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Il conte di Cagliostro e la polarizzazione del consenso tra massoneria, scienza, carisma e imprese straordinarie

di Francesco Servetto

Una sola figura può spostare i giudizi della storia creando fazioni di sostenitori e di detrattori: non si tratta certo di una novità. I tempi dell’umanità, poi, hanno insegnato come la volubilità di opinioni sia una piuma in balia delle correnti aeree. Certi uomini hanno lasciato il segno e sono stati troppo avanti con i tempi: non tutti hanno subito l’onta di essere ridimensionati o tacciati di rappresentare il male, tuttavia pare molto diffuso il costume di sbarazzarsi di personaggi scomodi costruendo una trama che può porre l’accento ora sulla calunnia, ora sul vittimismo. La storia si nutre di vittime a pieni poteri e il silenzio del non detto non si esaurisce in pamphlet che pretendono di stabilire la verità o in narrazioni supportate da creativi della verità storica.
Comprendere chi fosse davvero il signor Giuseppe Balsamo, nato a Palermo il 2 giugno 1743, è impresa ardua, soprattutto se si tenta di accettare i giudizi positivi, e ce ne furono, sul suo operato. Certo, le sue gesta e i ricordi di quanti hanno avuto a che fare con lui non sempre lo descrivono come un gentiluomo e risulta molto arduo prenderne le difese. Tuttavia, la sua parabola di vita ha raggiunto picchi di un entusiasmo popolare che, in un’epoca come la nostra in cui la faciloneria dell’opinione pubblica è cosa nota, non vanno tralasciati in nome di una rigida analisi causa-effetto. I tempi in cui visse, poi, furono la giusta cornice di un entusiasmo ancora non del tutto scevro da approcci superstiziosi e fantastici alla realtà (oggi invece siamo per davvero razionali?) e la gente che si accalcava come schiere di topi ammaestrati e ammaliati dal magnetismo delle sue imprese – e, si vedrà, ce ne furono- non si discosta poi tanto dalle masse che a partire dalla seconda metà del secolo scorso hanno letteralmente perso la testa per artisti vari e imbonitori da salotto.
Come d’abitudine, si parte dalle certezze e una di queste, inattaccabile, è che il nostro nacque in un’umile famiglia nel rione dell’Albergarìa, conosciuto per essere al tempo il più malfamato della città, figlio del commerciante di bigiotteria Pietro, il quale morendo lasciò numerosi debiti. In un mondo in cui due erano i modi per salvarsi dalla miseria, nascere nobile (e avere rendite certe, poiché non mancavano certo i sangue blu spiantati) o diventare un ecclesiastico, era abitudine far risalire la propria genealogia ad avi prestigiosi, cosa che del resto avvenne anche da parte paterna. Il signor Pietro, infatti sosteneva che tra i propri congiunti figurassero un signore di Mirto e Taormina, un Principe dei Castellacci, un barone di Cataffi e un Marchese di Montefiorito; dal lato materno, si diceva addirittura di godere di una discendenza dal re di Francia Carlo Martello. Con molta probabilità si trattava in entrambi i casi di fandonie tirate su per donare lustro laddove la vergogna si insinuava, sostenuta dagli obblighi sociali di far vedere che non si era figli di nessuno, al tempo vero e proprio fardello che da solo bastava a sminuire il valore di chiunque.
Con certezza si può affermare che una cugina della madre era convolata a nozze con un certo Giuseppe Cagliostro, che nobile non era, ma si trattava pur sempre di un borghese che godeva di un certo benessere economico in quel di Messina. Come studente, il giovane Balsamo era svogliato, impertinente e interessato alla sola chimica; ebbe l’occasione di entrare nel convento di Caltagirone dove fu assegnato alla farmacia, con la mansione di aiutante dello speziale: qui imparò a maneggiare erbe e medicamenti e ne fece tesoro per gli anni a venire. Per quanto l’ambiente del laboratorio lo stimolasse, il carattere ribelle e guascone gli produsse altre noie, anche perché ebbe la splendida idea di recitare litanie su invito dei monaci di fronte a tutti i membri del convento cambiando il nome dei santi con quello delle più celebri meretrici palermitane, poi fu colto a rubare alcune monete dalla cassetta delle elemosine. A quanto pare, la vita ecclesiastica non faceva per lui e decise di porvi fine, tornando nella sua Palermo presso l’abitazione degli zii. Anche qui le cose non girarono per il verso giusto e dopo poco fu mandato via di casa a forza. Si distinse per una serie di ragazzate che sfociarono in veri e propri reati, arrangiandosi con tutti i mezzi per sbarcare il lunario, arrivando persino ad approfittare degli averi di uno zio, a cui sottrasse soldi e un servizio di posate d’argento.
La sottile arte della truffa iniziò a diventare un suo tratto distintivo e, in un periodo della vita in cui si può affermare che fece la gavetta, riuscì a circuire un frate a cui appioppò una licenza falsa, prodotta con la contraffazione della firma di un superiore. Persino il legittimo detentore della firma dovette ricorrere a una perizia calligrafica per togliersi ogni dubbio sulla non liceità della scrittura e il nostro dovette iniziare a farsi seriamente due conti in tasca, a pensare di mettere a frutto questo suo talento di falsario, se poco dopo copiò perfettamente un biglietto per una prima teatrale e lo fece stampare in una dozzina di esemplari da un tipografo connivente. Non contento, si recò di persona all’evento con un proprio biglietto contraffatto e si godette la spettacolo che ne derivò: confusione, incomprensioni e l’intervento della polizia per mettere ordine in quel pandemonio che con buona probabilità sarebbe sfociato in rissa. Andò avanti a lungo a perpetrare truffe e a inventare modi per arricchirsi alle spalle di malcapitati, finché compì il suo capolavoro della giovinezza, un abile raggiro ai danni di un argentiere conosciuto come don Vincenzo Marano.
Costui era piuttosto superstizioso, per non dire boccalone. Gli fece credere di aver scoperto che in una caverna ai piedi del Monte Pellegrino, rilievo celebre vicino alla città di Palermo, si trovava un tesoro di inestimabile valore, lasciato secoli addietro dai saraceni. Lo convinse di aver persino visto in sogno il mucchio fisico di ricchezze, consistente in monete, pietre preziose e addirittura un gallo interamente d’oro al quale erano state messe due perle al posto degli occhi: chi ne fosse entrato in possesso avrebbe accumulato averi per un valore di centomila onze. Scaltramente, il Balsamo si era preparato già la risposta alla contestazione che gli fece il povero malcapitato, ossia perché si preoccupasse di rivelare a lui il segreto anziché approfittarne in solitudine. «I diavoli che custodiscono la zona chiedono sessanta onze perché li si richiami ivi: solo allora sarà possibile esorcizzarli e accedere indisturbati alla grotta del tesoro» deve essere stato più o meno il discorso con cui convinse la propria vittima. A ciò, aggiunse che erano necessari anche una pentola nuova, un paio di torce di ginepro, una vanga, una zappa e nove galletti, tre neri, tre bianchi e tre rossi. Il capolavoro del raggiro fu raggiunto quando furono impartite le istruzioni: l’azione avrebbe dovuto svolgersi a notte profonda, accompagnata da orazioni al Signore e alla Vergine, sputando tra l’una e l’altra. La preparazione preventiva prevedeva una settimana di dieta di magro, di purificazioni per mezzo di frequenti abluzioni e di recite di preghiere.
Secondo quanto riportato da monsignor Barbieri, il cronista che cita tale avvenimento nel suo Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo denominato il Conte di Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato in Roma l’anno 1790, opera non certo apologetica, anzi probabilmente esagerata e composta con l’intento di denigrare il protagonista, il colloquio tra i due sarebbe avvenuto nella segretezza del retrobottega della vittima, con uno studiato copione da parte del truffatore, il quale avrebbe creato un’atmosfera di confidenza immersa nella diffidenza che altri carpissero il segreto, servendosi di una mimica facciale ipnotica agli albori. Vero o falso che sia l’episodio, appare certo che in quegli anni di tramonto dell’Illuminismo, la creduloneria e la faciloneria erano assai diffuse tra il popolo e che la superstizione ancora recitava un ruolo da protagonista, come del resto traspare anche in altre questioni portate alla luce dallo splendido saggio di Vincenzo Ferrone I profeti dell’Illuminismo. Le metamorfosi della ragione nel tardo Settecento italiano (Roma-Bari, Laterza, 1989).
Si avvicinava la mezzanotte del fatidico giorno e il Balsamo si fece trovare abbigliato come un sacerdote nei pressi della grotta: qui, convinse la vittima a bere una parte di acqua da un bicchiere, raccomandandosi di tenerne un’altra in bocca, per preservarsi dal tentativo del diavolo di penetrargli nelle carni, quindi gli gettò una strana polvere sul naso e gli infilò della cera nelle orecchie per salvarlo dalle tentazioni demoniache a cui sarebbe stato sottoposto. Una serie di scongiuri del falso sacerdote, accompagnati dal tracciamento di un circolo in terra, introdussero il momento in cui il malcapitato doveva mettersi a scavare per aprire un ingresso nella caverna. Questi fu sorpreso da quattro individui abbigliati da fantasmi, i quali fecero irruzione sulla scena e iniziarono a prenderlo a bastonate, facendolo fuggire impaurito. Quando, tempo dopo, si rese conto che il suo conoscente lo aveva truffato, questi si trovava già altrove, in viaggio verso Messina. Qui conobbe un uomo che si faceva passare per mezzo greco e mezzo spagnolo, di nome Altotas, un chimico che asseriva di essere in possesso di conoscenze sbalorditive: un balsamo che cicatrizzava le ferite e riattaccava le parti del corpo mozzate – affermava di aver riunito due dita a un macellaio-, una polvere rossa che mutava i vili metalli in nobili - in poche parole la celebre pietra filosofale - e una polvere simpatica che curava le lesioni sino alla sbalorditiva distanza di 666 miglia. Numero non certo casuale, in una cornice intrisa di religione e superstizione.
A quanto sembra, ma le fonti sono piuttosto incerte, - infatti per alcuni l’uomo potrebbe non essere mai esistito- il Balsamo entrò in confidenza con questo personaggio, tanto da seguirlo al Cairo o ad Alessandria, a Rodi, quindi a Malta dove entrambi entrarono in contatto con l’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Qui la passione per l’occultismo di molti cavalieri spalancò le porte al duo che fu ospite del laboratorio alchemico allestito per il Gran Maestro Pinto de Fonseca, dove Altotas sarebbe morto asfissiato dalla fuoriuscita di gas durante un esperimento.
In compagnia del cavaliere d’Aquino, Giuseppe giunse a Napoli, ivi abbindolò un Principe appassionato di alchimia, si recò nuovamente a Messina dove riallacciò i rapporti con un amico prete di vecchia data, quindi pervenne a Roma. Nella città dei papi fu vittima di una tentata estorsione da parte di un cameriere e della compagna, fu tradotto in carcere perché si era difeso accoltellando l’uomo, ma guadagnò la libertà in poco tempo, dimostrando la natura del raggiro subito.
Falsario, abile disegnatore, non ci mise molto a stringere affari anche nella Città Eterna, servendosi spesso delle competenze di erborista maturate in gioventù: intrugli, talismani, medicamenti di dubbia efficacia furono venduti come validi soprattutto ai numerosi pellegrini che ogni giorno affollavano l’Urbe. Conobbe la sua futura moglie, Lorenza Feliciani, una donna di umile condizione, molto attraente, che non tarderà a sfruttare concedendola carnalmente ad altri uomini per ordire le proprie macchinazioni, specialmente ai danni di personaggi altolocati. I due si conobbero nel 1768, convolarono a nozze pochi mesi dopo e finché non furono in ristrettezze economiche, ebbero un rapporto rispettoso e normale per i canoni dell’epoca, poi il marito la convinse a prostituirsi per contribuire alle spese, manifestando un sentimento amoroso, comunque profondo: nel suo animo cedere il corpo per soldi o per ottenere favori non era vero e proprio tradimento.
Dopo alcune vicissitudini che lo videro persino vittima di un raggiro ordito da un abate e da un sedicente marchese, un certo Alliata, con cui in realtà fino a poco prima aveva condiviso una stamperia clandestina in cui erano riprodotti banconote e documenti bancari, si recò dapprima in Spagna, poi ad Aix-en-Provence, dove fece la conoscenza dell’avventuriero veneziano Giacomo Casanova, personaggio eclettico, che tra i tanti interessi nutriva anche quello per le scienze occulte.
L’anno è il 1769 e il veneziano ha quarantaquattro anni, si sta riprendendo da una pleurite contratta durante un incontro amoroso in cui ha sottovalutato la temperatura e, su sua stessa ammissione, l’età. Rimane affascinato dal palermitano, ma è un fascino non certo intriso di ammirazione: lo descrive come un delinquente, mentre la moglie gli procura ben altro effetto, grazie alla bellezza fiera di cui si fa portatrice. L’uomo gli mostra alcuni ventagli da lui decorati e ora sì che suscita l’ammirazione del veneziano. Casanova ha modo di ammirare anche una riproduzione di un Rembrandt, a suo dire meglio dell’originale. Anni dopo, nel 1778, sappiamo dalle sue memorie che si sarebbero reincontrati a Venezia, dove Cagliostro si faceva chiamare Pellegrini, e gli avrebbe consigliato di non mettere mai più piede a Roma, ove avrebbe avuto grossi problemi. In effetti, la sua morte avvenne in prigionia nel forte di San Leo, in seguito ad una condanna a morte per eresia da parte dell’Inquisizione, condanna commutata nella pena del carcere a vita per mano di papa Pio VI.
Gli anni che seguirono il primo incontro con Casanova videro il Balsamo girare per buona parte dell’Europa, incrementando la propria celebrità, non senza avere a che fare con guai di un certo peso. Continuarono le truffe ai danni di ignari personaggi, così come le prodezze mercenarie della moglie, vera e propria fonte di reddito. Nel 1771 fu a Londra, dove insieme a un finto marchese italiano, che si faceva chiamare Vivona, ordì una truffa ai danni di un ricco quacchero. Con la complicità di Lorenza, adescarono la vittima, la quale non sapeva resistere agli incontri mercenari, nonostante dovesse per motivi di fede dare l’impressione di essere un integerrimo marito. L’accordo tra la donna e il povero malcapitato era che questi giungesse nella casa di lei travestito da mendicante per non essere riconosciuto. Sembra che la forte avvenenza della signora Balsamo lo abbia spinto a spogliarsi del travestimento dopo poche battute e l’ardore per un amplesso che credeva prossimo ne abbia fatto cadere le difese. Immediatamente Giuseppe e il finto marchese si scaraventarono nella stanza, provocandone la vergogna più profonda: secondo la sua confessione non era infatti consentito compiere adulterio e chi fosse stato colto nell’errore avrebbe dovuto pagare un’ammenda di cento sterline, a cui si sarebbe sommato un indelebile stigma sociale ben più difficile da sopportare di un esborso pecuniario. I tre trovarono l’accordo perché la vicenda restasse avvolta nel silenzio e i due truffatori poterono spartirsi il contributo per la discrezione, consistente in cinquanta sterline a testa.
Nel 1773 si trovò a fare i conti con un tradimento sentimentale della moglie, la quale si accompagnò ad un avvocato di nome Duplessis per il quale perse la testa al punto da denunciare il marito per vagabondaggio e per l’attività di falsario: adirato, il Balsamo la fece rinchiudere nel convento di Santa Pelagia ed effettivamente c’erano prove che il duo avesse tentato di avvelenarlo in due occasioni, anche se poi accusò solo il rivale scagionando Lorenza. A quanto sembra, l’amore per la donna era molto profondo, benché sporcato dal trattamento «professionale» a cui la stessa doveva sottoporsi per il bene delle finanze comuni.
Nel 1776 era già piuttosto ricco per via di una serie di truffe perpetrate in Spagna e si trasferì a Londra, dove alimentò il mito dell’uomo che nel suo laboratorio produceva pietre preziose, oltre a saper evocare i morti, guarire gli infermi e prevedere i numeri che sarebbero usciti alla lotteria. Una coppia di amanti in particolare, che si facevano passare per marito e moglie, godette più volte dei suoi vaticini numerici, vincendo cifre importanti: si trattava dei signori Scott, i quali non si limitarono a pressarlo per ottenere altre vincite, ma lo denunciarono per magia e per appropriazione indebita, in quanto avrebbero voluto venire a conoscenza dei segreti di cui era in possesso, coinvolgendo anche Lorenza nelle accuse, tacciata di stregoneria. Imprigionato, anche se non per la magia, fu rilasciato su cauzione.
Il suo soggiorno londinese è degno di nota, poiché è qui che fu ammesso alla loggia massonica della Speranza numero 289 appartenente all’Obbedienza dell’Alta Osservanza, in data 12 aprile 1777. È in questo periodo che Giuseppe Balsamo divenne il conte di Cagliostro, colonnello del terzo reggimento di Brandeburgo e la moglie, anch’ella iniziata alla massoneria, la contessa Serafina. Da allora, la nuova identità sarà da lui utilizzata come mezzo per rifarsi un’immagine, concentrando l’attenzione del mondo sulle sue doti, spesso ma non sempre presunte, di guaritore, di esoterista e di mago. A Lipsia fece la conoscenza di don Pernety, un ex benedettino che era stato espulso dall’abbazia di Saint-Germain-des-Prés con l’accusa di stregoneria, a contatto con gli Illuminati tedeschi, la setta esoterica fondata da Adam Weishaupt, conosciuto anche come Spartacus, che ispirerà la massoneria più incline a interessi magici e spiritualisti. L’intento era di creare una società più giusta, nella quale non c’era spazio per le monarchie, gli stati nazionali sarebbero dovuti confluire in una federazione degli Stati Uniti d’Europa, sarebbe stata abolita la proprietà privata e con essa ogni gerarchia.
Don Pernety si fece promotore delle idee degli Illuminati, proponendone di proprie, in cui serpeggiavano la teurgia e l’evocazione dei defunti. Diceva di essere guidato spiritualmente dall’angelo Assadai e di essere in contatto persino con Mosè. La collaborazione di Cagliostro con costui soddisfò molto probabilmente la sua sete di spiritualità, ma anche l’ambizione di ergersi al di sopra dell’umanità come una sorta di vate mistico. Molto probabilmente, da ciò nacque l’idea di fondare un proprio rito massonico, definito egizio, in cui inserì elementi cristiani, come lo studio della Bibbia, nonché teosofici e filosofici di cui non aveva granché competenza. Il fascino dell’antico Egitto era in quegli anni molto vivo nella società, il mistero dei geroglifici e della loro decifrazione aveva già messo alla prova, da tempo, studiosi e frustrato quanti anelavano alla comprensione di antiche conoscenze e ritualità. I poteri di cui si diceva fossero in possesso gli antichi sacerdoti sicuramente accesero la fantasia e il desiderio di Cagliostro: magia, medicina, ma anche controllo delle forze naturali, capacità di far piovere, di ottenere oracoli, di colloquiare con gli dei, di comprendere cosa c’è nel regno dei morti.
Il nostro si ribattezzò Gran Cofto e fece scrivere da un suo adepto in lingua francese un compendio della sua dottrina sincretistica, il Rituale della massoneria egiziana: dodici maestri definiti profeti e sette maestre chiamate sibille erano alle sue strette dipendenze, seguendo la prescrizione di sei comandamenti, l’amore di Dio, il rispetto del sovrano, della religione e delle leggi, l’amore per il prossimo, la fedeltà e la devozione all’Ordine, la sottomissione completa alle regole del rituale, e tre imperativi, la tolleranza di tutte le religioni, della dignità umana e del desiderio del bene ovunque, il segreto legato all’iniziazione e il rispetto della natura, che contiene il segreto della creazione. Il fine di tale obbedienza è conseguire il Bene, la Virtù, la Sapienza, ma anche l’arte di evocare gli spiriti, la negromanzia greco-egiziana, la Cabala ebraica e i misteri del cristianesimo primitivo. Una promessa di rigenerazione fisica e morale è l’ingrediente che non può essere sottaciuto: quaranta giorni di ritiro dal mondo in totale solitudine, durante i quali sono prescritte sei ore di meditazione, tre di preghiera e di offerte divine, nove dedicate alla consacrazione degli strumenti e alla produzione della carta vergine, oggetto sacro ottenuto tramite il trattamento della pergamena ricavata da un feto concepito da una donna ebrea, su cui sarebbe avvenuta la comunicazione diretta con gli spiriti.
Dopo trenta giorni un angelo avrebbe fornito una parola d’ordine e un sigillo, al cui interno si trova il fuoco sacro, atto che certifica il conseguimento della saggezza da parte dell’adepto. Esiste anche un rituale di rigenerazione prettamente fisica, consistente nel seguire una dieta rigorosa, unita alla somministrazione di un composto di gocce bianche prodotte dal Gran Cofto, fino al giorno trentadue, quando un salasso accompagna il candidato al riposo, affinché il giorno seguente costui possa ingerire un grano di materia prima, anch’essa fornitagli dal massimo esponente dell’Ordine, che dovrebbe essere la stessa con cui Dio infuse la vita in Adamo. Segue un periodo di un paio di giorni in cui tra svenimenti e un'altra ingestione di materia prima, sopravviene una forte febbre, la caduta dei denti, dei capelli e della pelle. Dopo un giorno l’adepto è sottoposto ad un bagno tiepido, quindi il seguente assume il terzo grano di materia prima mischiata ad un vino stagionato. Al risveglio torna in possesso di capelli, pelle e denti e dopo un altro paio di giorni, tra un bagno e un balsamo speciale assunto insieme ad altro vino, può dirsi completamente rigenerato e preservato da malattie per almeno cinquant’anni.
Giunto in Curlandia, per la precisione a Mitau, il conte si intrattenne con i più alti gradi tra i massoni locali, fu iniziato ai gradi rasacrociani e, servendosi di un fanciullo come medium, il figlio del conte di Howen, evocò lo spirito del defunto fratello della baronessa der Recke, il quale tranquillizzò la sorella dicendole di trovarsi in paradiso. Un entusiasmo senza freni lo avvolgeva da ogni dove, le sedute si ripeterono e avvennero eventi che lasciarono a bocca aperta i presenti, come quando gli venne chiesto dal conte Howen stesso dove si trovassero la moglie e il figlio maggiore in quel preciso momento. Convinto che il ragazzo si trovasse lontano, perché effettivamente stava prestando servizio militare, trasalì quando il sensitivo gli disse che i due si stavano abbracciando non lontano da lì, alla presenza della figlia. Si scoprì che il figlio si trovava effettivamente in città in compagnia materna e della sorella, poiché aveva ricevuto una licenza non prevista e non aveva voluto avvertire nessuno per fare una sorpresa.
I prodigi si moltiplicarono, sempre che i cronisti a lui favorevoli che li riportano non esagerino – e potrebbe essere molto probabile un loro approccio eccessivamente apologetico- e giunse nel bel mezzo di una seduta nientepopodimeno che l’arcangelo Michele, il quale pare abbia addirittura dato un bacio sonoro al fanciullo medium, stupendo gli astanti. Quando Cagliostro indicò un tesoro sepolto sotto un determinato albero carbonizzato e venne solo trovato il tronco, a nessuno venne in mente si trattasse di una fandonia, anzi c’era un entusiasmo tale per i poteri spiritici del palermitano che un professore di filosofia di nome Stark fu accusato di aver trafugato il tesoro.
A Pietroburgo conobbe la zarina Caterina, ma a quanto pare ne rimase deluso. Qui compì numerose guarigioni, come quando fece rinsavire il fratello pazzo di un ministro, il quale si credeva Dio e aggrediva chiunque tentasse di aiutarlo. Forte delle proprie capacità imbonitrici, se non ipnotiche, Cagliostro si fece portare sulla Neva a bordo di una barca e, nel bel mezzo del fiume, ebbe un alterco con costui, che culminò in un’aggressione. Entrambi finirono in acqua, anche se l’intenzione del conte era di spingere il paziente perché, prendendo uno spavento, rinsavisse: una volta tratto in salvo, costui riconobbe che la forza del guaritore era superiore alla sua e dichiarò che doveva trattarsi di un essere superiore a lui.
A Varsavia si distinse come alchimista, come quando fece firmare ad alcuni conoscenti uno stesso foglio di carta, lo bruciò e incredibilmente lo riprodusse interamente con tutte le firme al loro posto. Continuò la sua opera di diffusione del messaggio massonico, insieme alla fondazione di logge che, oramai, diventavano sempre più numerose: ovunque andava era acclamato e ricoperto di doni, ma si insinuavano in maniera subdola le calunnie, che negli anni a venire troveranno terreno fertile nello scandalo della collana, prima, e nel processo romano poi.
A Strasburgo fu il guaritore per antonomasia, il popolo lo adorava e con esso anche i nobili, specialmente quanti avevano a che fare con la massoneria. Molti di loro, poi, si convertirono al rito egiziano, entusiasti per il suo carisma, anche se va detto che il conte non perdette i contatti con il rito dell’«Alta Osservanza»: la questione non generi dubbi, in quanto nelle varie confraternite massoniche era ammessa la varietà di logge, differenti per liturgia, per nome o per emblemi, purché restassero fedeli alla dottrina e all’ideologia di fondo.
A Parigi godette dell’appoggio del Cardinale de Rohan, ottenendo grande entusiasmo da parte dell’alta società, ma lo «scandalo della collana» lo pose in cattiva luce nei confronti della corona. Brevemente, madame de la Motte, una truffatrice, coinvolse il cardinale, che per la verità si dimostrò piuttosto ingenuo, a fare da garante nell’acquisto di una collana dallo spropositato valore per conto della regina, la quale tramite finte lettere parte dell’inganno confidava di non potere effettuare personalmente la transazione alla luce del sole per non essere accusata di eccessivo sfarzo. Costui, volendo entrare nelle grazie di Maria Antonietta, che invece lo detestava, non sospettò nulla. Una prostituta venne fatta passare per la sovrana e per ringraziare dell’aiuto nell’operazione giacque carnalmente col Rohan, il quale credette di avere a che fare con la regina in persona. La truffatrice fuggì all’estero con il gioiello che venne smembrato e rivenduto e i gioiellieri, che nulla sospettavano, chiesero conto della spesa alla sovrana, scatenandone l’ira. Cagliostro, coinvolto in maniera del tutto marginale, in quanto si sarebbe limitato a prevedere per il cardinale un futuro roseo dopo l’avallo dell’acquisto del monile, fu rinchiuso alla Bastiglia. Al processo venne assolto, ma la sua reputazione ne risentì e venne espulso dalla Francia. Giunse perciò in Inghilterra, da cui preconizzò la caduta della Bastiglia nella celebre Lettera al popolo francese, ma si aprì per lui un periodo di disgrazia, specialmente dopo le accuse di Théveneau de Morande, un giornalista francese che ne smascherò l’identità reale, quella di Giuseppe Balsamo, truffatore ricercato dalla polizia di mezza Europa. Si recò in Svizzera, quindi in Piemonte, ma venne espulso dopo poche ore dall’arrivo a Torino, in quanto il re Vittorio Amedeo III preferì non suscitare l’ira della corona francese, particolarmente accresciuta in seguito alle parole del conte riguardo il destino della Bastiglia, vero e proprio simbolo del potere monarchico. L’estate del 1788 lo vide giungere anche ad Alessandria, a Novi, a Genova, in Lombardia e a Venezia e l’accoglienza fu sempre la stessa: da una parte il popolo che lo acclamava, dall’altra il potere istituzionale non voleva appoggiarlo, anzi.
Nel 1789, ormai in rovina economica, fece l’errore di trasferirsi a Roma: la moglie lo denunciò al Sant’Uffizio, probabilmente su pressione dei familiari e perché temeva di finire tra le grinfie della tremenda istituzione romana lei stessa. Arrestato, fu rinchiuso a Castel Sant’Angelo. Le accuse a suoi danni erano molto pesanti: eresia e attività sediziose. Nel 1791 si concluse il processo dell’Inquisizione con la condanna a morte, poi condonata in ergastolo per l’intervento di papa Pio VI, che apprezzò la sua ritrattazione. Venne trasferito nell’inespugnabile fortezza di San Leo, sull’appennino romagnolo, dove terminò i suoi giorni dopo quattro anni di prigionia durissima.
Anni dopo, nel 1798, una parte della storiografia vide in lui un esempio di giacobinismo, un ispiratore della Rivoluzione francese, un nemico della tirannia. Le vicende che hanno visto protagonista Giuseppe Balsamo, conosciuto come il conte di Cagliostro, per quanto fortemente compromesse da evidenti comportamenti truffaldini, a tratti persino egocentrici e autoreferenziali, hanno lasciato un profondo solco nella storia della cultura europea e quanti riescono a osservarne la parabola nella sua interezza possono, senza ombra di dubbio, affermare che fu un uomo molto intelligente, una sorta di imbonitore novecentesco ante-litteram, capace di spostare i consensi, di polarizzare le opinioni, di affascinare e di creare fazioni per un mero tornaconto personale, eppure trionfando negli anni migliori come pochi altri sono riusciti a fare.


Nell'immagine, Giuseppe Balsamo, meglio conosciuto come il conte di Cagliostro.


Bibliografia

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Documento inserito il: 22/05/2026
  • TAG: Conte di Cagliostro, esoterismo, Massoneria, teurgia, Rito egizio, alchimia, pietra filosofale, taumaturgia, occultismo, pietra filosofale, età dei Lumi, Rivoluzione francese, età moderna

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