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>> Storia Moderna> Gli Stati Italiani pre-napoleonici

Il peso dei numeri [ di Federico Moro ]

Per usare le parole di C.M. Cipolla, all’inizio del Settecento, l’Italia da “paese sviluppato e prevalentemente importatore di materie prime ed esportatore di manufatti e servizi è divenuto un paese sottosviluppato, prevalentemente importatore di manufatti e servizi ed esportatore di materie prime.” La considerazione riguarda l’intera penisola, ma vale in modo specifico per la Repubblica di Venezia.
L’arretramento da una posizione di superiorità a una d’inferiorità tecnologica non risparmia nessun settore. Particolarmente significativo il tracollo del commercio, capace di travolgere l’intero comparto dei servizi a esso connessi: trasporti, marittimi soprattutto, banca e finanza. Anche le manifatture perdono colpi, ma in modo meno evidente e rovinoso. Molte, addirittura, riescono a conservare una sorta di specializzazione di nicchia, in grado di mantenerne la vitalità attraverso anni di cupa depressione.
Del resto la ricchezza e il dinamismo anche politico degli Stati italiani, dal periodo comunale alla Rinascenza, non era certo conseguenza di preponderanza produttiva. Ciò che aveva reso grandi, e spesso indispensabili, i mercanti della penisola era il possesso di sofisticate tecniche commerciali. Invenzioni come la cambiale tratta, la compensazione di debiti e crediti in occasione delle grandi fiere, la capacità di spostare merci e flussi finanziari dove richiesto dai mercati. E ovviamente la disponibilità di mezzi di trasporto. In particolar modo navi. Veneziani e genovesi s’erano potuti affrontare ai quattro angoli del Mediterraneo finché nessun altro era stato in grado di schierare flotte almeno comparabili. Quando questo accadde, la crisi navale e quella economica, causa ed effetto connessi in modo da rendere impossibile determinarne la consequenzialità, esplose. Le risorse necessarie a fronteggiare una dimensione nuova dei problemi politici diventarono insufficienti.
Le pestilenze che si accanirono sull’Italia nella prima metà del Seicento ne ridussero la popolazione di circa il 30%. A partire dalla seconda metà del secolo, però, si assiste al fenomeno inverso dell’ininterrotta crescita: la micidiale tenaglia del decadimento economico e del sovrapopolamento comincia l’opera distruttiva che porterà alle gigantesche ondate migratorie esauritesi, nelle provincie venete, solo verso la fine degli anni cinquanta del Novecento. La maggiore conseguenza è la perdita di peso, numerico ed economico, delle borghesie cittadine. Cioè della spina dorsale delle società della penisola. La migliore impermeabilità alle pestilenze e la sostanziale autosufficienza rinforzano ulteriormente le campagne rispetto ai centri urbani. Il progressivo liberarsi di capitali, non più impegnati in rischiose attività mercantili e/o finanziarie, produce un robusto flusso in direzione della proprietà fondiaria. Il denaro va in campagna alla ricerca di un impiego sicuro, poco impegnativo, capace di dare lustro e prestigio attraverso il semplice possesso. La spirale della decadenza cittadina s’avvita, i ceti borghesi perdono ancora d’importanza, il ricambio sociale rallenta, nobiltà e alto clero si rafforzano, impongono istituzioni particolari e privilegi, libri d’oro e d’argento.
A Venezia, repubblica cittadina fondata sui traffici mercantili, successivi sviluppi politici hanno inventato una nuova aristocrazia del sangue, riducendo la possibilità di ascesa sociale per mezzo del successo economico. A metà del Settecento, gli individui sono ormai inquadrati in gruppi i cui limiti possono essere valicati solo in presenza di congiunture eccezionali. Nobili e cittadini originari appartengono a entità separate che godono, in regime di monopolio, delle carriere pubbliche e amministrative. Gli altri restano alle finestra.
La crisi economica, del resto, spinge i privilegiati ad aggrapparsi all’opportunità di uno stipendio erogato dallo Stato. Non è più soltanto una ragione di prestigio o distinzione sociale, è diventato un modo per sbarcare il lunario: la grande aristocrazia concentra nelle sue mani le leve della ricchezza, maggiorascato e fidecommesso la vincolano ad alcuni membri della famiglia, i capitali sono inchiodati alla terra, alla proprietà immobiliare, ai “luoghi del monte” del debito pubblico, che assicurano facili rendite esenti da rischio d’impresa, la circolazione monetaria diventa asfittica, lo spirito d’intrapresa cade. Il celebre discorso del senatore Andrea Tron lo denuncia apertamente.
Alla metà del secolo XVIII°, la Serenissima ha completato la sua trasformazione. Non più repubblica marinara, ha cessato persino di rappresentare un significativo luogo di mercato. A Rialto non si scambiano merci reali, trasportate da navi con capitani e marinai veneti, e non si concludono nemmeno transazioni finanziare: assicurazioni, prestiti, borse valori hanno trovato nuove piazze, Londra e Amsterdam soprattutto, attraenti per volume d’affari, quadro normativo, flessibilità operativa. Sarebbe giunto il momento per Venezia di operare una svolta radicale.
Invece, il sistema doganale viene riorganizzato e reso omogeneo solo nel 1794. Sino a questa data, la Serenissima risulta segmentata in una congerie di entità distinte, unite alla Dominante in epoche e con impianti normativi diversi. Un mondo frantumato, a dimensione di città-stato, in cui uomini e merci si muovono, quando ci riescono, con difficoltà. L’ironia insita nel tardivo provvedimento riassume emblematicamente l’atteggiamento della classe dirigente veneziana. I patrizi di metà del Settecento, anche quando sanno e non sempre accade, ascoltano poco e ancora meno decidono; il mondo dei padri è scomparso, inghiottito dalla Storia, ma loro si ostinano a pensare possano bastare ritocchi superficiali. Eppure i traffici sono crollati, i mercati tradizionali sono diventati impraticabili, le tecniche e le dimensioni degli affari sono mutate, rendendo obsolete quelle conosciute.
“A Venezia arrivano solo una ventina di vascelli francesi e la maggior parte sono vascelli a nolo. Si trasporta a Venezia un po’ di zucchero dalle isole e se ne porta via un po’ di frumento. Questo è tutto il commercio che vi si fa.” Certo le cose non stavano proprio nei termini descritti da Montesquieu, però ammettiamolo: la decadenza impressiona. L’evidenza s’impone con la forza delle cifre e il bravo corpo patrizio reagisce secondo i soliti schemi. Nel 1703 erano stati insediati Cinque Savi al Commercio e le tariffe doganali del Porto di Venezia vennero tagliate: dal 4 all’1% per merce in entrata, addirittura dal 9 allo 0,5% in uscita. Si era affrontato il problema rappresentato dai bassi fondali lagunari. Estesi lavori di dragaggio e scavo furono condotti alla bocca di porto di Malamocco per consentire il transito a navi di tonnellaggio sempre crescente. Nel 1725 si tagliò il canale di Poveglia, mentre tra il 1774 e il 1782 s’intervenne sulle difese a mare, realizzando i murazzi davanti a Pellestrina e Sottomarina. Romanin mette in risalto l’enormità dello sforzo, ma non nasconde la realtà: interventi episodici, slegati tra loro, non inseriti in alcun quadro organico.
Al ceto dirigente veneziano manca la visione d’insieme dei problemi e, quindi, la capacità di elaborare una politica coerente, forse addirittura una politica qualsiasi. Così si partoriscono autentiche mostruosità. Jonard ci ricorda come nel 1764 l’esportazione dei cereali venga prima permessa e poi di nuovo proibita. La struttura del governo e dell’amministrazione, articolata su una pletora di consigli, comitati, commissioni permanenti e provvisorie, tutti numeri anche questi e con un “peso” enorme, con competenze incrociate genera confusione, debolezza, incertezza diffusa. Rappresentano il dramma di una classe, l’aristocrazia al potere, incapace d’intraprendere, nel suo stesso interesse e al fine della sua mera sopravvivenza, strade nuove.
Come spesso accade, però, i numeri si possono leggere anche sotto una prospettiva diversa e si vedrà in seguito che la decadenza della Repubblica non è affatto un destino inesorabile.
Documento inserito il: 23/12/2014
  • TAG: repubblica venezia, tracollo commerciale, crisi manufatturiera, pestilenze, riduzione traffici marittimi
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