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>> Storia Moderna> Gli Stati Italiani pre-napoleonici

Il dominio veneziano nel Polesine in età moderna (1519-1797) [ di Enzo Sardellaro ]

Dall’inizio del 1500 il Polesine e il territorio adriese sono soggetti al dominio di Venezia, che ne terrà la giurisdizione sino al 1797, anno dell’arrivo dei Francesi in Italia. E’ questo un periodo di intensa attività, legata soprattutto al controllo delle acque del Po e dell’Adige. “Polesine”, infatti, significa “terra circondata dalle acque”, ed è con esse che la popolazione polesana deve misurarsi per la sopravvivenza di uomini, di abitazioni, di attività lavorative.
E’ però verso la fine del secolo che Venezia ed Adria affrontano insieme, attivamente, il problema posto dal grande fiume Po, per due ordini di ragioni strettamente connesse e interdipendenti tra loro. Da una parte c’è Venezia, che vede il minaccioso e inarrestabile avanzamento del Delta e un’imminente ostruzione delle bocche meridionali della sua laguna a causa degli apporti sedimentari del Po ; dall’altra Adria e tutto il Polesine, minacciati all’interno dall’innalzamento del letto del fiume.
Per tutto il ‘500, in verità, sia Venezia sia Adria avevano dato il via a lavori intensi di arginatura e di recupero di terre per le colture, i cosiddetti “retratti”, ovvero terre sottratte alle acque e messe successivamente a coltivazione, ma il problema non aveva sino ad allora trovato soluzioni soddisfacenti.
La fine del ‘500 è invece segnata da un intenso fervore di studi e ricerche tutti volti a discutere un progetto che avrebbe trovato la sua definitiva applicazione nel famoso “Taglio di Porto Viro”. In questo contesto di ricerca e di testimonianze sempre più allarmate circa il futuro di Venezia, di Adria e del Polesine in generale, si leva la voce di Luigi Groto, il Cieco d’Adria, il quale, in una famosa orazione, che si tramanda ( con qualche voce discorde) avesse tenuto di fronte al Senato Veneto, si pone il problema circa “dove andranno tante acque”. Il Groto vede ormai Adria avviata alla decadenza proprio a causa del progressivo aumento del volume d’acqua dentro e fuori la città. D’inverno, sottolinea il Groto, non v’è possibilità di “seminare; la state (d’estate) non è speranza di raccogliere”. Le acque, prosegue, “riempiono i campi già divenuti laghi e le case divenute cisterne”. “Non nascono i semi già sotterrati, muoiono gli alberi già cresciuti”. Per l’umidità eccessiva, conclude, gli abitanti “contraggono lunghe e perniciose infermità”. E infine, con una nota paesaggistica, osserva che a guardare Adria e Loreo “non vi scorgete altro intorno che ampio mare”.
Una soluzione a un simile stato di cose urge. Di fronte a un tale pericolo Venezia dà quindi vita a un progetto che prevede lo scavo di un canale tra Porto Viro e la sacca di Goro, per far ripiegare più a Sud le acque del Po Grande. Venezia, pertanto, delibera l’opera nel 1599, che viene realizzata in tempi rapidissimi, concludendosi nel settembre del 1604. L’imponenza del progetto, la rapidità dell’esecuzione attestano dell’estremo interesse di Venezia per il territorio polesano, tanto più se si tiene conto che di lì a pochi anni le più facoltose famiglie veneziane avrebbero acquistato nel Polesine terre specialmente demaniali, bisognose di lavori di bonifica, che attirano manodopera la quale a poco a poco diventa sempre più numerosa, e che trova fonti di sostentamento, oltre che nei lavori di bonifica e in agricoltura , anche in altri settori strettamente legati all’ambiente palustre in cui sono inseriti i numerosi paesi e la stessa città di Adria.
Il dominio veneziano sul territorio palesano ebbe però più ombre che luci.
Già la Pace di Bagnolo del 1484, che concludeva l’annoso conflitto tra Ferraresi e Veneziani, consegnava a questi ultimi una terra sconvolta dalla guerra, che aveva comportato, testimone il Bronziero, distruzioni di raccolti e bestiame, violenze sulle cose e sulle persone, incendi di case e ruberie, allagamenti provocati ad arte per ragioni strategico-militari, pestilenze dovute a passaggi di eserciti e alle paludi malsane. Nonostante Adria nel 1438 avesse patito la rovinosa rotta del Castagnaro, che, secondo il Bocchi, “l’aveva ridotta a poche capanne di miseri pescatori”, la conquista della città da parte di Venezia nel 1482 fu tutt’altro che facile. Adria pagò a caro prezzo l’accanita resistenza contro i Veneziani, i quali riuscirono a superare con estrema difficoltà la cinta muraria, ulteriormente fortificata dagli Estensi ( lo stemma di Adria è infatti costituito da tre torri). La città, racconta Marcantonio Sabellico, fu abbandonata al saccheggio, agli incendi e alle stragi, e le cose probabilmente sarebbero potute andare anche peggio se non vi fossero stati gli autorevoli interventi di Cristoforo da Mula, che, narra il Silvestri, “mosso a compassione di veder distrutta una città che aveva dato il nome al Mare Adriatico [comandò] la sospensione d’ogni ostilità”, obbligando l’esercito veneziano, costituito in parte da mercenari slavi e da “stradiotti” greci, avidi di preda che spesso si abbandonavano a stupri, rapine e ruberie, a una maggiore moderazione. Infatti durante l’accanito assedio della città pare si fossero verificati episodi gravissimi di efferata crudeltà, come quello ricordato da F. A. Bocchi, secondo il cui racconto i Veneziani arrivarono al punto da massacrare i “fanciulli perché i padri non volevano arrendersi”. Certo è che l’attacco veneziano su Adria fu durissimo, lasciando la città prostrata. Su una situazione già di per sé estremamente precaria, pesava poi una natura altrettanto inclemente. Gli anni del dominio veneto vedono susseguirsi in tempi ravvicinati inverni rigidissimi, come quello del 1492, che praticamente ghiacciò le paludi, al punto che si ci poteva spostare a piedi, camminando sul ghiaccio, da una località all’altra. Tra l’altro, nello stesso anno 1492, all’inverno rigidissimo seguì anche una pestilenza, registrata dai canonici di Adria. Poi, in rapida sequenza, i terribili inverni del 1503 e del 1561, quando si videro scorrazzare i lupi per la campagna, e quelli del 1677, 1684, 1685, 1709, 1755, 1758, 1779.
Non meno mortifere alcune estati caldissime, che bruciarono i raccolti e resero gli acquitrini ancora più malsani, provocando sulle popolazioni, già di per sé stremate da una povertà degradante e assoluta, malattie esiziali, quali la malaria e la tubercolosi, le malformazioni ossee e gravissime malattie dell’apparato respiratorio, che mietevano vittime a ogni età, ma facendo sentire il loro peso soprattutto sui bambini, provocando quindi tassi altissimi di mortalità infantile. Essa era dovuta a morbi quali, soprattutto, il tifo, il colera il vaiolo. Basti pensare che ancora lungo l’Ottocento la vita media di un popolano di Adria oscillava tra un massimo di 50 a un minimo di 24-25 anni, sempre ammesso che riuscisse a superare le ricorrenti carestie e le conseguenti epidemie. Un adriese che fosse quindi nato nel 1817 e fosse potuto vivere sino al 1885, raggiungendo un’età di appena ( se rapportata a oggi ) 68 anni, avrebbe dovuto sopravvivere a un’epidemia di tifo nel 1817, a una di colera nel 1835 e nel 1849, a due di vaiolo tra il 1841 e il 1870 e a un’altra di colera nel 1885. Senza contare , infine, la peste. Quest’ultima fu avvertita con estrema durezza ad Adria verso il 1630, ed ebbe il suo culmine nel luglio caldissimo del 1631, tanto che il Governo Veneto mise la città in quarantena, impedendo spostamenti via acqua di uomini e di merci. Uomini, cose e paesaggi polesani devono anche misurarsi con un’altra grave incombente calamità, anch’essa presente costantemente, nonostante tanti studi e lavori idraulici portati avanti da Venezia e Adria: le alluvioni. Il dominio veneto coincide infatti con un radicale peggioramento climatico e un aumento notevole anche della piovosità. Le rotte del Po e dell’Adige si fanno sempre più frequenti, oltre venti per il 1500, quasi un trentina per il 1600, e più di trenta per il ‘700. Con un simile dissesto territoriale è evidente che le uniche vie che sottraevano Adria all’isolamento erano quelle d’acqua. I canali della Tomba e del Castello, intersecati da fosse, penetravano fin dentro la città, tagliandola in due; tutt’intorno le valli, e i lavori di bonifica.
Le strade, quelle che esistevano, erano pressoché impraticabili in vari periodi dell’anno. Ci informa il Bocchi che “ Il Polesine da Sud a Nord non poteva essere attraversato da strade in luogo alcuno… [anche se] tronchi di strade trasversali partivano certamente da Adria e s’avviavano per Gavello a vari punti occidentali della penisola”. Le provinciali erano comunque disastrate, fangose, e soprattutto, né Venezia né il governo locale stanziavano alcuna risorsa per la loro sistemazione. Abbandonate a se stesse, provocarono un più marcato isolamento del Polesine e una sostanziale paralisi della vita civile e culturale dei centri polesani, a partire dai minori sino ad arrivare a Rovigo ed Adria. Di tale situazione disastrata delle strade ebbe a far esperienza il 23 settembre del 1751 S.E. il Vescovo Pellegrino Ferri che, dovendo essere presente ad Adria per il Giubileo del 1751, trovò “impraticabili” le strade di S. Apollinare, che avrebbero dovuto essere “curate” dai fratelli Nadale e Francesco Franzosi, riuscendo alla fine ad arrivare “passando di barcha in barcha [sic]”.
In effetti il sistema di governo di Venezia nel Polesine, e in tutto il Veneto, si tradusse in una vera e propria politica di rapina e di spoliazione, che andò a incidere su tutta la popolazione, ma in modo particolare sugli strati popolari, urbani e delle campagne, che ebbero veramente a patire, nel totale disinteresse del patriziato veneziano, della Chiesa, e, da ultimo della nobiltà locale, che, come vedremo tra breve, ebbe pesantissime responsabilità sullo stato di miseria in cui versavano le plebi polesane e adriesi. Con tutto ciò, non si vuole adombrare l’impressione che il Governo Veneto fosse peggiore rispetto a quello di altre regioni, da Nord a Sud. Più o meno, le cose, specie in fatto di fiscalità, erano dappertutto simili. L’appunto però che si può e si deve muovere a Venezia consiste nel fatto che, mentre in altri Stati italiani, specie nel ‘700, come in Lombardia, Toscana e Regno di Napoli, v’era tutto un fervore di studi e discussioni circa il miglior sistema fiscale da adottare, la situazione in Veneto era stagnante, e Venezia era sotto questo profilo arroccata su posizioni di retroguardia. E la cosa era da attribuirsi al fatto che la Dominante aveva, attraverso il suo patriziato di Terraferma, troppi interessi da salvaguardare, per cui manteneva i tributi fondiari su valori estremamente modesti, appunto per non andare a intaccare i profitti della classe patrizia. La questione ha una sua rilevanza, e va analizzata pertanto con una certa attenzione, se si vogliono capire le ragioni di fondo di tanta arretratezza e miseria del popolo minuto polesano sotto la Serenissima, e molte altre cose, quali, per esempio, il “senso” vero e profondo delle epiche bonifiche veneziane.
In via preliminare si osserva che il patriziato veneziano e locale, nonché gli enti ecclesiastici erano possessori di immensi latifondi, ed era nelle loro mani che gravitava tutta la ricchezza dei commerci e delle poche industrie locali, come quella ad esempio della canapa, mentre il popolo si trovava in condizioni di povertà assolutamente degradanti. Il cibo del contadino, per esempio, come quello del proletariato urbano, fatto di una folla di nullatenenti il cui unico impegno quotidiano era quello di far fronte, inutilmente, a una fame congenita, era costituito pressoché esclusivamente di mais, usato per fare la polenta o, miscelato con segala e miglio, per fare un pane scuro, poco nutriente, scarsamente digeribile, e soprattutto, data la monotonia della dieta, apportatore di malattie tipiche del mondo contadino polesano, ovvero la pellagra. Era questa una grave malattia che incideva particolarmente nelle campagne venete e anche lombarde. A dire il vero la medicina del tempo fu oltremodo incerta circa l’individuazione delle cause di un così grave morbo, anche se alcuni medici, incaricati di un’indagine più attenta del fenomeno, ne sospettarono la causa, oltre che nel clima palesano, fittissimo di nebbie, soprattutto nell’alimentazione, essenzialmente a base di mais, nonché nelle precarie condizioni di vita dei contadini, costretti a vivere in capanne umide e malsane. Questo popolo miserabile conduceva infatti una vita tribolata in veri e propri tuguri, i cosiddetti “casoni” costruiti con fango, argilla e canne palustri. I casoni erano privi di pavimento, costituito solo di terreno umido, con alcuni fori in alto per far uscire il fumo; una sola stanza con due o tre pagliericci, e gli animali domestici vivevano promiscuamente con gli uomini in un ambiente saturo di umidità, dove l’aria ristagnava e le malattie incombevano. I casoni o altre case coloniche un po’ più “raffinate”, appartenenti a contadini più benestanti, e perciò dotate di pavimenti e camini in pietra erano dunque tipici della campagna polesana e non solo. Anche ad Adria, che contava all’inizio del ‘500, secondo le stime del Bocchi, circa 2000 abitanti e il doppio verso il 1780, le abitazioni del popolo non erano molto dissimili rispetto a quelle della campagna, tanto è vero che il Bocchi attesta che ancora nel 1817 v’erano ad Adria circa 200 case fatte di canna. Di tale edilizia “povera” non è rimasto più nulla; ha invece superato l’esame del tempo l’ “edilizia di lusso” della nobiltà locale (Palazzo Bocchi) e quella ecclesiastica, quest’ultima rappresentata ad Adria dalla chiesa della Tomba, rifatta nel ‘700, e riconsacrata dal vescovo Speroni nel 1784, nonché dalla Cattedrale Nuova, la cui prima pietra, teste il Bocchi, “fu collocata il 27 ottobre 1776”.
In una situazione sociale comunque caratterizzata dal sottosviluppo, la popolazione si arrangia come può. Il popolo delle valli adriesi si dà a un mestiere antico, quello del cannarolo. Si tratta di un mestiere cui si dedica gran parte della popolazione adriese, poverissima, che trova nella raccolta delle canne e nella manifattura delle stuoie l’unica fonte di guadagno. Il lavoro del cannarolo si fa nel corso dei tempi sempre più difficile, in quanto decisamente osteggiato dai proprietari terrieri, che vedono in esso un attentato contro la proprietà privata. Il conflitto tra patroni e cannaroli è presente ovunque. Ad Adria il Consiglio cittadino si sforza di proteggere il lavoro dei poveri cannaroli dalle pretese dei proprietari, ma con scarso successo. L’attività dei cannaroli scompare tra Ottocento e Novecento, quando si prosciugheranno ulteriormente le valli con tecniche sempre più moderne, e quindi, verrà a mancare la materia prima.
Altra importante attività legata alla presenza abbondante di acque fu, dal ‘600 all’800, quella del mugnaio (munaro), che operava sui mulini natanti lungo i corsi del Po e dell’Adige, nonché dei numerosi canali del Polesine. Anche il lavoro dei mugnai troverà il suo limite e la sua definitiva scomparsa con l’opera intensa di bonifica che disseccherà valli e canali, preludendo alla scomparsa definitiva dei mestieri strettamente legati all’ambiente acquatico e palustre. Di qui la pressoché simultanea scomparsa anche dei munari, i quali, è bene ricordarlo, erano abilissimi non solo nella pesca, strettamente connessa al mestiere, ma praticavano altre attività, specie quella dei fornai o degli ortolani. In linea di massima, come si può facilmente intuire, i mestieri dei popolani adriesi erano tutti legati alla presenza dell’acqua o all’attività agricola strappata ad essa per via di bonifiche. Quindi, in primo luogo v’erano la pesca e tutte le attività ad essa connesse, dalla lavorazione del pesce alla sua esportazione. Fra le coltivazioni, al primo posto il mais, introdotto nel territorio adriese ai primi del ‘600 (1603), e poi il riso e la vite: il vino faceva anzi sempre parte del “salario” del lavoratore della terra. Oltre all’agricoltura, variamente praticato era l’allevamento, soprattutto bovino e ovino, sempre precario per via delle frequenti epidemie e delle inondazioni, che si portavano via, con le misere capanne, decine di migliaia di capi di bestiame, rendendo così insostenibile per le popolazioni rurali polesane l’iniqua tassazione del patriziato veneziano e quello connivente del luogo. Altri mestieri legati all’acqua erano quelli riguardanti la costruzione di barche e barconi, battelli e mulini. A proposito dei mugnai adriesi un antico proverbio diceva: “ A l’astuzia del munaro, non ghè mai nessun riparo” ( Contro l’astuzia del mugnaio non v’è alcun riparo). In effetti, ad Adria, v’erano molti mugnai contro i quali furono intentati processi per alterazioni di farine o per tentativi, spesso riusciti, di aggirare le tasse cui erano sottoposti. L’astuzia del mugnaio nasceva dalla necessità di difendere il proprio reddito dalla politica di rapina non tanto di Venezia, quanto del suo patriziato e della nobiltà locale, che a partire dai primi del ‘500 sottopongono ogni mestiere svolto dalle classi più umili a imposizioni fiscali gravosissime, contribuendo così ad allargare il solco che separa il popolo minuto dalle classi agiate. La tassazione nobiliare era letteralmente vessatoria, e nulla sfuggiva all’occhio acuto dei dazieri: animali, persone, campi, acque, pascoli, vitto, vino, sale. Si applicava il cosiddetto “dazio grande” su mulini, carri, carrette, pollame, farine, animali macellati, mercanzie, pesce, miele, uva, frutta in genere. Era reato passibile di multa o, in caso di mancato pagamento di essa, di due tratti di corda colui che veniva sorpreso a cacciare con reti e cani pernici e quaglie, o chi, per non pagare il dazio, tagliava per i campi senza pagare le bollette previste agli ufficiali preposti lungo la strada. Si pagavano 50 lire di multa se si andava a pesca senza licenza; in caso di mancato pagamento la barca e l’intero carico erano sequestrati dagli ufficiali. Siamo pertanto in grado di affermare, sulla scorta di indagini storiche molto accurate, che quasi l’80% delle entrate dell’erario della Serenissima era costituito dalle imposte indirette, ovvero dai dazi d’importazione, sul transito e consumo di merci, sul monopolio del sale e del tabacco, sulle imposte di macellazione di animali. Si fa notare che i dazieri preposti alla riscossione dipendevano dalla nobiltà locale o veneziana con interessi locali, che era unica proprietaria dei cosiddetti “diritti daziari”. I dazieri erano pertanto potentissimi, abusavano spesso del loro potere per manipolare le tariffe e per arrivare al sequestro delle merci; in questo senso i mercanti erano i più esposti agli abusi.
Tutto il male stava a monte, ovvero nel sistema veneziano di governo della Terraferma. Già nel 1545, a pochi anni dalla conquista del Polesine, il podestà Marc’Antonio Priuli, aveva toccato il punto dolente, asserendo che l’estrema miseria dei contadini era dovuta alle “gravezze”. Ora, con questo termine si indicavano le imposte dirette, che, almeno teoricamente, sarebbero dovute andare a gravare sulla grande proprietà dell’aristocrazia veneziana, locale ed ecclesiastica. Venezia, ogni anno, stabiliva preventivamente quanti ducati doveva ricavare da tutto il Veneto. Alla metà del ‘500 (1542), la Dominante aveva stabilito in centomila ducati l’introito che doveva venirle dalle città venete. Mentre Padova era gravata di oltre 13000 ducati, e attorno ai 10000 pagavano Treviso, Udine, Verona (14000) e Bergamo (8000), Rovigo, Adria e il Polesine dovevano far pervenire nelle casse dello Stato Veneto più di 2200 ducati. Si deve per altro considerare che il ducato d’oro e d’argento veneziano pesavano rispettivamente oltre tre grammi (3,56) e un grammo e 36, possedendo un eccezionale potere d’acquisto. Ricordava Caroselli che un cuoco di una nave mercantile veneziana, nel 1400, poteva acquistare, con un solo ducato dai 12 ai 30 montoni: una mandria. Ma è da considerare anche il fatto notevole che l’estimo sulla terraferma era computato non tanto sull’effettivo valore del terreno quanto sulle cosiddette “denunce”, ovvero dichiarazioni spontanee rese dai contribuenti, che “di norma” erano false. Accadeva che i membri delle famiglie patrizie sia veneziane sia polesane letteralmente si sgravavano del peso tributario verso la Dominante in alcuni semplici modi: evadendo le tasse e “truccando” gli estimi, cosa del resto relativamente praticabile perché in terraferma le operazioni d’estimo erano effettuate dalle singole città, ovvero dai nobili che avevano in mano il potere politico e amministrativo. Gli estimi in terraferma erano eseguiti su tempi lunghissimi: diciamo che, di norma, erano “previsti” ogni dieci anni, ma di fatto si andava oltre il mezzo secolo, in taluni casi gli estimi erano rinnovati dopo settant’anni. Nel frattempo, intere proprietà venivano acquisite ma non erano registrate, per cui i proprietari non pagavano alcuna imposta; quando anche fossero censite, erano spesso sottostimate, per cui l’evasione fiscale era fortissima, divenendo prassi consolidata. Nonostante le accigliate e furibonde “Grida” del Governo Veneto, la Repubblica riusciva, sì e no, a riscuotere solo la metà delle tasse preventivate. Di tale evasione era protagonista assoluta nel Veneto la nobiltà di Terraferma; nel Polesine, sia la nobiltà locale sia quella veneziana, che qui possedeva estesi latifondi. Altra prassi normale era la dilazione “sine die” del pagamento, per cui i nobili proprietari semplicemente rifiutavano di pagare le imposte, sicuri che nessuno li avrebbe molestati, essendo tutti gli esattori, come diceva un arrogante “contribuente” del ‘700, “ loro [della nobiltà] dipendenti”. Risulta a questo punto evidente “come” venivano pagate le imposte a Venezia, ovvero distribuendo gli oneri fiscali sui contadini e sui nullatenenti della città, che tra l’altro per legge dovevano essere esentati. Erano pertanto gravati oltre ogni dire i mercanti, e letteralmente brutalizzati i ceti popolari, che furono iscritti nei ruoli dei contribuenti a forza. Di fatto, il sistema tributario di Venezia non avrebbe dovuto andare a pesare sulla misera plebe, ma a causa dell’inveterata abitudine all’evasione fiscale della nobiltà, tutto il peso era sopportato dal popolo minuto: mercanti, contadini e nullatenenti, sui quali pesava effettivamente la cifra ragguardevole di 2200 ducati; una bella somma, se consideriamo che era pagata da una popolazione che viveva stentatamente su un territorio tra i più dissestati del Veneto, sempre sottoposto a calamità naturali come le alluvioni che si portavano via tutto, specie i raccolti e il bestiame (più di 1200 bovini furono perduti dopo l’alluvione ad Adria nel 1751).
Se poi aggiungiamo il fatto che il mondo contadino aveva pesanti oneri anche verso i padroni locali, spesso ecclesiastici, cui doveva affitti, decime, oneri per il culto, elemosine per le visite pastorali, si può ben capire che le condizioni di sussistenza per le plebi urbane e rurali erano al limite di ogni capacità di sopportazione. Che poi gli ambasciatori veneti facessero notare in Senato che gli animi erano “alterati”, e che si temevano rivolte in città e nel contado era il minimo che ci si poteva aspettare date le circostanze. Di qui la nascita e lo sviluppo un po’ in tutto il Veneto, e anche ad Adria, di varie “Confraternite”, che avevano il duplice scopo di assistenza ai poveri, ma anche di controllo dei ceti popolari sempre sulla soglia della rivolta e della sommossa.
Il fatto è che anche le tanto decantate “bonifiche” veneziane, che pure costituirono in sé un valore indiscutibile, di fatto non comportarono miglioramenti sostanziali del reddito e delle condizioni di vita delle famiglie contadine stanziate nelle terre di nuova bonifica, anzi.
Qui entriamo in una questione di fondamentale importanza, se si vuole intendere, al di là del “mito”, il significato reale e storico delle “mitiche”, appunto, bonifiche veneziane, che furono attivate secondo ottiche spesso divergenti: incremento della produzione agricola da un lato, affarismo più o meno scoperto, e, dall’altro, interessi precipui della Serenissima, intesi più che altro alla salvaguardia delle proprie funzioni portuali minacciate dall’interramento, come ebbe a sottolineare nel 1960 Roberto Cessi, che si faceva interprete acuto delle contraddizioni che generavano le bonifiche, le quali, a volte, sfociavano, come vedremo, in danni sociali ed economici per le popolazioni locali.
In realtà la vocazione di Venezia non era per la Terraferma, ma per il mare. Correva a Venezia un detto, che ben riassume la vocazione politica ed economica della Serenissima: “ Coltivar el mar e lassar star la terra” [ Coltivare il mare e lasciar stare la terra]. Le cose cambiano radicalmente però a partire già dal ‘500: la presenza turca nel Mediterraneo costituì sempre per Venezia una spina nel fianco, nonostante la vittoriosa battaglia di Lepanto del 1572. Fu quella una battaglia che molti ritennero decisiva, e che pertanto fu salutata in tutta Italia e a Venezia con festeggiamenti memorabili, alla esaltazione della quale parteciparono poeti d’ogni parte, e tra essi il Groto. In effetti le cose stavano diversamente: i Turchi erano lì vicino nei Balcani, e gli approvvigionamenti agricoli erano per tale ragione molto incerti; gli Spagnoli erano visti come un pericolo incombente; c’erano gli Austriaci dei quali la Serenissima non si fidava, a ragione, perché di lì a poco essi avrebbero fatto costruire l’imponente fortezza di Palmanova. Insomma, molto pragmaticamente, parte del patriziato veneziano, specie quello delle generazioni più giovani, vede nella Terraferma delle possibilità di investimento lucrose e redditizie. Molto rapidamente gli investimenti si spostano dal commercio all’acquisto di terre, poiché, come avvertivano amaramente i “vecchi” mercanti, ancora legati alla tradizione marinara veneziana, i giovani trovano nell’acquisizione delle terre “ingordi guadagni”, con “rammarichi”, si specificava, “dei poveri”. Attraverso il ‘600, le difficoltà commerciali di Venezia si fecero più acute e le spese per la difesa delle vie di navigazione pesantissime, a causa della guerra di Candia (1645-69) e contro i Turchi, con la conquista e la successiva rapidissima perdita della Morea. L’uscita dalla stagnazione commerciale e dal peso insostenibile delle spese di guerra c’era, e molti patrizi veneti imboccarono la via dell’investimento terriero che prometteva lucrosi affari attraverso due strade: l’evasione fiscale e le bonifiche. Sull’evasione fiscale abbiamo discusso di alcune cose che ben si legano a quanto andremo adesso a dire. Per le bonifiche si fa notare in via preliminare che lo Stato Veneto sostenne l’iniziativa del suo patriziato in Terraferma con uno sforzo economico gigantesco, in quanto era ormai luogo comune a Venezia sostenere che lo Stato doveva rendersi indipendente dai grani esteri.
La conquista di nuove terre all’agricoltura era, in quest’ottica, tutto sommato giustificata, ragionevole e comprensibile. Si deve infatti tener conto di un dato inconfutabile concernente tutta l’agricoltura del periodo preindustriale, ossia che le “rese” agricole per ettaro erano a dir poco miserrime se confrontate con quelle attuali. Se infatti oggi si possono ottenere 50 o 70 quintali di grano per ettaro, nella realtà agricola polesana di epoca preindustriale, fatta di “novali”, ossia terre appena bonificate e con rese estremamente basse, la cosa era molto diversa. Anche nei campi condotti al meglio, la resa “massima”, secondo le stime del prof. G. Borelli, variava da un minimo di un quintale, circa, per ettaro, a un massimo di tre quintali. La cosa, pertanto, creava una situazione di estrema precarietà sia sotto il profilo alimentare, perché le carestie e le conseguenti epidemie erano sempre alle porte, sia di ordine pubblico, in quanto le popolazioni affamate scoppiavano in violente rivolte che erano poi sedate con sistemi cruenti, con conseguente perdita di vite umane tra i contadini e con ulteriori difficoltà per l’agricoltura, privata di preziose energie, le uniche, sole e vere “energie”, accanto a quelle animali, soprattutto buoi, su cui tale settore poteva contare in età preindustriale.
Il Governo Veneto s’impegnò pertanto a fondo e, secondo le stime di Ventura, soltanto le bonifiche effettuate nel ‘500 costarono all’erario circa un milione e mezzo di ducati, senza mai riuscire, tra l’altro, ad ammortizzare la spesa poiché, come abbiamo visto, l’evasione fiscale era capillare su tutta la Terraferma. Per il patriziato veneto la bonifica invece si rivelò un affare senza precedenti, e risultano oltremodo evidenti i profitti di un proprietario di terreno paludoso: un campo da bonificare era comprato alla metà del ‘500 per un massimo di 5-6 ducati, e dopo 50 anni, messo a coltura e ben lavorato, ne valeva almeno 120-130. L’estimo poi era favorevole ai proprietari di terraferma ed era eseguito, mediamente, ogni 50-60 anni. Il che significa che i proprietari terrieri pagavano tasse assolutamente irrisorie per terreni che già da molti anni bonificati e resi fertili risultavano invece, a causa di estimi condotti ogni mezzo secolo e più, anche 62-63 anni in certe zone, come terreni “vallivi”. Ora, la tassa (campatico) richiesta dal Governo Veneto ai proprietari per i terreni vallivi, termine con cui si designavano i terreni paludosi, era, a partire dal 1617, di appena dieci soldi (mezza lira). Ovvio che il proprietario continuava a pagare mezza lira sino al successivo estimo, che non arrivava mai. Il Governo Veneto chiedeva un contributo ai proprietari dei terreni che dovevano essere bonificati. Tale contributo era di un solo ducato se il campo non era, come si diceva, “piantato e vitato”, e di due ducati se possedeva tali requisiti. Il pur modesto contributo di un massimo di due ducati, molto spesso, non era corrisposto all’erario. Il Governo Veneto faceva lo stesso la bonifica, e non si può negare che lo sforzo veneziano nel Polesine fosse stato men che poderoso, accanto a quello nel padovano: tra il 1550 e il 1610 furono sottratti alla palude e messi a coltura circa 200.000 campi ( un campo padovano corrispondeva a circa mq. 3862). In caso comunque di non corresponsione del “contributo”, la “vendetta” della Serenissima era estremamente blanda, limitandosi essa a confiscare la metà dei campi il cui contributo era stato a suo tempo fissato in due ducati e confiscando un quarto di quelli a un ducato. Poi i campi confiscati erano messi all’asta a Rialto a prezzi stracciati e con una nuova esenzione decennale.
Attraverso simili comportamenti, assolutamente favorevoli alla proprietà proveniente dalle bonifiche, si erano costituiti in Polesine dei veri e propri “imperi”: basti pensare al Feudo dei Labia che, con l’acquisizione della Frattesina, possedevano una proprietà che oscillava intorno ai 1500 campi, ove erano incluse 15 possessioni, un paio di mulini e, infine, si erano stipulati quasi ottanta contratti di affitto a livello. Le bonifiche, comunque, non avevano di fatto comportato miglioramenti nella vita quotidiana dei contadini. Date le rese, come abbiamo visto, molto basse, e i patti colonici favorevoli alla proprietà, il mondo contadino palesano era costantemente sul baratro della fame, ed essendo denutrito e al tempo stesso sottoposto a un lavoro durissimo, esso semplicemente “collassava” di fronte a fenomeni come le inondazioni, che lo gettavano sul lastrico (perdita delle case, degli attrezzi, del bestiame). Per di più, tragedia si sommava a tragedia, nel senso che il patriziato richiedeva egualmente, pur di fronte al disastro, il pagamento degli affitti, pignorando, in caso, appunto, di mancato pagamento, strumenti di lavoro, buoi e attrezzi e, persino, i letti. In questo senso la Serenissima si rendeva conto dell’immane ingiustizia perpetrata dalla nobiltà, proibendo, spesso con scarso successo, che venissero sequestrati a mo’ d’indennizzo persino i letti, sui quali i contadini “quiescunt a laboribus suis”[ riposano, dopo le dure fatiche]. Oppure, più semplicemente, il contadino soccombeva alle epidemie, creando spaventosi vuoti demografici poi difficilmente colmabili. In questo senso, diminuivano i matrimoni tra le classi rurali, a causa della “miseria universale” e della “tenuità dei raccolti”, come recitavano eloquentemente i documenti del tempo. Se infatti si analizza, sulla scorta dei “Prospetti” stilati dal Bocchi dal 1540 al 1858, l’andamento demografico adriese e del contado tra ‘6 e ‘700, a me pare che l’incidenza della peste del 1630-’31 e le numerosissime devastanti inondazioni fossero state foriere di una “rimonta” demografica estremamente lenta. Mentre per il ‘500 il dato delle “anime” tra Adria Cattedrale e Adria Tomba è stabile (2000 abitanti), due secoli dopo l’incremento sembra risicato: a fronte, in città, di 2000 abitanti registrati nel 1540, più di due secoli dopo, nel 1770, si registra appena un incremento di 2200 abitanti: Adria Cattedrale 2866, Adria Tomba 1444. Stessa cosa nel contado: l’incremento demografico registrato nel 1770 fra Bottrighe e Corbola rispetto al 1540 (800) è di sole 850 persone circa, poniamo pure 1000, poiché manca il dato del 1540 per Bottrighe. I dati testé offerti potrebbero sembrare in contraddizione con quelli, molto più ottimistici, forniti da D. Beltrami, che registra in tutto il Polesine 28000 abitanti per il 1548 e 63000 per il 1790. Quella del Beltrami è però una stima complessiva. Scendendo nel dettaglio, il fenomeno assume un diverso aspetto. Anche in zone molto vicine ad Adria il dato sembrerebbe ottimistico: Ariano, per esempio, passa da 1550 abitanti (1540) a 6386 nel 1770; così Papozze va dai 700 abitanti (1540) ai 2567 (1770). Per Adria e alcune zone limitrofe si deve però considerare che il territorio, verso la metà del ‘700, fu “vessato”, per usare le parole di un canonico della Cattedrale, G. L. Guarnieri, da una serie di “disgrazie massime”. La rotta del Canale Castagnaro del 27 maggio 1746, quella del 7 luglio 1747 presso Bellombra, cui seguì un’ epidemia di bovini, che fece morire, nella sola Adria, 1200 capi. Seguirono poi le rotte di Ca’ Emo (1748) e dell’Adige (1748), che nel giro di pochi giorni sommersero Fasana e Baricetta, distruggendo i “retratti”, ovvero i terreni bonificati di San Pietro e San Paolo; poi furono inondati la Bortolina, Santa Maria “colli beni Nobili Bocchi, Ronconi e Labia”. Secondo le stime proposte da Fiorenzo Rossi, che si basa sui dati forniti da F. A. Bocchi, l’andamento demografico di Adria sarebbe stato il seguente:
Anni Abitanti
1371 – 2000
1436 – 2000
1499 – 2000
1540 – 1800
1594 – 1000
1606 – 2500
1627 – 3000
1766 – 5664
1770 – 4300
1792 – 6000
1795 – 9501
Come si può notare, la popolazione di Adria appare stabile, ma tendente decisamente al basso fino al 1540. La cosa è facilmente comprensibile considerando che tra il 1502 e il 1540 si contano sei rotte ( 1502-1515-1516-1619-1523-1533). Si ha quindi una flessione verso la fine del ‘500, probabilmente per il susseguirsi devastante di una serie ininterrotta di ben 12 inondazioni:
1542-1564-1566- 1569-1574--1584-1585-1587-1589- 1591-1596-1597. Tra il 1627 e il 1766, in 139 anni, l’aumento è modesto, intorno alle 2500 unità, perché in mezzo vi furono la peste del 1630-’31 e alcuni eventi catastrofici verso la metà del ‘700, come vedremo fra breve. Una diminuzione si registra ancora tra il 1766 e il 1770. E infatti il 1770 è un anno che vede in tutta Italia una recrudescenza del morbo, che nel Polesine, a lume di logica, non poteva non farsi sentire, soprattutto per i contatti commerciali con Venezia, estremamente esposta a causa dei continui rapporti d’affari con tutta la penisola. A ciò si devono aggiungere poi le epidemie di vaiolo, tifo e colera cui il Polesine era soggetto per il particolare clima. Infatti “calure e siccità grandi”, nonché “carestia e freddo straordinario” erano ritenute dai contemporanei i fattori predisponesti per tali malattie. Tornando alle ondate di peste, se ne seguiamo le fluttuazioni tra Sei e Settecento, intuiamo anche le ragioni della stabilità verso il basso di Adria e Polesine. La peste dunque si ripresentò con questa scansione: 1630 (in forma molto grave), 1637 (in forma molto grave), 1643, 1650, 1656, 1657, 1673 (pericolosa per Venezia in quanto il morbo si sviluppò a Corfù, Zante e Cefalonia), 1682, 1691, 1713, 1714, 1732, 1743, 1744 (peste a Messina) 1770, 1784 (Dalmazia e Albania), 1787 (Dalmazia) “Sospetti” di contagio si nutrirono inoltre nel 1753 e nel 1755.
Un aumento consistente di popolazione si registra solo verso la fine del ‘700, in concomitanza con un periodo di stasi delle epidemie, che ripresero nel 1801, e tale dato s’inserisce bene nella stima ottimistica di Beltrami.
Il benemerito Canonico di Adria, G. L. Guarnieri, “en passant”, scrive che ad Adria, il 16 settembre del 1751, un sacco di “formenton” (mais) valeva ben Lire 21: una cifra spropositata pur tenendo conto dei tempi duri che si vivevano ( passaggi di truppe straniere per le guerre di Successione polacca e austriaca ); una cifra che ci dice, implicitamente, che il proletariato cittadino e i contadini non potevano accedere a simile alimento, il che ovviamente comportava che la dieta del popolo era del tutto insufficiente a far fronte alle malattie. In tempi normali, un sacco di “formenton” si aggirava intorno alle 10-13 Lire, con una punta massima verso le 20 Lire (1744). Sospettare una crisi demografica più consistente ad Adria rispetto ad altre zone è quindi ragionevole. Se confrontiamo i prezzi dei generi alimentari in Polesine alla fine del ‘600 (1699), possiamo renderci conto perfettamente dell’enormità di 21 Lire a sacco per il “formenton”:
Frumento: 1 staio Lire 4
Segala : 1 staio Lire 3
Miglio : 1 staio Lire 2
Orzo : 1 staio Lire 2
Legumi : 1 staio Lire 3
Capponi : un paio L. 2
Galline : un paio L. 1, 10
Piccioni: un paio L. 0,18
Un prosciutto stagionato: L. 4
Anguille e ogni altra specie di pesce, una libbra: L. 0,9
Una spalla do porco: L. 3
Nel 1751, in pratica, a 51 anni dai prezzi del 1699, un sacco di mais costava quasi come la metà di un affitto di una casa o di una bottega, che era, nel 1699, di 48 Lire, oppure come un carro di fieno, che si pagava a 18 Lire. E’ evidente che mais e frumento sono consumati dai più abbienti, mentre contadini e proletari scarseggiano di quelle che venivano definite “munizioni da bocca”, specie di grano e cereali, alimenti che potevano aiutare meglio l’organismo a superare le epidemie.
Fiorenzo Rossi, che ha compiuto accurati studi sulla mortalità ad Adria fra ‘5 e ‘600, sembra non dare particolare importanza alla questione dell’alimentazione, anche dopo rotte rovinose, in quanto fa notare come, intorno al 1580, v’era intorno ad Adria una “… straordinaria quantità d’ uccelli palustri nelle valli estesissime; e siccome gran parte di cittadini di Adria… viveva di pesce e caccia, pròvasi anche da ciò il danno molto minore che recavano le rotte d’allora…”. F. Rossi però non sembra tener conto di un paio di importantissimi fattori; ovvero, da un lato, del dato certo che verso il Seicento e oltre le paludi cominciano ad arretrare, e, con esse, le canne e gli “uccelli palustri”, che davano rispettivamente lavoro e sostentamento ai “cannaroli”. Dall’altro il fatto notevole che i proprietari non permettevano più la libera circolazione degli uomini nelle loro proprietà, e di conseguenza le stesse possibilità di alimentarsi scarseggiavano per molti popolani. Infatti, a partire dal 1647 Venezia dà il via alla vendita massiccia dei beni comunali, su cui aveva dominio e che erano stati dati in concessione e in uso alle comunità della Terraferma. Secondo le stime di Beltrami furono venduti nel Veneto tra il 1646 e il 1727, ben 89.088 ettari, dei quali il 39% venne acquistato dai patrizi veneziani e il 3,4 % dal patriziato di Terraferma. Per le bonifiche palesane, in una nota del 1601, vengono indicate, in moggia, la quantità di terre bonificate con il concorso di privati, tutti o quasi appartenenti alla nobiltà locale : Pontecchio 1117, Selva 1200, Gavello 800, Dragonzo 200 [Adria], Cuorcrevà 200, Crespino 222, Villa nova 192, Canalnovo 104. Papozze 254, Corbola 450. Per un totale di 4799 moggia. Ciò era il risultato di numerosi “Consorzi” di comunità, unitesi per dar vita alla bonifica polesana: quello “di destra del Canalbianco” comprendeva Pontecchio, Selva Veneta, Selva ferrarese, Gavello, Dragonzo, Bellombra, con Panarella, Bosco del Monaco, Crespino, Acque dolci di Donada, Acque dolci di Contarina. Il Consorzio “di sinistra del Canalbianco”, comprendeva Santa Giustina, Bresega, Campagna Vecchia inferiore, Campagna Vecchia superiore, Borsea, Stellà e S. Apollinare, i SS. Pietro e Paolo, Valli d’Adria e Amolara, Baricetta, Valleselle, Vallona, Valdentro, Vespara e Presciane, Tartaro Osellin, Dossi Vallieri. Abbiamo anche le cifre che ogni comunità elargì per i lavori, in una nota del 24 settembre 1601: Pontecchio pagò Lire 127, Selva L.174, Cuorcrevà L. 20, Corbola e Bellombra L. 45, Crespino L. 22 (24), Canalnovo L. 10, Papozze L. 25.
I contadini stanziali inoltre dovevano confrontarsi, già lo abbiamo sottolineato, con patti agrari gravosissimi, tra i quali, “in primis” le prestazioni personali nell’opera durissima della bonifica dei terreni, e tutti favorevoli al patriziato veneto. Né le colture erano poi del tutto sicure, anche a prescindere dalle frequenti inondazioni. Infatti, i patrizi veneziani, locali e la stessa Chiesa godevano anche in Polesine di particolari diritti come il cosiddetto pensionatico, che permetteva alle greggi anche non stanziali nel Polesine, ma provenienti dalle zone montane, di pascolare, nonostante le proteste vibrate di Adria, numerosissimi ovini ( oltre 22000 nel 1776) con grave danno delle colture agricole. Tale diritto del patriziato, valevole per tutto il Veneto, durò fino alla caduta di Venezia, a riprova della tenace difesa da parte del Senato Veneto di privilegi spesso dannosi per l’agricoltura, ma pur tuttavia mai messi in discussione per favorire la propria nobiltà terriera, quella locale della terraferma e, infine, la Chiesa stessa. Le stesse bonifiche avevano alla fine creato anche un ulteriore impoverimento, se mai ce ne fosse stato bisogno, di moltissimi “cannaroli”, facendo a poco a poco sparire dalle valli adriesi, un tempo lussureggianti e ricchissime di canne palustri, le uniche fonti di guadagno per uno degli strati più miserabili della popolazione, i “cannaroli” appunto, che dall’ uso civico del “tagliar canne” trovavano in parte sollievo alla miseria e a una fame atavica. Venezia, quindi, con una legislazione farraginosa ( l’unico tentativo, fallito, di unificare la legislazione in tutti i territori soggetti alla Dominante fu tentato dal Doge Gritti), aveva dato sì ampia autonomia ai territori soggetti, ma al tempo stesso aveva creato le condizioni perché la nobiltà della terraferma approfittasse della propria posizione per scaricare il peso fiscale sulle popolazioni locali, fomentando rivolte, accentuando e allargando a dismisura i disagi, già di per sé pesantissimi, cui erano sottoposti i poveri.
Quando nel 1797 la Serenissima Repubblica cadde, abbandonando il Polesine ai Francesi, questi si trovarono di fronte a una terra che solo eufemisticamente si può definire desolata e dove tutto era precario: infrastrutture viarie dissestate per l’incuria dei governanti, una popolazione completamente sfruttata e abbandonata a se stessa, disoccupata la maggior parte dell’anno, analfabeta e provata da malattie legate alla malnutrizione e all’ambiente malsano, e un territorio, per finire, ancora molto, ma molto lontano da un minimo di sicurezza idraulica.

Note
Per i temi trattati nella presente ricerca, si rimanda alla seguente bibliografia:
Per una conoscenza generale degli eventi riguardanti il taglio di Porto Viro, cfr. AA.VV., Padus, La lunga storia del Delta, Piazzola sul Brenta (PD), 1990, pp. 101 sgg.

Per l’ordinamento amministrativo di Adria, cfr. C. Tognon, Adria, in Bonfiglio-Dosio-Covizzi-Toso, L’amministrazione del territorio sotto la Repubblica di Venezia. Gli archivi delle comunità e dei rettori, Fiesso Umbertiano, 2001, vol. 2, pp. 83-110.

Per le date sugli inverni nel Polesine, cfr. L. Caniato, Rovigo, una città inconclusa, Canova, Treviso, 1975, pp. 13-14.

Per le notizie sulla popolazione adriese, le abitazioni, la Cattedrale, cfr. F.A. Bocchi, Il Polesine di Rovigo, ristampa anastatica dell’ediz. Di Milano del 1861, Forni, Sala Bolognese, 1975, pp. 85, 83, 225.

Per i dati sui beni comunali cfr.D.Beltrami, Forze di Lavoro e proprietà fondiaria elle campagne venete dei secoli XVII e XVIII, 1961, p. 69.

Per gli anni della peste, cfr. A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Italia, Bologna, 1876, pp. 91-92 dell’indice.

Per le rotte, cfr. C. Silvestri, Istorica e geografica descrizione delle Paludi Adriane. Manoscritto dell’Accademia dei Concordi, Riassunto del Tomo II, Lib. III.

Per le strade, F. A. Bocchi, Trattato geografico economico comparativo per servire alla storia dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo, Adria, Guarnieri, 1879, p. 115.

Per le stime sulla popolazione adriese, F. Rossi, Storia della popolazione di Adria dal XVI al XIX secolo, estratto da Genius, vol. XXVI, nn. 1-2, 1970, pp. 75-167, in particolare le pp. 82-83.

Per gli eventi bellici di Adria contro Venezia, cfr. ancora C. Silvestri, Istorica Descrizione…, ediz. A stampa del 1756, p. 136.
Per i dati sulle bonifiche del 1601, cfr. M.F. Turrini, Il Consorzio di scolo e bonifica di Pontecchio, Due Selve ed aggregati, Rovigo, Ist. D’arti grafiche, 1941, pp. 83, 108, 110.

Per le rese in agricoltura nel Veneto, cfr. G. Borelli, Del far bonifiche nella Repubblica veneta, in Economia e Storia, 3, 1982, pp. 409-412.

Per gli estimi sulla Terraferma, cfr. ancora G. Borelli, Il problema degli estimi, in Economia e Storia, n.1, 1980, pp. 127-130.

Per i mugnai e i cannaroli adriesi, cfr. il saggio di A. Lodo, Testimonianze e considerazioni su mestieri delle acque, in Uomini, terre e acque, Minelliana, Rovigo, 1990, pp. 315-346.

Per le informazioni desunte dal canonico G. L. Guarnieri, cfr. Annali di Adria di G.L. Guarnieri…, in I quaderni del “Bocchi-Badini”, Adria, n. 4, 2001, pp. 83, 96, 102.

Per l’evasione fiscale e le bonifiche, cfr. G. Gullino, I patrizi veneziani di fronte alla proprietà feudale (secoli XVI-XVIII), in Quaderni Storici, n. 43, 1980, pp. 162-193. Per le proprietà dei Labia in Polesine, p.187, nota 15.

Per l’affarismo del patriziato veneziano, cfr. W. J. Bouwsma, Venezia e la difesa della libertà repubblicana, Bologna, Il Mulino, 1977, in particolare le pp. 92-95.

Per i calcoli sulla tassazione veneziana della Terraferma, cfr. A. Ventura, La nobiltà al governo del Comune e l’opposizione dei popolari, in Potere e società negli stati regionali italiani del ‘500 e ‘600, a c. di E. Fasano Guarini, Bologna, Il Mulino, 1978, p. 174, nota 2.

Per il valore dell’antico ducato veneziano, cfr. M.R. Caroselli, Uomini e ricchezza per il trionfo di Venezia sul mare, in Economia e Storia, n. 4, 1983, p. 471, n. 69.

Per ulteriori notizie demografiche, economiche e culturali, cfr. i saggi contenuti in AA. VV. F.A. Bocchi e il suo tempo, 1821-1888, a cura di A. Lodo, Rovigo, Minelliana, 1993. In particolare, sul pensionatico, cfr. M. Costantini, Proprietà fondiaria e pensionatico…, pp. 233-242. Per la popolazione ad Adria nell’800, cfr. F. Rossi, La popolazione di Adria e del Polesine nell’Ottocento, in particolare le pp. 221-222. I “Prospetti” del Bocchi si leggono alle pp. 230-231.

Per il cenno alla pestilenza ad Adria nel 1492, cfr. B. Rigobello, F. A. Bocchi e la formazione dell’Archivio Antico di Adria, p. 170.

Per il Groto, oltre alle notizie fornite da F. A. Bocchi ne Il Polesine di Rovigo, op. cit., pp. 206-210, cfr. anche L. Puppi, Breve storia del Teatro Olimpico di Vicenza, Vicenza, Neri Pozza, p.27 e il catalogo approntato a cura di A. Ceccotto-A. Turri, I volti del Groto, Adria, s.d., in cui è contenuto parte dell’articolo di A. Romagnolo sul ritratto del Tintoretto, p.14. A p. 15 si legge una lettera del Groto al Tintoretto, del 27 luglio 1582. Per l’orazione in Senato del Groto, cfr. M. Zambon, Crisi dell’assetto territoriale deltizio alla fine del ‘500, in Uomini terra e acque, op. cit., pp. 81-82. Per il Groto fonte di Shakespeare, cfr. G. Baldini, Manualetto Shakespeariano, Torino, Einaudi, 1964, pp.209-210. Sulla poesia del Groto, cfr. il saggio di F. Ersparmer, Luigi Groto rimatore, in Luigi Groto e il suo tempo, Rovigo, Minelliana, 1987, vol. I. Per la formazione del Museo Archeologico, cfr.L. Sanesi Mastrocinque, Il Museo Archeologico Nazionale di Adria e la collezione Bocchi, in F.A. Bocchi e il suo tempo, op. cit., pp. 113-122 e U. Dallemulle, Visitatori illustri del Museo Bocchi fra Settecento e Ottocento, ivi, pp. 123-161. Per gli studi del Fiocco, cfr. L’Arte ferrarese nel Polesine, in Cronache d’arte, 1925, pp. 121-126 dell’estratto e l’articolo successivo, sempre in Cronache d’arte, 1925, fasc. III, pp.1-4. Per la“Madonna” del Bastianino, Cfr. C. Semenzato, Guida di Rovigo, Vicenza, Neri Pozza, 1966, p.129


Nell'immagine, lo stemma della città di Adria, con le tre torri, che simboleggiano le potenti fortificazioni che circondavano la città prima della conquista veneziana.
Documento inserito il: 23/12/2014
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