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Il Fascismo di Mussolini [ di Giuseppe Di Summa ]

I fuochi d'artificio
In un caldo pomeriggio del 29 luglio 1883, alle due di pomeriggio, nasce a Dovia, piccola frazione di Predappio, Benito Mussolini.
Questo paesino in pieno Appennino non distante da Forlì rimane famoso per avere dato i natali ad uno dei protagonisti indiscussi della vita italiana della prima metà del novecento.
Come molti giovani contestatori trovò casa nel socialismo anche se di stampo “rivoluzionario“ e sin da giovane si distanziò dalla linea moderata del partito negando legittimità all’istituzione parlamentare ed esaltando la rivoluzione.
Qualche anno dopo passata la giovinezza affermerà: “Ho sempre sputacchiato il buon senso dai greci la pazzia era ritenuta d’origine divina, e le rivoluzioni sono le rivincite della follia sul buon senso“.
Anche da socialista comincia a manifestare tendenze ad un suo movimento autonomo con idee che vedono proporsi la creazione di nuovi simboli che esaltino un tempo vissuto nella povertà nell’avvicinarsi di una prossima futura prima guerra mondiale.
Inizia a prendere nette posizioni antimilitaristiche e si allarga anche con intemperanze giovanili in forti affermazioni di carattere ateo definendo Dio come “Un mostruoso parto dell’ignoranza umana“.
Nell’autunno del 1904 fu espulso dalla Svizzera perché renitente alla leva. Il suo ritorno in Italia evitando problemi con la legge fu possibile solo grazie ad una amnistia per festeggiare la nascita del principe ereditario Umberto di Savoia.
Al rientro fu comunque costretto a sostenere il servizio militare.
Mentre era sotto le armi le sue convinzioni antimilitaristiche si placarono e cominciò a farsi anche delle simpatie.
Dopo la leva sembrò lasciarsi tutto alle spalle e ritornò ad essere quello che era prima.
Nel febbraio 1909 fu a Trento dove gli fu affidata la direzione del Giornale “L’Avvenire del Lavoratore“ e la segreteria della Camera del Lavoro.
Risvegliò il giornale col suo dinamismo tanto che Cesare Battisti lo volle come redattore capo al “Popolo“.
In Trentino nella sua breve permanenza ebbe diversi scontri con Alcide De Gasperi giovane leader dei cattolici definendolo con tutta la sua arroganza del tempo in vari modi tipo “pennivendolo“, “uomo senza coraggio“, “intellettivamente stitico“. De Gasperi non gli riservò molto tranne un chiaro “Cannibale Antireligioso“.
Dal Trentino si spostò a Forlì dove nel 1910 diventò segretario della locale Federazione Socialista con posizioni sempre antimilitaristiche anche nei confronti della guerra di Libia definita con sue parole “la nuova avventura africanista“.
Questo fu un momento di consensi tanto che George Sorel di lui disse: “è un condottiero del XV secolo un giorno lo vedrete alla testa di un battaglione sacro“.
In breve tempo portò la tiratura del giornale socialista Avanti! da 28 mila a 100 mila copie.
Nel 1913 si presentò alle elezioni politiche nel collegio di Forlì e ne uscì sconfitto.
Si rifece l’anno dopo venendo eletto consigliere comunale a Milano.
Ormai si avvicinava il primo conflitto mondiale ( 1915-1918 ) è la posizione del nostro Governo fu come tutti sanno dapprima neutralista e su queste posizioni si mantenne anche Mussolini scrivendo anche un articolo dal titolo “Abbasso la Guerra!“ e iniziò dopo alcune riserve una neutralità attiva ed operante.
La sua posizione era comunque destinata a cambiare e senza grandi indugi passo lentamente ma con costanza ad essere favorevole ad un intervento nel conflitto che lo costrinsero ad abbandonare la direzione del giornale socialista.
Il partito mal sopportava le sue posizioni e dopo avere fondato un nuovo giornale "Il Popolo D'Italia" abbandonò le file prendendosi anche i complimenti di uno come Prezzolini che gli scrisse via telegramma “Partito Socialista ti espelle Italia ti accoglie“.
Gli interventisti riuscirono nel loro intento e Salandra il 24 Maggio 1915 proclamò guerra all’Austria.
Quando la nostra nazione entrò nel conflitto la guerra vedeva Austria e Germania vincenti.
Nel 1917 col ritiro della Russia tutto sembrava perduto tanto è vero che gli Austro-ungarici riuscirono ad entrare in Italia vincendo la battaglia di Caporetto.
La situazione fu salvata dall’intervento degli americani e l’Italia si riscattò sconfiggendo definitivamente gli austro-ungarici nella battaglia di Vittorio Veneto.
Nel Novembre 1918, Austria, Ungheria, Germania, Bulgaria ed, impero ottomano furono costretti alla resa. La conferenza di Versailles segnò una serie di umiliazioni per il nostro capo del governo Orlando da far definire da D’Annunzio la vittoria “mutilata“.
Orlando fu sfiduciato dalle Camere e dovette cedere il posto a Nitti.
Dopo la prima guerra mondiale il potere politico andava dalla parte dei lavoratori che dopo avere combattuto non erano più disposti ad essere sfruttati e si vedevano come i protagonisti della scena politica, volevano contare di più.
Le rivendicazioni della classe proletaria si possono evincere dalle dichiarazioni programmatiche del partito socialista nel 1918.
1- socializzazione dei mezzi della produzione
2- distribuzione dei prodotti fatta esclusivamente dalla collettività
3- abolizione della coscrizione militare e disarmo universale, in seguito alla unione di tutte le repubbliche proletari internazionali.
La posizione di Mussolini in questo momento insieme ai suoi primi collaboratori è quella di un esasperato patriottismo di tipo nazionalistico manifestato in maniera confusa in diversi settori (sindacale, giornalistico, politico). Questa confusione portò comunque alla costituzione dei Fasci di combattimento creati nel 1919 che ebbero scarsa incidenza nella vita politica visto che cercarono uno scontro forzoso con i movimenti operai cattolici e socialisti.
I Fasci animarono diversi scontri anche danneggiando sedi e persone che Mussolini motivò in questa maniera: “Il popolo lavoratore avrà il buon senso e la forza di non lasciarsi traviare da coloro i quali mirano a trascinarli alla rovina Viva l’Italia! La nostra patria forte in pace come lo fu in guerra.
Per i fascisti questi scontri erano giustificati dallo eccessivo uso degli scioperi Carlo Dalcroix scriveva a proposito (Un uomo un popolo) “lo sciopero era diventato una malattia epidemica ed aveva assunto forme croniche e deliranti. Senza vera necessità, spesso con un pretesto, si abbandonavano le fucine ed i campi, trascendendo ad atti vandalici, si facevano spegnere le fornaci; si danneggiavano gli impianti, si lasciavano morire le messi nei solchi, si faceva morire il bestiame nelle stalle. Si videro gli infermieri abbandonare i malati e perfino i becchini rifiutarsi di seppellire i morti; si ebbe anche un comizio di protesta degli accattoni per l’aumento delle elemosine. Salariati ed impiegati di stato davano esempio ed i servizi più vitali erano sottoposti ad un’alternativa di ostruzionismo e di scioperi, le navi ferme nei porti, i treni abbandonati nelle stazioni le città al buio, le folle minacciose e le truppe accampate via; fu questo uno spettacolo durato per anni.
Dalcroix esasperava da vero sostenitore una situazione in maniera enfatica e polemica ma queste erano in quel periodo le idee di Propaganda di Benito Mussolini.
Nel 1921 Mussolini affermò: “Il movimento operaio deve assumere nuove forme diverse da quelle vecchie e superate del partito socialista : il fascismo sarà la sintesi tra le tesi indistruttibili dell’economia liberale e queste nuove forme del movimento operaio“.
In questo periodo il fascismo inizia a diffondersi soprattutto nelle città dell’Italia Settentrionale e Centrale arrivando ai 310.000 iscritti.
La crisi dei sindacati e del movimento socialista, la delusione e lo smarrimento che ormai serpeggiavano nelle masse fecero intravedere la possibilità di una soluzione autoritaria.
La classe politica italiana era disposta ad accettare la rivoluzione fascista dello stato.
Comuni in molti uomini politici era la convinzione che il fascismo per il suo carattere più emotivo che politico, avesse avuto vita breve Giolitti infatti no dava molta importanza ai fasci e di Mussolini diceva “Sono fuochi d’artificio che fanno molto rumore ma poi si spengono rapidamente“.
Nell’attesa che si spegnessero li si poteva utilizzare. Anche Mussolini sapeva che il suo movimento non godeva d9i grande forza e che vi era il bisogno di dare ai fasci una facciata più rispettabile depurandoli dagli elementi estremisti.
Condusse nel 1921 all’interno del Partito una vittoriosa battaglia contro le correnti di sinistra e si guadagnò la fiducia degli industriali con un programma economico liberista e fece un passo avanti verso la chiesa. Pio XI , eletto nel ’22 non darà l’appoggio della chiesa ai popolari di Don Sturzo contribuendo alla vittoria definitiva del fascismo. Il fascismo si rendeva agli occhi dell’opinione pubblica più rispettabile e molti uomini politici del vecchio stato liberale o gettarono la spugna o passarono dalla parte fascista.

Fuori il palo e fuori la corda
Il partito fascista riusciva ad entrare in Parlamento grazie alle elezioni del 1921 anche se con una rappresentanza tale da non potere determinare gli indirizzi politici.
Le forze maggiori erano il partito socialista e il partito popolare. Ma nel clima politico italiano l’unica novità erano Mussolini e i suoi. Il parlamento non dava segnali di attività; i popolari si videro negare l’appoggio del Vaticano e nel gruppo socialista vi furono grosse divisioni.
Non potendo contare su grandi numeri Mussolini era più invogliato ad utilizzare le folle e nei suoi discorsi iniziò a ricattare apertamente la monarchia; era pronto a guidare un’insurrezione popolare e dalle parole passò ai fatti con una iniziativa che prese il nome di marcia su Roma.
La marcia su Roma fu sicuramente un azione che non richiese grande sforzo bellico e prese il via il 24 ottobre 1922.
L’appuntamento era a Napoli perché proprio in quella città era già da tempo in programma la riunione del consiglio nazionale del partito fascista.
Quando Mussolini arrivò la città era piena di camicie nere ve ne erano circa 60 mila.
Il duce impartì le sue direttive : le squadre dovevano essere pronte per il 26. Il 27 sarebbe iniziata la mobilitazione. Dopo avere impartito i suoi ordini ripartì per Milano. Due gerarchi De Vecchi e Costanzo Ciano si recarono da Salandra e reclamarono le dimissioni del presidente del Consiglio Luigi Facta , gli venne risposto di no, esso era convinto che Mussolini bluffasse. La mattina del 28 il presidente del consiglio venne svegliato da un fascio di telegrammi in cui i prefetti segnalavano che i fascisti erano già in marcia. Facta convocò il consiglio dei ministri che decise di proclamare lo stato d’assedio. La sorpresa per Facta, che non avrebbe mai potuto prevederla , fu che il re si rifiutò di fermare il decreto.
Queste decisioni– disse - spettano a me………..dopo lo stato d’assedio non c’è la guerra civile…….
Facta fu così costretto a rassegnare le dimissioni . In un primo momento il re pensò di affidare al Governo a Salandra ma informato telefonicamente Musssolini commentò “non ho fatto quello che ho fatto per provocare la resurrezione di Don Antonio Salandra
Il re dunque aveva a disposizione un solo nome quello di Mussolini e proprio a capo dei fascisti affidò al nuovo Governo.
La marcia delle camicie nere avvenne ma il suo valore fu simbolico il risultato prefisso era stato ottenuto senza sforzo militare era bastata la minaccia. Il duce arrivò a Roma il 30 Ottobre e dopo avere deposto il suo bagaglio in albergo si presentò in camicia nera al quirinale: “maestà – disse- vi porto l’Italia di Vittorio Veneto
Formò un Governo composto, oltre che da fascisti da nazionalisti, da liberali.
Il duce tenne per sé i dicasteri degli esteri e degli interni. Mussolini si presentò il 16 novembre alle camere per ottenere la fiducia. Nel suo primo discorso, al Parlamento, affermava con tranquillità: “Le libertà statutarie non saranno vulnerate e la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo“.
Vi furono in quel discorso alcuni passi ormai diventati cavalli di battaglia antifascista:
"Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti………sono qui per difendere e potenziare al massimo grado , la rivoluzione delle camicie nere , inserendola intimamente come forza di sviluppo di progresso e di equilibrio nella storia della nazione. Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere . Mi sono imposto dei limiti; mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non si abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli“.
Ad un interruzione di Modigliani che disse “Viva il Parlamento!“ Mussolini rispose: “Potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo di soli fascisti“.
Il Governo otteneva 306 si e 116 no.
Durante i primi mesi di Governo prevalse il Mussolini legalitario. La prima impronta del regime si ebbe nel 1923 con l’istituzione di due nuovi organi : la milizia fascista e il gran consiglio del fascismo. La prima era il riconoscimento legale delle squadre d’azione; il secondo era il massimo organo del partito fascista.
Nell’Aprile, sempre più privi dell’appoggio della chiesa, i popolari abbandonarono il Governo.
I successivi mesi portarono l’Italia verso la dittatura. Dittatura che Mussolini realizzò tramite la legge Acerbo che fu la risposta alla possibilità di essere tolto di mezzo dopo l’omicidio Matteotti.
La legge Acerbo aveva il compito di agevolare la creazione di un partito unico (quello fascista naturalmente). La commissione che si occupò di questa legge era composta da: Giolitti ( presidente ), Orlando , Salandra, Bonomi, De Gasperi, Turati e una nutrita rappresentanza di deputati fascisti.
Il regime sentì il bisogno di questa legge perché pur essendo di fatto padrone del paese aveva alla Camera una rappresentanza assai inferiore dei consensi conquistati era dunque ovvio che il duce mirasse a sciogliere anticipatamente la camera ed a indire nuove elezioni. In questa prospettiva, il Governo, fra il luglio e il novembre 1923, fece approvare dalla Camera e dal Senato la nuova legge elettorale , detta appunto Acerbo dal nome del proponente, che prevedeva un larghissimo premio maggioranza (2/3 dei seggi) per la lista che avrebbe raggiunto la maggioranza relativa dei consensi.
Se nessuna lista avrebbe raggiunto il livello prescritto le elezioni si sarebbero ripetute con il sistema proporzionale.
Non è tanto la bontà della legge ma il periodo in cui fu approvata a farcene vedere il mezzo per consentire a Mussolini la dittatura.
Dittatura non instaurata tramite la forza militare , anche se un contributo lo diede anche quest’ultima , ma tramite un’azione politica agevolata dalla mancanza di pesi a difesa della democrazia.
Nel gennaio 1924 la camera fu sciolta e le elezioni vennero indette per il 6 aprile.
Nel “listone“ fascista entrarono uomini come Salandra, De Nicola, Vittorio Emanuele Orlando.
Ai fascisti si contrapponevano i socialisti del P.S.I e del P.S.U, i comunisti, i popolari, i liberali democratici, i repubblicani e altri gruppi minori, uno dei quali capeggiato da Giolitti.
Non fu una campagna elettorale, come era prevedile dal clima instauratosi nel paese, tranquilla e vi furono numerosi scontri ed accuse di intimidazione.
I risultati finali furono favorevoli ai fascisti che ottennero più del 60% dei voti.
Il clima si fece sempre più rovente ed in Parlamento il deputato socialista Giacomo Matteotti elencò le violenze dei fascisti nel periodo preelettorale; l’uccisione del candidato del P.S.I Antonio Piccinni, i bandi imposti ai candidati dell’opposizione, le urne affidate in custodia alla milizia fascista.
Questo discorso tenuto il 20 maggio 1924 provocò violente reazioni nelle file fasciste tanto che il 10 giugno Matteotti fu aggredito a Roma, da quattro squadristi, rapito in automobile e trucidato.
Il suo cadavere fu ritrovato solo il 16 Agosto. Mussolini cercò di controllare l’emozione nel paese facendo arrestare gli esecutori materiali del delitto : Dumini, Volpi , Poveromo , questi i loro nomi.
Nel processo iniziato solo nel marzo 1926 i tre sicari furono condannati a solo 6 anni di carcere. Ma presto furono scarcerati grazie ad un amnistia nel 1947 il processo subì una revisione e gli assassini furono condannati al carcere a vita. L’onda emotiva che attraversò il paese fu fortissima e in quel momento il duce avrebbe potuto perdere tutto. Gramsci in sua lettera descrive così quei giorni:
Ho vissuto giornate indimenticabili e continuo a viverle. Dai giornali è impossibile farsi una impressione esatta di ciò che sta avvenendo in Italia. Camminavamo sopra un vulcano in ebolizione; di colpo, quando nessuno se l’aspettava, specialmente i fascisti arcisicuri del proprio potere infinito, il vulcano è scoppiato, sprigionando una immensa fiumana di lava ardente che ha invaso tutto il paese, travolgendo tutto e tutti del fascismo. Gli avvenimenti si sviluppano con una rapidità fulminea, inaudita ; di giorno in giorno , di ora in ora la situazione cambiava, il regime era investito da tutte le parti, il fascismo veniva isolato nel paese e sentiva il suo isolamento nel panico dei suoi capi, nella fuga dei suoi gregari“.
Il Governo fu duramente attaccato alla Camera dove tutte le opposizioni, tranne i comunisti, abbandonarono il Parlamento in segno di protesta.
Questa ritirata fu detta dell’Aventino e s’ispirava all’ipotesi che travolto dalla squalifica morale e magari per l’intervento del re, il Governo dovesse dimettersi. Mussolini doveva in quel momento decidere se sfidare l’opposizione o abbandonare il campo. Aiutato da Vittorio Emanuele III che gli confermò la fiducia il duce decise di sfidare i partiti. Rispose alle opposizioni ritirate sull’Aventino nel gennaio 1925 con un discorso in Parlamento dai più definito “Il Battesimo della dittatura mussoliniana“. Il duce nel suo discorso riassunse l’azione del Governo in campo economico e nella politica internazionale. Mettendo l’accento sull’annessione di Fiume dalla Jugoslavia si dichiarò amareggiato che nessuna forza politica volesse partecipare al bagno di giovinezza che aveva rinvigorito l’Italia. Perché tanta ostilità? Perché negare legittimità ad un partito che aveva milioni di consensi? Secondo Mussolini la regola parlamentare era stata rispettata anche se taluni residui di violenza e di illegalità resistevano, ma questo non poteva bastare a mettere sotto accusa un’intera classe dirigente, ecco alcuni passi del suo discorso nel quale praticamente Mussolini si assume la responsabilità del delitto Matteotti.
Ebbene, dichiarò qui, al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale e storica di quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda.
Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato una associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione a delinquere. Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima politico e morale.
Ebbene a me la responsabilità di questo clima storico politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi. Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo e ricco della mia esperienza di vita in questi sei mesi ho foggiato il partito (……)
Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo castigavo e poi avevo la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino.
L’Italia o Signori vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantotto ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area.

Non passarano infatti più di quarantott'ore perché le sedute della Camera fossero sospese. Nello stesso arco di tempo ai prefetti fu ordinato di provvedere allo “scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possono raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire; i poteri dello Stato“.
I partiti in pratica venivano chiusi. Mussolini che aveva già la maggioranza in Parlamento era riuscito a trovare il modo di fare tacere le opposizioni. Il discorso del Gennaio del ’25 dava inizio alla dittatura e di conseguenza tutti i settori vitali dello stato, giustizia, economia, cultura furono interessati dalla nuova organizzazione voluta dal regime.

La filosofia dei tempi
Nel corso del ’25 e sino alla fine del ’26 furono varate le cosiddette “leggi fascistissime“ opera di una coppia di ex nazionalisti: Luigi Federzoni, Ministro dell’Interno ed il giurista Rocco, Ministro Guardasiggilli.
La stampa italiana aveva visto la nascita dell’Unità (12 febbraio 1924) ad opera di Antonio Gramsci che sulla rivista Ordine Nuovo scriveva di Mussolini “Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro feroce meccanica, fare venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre chiuso alla minaccia. Conosciamo tutto questo armamentario e comprendiamo che esso possa impressionare e muovere i precordi alla gioventù delle scuole borghesi: esso è veramente impressionante anche visto da vicino fa stupire: Ma egli è il capo? Il tipo concretato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce, impastato di tutti i detriti lasciati dal suolo nazionale da vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva diventare il capo del proletariato, divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che esso sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia“.
A seguito degli avvenimenti del ’25 anche questo tipo di stampa poteva essere un elemento turbolento teso a sovvertire i poteri dello stato e dunque nello stesso anno la libertà di stampa venne soppressa. La giustizia, che doveva occuparsi non solo dei normali reati ma anche di quelli politici, fu interessata da una serie di provvedimenti che andarono dall’introduzione della pena di morte alla istituzione del “Tribunale speciale per la difesa dello Stato“.
Con questo organismo si aboliva la tradizione liberale e democratica che aveva affermato il principio della libertà d’opinione, il regime fascista riprendeva modelli inquisitoriali per colpire la “cospirazione“.
Durante tutta la sua attività che durò dal ’26 alla caduta di Mussolini, il tribunale speciale emise 2319 sentenza (tra di esse 42 condanne a morte). Le sue vittime furono uomini appartenenti per lo più alle classi subalterne del centro–nord.
Diverse furono le personalità che incapparono nel tribunale.
Riportiamo una sentenza del ’29 che riguarda il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini:
Processo a carico di Pertini Alessandro
Avvocato socialista unitario
Già condannato e poi amnistiato nel ’25 per incitamento all’odio di classe.
Già assegnato al confine di polizia nel 1926, espatriò con Filippo Turati il 12.12.26 in Francia dove svolse, con scritti e conferenze, attività e propaganda sovversiva ed antifascista.
Nell’ottobre 1928 impiantò persino in Nizza una stazione radio telegrafica con al quale riuscì a propagare false notizie ai danni dell’Italia.
In occasione del procedimento penale che per tale fatto subì in Francia cercò di trasformare il dibattimento in comizio antifascista.
Chiamando a testimoni del “barbaro dominio“ i più noti fuoriusciti.
Nel marzo u.s si allontanò dalla Francia ed attraversò la Svizzera con passaporto falso, rientrò in Italia.
Venne riconosciuto ed arrestato a Pisa il 14 aprile.
Antifascista fegatoso e spavaldo in udienza ha ammesso ai fatti e dopo la sentenza ha gridato “Viva il Socialismo“.
Condannato a dieci anni e nove mesi di reclusione.
I nostri diplomatici all’estero ricevettero da Mussolini in persona l’ordine di togliere a Nitti la cittadinanza italiana. Nitti era in quel periodo il simbolo dei fuoriusciti (successivamente gli altri fuoriusciti si vedranno levare cittadinanza e beni) ed era sempre stato seguito con una attenzione del duce. Tutto questo avveniva nel giugno del ’25.
Qualche settimana dopo vennero uccisi due fieri oppositori del regime Amendola e Gobetti.
Dopo il ’25 anche l’atteggiamento dei fascisti, verso i comunisti, subì un cambiamento. In un primo momento il duce li aveva esaltati come il “pericolo bolscevico“ tanto temuto dalla borghesia italiana, successivamente però con la nuova situazione creatasi con l’aventino anche l’opposizione comunista venne soppressa.
Ad accorgersi del nuovo orientamento fu Antonio Gramsci che l’8 settembre 1926 venne trasportato in manette a Regina Coeli. Ecco come descrive quei giorni: “Arrestato l’8 di sera alle 10 e 30 e condotto immediatamente in carcere, sono partito da Roma il mattino prestissimo del 25 novembre. La permanenza a Regina Coeli è stato il periodo più brutto della detenzione: 16 giorni di isolamento assoluto in cella, disciplina rigorosissima”.
Trasferito a Milano nel carcere di San Vittore deve aspettare che l’istruttoria del processo sia ultimata.
Il dibattimento dura dieci giorni e al Presidente che gli dice: “Siete imputato di attività cospirativa, di istigazione alla guerra civile, di apologia di reato e di incitamento all’odio di classe“, Gramsci risponde: “Sono comunista e la mia attività politica è nota per averla esplicata pubblicamente come deputato e come scrittore dell’Unità. Non ho svolto attività clandestina di sorta perché ove avessi voluto, questo mi sarebbe stato impossibile. Già da anni ho sempre avuto vicino sei agenti, con il compito dichiarato di accompagnarmi fuori o di sostare in casa mia. Non fui, così, mai lasciato solo; e, con il pretesto della protezione, fu esercitata nei miei confronti una sorveglianza che diviene oggi la mia migliore difesa (……..)Se d’altronde l’essere comunista importa responsabilità l’accetto“.
Il risultato del processo fu la condanna a venti anni da scontare a Portolongone ma una visita medica accertò che il detenuto era affetto da uricemia cronica e lieve esaurimento nervoso e quindi per scontare la pena (che durò sino al 24 aprile 1937) venne scelta la casa penale speciale di Turi di Bari.
Assieme a Gramsci vennero condannati quasi tutti i dirigenti di primo piano del P.C.I. tra cui Terracini, Scoccimarro, Roveda, Riboldi.
La nuova legislazione si occupò anche: della soppressione della massoneria; di concedere al governo amplissime facoltà di emanare decreti di legge; di riformare i codici; di fascistizzare la burocrazia e di sopprimere ogni autonomia delle amministrazioni comunali. Iniziarono a nascere in questo periodo i movimenti organizzati dei fuoriusciti.
La prima organizzazione antifascista nacque attorno a Bruno Buozzi, il quale ricostruì, in esilio la rappresentanza del movimento sindacale italiano. Intorno a lui si riunirono il deputato socialista Felice Quaglino, Pallante, Rugginenti, Giuseppe Bensi, Giuseppe Sardelli, i quali erano stati investiti in Italia della rappresentanza del movimento sindacale. Buozzi iniziò le pubblicazioni del giornale “L’operaio Italiano“, organo della Confederazione Generale del Lavoro.
All’estero oltre a Buozzi vi furono Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris che formarono la “concentrazione antifascista“. De Ambris era stato uno dei fascisti della prima ora, lasciò il movimento e si spostò in Francia dove poco dopo, iniziò la sua attività antifascista. Secondo Campolonghi la concentrazione avrebbe dovuto raccogliere maggiori adesioni individuali fra gli iscritti ai vari partiti di sinistra. Ci fu una contropoposta di Modigliani che voleva una intesa fra gruppi e partiti sufficientemente affini (era lo schema dei futuri comitati di liberazione). Alla concentrazione aderirono le due fazioni socialiste (la massimalista e la socialdemocratica), il partito repubblicano, la lega dei diritti dell’uomo e la confederazione del lavoro di Buozzi. Non aderirono i comunisti che volevano continuare con i loro piani insurrezionali . Le prime iniziative furono la pubblicazione di un settimanale, “La libertà“ il cui direttore fu Carlo Treves. Il primo numero uscì il 1° maggio 1927, con un articolo di Turati intitolato “Il primo maggio dei vinti“.
Questo settimanale si poneva naturalmente in una posizione di critica verso il regime. La concentrazione rimase unità finchè Treves fu direttore della “Libertà“. Quando se ne andò nel 1933 essa si sciolse.
Dopo l’esperienza della “Libertà“ Facchinetti e Pacciardi fondarono la “Voce Repubblicana“; la confederazione del lavoro si limitò a spingere gli operai verso la organizzazione sindacale francese. Buozzi fece uscire “L’operaio Italiano“ nel 1934. Iniziarono poco dopo le pubblicazioni di un settimanale “Giustizia e Libertà“ diretto fino a quando fu assassinato dai fascisti da Rosselli.
È accertato un collegamento dei fuoriusciti con l’internazionale socialista probabilmente alcuni di essi volevano un rovesciamento del regime fascista e l’instaurazione di una repubblica bolscevica.
Per controllare la cospirazione contro il regime venne costituita e affidata alla direzione del Prefetto Bocchini l’OVRA (Organizzazione Vigilanza Reati Antifascisti). Questa organizzazione iniziò la sua attività partendo da Milano ma successivamente di diffuse su tutto il territorio nazionale. Ciascuna zona aveva i suoi informatori sconosciuti anche agli ispettori centrali.
In seguito ad un attrito fra Bocchini e l’allora segretario del partito Starace quest’ultimo creò una propria polizia politica l’UPI.
Chi veniva denunciato veniva mandato via dall’Italia anche se era sempre Mussolini a dire l’ultima parola.
L’opera di riorganizzazione non si fermava qui. Al fascismo bisognava dare una ideologia. Seguaci del regime fascista furono nel mondo culturale i futuristi (in prima fila Marinetti) i Dannunziani e tutti gli intellettuali nazionalisti.
Nel 1925 non furono certo pochi gli scrittori che firmarono “il manifesto degli intellettuali fascisti“ redatto da Giovanni Gentile.
Assieme al Croce il Gentile collaborò alla “critica“ spinto dalla convinzione che il filosofo non potesse isolarsi ma dovesse partecipare e in prima persona alla vita politica della nazione.
Lo stato corporativistico, secondo Gentile, trionfava su quello liberale. Lo stato ora doveva essere inteso come centro degli interessi della collettività. C’è da sottolineare che Gentile non fu sempre in sintonia con il regime ed intervenne per censurarne alcune esagerazioni.
Nel mondo culturale del tempo si muovevano altre due figure di grandissimo spessore Giuseppe Prezzolini e Benedetto Croce. Prezzolini fondò nel 1908 “La Voce“ con l’intenzione di combattere la cultura del positivismo e di diffondere il pensiero e la sensibilità intuzionistica e idealistica e fu in un certo modo vicino al fascismo anche se in una lettera al direttore del Corriere della Sera, il 18 Giugno 1981 Prezzolini scrive:
Non ho mai avuto alcun incarico da un’organizzazione fascista, non ho mai avuto nemmeno un biglietto di tranvai gratis dal fascismo (….), quanto ai miei auguri a Mussolini nel 1922, dopo la marcia su Roma, chi non glieli faceva? Ma i miei auguri furono chiariti quando pubblicai presso l’israelita Formiggini e per sua richiesta la forse prima biografia di Mussolini nel 1924 che terminava: “tocca al paese offrirgli gli uomini per un compito superiore quale sarà il ritorno alla vita dei paesi più progrediti, civili e legali“. Per mia richiesta alla biografia di Mussolini fece seguito una biografia di Giovanni Amendola che terminava: “Giovanni Amendola ha affrontato con serietà , tenacia e coraggio – fino al rischio della vita – l’impopolarità dei compatrioti e l’ostilità del partito avversario. Queste profonde qualità gli avrebbero valso soltanto la stima di una minoranza di italiani e non quella simpatia più vasta che gli è stata regalata dalla persecuzione fascista“.
Il Croce partecipò attivamente alla vita politica come Senatore e Ministro e per alcuni anni manifestò simpatia e comprensione per il movimento, simpatia e comprensione al liberalismo. Votò a favore del Governo fascista e conservò fiducia in esso anche dopo l’omicidio Matteotti.
Le leggi eccezzionali del 1925 e la politica culturale del regime spinsero Croce alla opposizione e alla stesura di una “Protesta“ contro il “Manifesto“ degli intellettuali fascisti, la quale fu pubblicata il 1 maggio 1925 e raccolse ampi consensi.
Dopo tale presa di posizione il Croce mantenne un fermo atteggiamento di condanna del regime, che fu costretto a concedergli un certo margine di libertà anche per la notorietà internazionale da lui raggiunta, in un'opera del 1940 “il carattere della filosofia moderna“, il Croce scriveva:
Senza dubbio, vi sono tempi nei quali tra la vita pratica, sociale e politica si osserva una sorta di rispondenza (…….) tempi singolarmente felici nei quali un medesimo fervore morale genera quasi gemelli i modi della filosofia e i modi della vita. Ma c’è ne sono altri, travagliati e dolorosi nei quali il pensatore stà solitario e con poca compagnia (…) guai al filosofo se egli per isfuggire la solitudine e per altri assai meno nobili sentimenti si piega e adegua la sua filosofia alla “filosofia dei tempi“ e in qualche modo la seconda! Che per contrario, allora tanto più stretto e più urgente è il dovere suo di rammentare agli uomini mercè dei concetti speculativi e dei giudizi storici quella che è la vera e compiuta umanità tanto più che egli deve essere allora rigido verso gli altri e verso se stesso , perché, se il sale si insipido chi potrà mai salarlo? il suo regno è ben di questo mondo, ma non già dell’istante che passa.

Un tratto di fine arte politica
Prima la giustizia , poi la cultura , ora bisognava occuparsi dei rapporti con la chiesa , dell’economia e della politica estera ed il duce non si tirò indietro.
Un successo di Mussolini fu il ripristino dei rapporti con la Santa Sede che si erano incrinati dal 1870 quando l’unità era stata ottenuta sacrificando lo Stato Pontificio.
La politica dello stato liberale fu una politica laica di netta separazione dei rapporti tra stato e chiesa. Mussolini non aveva pregiudizi liberali capiva che era fondamentale avere la chiesa dallapropria parte.
Per fare un’accordo bisognava essere almeno in due e alla volontà di Mussolini si associò quella del Pontefice che nel fascismo vedeva l’antagonista del comunismo ateo.
I primi contatti iniziarono nel 1926 e vennero portati a buon fine l’11 Febbraio 1929 con la firma tra Mussolini e il Cardinale Pietro Gasparri.
Vennero stipulati tre atti diplomatici; un trattato che sanciva l’accordo intervenuto fra l’Italia e la Santa Sede costituita in Città del Vaticano; un concordato che riconosceva alla chiesa determinati privilegi sulle altre confessioni e religioni, una convenzione finanziaria in forza della quale lo Stato Italiano si impegnava a pagare una somma determinata alla Santa Sede.
Qui riportiamo una parte del discorso in Parlamento di Benedetto Croce, laico per eccellenza, con il quale il filosofo motivò il suo voto contrario al concordato “Al nostro rifiuto taluni obiettano che quel che si è eseguito mercè il concordato sia un tratto di fine arte politica, da giudicare, non secondo le ingenue idealità etiche , ma come politica, giusto il trito detto che Parigi val bene una messa, né io nego la mia ammirazione all’arte politica, né ignoro che quel trito detto si suole attribuire, leggendariamente, a un grand’uomo, a un eroe della storia della Francia (Enrico IV), del quale si credette così di interpretare il riposto pensiero; quantunque forse gli si fece torto, perché sta di fatto che egli non pronunciò mai quelle parole. Come che sia, accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi val bene una messa è una cosa che vale infinitamente più di Parigi perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero! E’ il nostro voto comunque per altri rispetti si voglia giudicarlo, ci è imposto dalla nostra intima coscienza , alla quale non possiamo rifiutare l’obbedienza che ci domanda“.
Nello stesso anno del Concordato, il 1929, si svolsero le elezioni.
Il fascismo (unica lista presente) portò a casa 8 milioni di voti contro 136 mila contrari.
L’accordo Stato-Chiesa contribuì in quel momento a rafforzare il regime. Nel 1929 sull’economia italiana si abbattè l’uragano della crisi economica scatenata dall'impennata dei prezzi dei cereali che misero in grave difficoltà gli agricoltori statunitensi.
Il 24 ottobre ( giovedì nero ) la borsa di Wall-Street crollò le azioni persero circa 1/3 del valore e la tendenza al ribasso continuò sino al Luglio del 1932.
Per cercare di risanare l’economia il nuovo Presidente Americano Roosvelt propose agli americani il New Deal ( Nuovo Patto ) con il quale venne seppellita per sempre la tesi del liberalismo puro e si introdusse la politica dello Stato assistenziale.
Il fascismo che era andato al Governo proprio per risollevare l’Italia dalla crisi in cui era entrata nel dopoguerra nella quale uno dei settori vitali per la sua esistenza , nel quale avrebbe dovuto dimostrare di avere delle capacità, in uno stato vicino al tracollo poiché l’economia faceva fatica.
Ma come fu amministrata questa fatica dal regime?
Per tre o quattro anni dal 22’ al 25’ vi fu una politica economica liberale o quasi liberistica.
Prima che si diffondesse il motto “tutto per lo stato, tutto nello stato“, il liberismo fu applicato da Alberto De Stefani il quale fu nominato Ministro delle Finanze da Mussolini il 31 Ottobre 1922.
De Stefani diverrà l’anno seguente anche Ministro del Tesoro, la sua politica favorì le esportazioni e quindi di conseguenza la ripresa della produzione industriale, realizzò una fiscalità propizia agli investimenti ed ai profitti fino ad arrivare a raddrizzare il bilancio dello Stato.
L’alta tariffa doganale del 1921 venne abbassata, ridotti furono gli interventi pubblici nell’economia, mentre la spesa pubblica scendeva in poco tempo dal 35 al 13 per cento del reddito nazionale.
Mussolini che nel ’22 aveva gridato “Basta con lo stato ferroviere, lo stato postino e lo stato assicuratore“ mutò progressivamente opinione.
La Confindustria poi dopo avere salutato con gioia questi provvedimenti cominciò a rammaricarsi che l’economia non fosse in mano ad un ministro di sua completa fiducia. De Stefani era troppo autonomo, occorreva un uomo dell'industria e della finanza come era il Conte Giuseppe Volpi di Misurata.
Il Volpi iniziò una politica di difesa ad oltranza della lira cercando di diminuire le importazioni di grano, minerali, petrolio ed incentivando la cerealicoltura, diede vita alla famosa “battaglia del grano“.
Questa battaglia fu combattuta tramite una legge del 1932 con la quale furono istituiti dei consorzi agrari che raccoglievano i prodotti agricoli, soprattutto i cereali, offrendo agli agricoltori anticipi sulle vendite e assicurando la collocazione delle derrate sul mercato.
La produzione subì un reale incremento: mentre nel 1923 si producevano in Italia circa 59 milioni di quintali di frumento, nel 1933 se ne produssero 79 milioni di quintali.
In questo periodo si iniziarono anche iniziative di bonifica di terreni incolti e malarici di una superficie di oltre 4 milioni e mezzo di ettari.
Venne dato notevole impulso ai lavori pubblici ma tutte le iniziative avevano come vizio d’origine l’essere il mezzo per realizzare una politica protezionista.
Questa politica si spiegava con le tendenze imperialistiche del nostro governo che intensificò di molto la spesa per gli armamenti e sempre in questa ottica perseguì una politica di incremento delle nascite.
Questa politica fu realizzata tramite l’imposta sul celibato, facilitazioni fiscali per le famiglie numerose, condizioni di favore riservate ai coniugati, premiazione delle madri prolifiche.
Come gli altri paesi europei anche l’Italia aveva subito il contraccolpo della grande crisi del 1929 e non aveva senso investire in soldi rimasti in armi.
Ma nel clima di recessione il 3 Ottobre 1935 l’esercito Italiano oltrepassa il Mareb dando inizio alla Guerra contro l’Etiopia.
La Campagna d’Africa aveva un significato soprattutto simbolico poiché nel nostro esercito bruciava la delusione per la sconfitta di Adua nel 1896. Io osservo oggi come scrivente le emozioni di tale evento e si volevano proprio scannare per stanchezza. Bisogna sottolineare che il prestigio internazionale, si era rivali in questi primati, si misurava ancora in base alla grandezza del proprio territorio.
La Storia degli Italiani in Africa non era agli inizi, un posto dove siamo stati per anni, nel 1885 un gruppo di 1.500 Bersaglieri occuparono Massaua in Eritrea. Nel 1892 si acquisirono i protettorati su Somalia ed Etiopia e nel 1912 vi fu la conquista della Libia.
L’idea dell'Africa quindi non era certo nuova e Mussolini cercando di mostrare al popolo Italiano e al consesso internazionale di essere forte, ci provava in continuazione ogni giorno per preparare questa missione militare, decise di ritentare la via del continente nero.
Ma perché venne scelta proprio l’Etiopia?
Alla questione in maniera attendibile si risolve sostenendo che non interessava a nessun paese colonizzatore.
Le armate Italiane al Comando di Rodolfo Graziani dopo una serie di facili vittorie occuparono il 5 Maggio 1936 Addis Abeba.
Nelle piazze apparvero grandi carte geografiche dell’Africa Orientale dove giornalmente, la gente poteva seguire i progressi delle truppe italiane; lo stesso avvenne in ogni classe delle scuole e la parola d’ordine “Noi tireremo diritto“ apparve sui muri, nei manifesti e nei cartelli delle dimostrazioni a favore del fascismo e della guerra;
avanzerei seri dubbi su quello a cui essa serva come sempre.
Il Comando della Compagnia d’Africa passò nelle mani di Badoglio e si concluse rapidamente grazie alla superiorità soprattutto organizzativa e numerica del nostro esercito.
Alla campagna etiopica ora viene, giustamente, data poca importanza ed a distanza di anni la scelta di sostenerla pare illogica ed è sicuramente sbagliata.
L’obiettivo era quello di distogliere gli Italiani dalla crisi economica ed unirli in nome del comune patriottismo era un’obiettivo propagandistico perché non risolveva nessun problema, anzi li aggravava e dunque come poteva l’Italia occuparsi di un altro Stato quando non riusciva ad occuparsi di se stessa?
L’aggressione Italiana fu condannata dalla società delle Nazioni.
Ma le sanzioni decise vennero applicate blandamente e la reazione tutt’altro che decisa aprì le porte alla Germania che comprese la scarsa unità Internazionale per la sua politica e, capita l’ostilità anglo- francese il regime dovette aprire una forte collaborazione con la Germania.
Da quel momento il Fascismo iniziò a perdere consensi ed è saggio scriverlo adesso.

"Vincere e vinceremo"
La situazione internazionale spinse l’Italia a stringere accordi di alleanza con la Germania anche se i rapporti tra Mussolini ed Hitler non erano sempre stati idilliaci. Si incrinarono per l’appoggio dato dalla Italia al progetto semi-dittatoriale di Dolfuss in Austria e per la collaborazione offerta alle forze austriache per scongiurare il tentativo di colpo di stato nazista del 1934, si riavvicinarono per la guerra di Abissinia e soprattutto per la guerra civile spagnola.
Per uniformarsi al totalitarismo tedesco Mussolini dovette condurre nel 1938 una campagna di riorganizzazione dello Stato Fascista per alimentare la propaganda vennero mobilitati radio e giornali che iniziarono a trasmettere messaggi di stampo nazionalista e fascista.
L’obiettivo che si poneva il regime era di cancellare completamente ogni traccia del carattere “borghese“ degli italiani; si dovevano modificare cultura e stili di vita ed il primo passo fu l’introduzione del voi o meglio ancora del tu contro l’uso del lei.
La rivista di Bottai “Critica Fascista“ scrisse “Si ristabilisca il tu, espressione dell’universale romano e cristiano, e il voi, segno di rispetto e di gerarchia“.
I cambiamenti non interessarono solo il modo di parlare degli italiani, anzi dei camerati, venne imposto anche un nuovo modo di marciare “il passo romano“ creato dal Duce per evidenziare il carattere guerriero del popolo italiano.
Nel Giugno del 1938 si proibì in tutti i luoghi pubblici la stretta di mano, bastava il saluto romano.
La mossa che rese più evidente il tentativo di allinearsi sulle posizioni tedesche fu l’introduzione della legislazione razziale ispirata ad un documento che venne pubblicato il 14 Luglio 1938 ad opera di ignoti, patrocinati dal Ministro della Cultura, sotto il titolo “Manifesto della razza“ ecco alcune delle tesi esposte nel Manifesto:
“Il carattere di razza è puramente biologico (………..) Alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno le differenze di razza. La popolazione dell’Italia attuale è ariana. Esiste oramai una pura razza italiana. Questo concetto è basato (…..) sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il regime in Italia è in fondo del razzismo (……..) La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.
Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo“.
A seguito del dibattito instauratosi nel paese vennero adottati tra il 1938 ed il 1939 una serie di provvedimenti.
Nel Settembre del 1938 le scuole italiane eliminarono dal loro interno alunni, insegnanti e testi ebrei.
Nel Novembre 1938 è vietato il matrimonio tra italiani di razza ariana e di altra razza: si limitano fortemente i diritti di proprietà immobiliare degli ebrei e si impedisce agli imprenditori di possedere aziende con più di 100 dipendenti.
Ai giovani di religione ebraica vengono interdetti lo svolgimento del servizio di leva e l’inserimento nella pubblica amministrazione e proibita agli ebrei l’iscrizione alle organizzazioni fasciste. Nel Giugno del 1939 i professionisti ebrei vengono raggruppati in un albo separato da quello ufficiale, la loro libertà di esercizio della professione è ristretta alla sola cerchia di persone della stessa razza.
La “Dichiarazione sulla razza“ approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 6 ottobre del 1938 stabilisce in ogni caso che i provvedimenti sopra descritti non vengano applicati nei confronti di persone che nel corso del secolo abbiano acquisito particolari benemerenze nelle guerre combattute dall'Italia, o siano stati iscritti, prima del 1922, al partito Fascista.
Un altro dei provvedimenti del regime fu l’istituzione del “Sabato fascista“: non si lavorava negli uffici e nelle scuole si svolgevano solo ore di ginnastica.
Allo sport il regime fu sempre attento perché attraverso lo sport si potevano esaltare le masse e i successi italiani nelle competizioni internazionali potevano essere presentati e vissuti come vittorie della intera Italia fascista e le vittorie non mancarono, infatti, nel 1938 il purosangue Nearco vinse il prestigioso Grand Prix de Paris; la nazionale di calcio si aggiudicò per la seconda volta consecutiva la coppa Rimet; Bartali dominò il Tour de France.
Questi provvedimenti di riorganizzazione dello stato furono seguiti da una politica diplomatica molto attiva a livello internazionale e che, come politica, era di pieno appoggio alla Germania nazista.
I primi risultati tangibili si ebbero nella Conferenza di Monaco che doveva decidere della annessione dei Sudati, ossia dei territori Cecoslovacchi dove era massiccia la presenza etnica dei Tedeschi, il Duce appoggiò in quella occasione la Germania, che li rivendicava, nella lotta con la Francia e l’Inghilterra che proteggevano la Cecoslovacchia.
Il risultato della Conferenza fu che i Sudeti furono occupati dai Tedeschi che successivamente senza rispettare gli impegni occuparono anche il resto della Cecoslovacchia.
La nascente alleanza Italo-Tedesca aveva però dei problemi, era duro il Duce, poiché Mussolini era irritato dal fatto che Hitler lo informava solo a fatto compiuto ed il capo del Fascismo voleva essere trattato alla pari.
Mussolini anticipando per una volta Hitler decise di annunziare il 6 Maggio 1939 in occasione di una visita del Ministro Von Ribbentrop, l’imminente firma di una alleanza italo-tedesca.
Il trattato venne firmato a Berlino il 22 Maggio e venne denominato “Patto d’Acciaio“. Le parti con questo patto si impegnavano a tenersi in contatto e nell' articolo 3 troviamo il punto più importante: ”Se malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti dovesse accadere che una di esse venisse a essere impegnata in complicazioni belliche con un’altra o con altre potenze, l’altra parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari“….
Il trattato prevedeva agli articolo 4 e 5 “La collaborazione nel campo della economia di guerra e la non conclusione in caso di conflitto, di amnistia e di pace se non in pieno accordo tra di loro“.
Nell’accordo la consultazione fra le due parti era molto teorica e soprattutto non vi era nessuna clausola che fissasse la volontà italiana di preservare la pace per almeno tre anni.
L’Italia non poteva entrare in guerra e quando fu evidente che la Germania non avrebbe aspettato, Mussolini inviò un messaggio a Hitler nel quale sottolineava due punti:
1- Se la Germania attacca la Polonia ed il conflitto rimane localizzato, l’Italia darà alla Germania ogni forma di aiuto pratico ed economico che sarà richiesto.
2- Se la Germania attacca la Polonia e gli alleati di questa contrattaccano la Germania, l’Italia non prenderà iniziative di operazioni belliche date le attuali condizioni della nostra preparazione militare, regolarmente e tempestivamente segnalate al Fùhrer e a Von Ribbentrop. L’Italia non può che affrettare la sua preparazione militare e la sollecitudine del suo intervento sarà in relazione ai mezzi bellici e materie prime. Il Duce resta in attesa di conoscere il giudizio del Fùhrer su tutto quanto precede.
Nel paese le reazioni all’accordo con la Germania non furono molto favorevoli il Re Vittorio Emanale III non aveva avuto mai grande simpatia per i nazisti ed era decisamente contrario ad un coinvolgimento dell'Italia in guerra.
L’antipatia del re verso i tedeschi era contraccambiata da Hitler che definiva il sovrano “Imbecille“ e faceva riferimento solo a Mussolini.
Contrari alla alleanza erano anche il Papa e lo stesso Galeazzo Ciano che pubblicamente, il 16 Dicembre 1939, in un discorso alla Camera espresse il suo scetticismo verso l’alleato tedesco.
Sembra che proprio in quel momento Ciano potesse subentrare a Mussolini, infatti, una nota della segreteria vaticana riferisce:
C (Ciano) un mese fa era in predicato di succedere a M (Mussolini) e ciò poteva avvenire da un momento all’altro“; ma il Re preferì, non trovando il coraggio, tenersi Mussolini che il 5 Gennaio 1940 in una lettera a Hitler sosteneva che “Il nemico numero uno era l’Urss; sconfiggere completamente Gran Bretagna e Francia era impossibile, perché gli Usa sarebbero intervenuti a difesa delle democrazie; era opportuno non attaccare in Occidente ed arrivare ad un compromesso………”.
Hitler rispose il 10 Marzo invitando l’Italia ad entrare in Guerra e Mussolini sembrava convincersi sempre più ed in un promemoria segretissimo il duce scriveva: L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra……senza squalificarsi…il problema non è quindi sapere se l’Italia entrerà in guerra; si tratta soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare il più a lungo possibile compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra, per prepararsi in modo tale che il nostro intervento determini la decisione; perché l’Italia non può fare guerra lunga”….
Quando la Germania travolse e conquistò la Francia e l’intervento italiano non era più tanto un fatto militare quanto una necessità politica il duce si decise: aveva infatti bisogno, "di alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace quale belligerante“ e temeva che la Germania vittoriosa avrebbe fatto pagare caro all' Italia il suo non intervento.
Il 10 Giugno 1940 Ciano consegnò la Dichiarazione di Guerra all’Ambasciatore di Francia che commentò “E’ un colpo di pugnale ad un uomo a terra…….I tedeschi sono padroni duri e ve ne accorgerete anche voi“ questo avveniva e non certo il regime voleva essere innocente in una guerra già partita da anni.
Nello stesso giorno, infatti, alle ore 18.00 a Piazza Venezia a Roma, dal famoso balcone il Duce comunicò alla Nazione l’entrata in guerra. La gente avrebbe capito visto che nell' ascoltarlo si erano riuniti non solo lì ma anche vicino alla radio messa a disposizione nelle sedi di partito, ed ecco alcuni dei passaggi del discorso pronunciato da Mussolini in quella occasione:
Combattenti di terra, di mare e dell’aria!
Camicie nere della rivoluzione e delle legioni!
Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
L’ora delle decisioni irrevocabili.
La dichiarazione di guerra e già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente che in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esperienza medesima del popolo italiano (………..)
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è lotta tra due secoli e due idee (……….) L’Italia proletaria e fascista è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica ed impegnativa per tutti.
Essa trasvola ed accende i cuori dalle alpi all’Oceano Indiano:
Vincere! e vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa ed al mondo.
Popolo Italiano
Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

Non si può perdere il brivido dunque della entrata in guerra della Italia.
Il duce aveva aspettato il momento propizio e secondo lui lo aveva trovato ma la decisione di entrare in guerra non fu certo un buon affare per la nostra nazione visto che di un affare si trattava perché l’Italia era animata dall’interesse di avere dalla Germania un trattamento da alleato fedele ed utile e non dà un interesse di difesa della propria identità nazionale.
Questa scelta non si poteva interrompere o evitare ed era nella logica del Patto d’acciaio e dello avvicinamento all’alleato tedesco ed a nulla poteva servire la dichiarazione di non belligeranza perché l’Italia senza combattere sarebbe diventata una colonia tedesca.
Non furono tanto i sogni imperialistici ma la necessità di fare sentire la propria voce a spingere Mussolini verso il conflitto ma per noi l’alleanza con la Germania non faceva certo sentire uno Stato sicuro ma in assenza di questa alleanza l’entrata in guerra ci avrebbe riguardato lo stesso ma su questi argomenti si era aperta una discussione nella quale i contrari a questa alleanza rappresentati dal Re, dal Pontefice ed alcuni importanti gerarchi fascisti continuavamo a manifestare l’idea che nulla sarebbe andato bene con questo accordo.
Ma al momento Mussolini rimaneva delle sue idee e cambiare la scelta di allearsi con i tedeschi sembrava impossibile.
Se nella Prima Guerra Mondiale l’Italia era entrata impreparata, nella Seconda Guerra Mondiale entrò ancora più impreparata o come potrei scrivere “vicinissima a forti perdite umane“ che non poteva non essere noto a tutti.
L’esercito italiano disponeva di armamenti decisamente mediocri, non sappiamo come ne erano convinti i soldati o i gerarchi: aveva una artiglieria artigianale risalente alla Guerra del 1915-1918.
La guerra nella quale Mussolini ci faceva entrare non si faceva con le baionette e neppure con il fucile ’91 in dotazione all’esercito sin dai tempi della guerra d’Africa.
Per combattere occorrevano carri armati e noi non ne avevamo più di 1.400 diciamo piccolini; occorrevano munizioni e ve ne erano solo per combattere per una sessantina di giorni di guerra. Anche la tanto esaltata aeronautica “arma fascistissima“ voluta dallo stesso Mussolini, nel 1923 non era poi in condizioni tanto eccellenti: al momento dell’entrata in guerra contava 1322 bombardieri (di cui 900 efficienti e solo 600 relativamente moderni) e 1.100 tra caccia e assaltatori (di cui 700 impiegabili e solo pochi moderni).
L’arma che godeva della salute migliore era la marina, ma anche qui vi erano grossi problemi poiché mancavano le basi d’appoggio e una adeguata protezione aerea e per questo le nostre navi sarebbero facilmente diventate affondabili.
A conti fatti come si legge non si poteva tranquillizzare nessuno degli oppositori al conflitto perché a conti fatti la nostra forza bellica era inconsistente per il conflitto che si andava a combattere, che era già pieno di forti rischi per i nostri soldati.

Credere, obbedire, combattere
La guerra italiana, poco elegantemente, iniziò con l’offensiva contro la Francia che era una nazione a quel tempo che era stata messa completamente a terra dalla Germania e dunque ci si aspettava una rapida soluzione del nostro impegno.
I nostri soldati erano guidati dal Principe Umberto ed erano equipaggiati con divise estive mentre sul fronte di guerra imperversavano temperature gelide. Oltre alle difficoltà organizzative c’era l’incapacità dei nostri di fronteggiare le truppe alpine francesi che conoscevano il terreno ed erano più addestrate rispetto ai nostri.
Nella guerra che ci doveva vedere facilmente vittoriosi contro i moribondi francesi al momento dell'armistizio potevamo vantare la sola occupazione di Mentone sulla costa e di alcuni villaggi montani. Questi risultati erano ottenuti con un prezzo alto anzi altissimo: 1300 tra morti e dispersi, 3000 feriti e 2125 congelati.
I giorni che ci aspettavano erano tutt'altro che rosei.
Come reagì, il paese a questi primi risultati?
Il regime da quello a cui siamo a conoscenza fu molto attento ad alimentare la sua attività propagandistica che mirava a nascondere tutto ciò che era possibile ed aveva come obiettivo il testimone di una guerra che ci vedeva vincere e per questo si ricorreva al metodo dei motti che ossessionavano la popolazione che doveva affrontare questa civiltà, quella di “Credere, obbedire, combattere“; “Battere il nemico ovunque “; “Un popolo di soldati con un esercito di cittadini“;
Riconoscere questo nuovo popolo non convinceva comunque totalmente l’uomo italico che però sapeva che la guerra non si fermava in Francia, doveva continuare da qualche parte e sperava di capirne il bilancio, poiché era l’Inghilterra il prossimo obiettivo.
Alla Italia venne affidata la responsabilità del Mediterraneo sia per la posizione geografica, sia per i nostri interessi in Nordafrica.
Le nostre mansioni non si sa se è un sospetto di inefficienza, erano ritenute poco importanti dal Fuhrer che non era interessato né al Mediterraneo né ai paesi africani.
Lasciate senza l’aiuto tedesco le nostre navi nel Mediterraneo erano bersaglio facile degli Inglesi.
Le nostre difficoltà navali davano problemi per la mancanza di rifornimenti alle truppe di stanza in Nordafrica.
Il nostro anno nero fu il 1941.
Occorre prima di iniziare a trattare il proseguimento della guerra, aprire una parentesi: vero è che il Duce forse non avrebbe potuto evitare l’entrata nel conflitto ma altrettanto vero è che il modo in cui condusse la nostra presenza nel conflitto fu disastroso.
La parola d’ordine per i nostri alti comandi era attaccare per potersi mettere alla pari dell’alleato tedesco, ma rispetto ai tedeschi noi eravamo lontani anni luce e questa differenza risultò evidente nel 1941.
L’Italia in quell’anno risultava impegnata nel continente africano. In Africa orientale tra Eritrea, Etiopia e Somalia aveva concentrato 290.000 uomini che rispetto ai nostri avversari, gli Inglesi, erano molti di più ma non bastava la superiorità numerica, ed il nostro esercito aveva sempre lo stesso difetto: essere male organizzato e male attrezzato e non era poco.
Per i primi mesi di guerra la superiorità numerica fu sufficiente per i primi mesi di guerra e gli italiani riuscirono a prendere la Somalia britannica.
Una vittoria che strategicamente non fu un granchè visto che gli Inglesi abbandonarono il campo contenendo le perdite al minimo.
Sul finire del 1940 la situazione in Africa Orientale si aggravò: gli Inglesi avevano ricevuto numerosi rinforzi sia umani che tecnici e, sul territorio, i guerriglieri etiopici iniziarono ad infastidire i nostri.
La nostra strategia difensiva ebbe come risultato il concentramento delle forze nel centro della colonia.
Ma le sconfitte iniziarono a farsi pesanti: gli Inglesi si ripresero facilmente la Somalia e conquistarono l’Eritrea. In seguito a queste sconfitte Amedeo d’Aosta il 19 Maggio 1941 si arrese agli Inglesi.
Anche in Africa Orientale la nostra forza era solo sulla carta ed a comandare le operazioni c’era uno dei gerarchi più in vista del regime, Italo Balbo, che però venne abbattuto per errore dalla nostra contraerea.
Il 28 Giugno 1941 a sostituirlo fu inviato il Generale Graziani.
Mussolini che aveva urgenza di successi ordinò l’offensiva contro l’Egitto che non fu possibile perché l’esercito rimase bloccato per la mancanza di rifornimenti a Sidi Barrani.
Questa sosta permise agli Inglesi di rafforzarsi e di sferrare un’attacco che sbaragliò i nostri. Graziani rassegnò le dimissioni e venne sostituito da Rommel; i tedeschi erano venuti a salvarci.
Rapidamente la situazione in Africa fu riequilibrata con una serie di vittoriose battaglie me la guerra era destinata a concludersi con la chiusura del conflitto mondiale grazie allo sbarco degli americani in Marocco.
A rendere evidente la dipendenza dell’Italia rispetto alla Germania ed a spazzare via ogni velleità di Mussolini in qualsiasi tavolo di pace, fu la guerra contro la Grecia che fu il vero fallimento della nostra nazione.
La nostra avventura in Grecia era iniziata nel 1940 e non procedeva bene anzi, andava malissimo e le perdite per il nostro esercito furono ingenti.
L’intera campagna ci costerà 13.755 morti, 50 mila feriti, 12 mila congelati, 25 mila dispersi. A salvarci dovettero intervenire i tedeschi che in soli 15 giorni fecero sventolare la svastica su Atene.
I nostri guai non erano finiti.
Il Duce c’è l’aveva sempre avuta con quelli che oggi sono i russi e ieri l’URSS e più volte aveva espresso al Fuhrer il desiderio di essere presente ad un eventuale attacco ai sovietici e l’occasione non mancò.
Furono preparati per l’impresa 62 mila uomini.
I nostri furono costretti a combattere tra la neve e l’esercito russo non scherzava già era forte sul terreno normale immaginiamoci sulla nave a casa propria.
Una novità fu che non uscimmo sconfitti solo noi ma anche i tedeschi e qui si inizio a capire che anche la Germania avrebbe potuto perdere la guerra.
Il popolo italiano cominciò a capire come andavano veramente le cose, sino a quel momento coperte dalla propaganda fascista, grazie ai primi bombardamenti sulle loro teste e ai racconti dei reduci ma soprattutto dalle notizie di morte dei loro cari per mano degli avversari che non ci facevano portare a termine quello che avremmo voluto fare.

Capitolazione o resistenza?
Le sconfitte per l’asse iniziarono a farsi pesanti ed oramai i tedeschi e gli italiani erano sconfitti su ogni fronte grazie soprattutto all'entrata nel conflitto degli americani.
L’azione degli alleati, dopo la presa dell' Africa Settentrionale, prevedeva l’accerchiamento della Germania e lo sbarco in Italia, precisamente in Sicilia, ritenuta il punto debole dell’asse.
Dopo le sconfitte sul territorio straniero stavano per arrivare quelle sul territorio nazionale.
La situazione interna nel 1943 vedeva il Duce oggetto di diversi malumori e soprattutto iniziavano a maturare vere e proprie congiure.
L’equilibrio si ruppe con lo sbarco degli alleati in Sicilia nel quale, furono impiegati 160.000 uomini con 2.800 navi, 600 carri armati e 100 cannoni.
Uno sforzo bellico di grandi proporzioni che aveva l’obiettivo non solo di conquistare l’isola ma di farlo rapidamente e così fu. A seguito di questo avvenimento gli oppositori del regime iniziarono a farsi vivi e moltiplicarsi.
Mussolini si era già trovato a dovere fronteggiare oppositori ma erano oppositori appartenenti ad altri partiti che il Duce aveva liquidato con l’esilio o con l’isolamento. Adesso il gioco era più duro, sia perché egli non era a conoscenza di chi lo avversava, sia perché chi ne voleva decretare la fine aveva consentito al Duce di prendere il potere e consolidarlo: erano oppositori del regime appartenenti al regime.
Primo fra tutti vi era il Re che aveva capito che piano si andava verso il fondo ma che doveva pur sempre organizzare la caduta del regime con tutti i rischi che questo poteva portare.
Il Re poteva contare sull’appoggio di molti degli alti comandi militari e anche di alcuni gerarchi fascisti e bisognava contattarli e muoversi.
Del complotto militare erano responsabili soprattutto due uomini che erano il Generale Ambrosio ed il suo ufficiale addetto Generale Castellano.
Ambrosio era animato da una grande avversione per i tedeschi ed era un fedelissimo della monarchia aveva capito che la guerra era perduta e vedeva l’alleanza con Hitler come un pericolo.
Il generale aveva sperato che a mettere fine alla Alleanza con la Germania potesse essere lo stesso Mussolini ma un incontro nel Luglio del 1943 tra i due dittatori aveva dimostrato ancora una volta che il duce era subalterno al fuhrer e incapace di opporsi in qualsiasi modo, nonostante stimolato dai suoi, al volere nazista.
Venne quindi messo a punto da Castellano un piano per eliminare il duce.
Il piano passò per le mani di D’Ambrosio ed arrivò tramite Acquarone, Ministro della real casa, al Re, il monarca non aspettava altro.
Castellano sapendo di poter rischiare portò a conoscenza del piano anche Galeazzo Ciano.
I contatti affidati al Re ed Acquarone proseguirono, ed in pochi giorni il Ministro della real casa incontrò Ivanoe Bonomi, ex Presidente del Consiglio e Marcello Soleri, Ministro del Governo Facta spazzato via dalla Marcia su Roma. A seguito di questi contatti vi fu un incontro tra il Re e Bonomi, nel quale il Bonomi espose il piano da applicare dopo la rimozione di Mussolini: il Governo ad un militare e scioglimento del patto d’acciaio con i tedeschi.
I contatti di Vittorio Emanuele III continuarono e le cose per Mussolini si fecero serie quando anche il Presidente della Camera dei Fasci Dino Grandi, in un incontro il 3 Giugno del ’43, manifestò l’intenzione di liquidare Mussolini.
L’invasione della Sicilia da parte degli alleati rese più veloce il complotto.
Oltre al Re anche il Vaticano portava avanti il progetto di eliminare Mussolini e, sembra da recenti indagini (Novembre 96) compiute dalla ricercatrice Albertina Vittoria che tre mesi prima del 25 luglio 1943, insieme agli Stati Uniti, il Pontefice Pio XII avesse preparato un piano che comportava la sostituzione di Mussolini con Luigi Federzoni, Ministro degli Interni e delle Colonie e poi Presidente del Senato, che godeva della fiducia del Pontefice per essere stato uno dei protagonisti della trattativa per la firma, nel 1929, dei patti lateranensi.
Questo progetto non venne mai attuato.
Le prime contestazioni pubbliche Mussolini le ricevette il 16 Luglio in una riunione dei gerarchi che dovevano preparare alcuni raduni propagandistici in varie città.
Il duce accettò la proposta di Grandi che era assente a quella riunione, di convocare il Gran Consiglio del Fascismo.
Prima di esso il Duce andò dal Fuhrer per un ennesimo vertice.
Fu l’ulteriore dimostrazione di impotenza che ne indebolì ancora di più l’immagine.
Il 21 Luglio Scorza telefonò a tutti i membri del Gran Consiglio per convocarli a Palazzo Venezia. L’appuntamento era per le 17.00 del 24 Luglio nella sala del Pappagallo. Nella stanza erano disposti a ferro di cavallo 28 tavoli uno dei quali, innalzato leggermente rispetto agli altri, era assegnato a Mussolini.
Il Gran Consiglio comprendeva i membri vitalizi, i membri divenuti tali per le cariche che ricoprivano i membri cooptati per fini speciali.
Ad un invito del commesso Navarra tutti si sistemarono ai loro posti, quindi entrò – erano le 17.15 – Mussolini, che non rivolse la parola a nessuno. Iniziò il suo intervento ammettendo che la guerra era in una fase critica ma continuò proclamando la sua fedeltà alla alleanza con la Germania. Egli disse “E’ giunto il momento di stringere le fila e di assumere le responsabilità necessarie“ poi pose il dilemma guerra o pace? Capitolazione o resistenza?
Il discorso del Duce, si dilungò per due ore, fu debole, poco incisivo e non convinse nessuno. Dopo Mussolini, erano le 21 circa, era il turno di Dino Grandi che presentò l’ordine del giorno e lo illustrò dopo aver proclamato la sua fedeltà al Duce. Grandi concluse il suo discorso citando una frase pronunciata nel ’24 da Mussolini stesso “Periscano tutte le fazioni anche la nostra, purchè si salvi la patria“.
Dopo Grandi fu il turno di Galeazzo Ciano. Il conte doveva tutto a Mussolini e ne aveva sposato la figlia, ma il suo tono non era affatto benevolo e il Duce incominciò a manifestare un certo malumore.
Quando Ciano ricordò che la Germania nel ’39 s’era buttata in guerra dopo avere assicurato che non l’avrebbe fatto se non molto dopo, Mussolini mormorò “Verissimo“ erano passate le 23, Galbiati suggerì qualcosa a Scorza che dopo passò un biglietto a Mussolini “Alcuni camerati data l’ora tarda e il prolungamento della seduta – disse il Duce – né propongono il rinvio a domani“. Grandi insorse: “Per la carta del lavoro ci tenesti qui sette ore adesso che si tratta della salvezza della patria possiamo rimanere a discutere per tutto il tempo necessario“. Senza scomporsi il Duce accettò l’obiezione “Va bene –disse– sospendiamo per mezza ora“.
La seduta riprese dopo quarantacinque minuti e andò avanti blandamente fino a quando intervenne il Capo di Stato Maggiore della milizia fascista Galbiati che si lanciò in veementi, per i dissidenti minacciose, affermazioni di fede fascista.
In quel momento Mussolini dovette avere la sensazione che fosse possibile domare la rivolta e finalmente parlò con efficacia.
Chi chiede la fine della dittatura – disse –sa di volere la fine del fascismo. Io ho sessant’anni e so che cosa vogliono dire certe cose del resto la mia meravigliosa ventura è gia durata vent’anni“.
Ribadì la sua sicurezza della vittoria finale e ammonì che se il Re avesse liquidato lui, avrebbe anche liquidato insieme con lui, tutti i presenti che l’avevano sollecitato ad agire.
Lo sviluppo del dibattito aveva oramai fatto capire che l’ordine del giorno Grandi era una sfida per il Duce. Si ebbero le prime defezioni: Cianetti espresse alcune perplessità che gli salvarono la vita nel processo di Verona. Il Presidente del Senato Suardo ritirò la firma già apposta e propose una fusione tra il testo di Grandi ed il testo di Scorza, idea questa che trovò consenziente Ciano.
Mussolini non propose un’ordine del giorno proprio e alle 2.30 diede inizio alla votazione. Cominciarono dall’ordine del giorno Grandi ed i Si furono 19 i no 8 e gli astenuti 1 (Suardo).
Votare gli altri documenti era oramai superfluo.
"Chi porterà al Re questo ordine del giorno?" Domandò Mussolini raccogliendo le sue carte.
Tu“ rispose Grandi.
Signori – Sentenziò Mussolini – voi avete aperto la crisi del regime
Ancora per una quindicina di minuti Mussolini si trattenne a Palazzo Venezia e ricevette alcuni componenti del Gran Consiglio che si dichiararono fedeli, uno di loro propose di arrestare i 19. “Arrestarli?“ disse ironicamente Mussolini e sottolineò che fra i rivoltosi c’erano i più alti rappresentanti del regime.
Grandi una volta uscito da Palazzo Venezia si incontrò con Acquarone che aspettava con ansia accanto a Montecitorio, e dopo si recò da Vittorio Emanuele III.
I due prepararono il Decreto che nominava Badoglio Capo del Governo.
Nella notte in cui si preparava tutto ciò Mussolini riuscì a riposare un po’ e alle sette del mattino era già in piedi.
Nonostante la brevità del riposo chi si era concesso apparve pieno di energia al suo segretario De Cesare.
Incontrando un giornalista tedesco, De Cesare disse che nessun comunicato sulla seduta del Gran Consiglio era previsto, egli, evidentemente in buona fede dichiarò “La seduta è stata lunga, ma non interessante né importante“.
Stranamente Mussolini non prese i provvedimenti che la logica della Dittatura avrebbe suggerito, si preoccupò solo di fissare una udienza con il Re il pomeriggio alle ore 17.00.
In quel colloquio Mussolini tentò di spiegare i suoi progetti politici e militari. Ma il Re non ne volle sapere e non gli diede il tempo di farlo dicendo al Duce “Io vi voglio bene, ve l’ho dimostrato più volte difendendovi da ogni attacco, ma questa volta devo pregarvi di lasciarmi libero di lasciare ad altri il Governo. Rispondo con la mia testa della vostra sicurezza personale, statene certo.
Al nome di Badoglio, Mussolini esclamò “Allora tutto è finito
Mi spiace, mi spiace“ ripeteva il Re.
Quando Mussolini, giunto alla uscita, si avviò verso la macchina, il capitano Pigneri gli si fece incontro dicendo “Sua Maestà mi prega di proteggervi e vi prego di seguirmi“.
Fu caricato su un'autoambulanza e trasportato in una caserma all'una di notte. Il Duce ricevette una lettera di Badoglio in cui gli si diceva che lo si era trattato in quel modo nel suo “personale interesse“.
In meno di 24 ore Benito Mussolini da capo del Governo e Duce del Fascismo passava ad essere un prigioniero ingombrante e pericoloso.

L’impossibilità di continuare
Mussolini era dunque fuori gioco e il Re come concordato con Bonomi affidò il Governo ad un militare il Maresciallo Pietro Badoglio.
Per niente nuovo alla scena, il maresciallo era infatti uno degli eroi di guerra del nostro paese ma non aveva mai ricoperto incarichi di così alta responsabilità politica.
Si potrebbe dire di lui che era un uomo che nell'ordinaria amministrazione funzionava bene ma che nell'emergenza perdeva la testa. Era il migliore generale italiano ma in un esercito come quello tedesco al massimo sarebbe stato colonnello.
I giorni del suo Governo non furono certo un esempio di buon governo, per non usare termini più pesanti, e forse per alleviarne le responsabilità si può dire che non era certo circondato da geni.
Combattuto tra le preoccupazioni del Re e tra quelle dei partiti antifascisti non volle scontentare né gli uni e né gli altri non prendendo quelle grandi decisioni che la gravità del momento richiedeva.
I suoi primi provvedimenti furono l’emanazione di un proclama in cui si annunciava che la guerra continuava e il divieto di assemblee e riunioni.
Il partito fascista venne sciolto ma non fu permessa la costituzione di altri partiti. I prigionieri politici vennero liberati , ma vennero mantenuti ai loro posti anche militari e funzionari di fede tedesca.
Badoglio prometteva che la vita politica sarebbe ripresa dopo le elezioni. Per ora la nazione doveva aver fiducia nel Governo.
Questa però si mostrava assai poco degno della fiducia che richiedeva.
Mentre il Fuhrer decideva di far affluire truppe nel nostro territorio, Badoglio diceva no a Grandi che voleva un immediato rovesciamento delle alleanze. Il maresciallo voleva guadagnare tempo ma di tempo non c’è ne era e gli eventi lo travolsero, infatti, dall' Ottobre 1942 all'Agosto del 1943 diverse città italiane, le più importanti del Nord Italia, furono bombardate dagli alleati. Milano fu sicuramente la città più colpita: 1500 milanesi morirono ed i monumenti più importanti furono danneggiati.
Il Governo era con l’acqua alla gola ma lottava ancora per una pace onorevole. Gli alleati risposero di essere disposti a concedergli una resa incondizionata e qui c’era poco di onorevole ma quella proposta non si poteva rifiutare.
Il Governo con il suo comportamento iniziava a scontentare tutti :
- I tedeschi oramai sicuri del tradimento
- Gli alleati che ci guardavano con grande diffidenza
- Gli italiani che vedevano arrivare la guerra nelle loro case
Badoglio e il Re volevano l’impossibile e cioè far uscire il paese dal conflitto con il consenso dei tedeschi e dopo avere ottenuto una pace favorevole dagli alleati.
L’Italia non aveva nessun potere per ottenere questo.
Le trattative di pace con gli alleati furono affidate al Generale Castellano ma da trattare c’era ben poco: infatti gli alleati volevano un si o un no deciso. Il 3 Settembre 1943 a Cassibile, uno sperduto villaggio siciliano, l’armistizio fu firmato.
Il Governo Badoglio riuscì però ad ottenere che l’annuncio dell’armistizio fosse dilazionato fino a che le truppe alleate fossero sbarcate nell’Italia Meridionale. Sbarco che avrebbe dovuto essere accompagnato da un lancio di paracadutisti su Roma. Gli alleati constatarono che il Progetto lancio era impossibile perché i tedeschi controllavano orami gli aeroporti della capitale. Quindi il lancio di paracadutisti non si poteva effettuare.
Badoglio tentava di rimandare l’annuncio e il Re era addirittura pronto a disconoscerlo ma il Generale Eisenhower due ore dopo che Radio Londra ne aveva dato la notizia, trasmise una dichiarazione di Badoglio nella quale si annunciava l’armistizio: era l’8 Settembre 1943.
Badoglio nel proclama che fu emanato dopo l’annuncio dichiarava alla Nazione:
"Il Governo italiano riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower comandante in capo delle forze alleate Angloamericane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle Forze Italiane, in ogni luogo esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza
“.
Naturalmente i tedeschi non restarono con le mani in mano. Hitler aveva sempre ribadito che l’alleanza con l’Italia c’era perché c’era Mussolini, e già all’indomani della seduta del Gran Consiglio aveva preparato un suo piano d’azione che prevedeva quattro punti:
1- La liberazione di Mussolini
2- L’occupazione di Roma
3- L’occupazione militare di tutta l’Italia
4- La cattura o la distruzione della flotta italiana
Per attuare i suoi propositi il Fuhrer spostò sul fronte italiano 6 divisioni di fanteria, 2 corazzate, 1 di paracadutisti, 1 brigata da montagna, oltre a unità varie delle tre forze armate. Altre 4 divisioni di fanteria erano in Austria a ridosso della frontiera italiana.
Appena dopo l’annuncio dell’armistizio i tedeschi presero Roma dove incontrarono la flebile resistenza di troppe mescolate a civili antifascisti.
Ma che fine aveva fatto il Re, di Mussolini che ne era stato?
Come e con chi si erano mossi?
Il Re il 10 Settembre assieme ai suoi più stretti collaboratori lasciò Roma per Pescara da dove con una corvetta raggiunse Brindisi, anche Badoglio era con lui.
L’esercito fu lasciato allo sbando privo di ordini e con il terrore della deportazione nei campi di concentramento.
Mussolini, invece, si trovava sul Gran Sasso sa dove il 26 Luglio aveva indirizzato una rassicurante lettera a Badoglio che evidenziava la sua voglia di capire l’atmosfera e di tirarsi fuori da eventuali ritorni al Governo.
"Desidero, scriveva, assicurare al Maresciallo Badoglio, anche del ricordo del lavoro in comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma che le sarà data ogni possibile collaborazione. Faccio voti che il successo (dove vedi il rischio della fucilata della Bomba o della esplosione per dirla con Carlo Rossella noto giornalista) coroni il grave compito al quale il Maresciallo Badoglio si accinge per ordine e per nome di sua maestà il Re, del quale durante ventuno anni è stato leale servitore, e tale ora rimane.
Cambiò tutto ed anche il rischio quando un gruppo di paracadutisti liberò il Duce dalla prigionia, forse sarebbe meglio dire dall' esilio in cui si trovava e tra qualche tentennamento lo accompagnò a Monaco di Baviera dove ritrovò moglie e figli e alcuni gerarchi rifugiatesi in Germania dopo il Gran Consiglio (Farinacei, Pavolini, Ricci, Preziosi).
L’obiettivo dei tedeschi era il ristabilimento di un Governo fascista e il 15 Settembre 1943 le agenzie di stampa diramarono un comunicato:
"Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia.
In questo comunicato c’erano anche cinque ordini del giorno del Duce, le cui decisioni erano comunque più che influenzate dai tedeschi, si nominava Alessandro Pavolini segretario provvisorio del partito, che assumeva il nome di partito fascista repubblicano, si ordinava a tutte le autorità e ai funzionari destituiti da Badoglio di riprendere il loro posto e di appoggiare attivamente l’alleato tedesco, si ricostituiva la milizia fascista con a capo Renato Ricci e si scioglievano gli ufficiali delle forze armate dal giuramento prestato al Re.
Il 18 Settembre Mussolini parlò anche agli italiani da Radio Monaco annunciando la nascita della Repubblica Sociale Italiana con sede a Salò sul lago di Garda.
Il testo fondamentale della nuova repubblica venne approvato nel corso del primo congresso del partito fascista repubblicano svoltosi a Verona dal 14 al 16 Novembre 1943.
Erano stati preparati 18 punti che proponevano riforma della organizzazione dello stato grazie alla convocazione di un’assemblea costituente che sancisse la fine della monarchia e portasse alla elezione del Presidente della Repubblica ogni cinque anni.
Vi erano poi altre tesi di carattere prettamente sociale che riguardavano i lavoratori.
Per combattere la Guerra la RSI aveva bisogno di un esercito il cui comando fu affidato a Rodolfo Graziani che chiamò alla leva le classi 24-25 ma alla chiamata rispose solo il 40% del totale.
Il duce da Campo Imperatore aveva manifestato a Badoglio di non volere essere d’ostacolo ma il Fuhrer riuscì a ritirarlo dentro.
Perché accettò?
1a Ipotesi: Mussolini aveva voglia di riabilitarsi, la sua uscita di scena non era stata poi tanto gloriosa.
2a Ipotesi: Mussolini aveva paura per la propria vita minacciata sia dagli alleati e in caso di rifiuto anche dai tedeschi che comunque non è che non imposero niente.
Una volta assuntosi la responsabilità di guidare la RSI Mussolini dovette accettare la volontà tedesca senza potere dire la sua e quando la doveva dire era in ritardo.
Raccontare in queste righe con precisione la sua nuova dialettica, il ricorso al reportage, il tentativo di cancellare i fallimenti, tutte cose che vengono fuori quando ci si aspetta di chiudere con i problemi e di vincere, ma tutto ciò era impossibile poiché nell’aria della RSI c’è stata sempre la sconfitta ed il regolamento di conti con il passato: niente è andato bene.
La Germania voleva che tutti i traditori del regime venissero puniti.
Molti di loro, vedi Grandi, erano fuggiti all’estero; altri, vedi Ciano, si erano consegnati ai tedeschi direttamente o non nascondendosi come la logica avrebbe voluto.
Il Consiglio dei Ministri del 28 Ottobre 1943 riunito a Gargnano nella villa Feltrinelli decise l’istituzione di un tribunale speciale straordinario destinato a giudicare i componenti del Gran Consiglio rei di tradimento.
Alla Presidenza fu designato Aldo Secchioni, Avvocato, pubblico accusatore Andrea Fortunato, i giudici Celso Riva, Franz Pagliani, Enrico Vezzalini, Otello Gaddi, Giovanni Raggio, Renzo Montagna. Giudice Istruttore l’avvocato Vincenzo Cersosimo.
Ricostruiamo il Processo di Verona grazie ad un articolo del Corriere della Sera del 29-7-1993 firmato da F.Felicetti che si occupava dell’argomento alla luce dei documenti comparsi.
Di quello che era successo a Verona, luogo in cui si svolse il processo, sino a ieri c’era soltanto qualche fotografia. Oggi da un angolo remoto dell’archivio di stato è stato ritrovato un filmato della fucilazione di Galeazzo Ciano e di quattro traditori del 25 luglio.
Quella mattina d’inverno, accanto al plotone, c’era un cineoperatore ufficiale italiano o forse tedesco, con il compito di alimentare la macchina della propaganda e di far vedere agli altri quanto fosse inflessibile il fascismo di Salò.
La pellicola venne sviluppata in Germania tutto è documentato.
11 Gennaio 1944 9.15-9.30 di mattina.
Non è molto freddo, niente nebbia.
Lo scenario è il poligono di tiro di San Procolo poco fuori Verona: un vasto spazio erboso, un terrapieno dove venivano piazzate le sagome e un muro di cinta non alto e tutto uguale.
Il plotone d’esecuzione è composto da venticinque miliziani, una fila in ginocchio e una in piedi.
I condannati erano Emilio De Bono vecchio ed esausto che non c’è la fa a camminare.
Ciano il più osservato, il genero di Mussolini che Hitler vuole morto.
Impermeabile chiaro, cappello, le mani in tasca si guarda intorno senza paura sembra avere fretta di chiudere una recita già scritta.
Gli altri sono: Gottardi, Pareschi e Marinelli svenuto alla lettura della sentenza.
I condannati sono seduti a cavalcioni su delle seggiole ed offrono la schiena al plotone.
Prima di sedersi Ciano compie un gesto istintivo si tira su leggermente i pantaloni per stare più comodo, come se non andasse a morire. Partono i colpi, il plotone non aveva una grande mira in un rapporto delle SS si legge:
……..gli uomini che giacevano a terra erano stati colpiti così male che si contorcevano e gridavano. Dopo una breve pausa pochi altri colpi furono sparati….
La pellicola si sofferma su Ciano, la sua faccia è la più insanguinata.
Nello stesso archivio di Stato sono stati trovati anche degli spezzoni che raccontano il processo di Verona.
L’aula di Castelvecchio, era buia, un gran fascio lettorio e in fondo un lungo tavolo con i nove conponenti del tribunale speciale. Tra di essi vi erano fanatici squadristi in cerca di vendetta come Celso Riva, Renzo Montagna, Franz Pagliani.
Gli imputati sono l’ombra di loro stessi. Vi è un pubblico assai selezionato. I giornalisti prendono appunti ma scriveranno solo quello che sarà detto loro dal Ministro Mezzasoma“.
I tedeschi, secondo il loro stile, avevano avuto vendetta ma il Processo di Verona segna un precedente importante quella della fucilazione di uomini del nostro stato per propaganda politica Ciano e gli altri furono i primi a loro seguirà proprio Mussolini.

Mirate al cuore
La situazione nel nostro paese incominciava ad essere difficile, parte del territorio in mano ai tedeschi e parte agli alleati, gli italiani non contavano più niente.
Non contava Mussolini, assoggettato alla volontà di Hitler, ma non contava neanche Vittorio Emanuele III che gli alleati tenevano ancora in gioco per non creare ulteriore confusione ma che ormai non aveva nessuna voce in capitolo anzi, gli alleati erano già pronti, spinti dai fascisti ed antifascisti a sostituirlo, era già nell’aria il progetto del referendum per scegliere tra monarchia e repubblica.
Con il paese diviso in due iniziarono a dividersi anche parenti ed amici e lo spettro della fame e della morte invase la vita degli italiani.
I partiti antifascisti si erano riuniti nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Il primo congresso del CLN si tenne a Bari nel Gennaio del 1944 ed avanzò la proposta di abdicazione del Re e la proposta di una Assemblea Costituente alla fine della guerra.
Il Governo ed i partiti raggiunsero un accordo voluto soprattutto dal PCI che vide l’impegno nel Governo delle componenti Antifasciste.
Il compromesso ebbe come conseguenza l’uscita di scena da parte di Vittorio Emanuele III che venne sostituito dal figlio Umberto.
Questi erano problemi politici che avevano comunque poco peso sulla guerra che ancora si combatteva, e che vedeva il popolo intento a sopravvivere ai bombardamenti, ai rastrellamenti, ai razionamenti di cibo e di conseguenza l’attenzione verso il Re, il Governo e i Partiti era molto bassa e parlandoci chiaro c’era un completo e giustificato disinteresse.
Mentre al Sud si assisteva al tentativo di riorganizzazione dello Stato, al Nord chi non combatteva nella RSI gioco forza anche per salvarsi la pelle doveva combattere contro.
Nacquero così i partigiani.
Le bande partigiane agirono inizialmente soprattutto in montagna e nelle campagne dove i controlli erano minori.
Lo sviluppo dei partigiani e l’incremento della loro forza si accompagnò all’avanzamento degli alleati.
Il ruolo svolto dai partigiani è oggetto di diverse interpretazioni: c’è chi attribuisce loro un ruolo decisivo e chi invece uno marginale.
Alle brigate partigiane può senza dubbio riconoscersi il non trascurabile merito di aver svegliato gli italiani, poiché in Italia si combatteva una guerra che era la loro, quella degli italiani appunto.
Nel Giugno del ’44 le truppe alleate entrarono in Roma, a seguito di questa operazione Badoglio abbandonò e lasciò a Bonomi la presidenza.
Nell’Agosto venne liberata anche Firenze.
L’avanzata alleata ad un certo punto si bloccò sulla così detta Linea Gotica ed in quel momento iniziarono le difficoltà per i partigiani, oggetto di rastrellamenti, e per la popolazione civile, che divenne bersaglio delle varie esecuzioni e deportazioni decise dai nazifascisti.
La vita cominciò ad essere veramente dura: è di questo periodo la maggior parte dei 40.000 morti della guerra di liberazione.
La situazione si sbloccò nell’Aprile del 1945 quando gli alleati riuscirono ad entrare nel Nord Italia. Il crollo tedesco era oramai evidente non solo nel nostro paese ma sull’intero fronte di guerra e con la caduta del Fuhrer si chiudeva anche l’avventura della RSI ora restava a Mussolini solo la fuga.
Il 25 Aprile viene festeggiato ancora oggi come festa della liberazione.
I corpi del Duce, della Petacci e di altri gerarchi vennero esposti a Milano il 29 Aprile. Prima di essere fucilato ebbe la forza di esclamare “Mirate al cuore“….


Bibliografia.
G. Fiori “Processo a Gramsci“, Newton, pagina 17
Camera / Fabietti “1948 ai giorni nostri“, Zanichelli
Guglielmetti “I dittatori“, C.e.n – Roma
Cadauna “Processo a Mussolini“, C.e.n – Roma
Procacci “Storia degli italiani“, Laterza
Getto /Solari “Novecento“, Minerva Italica
Cervi / Montanelli “L’Italia della disfatta“, Rizzoli
G.Carocci “Storia del fascismo“, Newton
U.Cerroni “Il pensiero politico del novecento“, Newton.
Grazie ai quotidiani: Il Giornale e l’Unità.
Documento inserito il: 05/01/2015
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