Cookie Consent by Free Privacy Policy website Tutto storia, storia moderna: Il collegio de’ Nobili e l’espulsione dei Gesuiti nella Napoli del 1767
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Il collegio de’ Nobili e l’espulsione dei Gesuiti nella Napoli del 1767 [ di Carlo Lanza ]

Vi fu un’epoca il -XVIII secolo- della quale è rimasta, nelle carte dell’archivio di famiglia, viva traccia, relativa, oltre che a vicende private, anche ad avvenimenti pubblici che in particolare un antenato si premurò di tramandare ai posteri della nostra Casa. Fu così che don Biase Lanza (1746-1832) (1), pacifico e colto gentiluomo capuano, si rivelò un attento cronista dei calamitosi eventi che negli anni della sua vita più di una volta mutarono il corso della Storia. Invero il singolare destino di quest’uomo lo rese testimone degli sconvolgenti fatti della Repubblica partenpoea del 1799, nonchè dell’occupazione napoleonica del Regno di Napoli, cancellata nel 1815 da un trattato che il fato volle stipulato in casa dello stesso don Biase (2)! Percorrendo a ritroso la sua biografia chi scrive ha scoperto come sia possibile -in alcune sue fasi- stabilire un parallelismo a posteriori tra essa e le vicende del suo tempo. Era il 1767, infatti, quando il Nostro, giovane convittore del collegio de’ Nobili tenuto in Napoli dai Padri Gesuiti, si ritrovò coinvolto nell’espulsione di questi ultimi dal Regno ad opera di Ferdinando IV. Molti anni dopo don Biase, nel rivendicare il diritto ad una cappella gentilizia eretta nel ’400 da un antenato di nome Pirro (3) nella chiesa di San Domenico in Capua, decise -come per una probatio diabolica- di dimostrare la propria discendenza dall’antico avo. ...Nell'occasione -scrisse egli- mi convenne andar rintracciando carte antiche che erano in casa e quelle che potei ritrovare nell’archivio di questa nostra città [Capua]; con somma meraviglia osservai in tutte quelle che lessi che nessuno de’ nostri antenati che vissero fin dal 1400 in avanti si era curato di tramandare a’ suoi posteri notizia alcuna circostanziata dei di loro antenati; senonchè qualcheduno ne avea scritto da tempo in tempo confusam.te, nè tampoco curarono di lasciar memoria delle cose più rimarchevoli avvenute nei rispettivi tempi che vissero: come di guerre, di mutazione di Governi, del Sacco di Capua del 1501, di peste, e in particolare di quella che soffersero nel 1656 e di altre cose più memorande. Da una tal considerazione mosso, e per non essere anch’io tacciato da’ miei posteri di una simile trascuragine, mi sono indotto in breve a scrivere ciò che in tempo di mia vita è accaduto degno di futura memoria. A tali considerazioni -e in virtù di esse- egli fa seguire la cronaca di quel che accadde a Napoli al 21 di 9bre [novembre] di detto anno 1767, o sia nella notte del 20, quando Ferdinando decise di compiere nel Regno ciò che il padre -Carlo- aveva già attuato in Spagna: bandire la potente Compagnia di Gesù. Tanto viene narrato da don Biase su tre fogli non rilegati -databili con buona certezza intorno al 1806- sui quali, con scrittura minuta e in molti punti imperfetta (non voleva probabilmente essere questa la stesura definitiva), compie dapprima un breve excursus sulla partenza, nel1759, di Carlo di Borbone da Napoli e sul matrimonio, avvenuto nel 1768, tra Ferdinando, suo figlio e nuovo Re, e Maria Carolina d’Asburgo. Ma lasciamo al Nostro la parola: Nell’anno 1759, essendo [io] dell’età di circa 10 anni, per aver perduta nostra madre, mio padre stimò bene di mettere in luogo di educazione mia sorella Donna M.Maddalena e me che eramo i più grandi dei 7 figli rimastigli dalla morte di sua moglie. Per cui pose la sud.ta mia sorella nel Monistero del Real Ritiro di Capua e me nel Monistero di Monteoliveto in Napoli, in dove ritrovandomi nel 1759 intesi che il nostro Re, allora Carlo Borbone, passava Re in Spagna con tutta la sua Real Famiglia, restando Re in Napoli il suo figlio terzogenito Ferdinando, giacchè il primogenito si trovava scimunito e il secondo veniva a essere suo successore nel Reame delle Spagne (4); e come detto Ferdinando si ritrovava di minore età, così lo lasciò sotto la Reggenza che stabilì prima della sua partenza (5), che poi seguì nel sud.to anno, essendosi imbarcato con tutta la sua Real Famiglia e Corte su un gran vascello a tre ponti col seguito di moltissimi altri, i quali per tre giorni prima della partenza, schierati tutti nella rada di Napoli a bandiere spiegate, fecero delle gran salve. Essendo giunto all’età il nostro Principe Re Ferdinando nel 1768 sposò M.a Carolina d’Austria, figlia dell’Imperatore di Germania; ed io, dopo 3 anni che stiedi in educazione in Monteoliveto, essendo stato da mio padre passato nel Collegio de’ Nobili in Napoli, mi trovai a vedere l’entrata pubblica che fece la sud.ta Reale Sposa nostra Regina allorchè giunse; la quale, per non venirne ad una lunga narrazione, altro non dico [se non] che fu all’eccesso magnifica, come altrettanto lo furono molte macchine e feste che si fecero per più giorni. Al 21 di 9bre di d.to anno 1767 o sia nella notte del 20 (6), fu soppressa la Compagnia di Gesù, e tutti i Gesuiti nella istessa notte, chi per mare e chi per terra, furono portati fuori Regno; e come il Collegio de’ Nobili era sotto la dirizione de’ medesimi, così io fui uno di quei collegiali che ci si trovò.
In realtà il Collegio dei Nobili tenuto in Napoli dai Gesuiti era un convitto che trovò la sua sede definitiva tra il 1646 e il 1654 nel palazzo venduto ai religiosi da Girolamo d’Afflitto, principe di Scanno, per quindicimila ducati, in via Nilo al n.34, nel cd. corpo di Napoli (dove già l’istituto si trovava a pigione); ancora oggi vi si legge l’iscrizione: SEMINARIUM NOBILIUM ADOLESCENTIUM.... Nel 1748 vi furono annessi un teatro ed una cappella (7). Il 16 aprile 1767 giunse a Napoli la notizia che il Re cattolico Carlo III aveva bandito i Gesuiti dalla Spagna. Tenendo tutti per certo che lo stesso sarebbe seguito anche a Napoli, una folla di creditori inondò le case gesuitiche, le quali per vari bisogni avevano contratto debiti ammontanti a circa trecentomila ducati. Essa fu la prima delle quattro espulsioni subite dai Gesuiti nell’Italia meridionale (le altre avverranno nel 1806, nel 1848 e nel 1860). Ritorniamo ora al nostro antico narratore: ...e come nell’antecedente mese di ottobre di d.to anno 1767 essendo secondo il solito i collegiali andati a fare la villegiatura sopra a Due Porte (8), ed essendoci stata la terribile eruzione del Vesuvio per cui una mattina, oltre il terribile fragore che faceva, essendosi oscurata l’aria sotto il mezzogiorno per la tanta cenere e arena che buttava, credendo di morire, volli assolutamente andarmene in mia casa in Capua; ottenutane la licenza dal P.(Padre) Rettore d’allora, il P. Afflitto, avendomi dato per condurmi un cameriere della mia camerata di S.Saverio dove [io] ero, prima di partire mi diede una lettera per il P.Rettore del Collegio di Capua al quale, prima di andare in mia casa, l’avrei consegnata nelle proprie sue mani, come volle che promettessi e come di fatto eseguii; la quale lettera essendosi letta da quel P.Rettore produsse una allegrezza a tutti i Gesuiti che vi erano, mentre colla istessa erano assicurati per opera del medico di corte, Ventapane, di non essere più espulsi. Ma il fatto poi fu in contrario, mentre la notte del 21 9bre partirono tutti e la dolorosa scena fu la seguente. Il giorno d.to de’ 20 9bre, verso l’ore 22, con un biglietto, il Capitano delle Guardie Italiane Reali, Sig.r D.Michele Severino, fece sentire al P.Ruffo, Ministro in d.to Collegio, che fusse stato nell’intelligenza che quella sera istessa sarebbero stati espulsi tutti i Gesuiti. Un tale avviso divulgatosi tra gli altri PP. che erano al Governo del Collegio, al n. 14 di Messa e 4 Fratelli (9), si divulgò nell’istesso tempo in tutte le camerate: motivo per cui ne nacque un disturbo e una confusione grandissimi, in particolare nella camerata mia di S.Saverio, dove eramo al n. di 23; dopo vari dibattim.ti e sentim.ti contrari, finalmente si concluse per andarcene alle nostre case, e allorchè si cercava d’andare dal P.Rettore a domandarne il permesso, venne nella camerata il P.Ministro Ruffo, al quale avendo esposto la nostra intenzione, a domanda ci rispose che non conveniva ciò fare, sia perchè avrebbe potuto dispiacere al Governo, sia ancora perchè quantunque tutto ancora dimostrava doversi eseguire la loro espulsione, pur tuttavia essi ancora speravano di non essere espulsi; in seguito, essendo anche venuto il P.Rettore Afflitto, ci confirmò l’istesso. Rimasti dunque confusi per una tal risposta, ci quietammo in qualche maniera per allora; cosicchè essendo a suo tempo sonata la campanella per andare a cena, calarono tutte le camerate nel refettorio con i loro rispettivi Prefetti Preti; si cercò pertanto dà P.Gesuiti di far eseguire il solito per quanto si potè, ma il fatto fu che poco o niente si cenò, cercando subito di ritornare nelle rispettive camerate, come si eseguì. Intanto, essendo sonate l’ore due della notte, si mandò dal sud.to P.Ministro Ruffo un cameriero del Collegio al Gesù Vecchio, per appurare da quel P.Rettore che notizie avea: ma qual rammarico e confusione apportò il ritorno dello stesso allorchè gli disse che appena arrivato al d.to Collegio del Gesù Vecchio,l’avea ritrovato tutto circondato dalla cavalleria, per cui essendo vietato a chiunque d’entrarci, se n’era ritornato. Da un tal rapporto si persuasero tutti allora della sud.ta espulsione, per cui ogni padre cercò dare a’ collegiali ciò che avea dicendogli che se in appresso glielo avessero potuto ridare bene, in caso contrario l’avessero tenuto per loro ricordo. Infatti io presi tutti i libri e scritti del celebre S.uomo del P.Ponti (che poi, essendo andato in Roma l’anno 1781 in compagnia di mio cugino fu D.Giuseppe d’Azzia, del fu D.Pompeo Sansò e del fu D.Michele Cuccari, essendo arrivati in Terracina ad ora presto il giorno, ed essendo andati nella Chiesa madre, osservammo il luogo deposito del suo corpo, morto in Terracina in concetto di santità in quel tempo che la maggior parte de’ Gesuiti ivi mandati fecero permanenza), come ancora quelli del P.de Notariis, allora P.Procuratore del Collegio e quelli ancora del sud.to P.Ministro Ruffo de'Principi di Scaletta, unitamente a molti bellissimi quadretti con miniature, un Crocefisso d’avorio e una scacchiera d’ebano e avorio con scacchi consimili. Ma circa poi l’ore due e mezze della notte si accorsero che la cavalleria avea di già intorniato tutto il Collegio, per cui tutti i PP.Gesuiti si allestirono per la partenza; ma il fatto fu che si penò per ben altre due ore non men’da essi che da tutti i collegiali, stando aspettando l’espulsione con palpiti da momento a momento. Finalmente verso l’ore 4 s’intese bussare al portone del Collegio e non trovandosi pronto il portinaio, chiamato Sansone, ad aprirlo (uomo vecchio di anni 97, che contava 81 anni di servizio continuato in d.to Collegio -come mi diceva mio padre- ritrovandosi a tempo mio uomo vegeto e forte nonostante l’età avanzata), per essersi trovato nella sua stanza, già si veniva dai soldati di una compagnia di Albanesi a forzarsi, quando s’aprì.
L’immagine di questo vecchio carico di anni e di ricordi ci appare emblematica: a lui, testimone della più antica quotidianità di quell’istituto, la Storia concede -quasi un privilegio- di testimoniarne anche l’epilogo. Ormai la realtà travolge quella scena di calma prudente e di false speranze:
...E chi mai può idearsi qual fu l’orrore di tutti quei collegiali che aveano l’affacciata al cortile e delli PP.istessi! [Questa fu] La funesta scena che si vide: era la notte oscura e pioveva minutamente allorchè si videro entrare dodeci soldati armati colle torce di pece accese, e come questi entravano erano da’ loro superiori ciascheduno posto in sentinella a tutte le porte di basso di d.to cortile; seguivano a questi il caporuota e delegato della giurisdizione Sig.r Marchese Cav.r Vargas Machucca e il Sig.r Maresciallo Carafa; appresso ad essi molti altri paesani e militari e all’ultimo tutti i soldati della sud.ta compagnia d’Albanesi. Allora fu che mentre [questi] salivano per la scala, tutti i Gesuiti con un Crocefisso in mano, in processione -dopo che il P.Rettore avea inculcato ai collegiali ivi accorsi (che furono quelli delle due camerate dei più grandi, in una delle quali mi ritrovavo io) che fussimo stati buoni sudditi del Re comune Sovrano e che ci fussimo insieme con essi uniformati alle sue disposizioni- s’incamminarono verso la scala e appena incominciata a calare la prima deca si incontrarono con i soprad.ti, essendo noi collegiali a vedere da sopra la scala; appena dunque videro non meno essi che noi si fermarono: indi Vargas Machucca prese la parola e disse: a che vedere a quell’ora i collegiali, mentre la Maestà del Re avea distinto il Collegio con ordinare che i Gesuiti del Collegio de’ Nobili fussero stati gli ultimi a partire tra quelli di tutti gli altri Collegi de’ Gesuiti di Napoli, appunto acciò, trovandosi a dormire, non fussero stati disturbati; perciò che ognuno si fusse subito ritirato nella sua camerata, acciò avrebbe fatti accompagnare dagli Ufficiali che con esso portava. Indi rivolto ai PP.Gesuiti: “Vi piglio, ma voi altri Padri potete di nuovo con noi risalire giacchè dovete prima sentire gli ordini Reali e avete ancora tempo per partire”. Vedendo pertanto -i collegiali- che [quelli] incominciavano a montare l’ultima deca della scala, ognuno timoroso si andava ritirando nella rispettiva sua camerata; ma voltandosi indietro per curiosità di vedere chi li seguiva, ed essendosi rassicurati, ritornarono [indietro]. Avendo osservato che i sud.ti Vargas e Carafa con tutto il loro seguito, unitam.te ai PP.Gesuiti, erano nella gran sala accosto la scala dove si prendeva lezione di ballo, di scherma e altre lezioni cavalleresche (10), anche essi entrarono, e ivi seduti da dietro a tutti videro, con un tavolino avanti, i cennati Vargas e Carafa e gli altri attorno. Intesero che gli leggevano i soprad.ti ordini Reali riguardo alla loro espulsione. Tra l’altro si permetteva a ciascuno di potersi portare un baullo e in esso [si diceva] ciò che gli veniva permesso di portarsi; che, per eseguire ciò, ognuno fusse andato ad accomodarselo; indi gli fecero segretam.te sapere che ci avessero posto ciò che voleano, perchè aveano ordinato alle persone incaricate d’ispezionare ciò che si portavano, di eseguire solo l’atto di aprire i baulli, accordandogli quel tempo che bisognava. Ciò anche veniva permesso ai Fratelli che voleano partire, restando in loro libertà di restare a seconda de’ Reali ordini: essendone, di questi, quattro nel Collegio, due ne restarono. Essendo dunque ognuno andato nella rispettiva sua camera -cioè il Rettore P.Afflitto; il P.Ministro Ruffo Scaletta; i PP.Sottoministri Capano e Pacca; P.Spinelli il gobbo, che dava lezione di matematica; il P.Ponti, maestro di belle lettere; il P.De Notariis, Procuratore, mentre mancava il P.Giannuzzi, pochi giorni prima morto -appresso ad essi andarono i collegiali sud.ti delle due camerate de’ grandi, cioè di S.Michele e S.Saverio. A’ quali i PP. pregarono di aiutarli a porre quanto più si potea nei rispettivi baulli, e così si eseguì. Tutto il rimanente di ogni Padre -come libri, scritti, quadretti ed altro- fu preso dai collegiali: io in particolare presi tutte le raccolte di poesie e i libri del P.Ponti; i libri del P.De Notariis e del P.Ruffo unitam.te a un bel Crocefisso d’avorio con pedana d’ebano; otto quadretti con miniature ed una scacchiera d’ebano e avorio con pezzi simili. Ognuno dunque de’ collegiali trasportò tali cose nella sua camerata e al meglio che potè le mise nei burò, stipi e cesti che ciascuno avea. Una tal operazione portò del tempo, cosicchè -essendo venuto- un Aiutante della Piazza fece sentire a Vargas e al Marescial Carafa che tutti i Gesuiti erano di già partiti e che le carrozze che li trasportavano erano ferme tutte alla strada di Chiaia aspettando quelli soli del Collegio de’ Nobili per seguire il viaggio a Pozzuoli, dove erano destinati. Perciò il Comandante Generale della Piazza, il Principe Iace, gli facea sentire che subito li avessero fatti partire: a tale avviso si ordinò che fussero i sud.ti PP. calati, come eseguirono; essendogli stata intimata la partenza, si misero in processione con un Crocefisso alla mano dandoci l’ultimo addio. Oh, quanto fu funesto e lacrimoso per essi e per i collegiali che, seguendoli più col cuore che con gli occhi, li videro incarrozzare a quattro a quattro -ad ogni carrozza due soldati di cavalleria al fianco- e così se ne andiedero!.
A questo punto tutto è compiuto, ma si ha come l’impressione che la baraonda abbia solamente lambito i giovani collegiali che si ritrovano soli e spaesati come nel campo sul quale sia appena terminata una battaglia: lì dove regnava l’ordine, scandito da regole e consuetudini, si avverte ora un improvviso vuoto, che però non sarà preludio all’anarchia, infatti:
...Partiti i Gesuiti, ecco poco dopo si sentì venire altra quantità di carrozze che incominciarono a scarrozzare per la maggior parte i parenti de’ collegiali, che unitisi sopra nella sud.ta sala -essendo allora essi al n. di 118- ognuno domandava il permesso a Vargas e a Carafa di portarsi il collegiale che gli apparteneva. Del detto numero ne restarono così 9 soli, e tra questi io chè, essendo venuto a pigliarmi mio zio D.Ignazio Lanza (11) -che si ritrovava in Napoli Capitano del Reggimento di Molise- non volli andarmene. Dopo dunque questa seconda partenza il sud.to Cav. Vargas si ritirò nel quarto del P.Rettore e il Carafa se n’andiede, restando nel Collegio il Capitano colla sud.ta compagnia d’Albanesi, il quale fece mettere sentinelle da per tutto, mentre esso si ritirò in alcune camere degli espulsi Gesuiti. Intanto i sud.ti collegiali restati incominciarono a girare.
Qui s’interrompe il racconto che appariva destinato a continuare, ma la cronaca aveva ormai raggiunto il suo scopo e lo scrittore sembra accorgersene così, improvvisamente.


Note
1) Biagio Lanza iuniore nacque nel 1746 a Capua dal barone Carlo, Nobile di Capua, e da Maria Damiani, Nobile di Bisceglie e di Pozzuoli, nell’avita casa di corso Gran Priorato di Malta, strada allora detta di S.Maria delle dame monache o anche di S.Domenico (nell’atto di morte di don Biase -del 1832- è denominata strada Lanza). Decimo nella linea primogenita della nostra famiglia, don Biase iuniore fu barone di Luisi Consa, del Murato, di Zaccuni, di Chiattuni, feudi siti in Calvi, in pertinenza di Sparanise, in Terra di Lavoro. Nel 1771 sposò Giuseppina dei baroni Cameriero, dalla quale non gli rimasero però figli. Venne eletto Capocedola nobile del Governo economico di Capua nel 1786, nel 1787 e nel 1802; nel 1796 fu ammesso quale Cavaliere d’Onore e Devozione nel Sovrano Militare Ordine di Malta, sotto il Gran Maestro Fra’ Emanuele de Rohan. Rimasto vedovo della sua cara prima moglie, nel 1802 don Biase sposò la giovanissima Eleonora de Capua Capece, dei duchi di San Cipriano, Nobile di Capua: da lei avrà l’atteso erede Carlo. Fu però accanto alla prima moglie che egli subì, nel 1799, l’occupazione della propria casa dai soldati del giacobino MacDonald (Diavoli usciti dall’Inferno!, li definirà poi), mentre nel 1806 la vedrà nuovamente occupata dal napoleonico Berthier. Dal suo testamento apprendiamo che egli aveva allevato sin dalla nascita in casa propria Andrea De Simone (1807-1874), insigne musicista capuano, figlio di mastro Nicola sartore, mantenendolo agli studi. Don Biase morirà ad ottantacinque anni nel 1832 e verrà sepolto nella cappella di jus patronato della nostra famiglia, sita nella chiesa di S.Maria Maddalena, in Capua. Può risultare interessante la parentela che legava il Nostro a S.Alfonso Maria de’ Liguori, suo contemporaneo: l’ava paterna di don Biase, donna Rachele de’ Liguoro, era infatti una cugina di S.Alfonso, eclettico sacerdote che fu talvolta ospite a casa Lanza, in Capua;

2) Il 20 maggio 1815 a tre miglia da Capua -in località Spartimento di Roma- ebbe luogo il Trattato di Casalanza, con il quale a seguito del Congresso di Vienna gli Austriaci restituirono, ai danni del Re Gioacchino Murat, il Regno di Napoli a Ferdinando IV di Borbone, che da allora si chiamerà Ferdinando I delle Due Sicile. La convenzione fu stipulata in un sontuoso casino di villeggiatura che don Biase nel 1794 aveva fatto costruire per la prima moglie;

3) Egli nacque intorno alla metà del XV secolo a Capua, secondogenito del capostipite della nostra famiglia, Nobile di Capua e da Agnesella Passarella, Nobile della Piazza di Seggio Capuano in Napoli. Nel 1493 Pirro figura quale Sindaco degli Eletti Nobili di Capua ma l’incarico fu poi lasciato per essere stato nominato Regio Capitaneodella città di Salerno. Tra il 1474 e il 1509 figura più volte tra gli Eletti nobili al Governo economico di Capua. Nel 1504 sposa donna Margherita Abenavolo, congiunta del noto Ludovico (che prese parte alla disfida di Barletta). Nel 1485 Pirro aveva acquistato per la propria famiglia lo jus patronato di una cappella -dedicata a S.Giovanni Battista- nella chiesa dei PP. Domenicani, nella città, con istrumento del 23 agosto di quell’anno, rogato dal notar Pavolo Benedetto, di Capua. La cappella verrà in seguito eretta dal nipote Lanzillo nel 1542 e intitolata a S.Marta e S.Lucia, ma nel ’700 evidentemente non ve n’era più traccia se non nelle carte di don Biase!

4) Nel 1759 Carlo di Borbone portò con sè in Spagna il secondogenito suo omonimo, quale erede a quel trono, diseredando il primogenito Filippo, demente;

5) La reggenza spettò al duro marchese Bernardo Tanucci (1698-1783) cui in seguito Maria Carolina, a lui ostile, sostituirà il Beccadelli, marchese della Sambuca;

6) Evidentemente qui lo scrittore equivoca, attribuendo il matrimonio del Borbone all’anno precedente;

7) Ringrazio Padre Filippo Iappelli, Gesuita, per avermi fatto pervenire -con squisita cortesia- informazioni relative alla storia del Collegio. Cfr.: M.Errichetti, L’antico Collegio Massimo dei Gesuiti a Napoli, ed.Dehoniane, Napoli: ...Questo famoso istituto fu fondato da Giambattista Manso (1569-1645), marchese di Villa, letterato e mecenate...Nel 1608 il Manso fondò un monte da amministrarsi da cinque Patrizi napoletani, per sussidiare con le sue rendite giovanetti che volessero attendere agli studi e ragazze che volessero monacarsi...stabilì di aprire un collegio...a tal fine nel 1611 comprò e negli anni seguenti ampliò il palazzo Scorziati nella strada di S.Lorenzo (via dei Tribunali) ove egli passò ad abitare...con i Gesuiti la questione dei professori non aveva luogo, potendo i collegiali frequentare le pubbliche scuole del Gesù Vecchio...i Padri si obbligano ad insegnare le discipline convenienti, e in particolare teologia, filosofia, legge civile e canonica. Si usò far venire un professore di legge in collegio e di stipendiarlo a spese degli studenti.... Ma l’istituto, ancor prima di nascere, fu trasferito a pigione nella casa del duca di Macchia, poi in quella del duca d’Andria per giungere in seguito in via Medina, nel palazzo Bagnara. Quest’ultima soluzione, per lo sfarzo della dimora, e per la posizione così centrale, mortificò le intenzioni del fondatore che sospese l’annuo assegno di 400 ducati per la pigione. Dopo la sua morte, nel 1645, i governatori del Monte Manso -per porre fine all’annosa questione- acquistarono in ultimo il palazzo d’Afflitto, in via Nilo. Ecco allora che ...terminati i lavori di adattamento, fu posta sulla porta l’iscrizione: SEMINARIUM NOBILIUM ADOLESCENTIUM/SOCIETATE IESU/MONS MANSO ADDIXIT/ANNO MDCLXXVIIII. Dopo l’espulsione dei Gesuiti vennero scalpellate le parole SOCIETATE IESU e ADDIXIT e sostituite con ADOLESCENTIUM ed EREXIT. L’ampiezza del cortile rendeva l’edificio particolarmente adatto agli esercizi di equitazione e ai giochi a squadre, come quello del pallone...A metà del ’700, ad opera del Rettore Luigi De Marco il collegio venne ampliato e ammodernato con la costruzione di nuovi ambienti, di una grande cappella e di un teatro a due ordini di palchetti, capace di 800 spettatori...Nel 1745 si istituirono le scuole interne per le classi di grammatica, umanità, retorica e filosofia...Fu pure istituita tra i convittori un’ Accademia di scienze e belle lettere, in cui i giovani ammessi per concorso davano ogni mese prova di sè con qualche dissertazione di fisica o di matematica o con componimenti poetici. Carlo di Borbone concesse agli accademici l’onore di portare sul petto, pendente da un nastro rosso, l’insegna dei gigli d’oro, stemma della Casa Reale. L’Accademia prese così il nome di Reale Accademia dei gigli d’oro. Sul finire dell’anno scolastico, a settembre, si compivano pubbliche esercitazioni annuali, cui interveniva il fiore della nobiltà e della cultura partenopea...;

8) ...Nella masseria Due Porte, luogo di diporto settimanale che il collegio possedeva da molti anni sulla collina dell’Arenella, si costruì una comoda casa di campagna per la villegiatura nel mese di ottobre, dal momento che i convittori non andavano in famiglia per le vacanze. Cfr.: M.Errichetti, op.cit.;

9) I Coadiutori Temporali Formati -o fratelli laici- prendono i tre voti pubblici, perpetui e semplici;

10) ...A istanza di nobili napoletani nel 1635 il [Padre] Generale Vitelleschi permise che si introducessero gli esercizi cavallereschi di ballo, scherma e torneo, praticati nel collegio dei nobili di Parma. Cfr.: M.Errichetti, op.cit.;

11) Ignazio Lanza nacque nel 1724 a Capua, nel palazzo Lanza, secondogenito di Biagio seniore e di donna Rachele de’ Liguoro, Nobile del Seggio di Portanova in Napoli. Capitano del Reggimento di fanteria provinciale di Contado del Molise, nel 1744 egli prese parte -al seguito di Carlo di Borbone- alla battaglia di Velletri contro gli imperiali. Sposò donna Maria Santacroce, Nobile di Barletta, risiedendo in Napoli. Ignazio è menzionato dallo storico Monsignor Granata, nella sua Storia civile della fedelissima città di Capua (Napoli, 1756), tra gli Ufficiali che a Velletri mostrarono pel loro Sovrano un sommo coraggio, essendosi ben distinti e segnalati nel valore e nella gloria.


Articolo estratto da "Capys" n. 33 del 2000


Nell’immagine, ritratto di Don Biase Lanza in uniforme da Cavaliere di Malta
Documento inserito il: 23/12/2014
  • TAG: gesuiti, espulsione napoli, collegio dei nobili napoli, borboni, ferdinando IV

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