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Incrociatori italiani 1920-1943 (parte 4)

di ERNESTO di Marino

Tipo DUCA DEGLI ABRUZZI
Durante la costruzione dei due incrociatori tipo DUCA D'AOSTA, la Regia Marina progettò altri due incrociatori leggeri che dovevano rappresentare l'ultima evoluzione della classe CONDOTTIERI. Evidentemente, essi rappresentarono il risultato della somma di esperienze teorico-pratiche accumulate con la progettazione e il servizio di Squadra dei precedenti tipi: architettonicamente, però, è bene dire subito che questi due incrociatori - LUIGI DI SAVOIA DUCA DEGLI ABRUZZI e GIUSEPPE GARIBALDI - risultarono affatto nuovi e originali, tanto da non aver riscontro in nessun'altra costruzione similare italiana. Lo scafo, di forma slanciata, ma meno affinata che nelle precedenti costruzioni, era dotato di un castello prodiero piuttosto lungo (fino quasi a metà nave)che presentava un notevole cavallino.
La protezione era stata studiata e sistemata in modo eccellente. Quella verticale assommava a 130 mm così frazionati: 30 mm di acciaio al nichelcromo in piastre che si estendevano, al galleggiamento, per tutta la lunghezza del ridotto, dall'impianto N°1 all'impianto N°4 dell'armamento principale.
All'interno, e ad essa collegata inferiormente, una corazza di 100 mm di acciaio cementato Krupp della stessa estensione e di forma curva, con la concavità verso l'esterno. Le due dette corazze si collegavano superiormente al ponte protetto dello spessore dello spessore di 40 mm che si estendeva anch'esso per tutta la lunghezza del ridotto. Le due corazze verticali, di cui quella esterna di 30 mm, aveva funzione prevalentemente scapucciante, delimitavano un'intercapedine ermeticamente stagna che, in sezione, aveva grosso modo la forma di un'elisse col diametro maggiore quasi verticale a quello minore, che rappresentava la distanza tra le due corazze, di 0,8 m circa. La corazza interna di 100 mm poggiava su un cuscino di legno ammortizzante fissato a lamiere di fasciame dello spessore di 8 mm. Internamente oltre al descritto insieme, trovava posto una nuova intercapedine , anch'essa estesa longitudinalmente quanto il ridotto, della larghezza variabile da 0,80 a 1,30 m, delimitata da una nuova paratia, in funzione paraschegge, di 12 mm di acciaio a elevata resistenza. Questa nuova intercapedine era vuota e, all'occorrenza, vi si poteva pompare acqua di bilanciamento.
In definitiva, gli elementi vitali della nave si venivano a trovare dietro un sistema ingegnoso di lamiere resistenti e volumi vuoti ammortizzanti, a una distanza dall'esterno dello scafo di 1,60 - 2,10 m, comprendente un assieme frazionato di acciai diversi dello spessore complessivo di 150 mm. Trasversalmente il tutto era collegato da lamiere ravvicinate dello spessore rispettivo di 30 e 100 mm.
La protezione orizzontale, affidata al già ricordato ponte di primo corridoio di 40 mm, era estesa anche ai condotti del fumo con la disposizione di lamiere inclinate, dal suddetto ponte a quello di coperta, dagli spessori variabili di 20, 30, 50, 90 mm a seconda della giacitura. Questo accorgimento, abbastanza raramente adottato sugli incrociatori leggeri, permetteva di considerare il ponte teoricamente protetto senza aperture, essendo esse interdette dalla protezione delle piastre inclinate sul piano orizzontale. I pozzi delle artiglierie principali erano delimitati da corazze curve dello spessore di 100 mm. Per completare il quadro della protezione, che in queste costruzioni rappresentava senza dubbio l'elemento saliente, va ricordato ancora che la zona dello scafo corrispondente al galleggiamento che si trovava al di fuori del ridotto, presentava uno spessore di 30 mm , così come le paratie e il cielo del locale contenente l'agghiaccio del timone.
Complessivamente, l'esponente di carico della protezione assommava al 25 per cento del peso totale della nave; percentuale che, nell'ambito degli incrociatori della Flotta, era riscontrabile solo su quelli della classe ZARA. Le sovrastrutture, secondo un primo progetto, avrebbero dovuto comprendere un torrione identico a quello dei MONTECUCCOLI ma, nel progetto definitivo, risultarono più elaborate. Sul torrione del tipo "Pugliese" furono innestate una plancia e una controplancia di tipo coperto; alla sua sommità era posta la torretta telemetrica del I Direttore del Tiro, di nuovo tipo, stabilizzata. Questo complesso era seguito dai due fumaioli ravvicinati, di cui quello prodiero sosteneva una piattaforma, con mitragliere e proiettori, ai lati del quale erano posti, su due alti tamburi, le torrette per la direzione del tiro antiaereo e antisilurante anch'esse di tipo stabilizzato. Le apparecchiature per la direzione del tiro erano tutte concentrate nelle predette torrette, salvo per i telemetri per la direzione autonoma del tiro che erano quattro, uno per ciascuna torre dell'armamento principale.
A poppavia dei fumaioli si trovava la plancia di comando poppiera e un albero.
L'apparato motore consisteva in otto caldaie del tipo R.M. per complessivi 100.000 HP con possibilità di un'extra potenza di ulteriori 15.000 HP. Le otto caldaie erano sistemate in quattro compartimenti. E' da notare che il frazionamento di potenza in otto generatori con adozione anche di caldaie piccole (sui precedenti le caldaie erano sei, tutte grandi) fu consigliato dall'opportunità di adoperare una caldaia piccola per alimentare gli ausiliari nel servizio di porto eliminando le classiche "calderine". Non dev'essere stata estranea a questa scelta, però, anche la necessità di ridurre l'eventuale perdita di potenza per avaria a una o più caldaie per offesa nemica, dal momento che sui DUCA DEGLI ABRUZZI si dovette concentrare l'apparato motore in uno spazio longitudinalmente più ridotto rispetto ai tipi precedenti, per ottenere il maggior accorciamento possibile del ridotto protetto. Sta di fatto che, mentre sui DUCA D'AOSTA l'avaria di una qualsiasi caldaia avrebbe rappresentato una perdita del 16,6 per cento della potenza totale, sui DUCA DEGLI ABRUZZI l'avaria di una caldaia avrebbe rappresentato una perdita di potenza variabile da un minimo del 6, 5 per cento a un massimo del 16 per cento della potenza totale.
Il vapore generato dalle caldaie agiva su due turboriduttori Parsons. Alle prove si ebbero i seguenti risultati: DUCA DEGLI ABRUZZI, 103.991 HP, per 34,78 nodi; GIUSEPPE GARIBALDI, 104.030 HP, per 33,62 nodi.
L'armamento di queste due navi, il più potente in linea assoluta fra quello imbarcato sui vari tipi di CONDOTTIERI, risultò lievemente inferiore ai precedenti in relazione al tonnellaggio delle navi. Esso era costituito da X-152/55 mm di nuovo modello e raggruppati in quattro torri (la N° 1 e la N°4 trinate, la N° 2 e la N° 3 binate) disposte due a proravia del torrione e due a poppavia della plancia poppiera. Nell'affusto di queste nuove artiglierie fu abbandonata la soluzione della "culla unica", caratteristica del 152/53 mm. Questa novità, se da una parte comportava un certo aumento di peso nell'impianto, conferiva a ciascuna torre una maggior sicurezza nel funzionamento. L'armamento antisilurante e antiaereo fu aumentato con l'adozione di VIII-100/47 mm in quattro impianti binati scudati, posti due a poppavia del torrione , uno per lato sul castello, e due sul ponte di coperta, a poppavia dei fumaioli. A proposito dell'armamento secondario, si può notare, da una parte, che l'aumentato numero di pezzi e la nuova disposizione , gli conferivano una maggiore potenza di fuoco e una maggiore capacità di battere i settori prodieri della nave, completamente scoperti nei precedenti CONDOTTIERI. D'altro canto non si può fare a meno di rilevare come il pezzo da 100/47 mm fosse ormai troppo vecchio per trova posto su una moderna nave, sicché può essere considerato l'unico neo di queste due unità, per il resto riuscitissime. L'armamento secondario era completato da VIII- 37/54 mm, VIII-13,2 mm, VI tubi lanciasiluri da 533 mm e II lanciabombe. Non mancavano due catapulte ai lati dei fumaioli con quattro idroricognitori IMAM Ro.43.
Questi incrociatori si proponevano come contraltare a quelli di Marine estere per i quali si era manifestata la tendenza ad articolare l'armamento principale su XII-XV pezzi da 152 mm. In pratica essi avrebbero presumibilmente dovuto affrontare gli incrociatori inglesi della classe SOUTHAMPTON da 10.000 Ton. e quelli francesi classe LA GALISSONIERE.
I DUCA DEGLI ABRUZZI disponevano di un peso di bordata superiore ai LA GALISSONIERE, rispetto ai quali avevano un pezzo in più, e solo leggermente inferiore ai tipi SOUTHAMPTON, confronto ai quali avevano due pezzi in meno. D'altro canto i 152 mm dei DUCA DEGLI ABRUZZI, lunghi 55 calibri, avevano su quelli dei SOUTHAMPTON, lunghi 50 calibri, il vantaggio della maggior gittata.
Quanto a protezione verticale i DUCA DEGLI ABRUZZI risultavano più protetti dei tipi in esame , sia per lo spessore della corazza, sia per la maggior superficie della stessa al galleggiamento. La protezione orizzontale poteva considerarsi equivalente, per spessore ed estensione, a quella dei tipi LA GALISSONIERE e SOUTHAMPTON. In questi ultimi, essa risultava maggiore per spessore e per estensione, in quanto queste navi non avevano ridotto corazzato chiuso ed era pertanto necessario che la protezione orizzontale, per presentare una certa efficacia, dovesse estendersi praticamente per tutta la lunghezza della nave. La componente velocità risultava sui DUCA DEGLI ABRUZZI maggiormente sviluppata che non sugli altri due tipi e dava a queste navi un vantaggio di 2 e 3 nodi rispettivamente sui SOUTHAMPTON e sui LA GALISSONIERE. Va notato ancora che, sui tipi LA GALISSONIERE, la potenza di 97.000 HP era pericolosamente concentrata in appena quattro grandi caldaie, sicché l'avaria di una qualsiasi di esse avrebbe comportato una perdita di potenza pari al 25 per cento di quella totale installata. I DUCA DEGLI ABRUZZI, quindi, pur non essendo superiori agli altri due tipi considerati in senso assoluto, cioè in tutte le componenti, erano pur sempre superiori a ciascuno di essi per l'appropriata combinazione di almeno due delle caratteristiche fondamentali complementari. In definitiva, si può dire che questi ultimi CONDOTTIERI, oltre che costruzioni oltremodo equilibrate, siano state le migliori costruzioni prebelliche della loro categoria.

LE COSTRUZIONI DI GUERRA
classe ETNA
Nella riunione del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 1941 il Capo del Governo dichiarava: "La situazione militare si può considerare soddisfacente nell'Africa settentrionale, mentre il problema dei rifornimenti, che avvengono tutti a mezzo trasporti attraverso il mare è diventato tragico...". Eppure il problema dei rifornimenti dell'Africa Italiana non era mai stato compreso tra i compiti da assegnare alla Regia Marina, la quale era stata strutturata e proporzionata in modo di, opporsi alle Flotte francese e inglese sulla base della classica battaglia navale di tipo consensuale. Fu così gioco forza impostare il problema delle forze navali adatte alla scorta dei convogli, in piena guerra.
Con provvedimento del 6 agosto 1942, veniva ordinato ai Cantieri Riuniti dell'Adriatico di continuare su nuovi piani, la costruzione di due incrociatori - impostati per conto del Siam con i nomi di Taksin e Naresuan, e precedentemente requisiti - in modo da ottenere due navi specialmente adatte alla scorta dei convogli e al trasporto di materiali e truppe.
I due incrociatori, secondo il progetto approvato dalla Marina Siamese, avrebbero dovuto rappresentare una interpretazione particolare della "formula CONDOTTIERI" e avrebbero dovuto avere le seguenti caratteristiche:
Dislocamento standard 4.300 ton.;
Dimensioni: lungh. 153,8 m, largh. 14,4 m, pescaggio 5,2 m;
Armamento: VI-152 mm, VI-76 mm A.A., VIII da 13,2 oppure da 20 mm A.A., VI tubi lancia siluri da 533 mm, 1 catapulta, 2 aerei;
Protezione: verticale 60 mm, ponte 30 mm;
Apparato motore: 2 gruppi turboriduttori, 3 caldaie, 45.000 HP;
Velocità: 30 nodi.
Secondo il nuovo progetto si rinunciò a tutte quelle caratteristiche che avrebbero preteso di fare di quelle due navi degli incrociatori di squadra, per farne due incrociatori adatti alla scorta; se essi fossero entrati in servizio avrebbero dato presumibilmente buoni risultati.
Solo lo scafo originale, già finito e varato, fu mantenuto tale salvo l'irrobustimento di 5 mm nella protezione orizzontale. La disposizione iniziale dell'apparato motore fu mantenuta, come anche la sua ripartizione in tre caldaie, in altrettanti locali, agenti su due turboriduttori: la sua potenza, però, fu ridotta a 40.000 HP, cui avrebbe corrisposto una velocità di 28 nodi - omogenea con quella degli avvisi scorta classe ORSA e ORSA IIa serie - più che sufficiente per l'espletamento dei compiti di scorta. Le sovrastrutture, tutte raccolte a centro nave, comprendevano due tughe, il torrione con la direzione principale del tiro, un fumaiolo molto inclinato ai lati del quale erano sistemate due sviluppate torrette per la direzione del tiro antiaereo, e gli impianti dell'artiglieria; quella principale era disposta in tre torri binate con cannoni da 135/45. Queste artiglierie, uguali a quelle imbarcate sugli incrociatori classe CAPITANI ROMANI, potevano considerarsi appena sufficienti per difendersi dall'attacco di incrociatori armati di cannoni da 152 mm e buone per contrastare attacchi di cacciatorpediniere, generalmente armati con cannoni da 120 mm che presentavano un peso del proietto sensibilmente minore (23 Kg. contro 36), ma gittata uguale. Benché queste artiglierie fossero del tipo navale - la loro elevazione massima era di 45 gradi - avrebbero potuto efficacemente essere usate anche per il tiro contraereo sui bassi siti, per esempio contro aerosiluranti.
L'artiglieria secondaria avrebbe dovuto essere sistemata ai lati del complesso delle sovrastrutture e avrebbe dovuto comprendere X pezzi da 65/64 mm, di tipo antiaereo, in impianti singoli scudati.
Erano queste armi che la Terni aveva messo allo studio nel 1939 e che avrebbero presentato, per l'epoca, caratteristiche veramente brillanti. La loro realizzazione si arrestò alla fase di messa a punto: fino al momento in cui il progetto di quelle armi non fu abbandonato, si riscontrarono difetti nel sistema delle tre cucchiaie di caricamento, che non poterono essere eliminati. Venti mitragliatrici da 20/65 mm, in impianti binati, sistemate in modo da coprire anche i settori prodieri con il loro tiro, avrebbero dovuto completare l'armamento antiaereo. Da notare la mancanza di tubi lancia siluri, catapulte e aerei, mentre è rimarchevole la presenza di locali da adibirsi al trasporto di carichi o di personale per complessivi 800 mc circa: due dei detti locali erano serviti da gru e boccaporti. Tutti questi elementi qualificano chiaramente queste navi al di fuori del quadro del tradizionale incrociatore, proponendocele, piuttosto, come un ibrido - che allora sarebbe stato veramente utile alla Regia Marina - contenente i principi concettuali delle moderne unità del tipo JEANNE D'ARC.
Né l'ETNA né il VESUVIO entrarono mai in servizio; manca perciò la possibilità di effettuarne una valutazione su basi pratiche. Ambedue furono sabotati alla data dell'armistizio - quando il loro allestimento era giunto poco oltre la metà - e demoliti dopo la fine delle ostilità.

PROGETTI
Classe COSTANZO CIANO

Non si può concludere questa rassegna senza ricordare il tipo COSTANZO CIANO, anche se in realtà gli incrociatori COSTANZO CIANO e VENEZIA (ex-LUIGI RIZZO) rimasero sempre allo stadio di progetto di massima, per cui poco è dato sapere. Essi dovevano essere l'evoluzione dei DUCA DEGLI ABRUZZI: identico sarebbe stato l'armamento principale, mentre l'armamento secondario, costituito da VIII-90/50 in complessi singoli prestabilizzati, sarebbe derivato da quello che si stava imbarcando sulle corazzate.
L'apparato motore avrebbe dovuto sviluppare una potenza di tutta forza normale di progetto di 115.000 HP. Non si conosce il frazionamento e la disposizione della protezione che, comunque, avrebbe dovuto raggiungere i seguenti spessori: 100 mm in verticale e 45 mm in orizzontale.
Per quanto, giudicando, si cada nel campo delle illazioni, possiamo presumere che questi due nuovi incrociatori, qualora realizzati, avrebbero rappresentato una buona replica dei tipi DUCA DEGLI ABRUZZI.

CONCLUSIONE
Possiamo raggruppare in due grandi categorie le navi esaminate in questa sede, che abbiano preso parte all'attività bellica: quelle residuate dalla I G.M. e quelle progettate nel periodo 1928-1933.
Mentre le prime devono considerarsi necessariamente avulse dal quadro organico della Flotta, le seconde meritano una considerazione particolare. Queste navi furono costruite in base ad un unico organico piano di rinnovamento della Flotta studiato dal Grande Ammiraglio Thaon de Revel e proseguito dall'Ammiraglio Sirianni. Per esse valgono le seguenti considerazioni: scafo e protezione - La tendenza manifesta fu quella di progettare scafi con elevati coefficienti di finezza e forme di carena adatte all'alta velocità, requisito ritenuto, non del tutto a torto, di notevole importanza in base al principio: la velocità è l'arma delle Marine più deboli.
La protezione poteva ritenersi ridotta al minimo in quelle navi che, sebbene classificate incrociatori, erano state concepite come esploratori; sulle navi progettate da tutt'inizio come incrociatori, essa poteva ritenersi sufficiente e, in genere, efficace quanto o più di quella di similari costruzioni straniere. Il principio del frazionamento della protezione - tipico delle costruzioni navali italiane - derivava dalla consapevolezza che nessuno spessore di corazza avrebbe potuto resistere, in assoluto, al proietto della moderna artiglieria. Questo principio portò alla realizzazione di ciò che potremmo definire un "sistema elastico-resistente di protezione" piuttosto che la classica "corazzatura" delle parti vitali. Questo principio, validissimo in teoria, si dimostrò ben efficiente anche nella pratica.
Apparati motori - Erano di tipo abbastanza usuale per l'epoca e funzionavano, in media, ad una pressione di 25 Kg/cmq. Non sembra potersi affermare che essi fossero eccessivamente sviluppati, come spesso si legge, a scapito d'altre componenti della costruzione. Le potenze specifiche applicate sulle costruzioni italiane non erano delle più basse, ma non certo fuori dal comune. Si consideri, ad ogni modo, che il progettista italiano - diversamente dall'inglese, dall'americano e dal giapponese - aveva a suo vantaggio la possibilità di dotare le proprie costruzioni di una minor autonomia. Ciò gli consentiva di risparmiare sul peso dell'allestimento e delle dotazioni di bordo, devolvendo quel peso all'apparato motore, e di adottare carene particolarmente affinate, anche se non eccessivamente nautiche; soluzioni che finivano per giocare entrambe a favore della velocità.
Armamento - Le artiglierie navali potevano considerarsi buone; il cannone da 152 mm imbarcato sugli incrociatori leggeri della Regia Marina era di due tipi, lunghi rispettivamente 53 e 55 calibri. Queste artiglierie erano leggermente superiori in gittata e peso del proietto alle similari inglesi e americane, lunghe rispettivamente 50 e 47 calibri, mentre erano praticamente equivalenti a quelle francesi.
Le artiglierie contraeree consistevano, in tutti i casi, in complessi binati da 100/47 mm. Si è già rilevato come esse fossero sorpassate; se a ciò si aggiunge che, in generale, non erano in posizione idonea a battere efficacemente tutti i settori attorno alla nave, bisogna concludere che gli incrociatori leggeri della Regia Marina erano decisamente deficienti sotto il profilo della difesa antiaerea. Ciò è oltremodo strano se si pensa che l'artiglieria contraerea era l'unica possibilità di difesa attiva di quelle navi, data la mancanza di portaerei e di un valido sistema di cooperazione con l'arma aerea.
Le mitragliere da 37/54 mm, buone sotto il profilo meccanico e balistico, erano insufficienti per arrecare danni decisivi ad aerei moderni di una certa mole quali il Bristol BEAUFORT, a meno che non colpissero direttamente parti strutturalmente deboli. Lo stesso giudizio vale, a maggior ragione, per le mitragliere da 20/65 mm e 20/70 mm e per quelle di calibro minore.
Contrariamente a quasi tutte le marine belligeranti, la Regia Marina non ebbe mai a lamentare imperfezioni o mancati funzionamenti dei siluri. Non risulta, comunque, che essi siano stati impiegati da incrociatori.
Apparecchiature per la direzione del tiro - La Regia Marina poteva contare su buoni telemetri e ottime centrali di tiro meccaniche. Il complesso di queste apparecchiature permetteva di eseguire il tiro tempestivamente e con precisione anche alle massime distanze. Purtroppo, però, sebbene eseguito con ottime e precise artiglierie e condotto con mirabili centrali, il tiro perdeva in parte di efficacia a causa di difetti del munizionamento che provocavano una certa dispersione delle salve.
Gli incrociatori della Regia Marina erano sprovvisti di radar, anche se questo dispositivo era in esperimento ancor prima della guerra. La sua mancata riproduzione e installazione a bordo, dipese da questioni economiche ed industriali.
La qualità degli strumenti di guerra è uno dei fattori del successo, soprattutto tattico, nelle azioni militari, ma non è garanzia di successo globale. La Regia Marina, che poteva vantare un alto standard e alcune delle migliori costruzioni navali del mondo, doveva recitare, a tre anni dall'entrata in guerra, il triste ruolo della "magnifica preda" come, purtroppo, la qualificò Sir Winston Churchill. Ma ciò non è motivo di stupore se si considera che, come giustamente nota il Gigli, negli ultimi decenni: "il fenomeno bellico si è fatto sempre più intenso e complesso, si che, con la prima e vieppiù con la II G.M., la politica estera, interna, economica, finanziaria e sociale, nonché la scienza e la tecnica, sono divenute suoi coessenziali strumenti di integrazione, anzi, sua ragione stessa di vita, al punto che tutti quei valori vanno congiuntamente impiegati se si vogliono conseguire quegli effetti atti a raggiungere lo scopo finale del successo.

Nell'immagine, l'incrociatore leggero GIUSEPPE GARIBALDI.


Articolo pubblicato sul n°68 del mese di giugno del 1970 sulla rivista Interconair Aviazione e Marina
Documento inserito il: 06/01/2017
  • TAG: regia marina, incrociatori leggeri, classe condottieri, regia nave giuseppe garibaldi, seconda guerra mondiale, classe etna, classe ciano

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