benito Mussolini.
Documento inserito il: 26/11/2014
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