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>> Storia Contemporanea > Il ventennio fascista

Dalle elezioni del 6 aprile 1924 al delitto Matteotti

La campagna elettorale fascista causò un incremento delle violenze commesse dalle squadre di camicie nere. Ai candidati dei partiti antifascisti fu praticamente impedito di tenere i propri comizi elettorali: gli unici manifesti elettorali visibili sui muri delle città italiane erano quelli del Partito Nazionale Fascista. La polizia trasse in arresto centinaia di oppositori della nascente dittatura. Antonio Piccininicandidato nel collegio elettorale di Reggio Emilia per il Partito Socialista massimalista, venne assassinato. Ogni partito si presentò alle elezioni con una propria lista, mentre Benito Mussolini presentò un listone composto da 135 candidati fra fascisti, che erano in netta maggioranza rispetto agli alleati, liberali, democratici, socialdemocratici, cattolici e altri. Una buona parte di questi uomini, erano dei politici di vecchia data, che portarono alla lista di Mussolini il proprio prestigio, ma soprattutto i loro colleghi di partito. Fra questi personaggi, i più famosi erano Vittorio Emanuele Orlando e Antonio Salandra, entrambi ex Presidenti del Consiglio, ed Enrico De Nicola ex Presidente della Camera e primo Presidente della Repubblica nel dopoguerra. Ques’ultimo ritirò la propria candidatura poco prima del voto, ma non venne mai perseguitato dal fascismo: Mussolini anni dopo lo nominò senatore. Nel corso di questa campagna elettorale, i fascisti utilizzarono per la prima volta la Radio come mezzo propagandistico. Mussolini capì fin dall’inizio la potenzialità di questo mezzo di comunicazione, in grado di far giungere in tutto il territorio nazionale il suo messaggio politico. La mattina del 6 aprile vennero aperti i seggi elettorali, che quasi ovunque erano presidiati da picchetti di fascisti armati. Numerosi furono i casi di violenza a danno di cittadini chesi recavano alle urne. Le irregolarità furono innumerevoli, al punto che in alcuni seggi votarono perfino delle persone decedute. I fascisti ottennero la maggioranza assoluta nell’Italia del sud, mentre nelle città del Nord i partiti antifascisti ottennero numerosi successi. Avendo comunque ottenuto il 66% dei voti totali, il listone proposto da Mussolini si aggiudicò 374 deputati, la maggioranza assoluta, in virtù della Legge Acerbo. Particolarmente penalizzati furono i democratico-liberali che passarono dai precedenti 210 seggi agli agli attuali 45, quindi il Partito Popolare che da 106 passò a 39 seggi; infine i socialisti delle varie correnti, che dai 122 seggi che avevano prima delle elezioni si ritrovarono con 46. Aumentarono i propri deputati il Partito Repubblicano, 7 seggi, il Partito Comunista, 19 seggi e la lista Amendola con 8 seggi. In totale, l’opposizione poteva contare in aula su 159 deputati, divisi fra diversi partiti spesso in lotta tra loro. Gli imbrogli e le intimidazioni messe in atto dai fascisti durante le elezioni del 6 aprile, vennero denunciate il 30 maggio del 1924 in Parlamento, dal deputato dei socialisti unitari Giacomo Matteotti. In un discorso avvincente, fece i nomi e diede il dettaglio dei fatti più incresciosi accaduti in quelle ore, interrotto continuamente dalle ingiurie e dalle grida provenienti dai banchi occupati dai fascisti. Matteotti terminò il proprio intervento dicendo che quele elezioni non potevano essere ritenute valide, sancendo in tal modo la propria condanna a morte. I brogli elettorali furono solo l’ultimo anello di una catena costituita da interrogazioni parlamentari, discorsi e scritti, nei quali egli ebbe il coraggio di denunciare la corruzzione vigente tra i gerarchi e all’interno dei componenti del governo di Mussolini. In effetti, appena arrivati al potere, molti fascisti approfittarono della propria posizione per arricchirsi o per favorire persone a loro vicine. Matteotti denunciò il traffico dei residuati bellici, che costituì una vera e propria truffa ai danni dello Stato; l’acquisto di aziende economicamente dissestate; le tangenti pagate dagli imprenditori in cambio di appalti o favori, concessi senza che venisse presentata una qualsiasi garanzia. Il pomeriggio del 10 giugno, Matteotti venne agredito e rapito da cinque uomini in Lungotevere Arnaldo da Brescia. Il suo corpo venne rinvenuto solo il 16 agosto, maldestramente sepolto nella macchia della Quartarella, situata a nord di Roma. Già il giorno successivo al rapimento, gli italiani reagirono con sdegno: in tutta Italia vennero organizzati degli scioperi spontanei, manifestazioni e cortei. Il 13 giugno i deputati dell’opposizione decisero per protesta di astenersi dai lavori parlamentari.Mentre la gente, senza essere minacciata continuava a portare fiori sul luogo del rapimento, la stampa iniziò ad occuparsi dettagliatamente del delitto. I fatti iniziarono ad apparire anche sui grandi quotidiani a tiratura nazionale, nelle pagine dei quali si facevano anche i nomi dei mandanti: Giovanni Marinelli, tesoriere del Partito Nazionale Fascista, Cesare Rossi, capo dell’ufficio stampa di Mussolini, ed infine Mussolini stesso. Durante quel breve periodo di libertà di stampa, i giornali pubblicarono anche i resoconti di tutte le violenze delle quali i fascisti si erano macchiati precedentemente e sempre taciute all’opinione pubblica. Per le strade le camicie nere diradarono la loro presenza e molti ferventi fascisti stracciarono per protesta la tessera del partito. Nonostante tutto ciò, il 26 giugno il Senato espresse la propria fiducia al Governo Mussolini a grande maggioranza. Nel frattempo, a seguito delle segnalazioni di un testimone oculare che aveva annotato il numero di targa sulla quale venne caricato a forza Matteotti, vennero arestati i componenti del commando che aveva prelevato e successivamente assassinato il deputato socialista: Amerigo Dumini, Amleto Poveromo, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Albino Volpi.Emilio De Bono, che in qualità di direttore generale della Pubblica Sicurezza tentò tentò di insabbiare le prove contro Dumini, venne rimosso dal suo incarico e sostituito da Federzoni. I comunisti cercarono di convincere gli altri partiti antifascisti ad abbandonare la cosiddetta protesta dell’Aventino per formare un controparlamento da opporre ai fascisti. Non essendo riusciti nell’impresa decisero di rientrare da soli nell’aula parlamentare. Gli altri partiti, speravano con la loro assenza di bloccare i lavori parlamentari e confidavano in un intervento del re, che loro speravano avrebbe sciolto la camera, visto che il Primo Ministro era coinvolto nell'omicidio Matteotti: ma Vittorio Emanuele III non fece nulla. Mentre gli aventiniani attendevano lo sviluppo degli eventi disertando il Parlamento, i fascisti, che nel frattempo si erano ripresi dallo scossone loro inferto dal grave fatto di sangue, ricominciarono con le loro violenze e Mussolini, nonostante le richieste da parte dei suoi sostenitori più moderati di evitare certi atteggiamenti, riprese i suoi comizi pubblici, nei quali tenne discorsi estremamenti violenti contro i suoi oppositori. Negli ultimi giorni dell’anno, le strade di Firenze rimasero in balia della violenza delle squadre fasciste: la rabbia delle camicie nere si scaricò in modo particolare contro il Nuovo Giornale, la cui sede venne data alle fiamme; anche il Circolo di Cultura e il circolo dei reduci e del loro periodico vennero devastati. Molti danni subirono anche le abitazioni private di deputati dell’opposizione. Chiunque venne a trovarsi sulla strada delle squadre fasciste venne percosso senza motivo. Nei giorni successivi, le stesse imprese si ripeterono in altre città della Toscana, dell'Emilia e della Lombardia.


Nell’immagine, una foto del deputato socialista Giacomo Matteotti, assassinato dai fascisti per la sola colpa di aver denunciato in Parlamento le violenze compiute dalle camicie nere nel periodo elettorale.Documento inserito il: 04/01/2015
  • TAG: ventennio fascista, elezioni, 6 aprile 1924, partito nazionale fascista, arresto oppositori, propaganda, radio, legge acerbo, maggioranza assoluta, partiti opposizione, delitto matteotti, protesta aventino

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