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L'Occasione [ di Federico Moro ]

Esaminando le vicende veneziane della seconda metà del Settecento, succede di chiedersi se sia possibile rintracciare nel declino, apparentemente inesorabile, della Repubblica uno di quei momenti in cui le fluttuazioni degli eventi diventano così violente da consentire anche ad una forza di per sé limitata d’incidere in modo decisivo sul processo storico: vale a dire una delle cosiddette biforcazioni catastrofiche al margine del caos. Una bestemmia per storicisti e cultori dei lenti movimenti di lungo periodo, ma un aspetto essenziale per chi condivida la teoria della complessità. Forse la più interessante di tali biforcazioni la troviamo nel 1775. In quell’anno, infatti, venne convocata l’ennesima Conferenza per analizzare lo stato della Veneta Marina e suggerire gli opportuni interventi. Ne facevano parte i tre Provveditori all’Armar (Michele Grimani, Stefano Magno e Galeazzo Dondi dell’Orologio) e i Capitani delle Navi Francesco Grimani, Angelo Marcello, Jacopo Nani e Angelo Emo. Soprattutto per l’insistenza di quest’ultimo, la Conferenza produce la Scrittura sul sistemare la marina da guerra in cui eravi il cav. Emo e dettata dal cav. Emo stesso.
Il lungo documento, tra un profluvio di apparenti manifestazioni di deferenza nei confronti dei massimi organismi istituzionali, rappresenta in realtà una spietata denuncia dei mali che affliggono la Marina e una dura requisitoria contro quello che potremmo definire l’approccio patrizio al mondo militare e, tra le righe, politico. Non a caso il primo punto affrontato, nonché il meglio sviscerato, è relativo alla condizione del personale.
Cattivo reclutamento, diffusa ignoranza, assenza di formazione e ridotto addestramento, corruzione, concussione, nepotismo, illegalità, paghe mortificanti: non è tanto l’impietosa critica, comune a tutte le indagini promosse dalle magistrature veneziane del tempo, a sorprendere nella Scrittura, quanto l’indicazione di una precisa linea d’intervento.
Postulata la preminenza della dimensione marittima, e quindi della flotta, nella storia e nel presente di Venezia, Emo e gli altri membri della Conferenza sgombrano subito il campo dagli equivoci: sono gli uomini a formare una marina, organizzazione e materiali vengono dopo. Può sembrare banale eppure nel Settecento veneziano abbondano i suggerimenti di modifiche di carattere giuridico-amministrativo, mentre non si parla quasi mai di selezione e formazione del personale. Materia confinata nel limbo delle intenzioni e della buona volontà dei singoli. Ovvero dati per scontati.
Migliorare, innanzitutto, la base di reclutamento comporta poter contare sull’afflusso regolare di elementi di qualità, grazie all’offerta di migliori condizioni di vita, di prospettive e motivazioni. La Scrittura sottolinea di continuo il legame tra retribuzione e carriera da un lato, formazione e addestramento dall’altro. L’avanzamento del singolo deve venire subordinato alla professionalizzazione, alternando la preparazione al servizio operativo, in un quadro normativo e disciplinare definito. Si tratta, quindi, di ricomporre le regole della Marina, sottraendo il quotidiano e le promozioni all’imperante, arbitrario favore dei comandanti.
Ma c’è un punto fondamentale, quello che pone la Scrittura a una biforcazione al margine del caos. Il documento ribadisce spesso la necessità del ritorno dei patrizi sulle navi. Questi, poi, dovrebbero in un certo senso riconquistarsi il diritto al comando, dimostrando di possedere le indispensabili conoscenze tecniche e, fatto ancora più importante, di essere dotati della giusta caratura morale. Per questo gli organi istituzionali e la politica in generale hanno il compito di spingere i giovani nobili all’imbarco. La motivazione è rilevante: “(…) sta alla sapienza dell’istituzione il coltivare quei beni che la sola natura e l’onore non possono sempre somministrare. Li ritrovano i cittadini in massima parte nel fedele esercizio degli eminenti contemporanei doveri di capi di un gran corpo particolare e membri docili e intelligenti del tutto maggiore che è la flotta; senza parlare però del bisogno che con relazioni frequenti e ragionati giornali offrano saggi non dubbi della loro assiduità patriottica nel presiedere ed amministrare cose sì complicate ed essenziali, economiche, morali, politiche, militari e marine.
Il servizio in Marina, cioè, come palestra dove si forma il nobilhomo, destinato dalla costituzione oligarchica alla vita pubblica, le navi in quanto luogo ideale, per durezza e completezza di situazioni, a forgiarne la personalità, insieme di carattere ed esperienza, ma anche arena dove dimostrare capacità e doti individuali, d’intelligenza e morali. Il tutto vissuto nel quadro di un organismo, la Flotta, elevato ad archetipo della Repubblica, custode dei suoi valori fondanti, depositario delle più radicate tradizioni. Se Venezia è nata dal mare e sul mare ha costruito prosperità e grandezza, se il mare rappresenta presente e futuro della città d’acqua, secondo la Scrittura è fuori discussione che sia a bordo delle navi dove si costruisce il patrizio uomo di governo e si determina, all’interno dello stesso Corpo aristocratico, la prima, fondamentale, selezione. Così è sempre stato e deve tornare a essere se la Serenissima non vuole abiurare ai propri principi ispiratori, negando se stessa. Nobilhomini, insomma si diventa. In mare.
Un’affermazione, si capisce, potenzialmente rivoluzionaria, visto che ben pochi tra i patrizi detentori delle maggiori cariche pubbliche potevano vantare nell’anno 1775 un presentabile stato di servizio navale. La dimensione di attacco e delegittimazione politica si saldò, poi, in modo insidioso, e in particolare proprio per lo stesso Angelo Emo, con quella della polemica personale. Ovvio che, se l’impostazione della Scrittura avesse finito per prevalere, uomini come Emo e il suo congiunto Jacopo Nani si sarebbero trovati proiettati verso traguardi inimmaginabili, sconvolgendo tutti i complessi rituali politici veneziani.
Questo, più di qualunque altra motivazione, spiega la completa indifferenza con cui la Scrittura venne accolta a livello ufficiale e l’oblio in cui le autorità si affrettarono a precipitarla. Può anche darsi che sia rimasta semplicemente vittima della ormai consolidata inerzia governativa in materia di riforme, ma le vicende successive della Repubblica e quelle particolari della vita e misteriosa morte di Angelo Emo, spingono a collocarla nel numero dei contrasti, crescenti, tra esponenti riformatori e organi deputati al mantenimento della sicurezza nazionale: Inquisitori di Stato e Consiglio dei Dieci.
Per noi la Scrittura rappresenta uno di quei momenti in cui le sorti della vita collettiva, la Storia, possono essere messe in discussione. Da parte di Emo, l’aver percepito quale errore fosse per la Repubblica continuare ad ignorare la necessità di una vera e propria “rifondazione” e l’indicazione di quale fosse la via da seguire, costituì il passo iniziale verso una accentuata fluttuazione degli eventi: il successivo sarebbe stato di trarre tutte le conseguenze del documento. Invece la Scrittura venne risucchiata dalle sabbie mobili della gerontocrazia istituzionale veneziana, gli autori dai corridoi e dalle sale d’attesa delle innumerevoli magistrature. E così il 21 giugno 1784, nominato Capitano Straordinario delle Navi, Angelo Emo lascia Venezia diretto a Corfù. Tornerà a casa otto anni dopo, solo per essere sepolto. Muore a Malta, alcuni dicono assassinato: per ordine del Consiglio dei Dieci. Qualcuno, forse, aveva letto meglio di altri la Scrittura, conservandone precisa memoria.


Nell'immagine, ritratto dell'Ammiraglio veneziano Angelo Emo
Documento inserito il: 23/12/2014

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