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Madame de Genlis: botanica, letteratura, musica e controrivoluzione in Francia tra Sette e Ottocento

di Davide Arecco


Vita mondana tardo-settecentesca, Impero e Restaurazione post-napoleonica

Negli ultimi anni soprattutto, è stata riscoperta, da vari saggi e iniziative editoriali, la figura di Stéphanie Félicité du Crest, Contessa di Genlis (1746-1830), scrittrice e musicista della Francia di antico regime. Nata in una famiglia della antica nobiltà di spada, originaria della Borgogna, figlia del Capitano e Marchese di Saint-Aubin, cresciuta tra Lione e Parigi, in gioventù Stéphanie ebbe, in qualità di precettrice, la compositrice Hélène-Louise Demars, più tardi al servizio della Principessa di Condé e del Marchese d’Argenson. Perso il padre, nel luglio del 1763, Stéphanie conobbe il bel mondo, entrando nei salotti aristocratici della capitale francese, e facendosi apprezzare specialmente come suonatrice d’arpa, strumento per il quale aveva un notevolissimo talento e che, dopo un lungo periodo di oblio, stava conoscendo, allora, un rinnovato successo. Proprio i suoi concerti, strumenti di affermazione e ascesa sociale, contribuirono in misura notevole al ricupero dell’arpa, che, dopo il Rinascimento, era stata pressoché dimenticata da interpreti, compositori e trattatisti.
A corte, Stéphanie godeva della protezione di Madame de Montesson, moglie morganatica del Duca d’Orléans. Fu appunto la Marchesa di Montesson a garantirle la realizzazione dei suoi scaltri ed ambizioni progetti sociali: grazie alla posizione della sua protettrice, la Contessa di Genlis venne presentata a corte nel 1770, inizialmente interessata ad entrare nella dimora della futura Contessa di Provenza e, quindi, di quella di Barry. L’ambiziosa Stéphanie puntava peraltro al casato di Orléans, ramo cadetto della stessa famiglia reale. La Marchesa di Montesson la fece ammettere, all’inizio del 1772, come dama di compagnia, presso la Duchessa di Chartres – la nuora del Duca d’Orléans – a Palazzo Reale. E come molte altre dame del suo tempo alla corte di Francia, Madame de Genlis non esitò ad approfittare delle proprie grazie per edificare e consolidare successo e carriera.
A partire dal 1773, la Genlis suggerì al Duca di Chartres, del quale era divenuta amante, varie scelte di carattere politico, diplomatico e dinastico. Forse non arrivava a sperare di essere un arbitro occulto della nobiltà francese, tuttavia si rivelava, ogni volta, attentissima alle possibilità di carriera e avanzamento sociale che le proprie relazioni le mettevano a disposizione. In tale ottica va letta, ad esempio, la sua amicizia con la Baronessa di Montolien, da allora sua amica intima. Nel frattempo, Madame de Genlis intraprese anche vari viaggi (tra l’altro a Faubourg Saint-Germain), e pubblicò la sua prima opera a stampa, il Théâtre à l'usage des jeunes personnes, tra il 1779 e il 1780, composto da ventiquattro commedie da uno a tre atti, che riscosse gli elogi di Marmontel, d’Alembert, Fréron e altri critici francesi, riedito poi nel 1785 ed aumentato, nell’occasione, di sei nuove pièces ricavate dall’Antico Testamento. Tradizione religiosa, miti e favole antiche furono, a partire da allora, tra i maggiori serbatoi cui attingere in sede di scrittura.
Nel 1782, Madame de Genlis fece dare alle stampe il suo primo romanzo epistolare, dal titolo Adèle et Théodore. Lo compose durante una vacanza a Lusignano, nella Valle del Centa, in Liguria, centrandolo sul tema delle pratiche educative, e non senza prese di distanza dall’Emile di Rousseau, con riflessioni sulla pedagogia e sul ruolo della donna in società. All’opera arrise un certo successo, anche grazie al fatto che l’autrice era la prima donna a essere gouverneur di principi di sangue reale, nella Francia del tempo. Tra il 1789 ed il 1791, riuscita oramai ad inserirsi nei quadri della vita accademica francese, Madame de Genlis teneva a Parigi un salotto letterario, frequentato tra gli altri dal Duca d’Orléans, e luogo di ritrovo, per statisti come Talleyrand, pittori come David e deputati della Costituente (tra cui Lameth, Barère e Barnave).
Nel corso della Rivoluzione francese, all’inizio del Terrore, la Genlis fuggì in Inghilterra. Qui, riuscì a mandare la figlia Pamela Brullart de Sillery in sposa a Lord Edward Fitzgerald (ucciso, poi, dai repubblicani irlandesi, nel 1798). Quindi, nel 1799, si spostò in Prussia, a Berlino. Ritornata, nel 1801, in patria, grazie all’autorizzazione del Bonaparte, venne da quest’ultimo utilizzata come spia, all’estero. Con la Restaurazione monarchica dei Borbone, sul trono francese, nel 1815, la sua vita si fece più difficile, visti i trascorsi filo-napoleonici. Visse, comunque, abbastanza a lungo da avere la soddisfazione di vedere Luigi Filippo, da lei allevato, salire al trono di Francia.
Se da un lato Madame de Genlis va sicuramente riscoperta e studiata, sottraendola ad un oblio durato quasi due secoli, dall’altro la sua figura non va neanche sopravvalutata. Il suo ruolo di attrice storico-sociale nei quadri politico-istituzionali e socio-culturali tra Sette e Ottocento ne fa, di certo, un’intrigante, a suo agio nelle trame della vita di corte. Non fu la sola arrampicatrice sociale del suo tempo ma, senza dubbio, una delle maggiori e più disinvolte. Grande rivale di Madame de Stael (e a lei peraltro inferiore, da tutti i punti di vista), rimane un caso comunque interessante di romanziera e musicista, drammaturga e pedagogista francese, nel tramonto dell’ancien régime. Tenace avversaria del giacobinismo e seguace orgogliosa del vecchio ordine, Madame de Genlis – anche nel guardare, in veste di testimone e spettatrice, agli ignobili eccessi della Rivoluzione francese – non possedette comunque mai il livello di analisi e la profondità concettuale propri in Gran Bretagna di un Burke o di un Gibbon, oppure a Venezia di un Roberti. Quando morì, nel 1830, era un’illustre sopravvissuta ad un mondo scomparso da tempo: quello del rango, del nesso fondamentale sapere-potere, dei riti e dei cerimoniali di corte, dell’edonismo raffinato e libertineggiante del secondo e tardo Settecento, in particolare francese.


Poligrafia, educazione naturalistica e vocazione letteraria fra XVIII e XIX secolo

Cresciuta in una famiglia amante delle arti, affermatasi – con pratiche quantomai disinibite – a corte, fra il 1777 e il 1778, Madame de Genlis riscosse la curiosità intellettuale di enciclopedisti e philosophes come Voltaire, Diderot e d’Alembert. E’ peraltro vano cercare in lei un’illuminista. Tra i migliori amici, ebbe Fleurieu, Saint-Pierre, Récamier. Scrisse sull’educazione dei bambini, nonché racconti morali e novelle storiche. Vendette moltissimo, della sua davvero amplissima produzione, Adèle et Théodore ou lettres sur l’éducation, come detto risposta alla pedagogia rousseauviana, che venne tradotta in più lingue incontrando un rimarchevole successo sui mercati editoriali europei e le permise di dare avvio ad una celebrità sotto certi aspetti folgorante. Con le cerchie illuministiche, i rapporti furono contrastanti, specie in materia di etica e religione. Senza dubbio, i beaux-esprits del declinante antico regime la tennero comunque in una certa considerazione. Non la ritennero mai una sodale sul piano dei valori, ma in ogni caso una colta e competente interlocutrice.
Dopo il 1789, negli anni della aristocrazia filo-monarchica in esilio, la Contessa si rivolse, in maniera crescente, alla produzione letteraria, cifra di una vocazione dalle lontane origini. Madame de Genlis aveva già fatto pubblicare il Théâtre de société (1781), le Annales de la vertu, ou Histoire universelle, iconographique et littéraire (1781), il Club des dames ou le retour de Descartes (1784), la Religion, considérée comme l'unique base du bonheur, et de la véritable philosophie (1787), un Discours sur la suppression des couvens de religieuses et sur l'éducation publique des femmes e Les Chevaliers du cygne ou la cour de Charlemagne (1795). Forse più interessanti gli scritti successivi, tra i quali le memorie politiche intitolate Lettres de Sielk (1796) e l’apologia Précis de ma conduite (1796). Altre opere di carattere educativo furono le Leçons d’une gouvernante à ses élèves, mentre tra i primi romanzi possiamo annoverare Les Petits Émigrés (1798), Les Vœux téméraires (1799) et Les Mères rivales (1800). Un caso a parte rimane il Manuel du voyageur (1798), tra i libri fondatori di una nuova forma di odeporica. Il ritorno in Francia di Madame de Genlis coincise con l’avvento dell’Impero. Nel 1802, pubblicò i Nouveaux contes moraux et nouvelles historiques, ed il romanzo Mademoiselle de Clermont, che ebbe grande successo, anche a Londra. Lontana ormai dalla politica e dagli intrighi di società della capitale francese, la Contessa consacrò gli ultimi lunghi anni di vita alla parola scritta. Scrisse libri oggi dimenticati, ma non privi di qualche pregio, sul piano letterario, come Les Vœux téméraires, ou l'enthousiasme (1799), Le Petit La Bruyère, ou Caractères et mœurs des enfans de ce siècle (1801), un Herbier moral, ou Recueil de fables nouvelles, et autres poésies fugitives suivies d'un recueil de romances d'éducation (1801), Le Comte de Corke (1805), Le Siège de La Rochelle, ou le Malheur et la conscience (1808), Mademoiselle de La Fayette, ou Le siècle de Louis XIII (1813), una Histoire de Henri le Grand (1815), Mort de Pline l'Ancien (1817), i Voyages poétiques d'Eugène et d'Antonine (1818), Pétraque et Laure (1819), ed un Essai sur les arts (1825), che fu una sorta di bilancio e di vedute estetiche (in bilico fra il classicismo settecentesco e le nuove tendenze romantiche, da lei stessa in parte sposate) e di un’intera carriera di scrittrice.
In effetti, Madame de Genlis fu un’autrice estremamente prolifica e un personaggio famoso al suo tempo, oltre che un’abile manipolatrice e seduttrice, capace di attirare nelle sue trappole uomini altolocati, per entrare nelle stanze del potere (spesso dando suggerimenti politici storicamente a dire poco disastrosi). Amante di un Principe della famiglia reale, governante del futuro Re dei francesi, ideatrice di nuove metodologie educative, responsabile di centinaia d’opere a stampa e senza dubbio tra le prime scrittrici di professione dell’età moderna, Madame de Genlis mosse i suoi primi passi nella Francia di Luigi XV. La sua pedagogia presentava certamente tratti assai moderni, ed inediti: l’uso di disegni e modellini, l’osservazione diretta, la pratica del lavoro manuale, la lettura di opere storiche e letterarie tradiscono senz’altro anche un’influenza del nuovo sapere scientifico e tecnico, andato sempre più affermandosi, a partire dal Seicento. I contenuti educativi andavano a comporre, in lei, un vero e proprio teatro didattico-pedagogico, costruito a scopi morali.
Negli scritti di Madame de Genlis, tanto nelle opere letterarie, quanto in quelle pedagogiche, vi è sempre una marcata importanza assegnata alla trama narrativa: questa fa da cornice al discorso, anche quando e laddove questo riguarda le scienze e la storia naturale: specialmente la botanica, una antica passione della Contessa. Non erano infatti poche, a quell’epoca, le dame dell’aristocrazia che tenevano un erbario ed amavano i giardini. In questi ultimi, la natura veniva appositamente ricreata, con erborizzazioni e passeggiate per studiare dal vivo le piante. Un programma presente anche negli studi scientifici del Duca d’Orléans. Vita campestre, orticoltura e scienze naturali furono interessi di Madame de Genlis, ancora negli anni Venti del XIX secolo. Ma già l’Herbier moral del 1801 aveva unito passione per la flora e preoccupazioni di ordine etico. Il modello non era tanto Linneo – nelle pagine della Contessa v’è ben poco della tassonomia razionale linneana e in generale dell’approccio nomenclatorio svedese settecentesco – quanto il connazionale Buffon, la cui Histoire naturelle era apparsa, a Parigi, tra il 1749 e il 1789. Un Buffon, quello di Madame de Genlis, rivissuto soprattutto attraverso la scrittura, sino a trasformare la materia floreale in letteratura, con una cornice narrativa quasi predominante, rispetto al dato naturalistico. E’ quanto emerge, segnatamente, dalla Botanique historique et littéraire, edita nella capitale francese dal tipografo e libraio Maradan, nel 1810. Qui la descrizione scientifica si fa prosa – non diversamente dal ligure Domenico Viviani (1772-1840) – e mette capo ad un dizionario vegetale, dalle forti ed esplicitate valenze artistiche. All’interno di una catalogazione, più letteraria che scientifica, di alberi, frutti, arbusti, piante esotiche, fiori di campo, legumi, piante pietrificate e favolose, Madame de Genlis costruisce non senza attenzione per aspetti storico-geografici e usando svariate fonti (tanto classiche, quanto moderne) una sorta di palingenesi naturalistica dallo stile già pre-romantico.
Nella Botanique historique et littéraire, Buffon incontra e incrocia La Fontaine. La Contessa, di fatti, raccoglie ed assembla un’ampia selezione di favole in versi e numerosi apologhi morali, con protagoniste le piante. L’originalità è scarsa, il taglio talora un po’ pedestre, tuttavia si coglie quanto la materia fosse interessante per l’autrice. Quest’ultima mette in scena la moda dei giardini naturali all’inglese e la tradizione di quelli francesi. Vari passi del libro sono accostabili al manuale – uscito, anch’esso, sempre nel 1810 – di economia domestica e agricoltura (che Fabbroni nel Granducato di Toscana e Amoretti negli spazi della Lombardia austriaca avevano elevato a scienza, partendo dalle tecniche agronomiche sorte dall’analisi sperimentale del terreno) dal titolo La Maison rustique pour servir à l'éducation de la jeunesse ou, Retour en France d’une famille émigrée. Il pretesto politico è fornito dal rientro in Francia di una famiglia di nobili, costretti ad emigrare, i quali ritrovano lo loro terre abbandonate e devastate: tre pedanti volumi, su come ricostruire la casa, dotandola di cappella, biblioteca, orto botanico, colture, gabinetto delle scienze e delle curiosità naturali. Opera comunque inferiore alla Botanique historique et littéraire, che – per quanto, a dispetto del titolo, non sia però un vero testo di botanica – rimane ancora oggi una abbastanza significativa (di certo rappresentativa dei gusti di un’età storica in trasformazione) collezione di aneddoti e curiosità, note ed informazioni antiquarie sulle piante citate nella Bibbia, in autori classici e (più raramente) moderni. Quattrocento pagine, in dodicesimo, in cui Madame de Genlis romanza fonti scientifiche ed erudizione classica, non senza disordine interno, con notizie accumulate caoticamente senza criteri naturalistici severi o una corretta disposizione gerarchica. Nondimeno, il libro ebbe al suo apparire un certo successo.
Non senza superficialità, la Contessa guarda, in particolare, alla Naturalis Historia di Plinio e di tutto è curiosa nel reinterpretare la Natura. Il metodo, se vi è, è molto eclettico. Si passa da figure bibliche a tradizioni popolari, rimaste vive nella memoria ed evidentemente mai sconfitte dal rigore illuministico della scienza settecentesca. Se anche cita Linneo – più volte, in vero – per Madame de Genlis la storia naturale delle piante è forse più vicina a quella dell’antichità classica. Nel libro, poi, rivive il ricordo del soggiorno inglese della Contessa – ricevuta dalla Regina di Hannover e protetta da Lord Mansfield – e in particolare la visita ai Kew Gardens, dopo la quale il giudice inglese, come tanti attratto da lei malgrado l’età, le regalò semi di piante esotiche, fatte poi acclimatare a Parigi, al ritorno in patria. La Contessa amava più di tutto le rose, coltivate estesamente, in Provenza, già alla fine del XVII secolo, quindi nei Paesi Bassi olandesi, negli anni Venti del Settecento, e, da allora in avanti, importate in Inghilterra dal botanico e orticultore Philip Miller, al Chelsea Physic Garden, in specie per quanto riguardava la rosa muscosa.
Nonostante il suo testo sulla botanica non fosse, propriamente, un libro di scienza, diede alla Contessa una certa fama, anche tra i naturalisti. Nel 1817, Vibert le dedicò una gallica oggi perduta, descritta in diversi cataloghi floreali dell’epoca. Anche Augustin de Saint-Hilaire (1779-1853) – nel 1833, di ritorno da un viaggio di esplorazione scientifica, in America del Sud – dedicò a Madame de Genlis uno dei nuovi generi di pianta da lui scoperti, appunto la genlisea. Anche Saint-Hilaire era, come lei, un aristocratico, costretto a vivere da esule durante il Terrore ed il Termidoro. I due furono corrispondenti e fu proprio Madame de Genlis a suggerirgli di abbandonare le attività commerciali, in favore delle ricerche scientifico-botaniche. La genlisea era una pianta acquatica e tropicale e, ad inizio Ottocento, molto di essa era ignoto. Lo stesso Darwin, a metà secolo, avrebbe nutrito ancora, in merito alla pianta scoperta da Saint-Hilaire e dedicata alla Contessa, alcuni dubbi circa il sistema di nutrimento. Nel chiamare la pianta genlisea, al tempo di Lamarck e dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti (il primo passo francese verso la paleontologia evoluzionistica britannica ottocentesca), un grande viaggiatore e naturalista come Saint-Hilaire volle rendere un omaggio, scientifico e politico, insieme, alla figlia famosa e controversa d’un mondo ormai appartenente al passato.


Nell'immagine, ritratto settecentesco di Madame de Genlis


Bibliografia

Fonti primarie a stampa

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Documento inserito il: 15/04/2026
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