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Cripto-cattolici e Figli della luce: Re Giacomo II Stuart, William Penn e le colonie inglesi d’America (1682-1718)

di Davide Arecco


Tra i non pochi errori e pregiudizi ideologici della storiografia liberale, vi è stato quello d’una interpretazione forzata ed inesatta della cosiddetta Gloriosa Rivoluzione inglese, che, tra il 1688 e il 1689, detronizzò il legittimo sovrano Giacomo II, con un colpo di stato parlamentare orchestrato dai nascenti Whigs e dal partito orangista olandese. Ne venne un Bill of Rights, di ispirazione lockiana, che – cardine del sistema Westminster – impose nei fatti un ideale ristretto e parziale di tolleranza, a favore solo ed unicamente di politici liberali e protestanti moderati. Tutt’altra, e ben diversa semmai era stata la proposta di tolleranza – libertà di coscienza, come la si chiamava fra tardo XVII secolo e Settecento illuministico, a partire almeno da Pierre Bayle – avanzata in precedenza, dal Re Stuart, il quale era invece pienamente disponibile ad un concreto piano istituzionale, che favorisse una estesa tolleranza, capace di includere anche cattolici, ex esponenti del separatismo puritano e quacchero e, persino, deisti repubblicani, di orientamento latitudinario. Il vero, per quanto inconsapevole e forse involontario, Illuminismo fu pertanto quello giacomiano, non quello da sempre voluto dagli storici, i quali si sono fatti abbagliare dalla Epistola de tolerantia (1690) di Locke, manifesto di una libertà di coscienza circoscritta alla sola cerchia whig-anglicana e newtoniana, ed asservita a chi – il nuovo re straniero d’Inghilterra, Guglielmo III, imposto alla nazione dal Parlamento londinese – sostituì ai valori dello Stato e del Paese incarnati dalla dinastia Stuart gli interessi speculativi e finanziari della City di Londra: operazione iniziata nel 1693, e arrivata al culmine negli anni del ministero di Robert Walpole, in età giorgiana, lamentata nel primo Settecento dalla cerchia conservatrice e anti-liberista di Swift e Gay, Pope e Bolingbroke, Arbuthnot e Fielding.
Eppure, la whig interpretation of history ha celebrato da subito e acriticamente, rinunciando a guardare i fatti da vicino, la rappresentazione di un Giacomo II – re cattolico d’Inghilterra, dal 1685 al 1688 – visto soltanto alla stregua di un monarca assoluto, filo-papale e filo-francese, testardo nel perseguire i propri fini ed intollerante verso l’establishment anglicano. Una totale assurdità, nemica della verità storica. Il primo vero ed unico progetto di tolleranza allargata – spinoziana, si potrebbe dire, quasi paradossalmente – ed il più possibile estesa a tutta la società civile porta, in Inghilterra, il nome di Giacomo II, punto di riferimento valoriale, dal primo XVIII secolo, per una buona parte dei Tories, nonché per aristocratici, militari e massoni di indirizzo stuardista e giacobita, presenti, nella prima metà del Settecento, in Scozia, Irlanda, Francia ed in parte Austria (senza dimenticare Torino e Roma), come attesta incontrovertibilmente la documentazione libero-muratoria coeva.
Il Re Stuart ebbe in proposito anche numerosissimi ed oltremodo fruttuosi colloqui – il segno, un altro, di una apertura al confronto intellettuale e al dialogo confidente, anche con personaggi dal diverso orientamento – con il teologo quacchero William Penn (1644-1718). Quest’ultimo era figlio dell’ammiraglio William Penn (1621-1670), eroe, sui mari, della prima guerra anglo-olandese e poi di quella ispano-inglese (1655-1660), conquistatore con i fanti di marina della Royal Navi dell’isola di Giamaica, quindi (dopo la fine del Commonwealth) comandante della flotta britannica al servizio di Carlo II e Giacomo II. Con il Duca di York, in particolare, William Penn senior era stato presente in maniera attiva nella vittoriosa Battaglia di Lowestoft contro l’Olanda (13 giugno 1665).
Il figlio William Penn è rimasto famoso per aver fondato la colonia inglese della Pennsylvania (in seguito trasformatasi in due Stati americani, il Delaware, e appunto la Pennsylvania) e per avere, con altri (Machiavelli, i tacitisti inglesi del primo Settecento e Montesquieu), ispirato princìpi poi inseriti il 21 giugno 1788 dalla Convenzione di Filadelfia nel corpo della Costituzione statunitense, ad opera dell’illuminista e massone Thomas Jefferson. Altri philosophes settecenteschi, che seppero stimare non poco Penn, furono Voltaire in Francia – che ai Quaccheri dedicò non per caso le prime quattro delle Lettres anglaises, nel 1733 – e il founding father Tom Paine nel Nuovo Mondo.
Penn studiò al Christ Church College dell’Università di Oxford – roccaforte prima realista, al servizio di Carlo I, e poi giacobita sul finire del XVII secolo – erede della tradizione shakespeariana di epoca Tudor. Succesivamente, fece moltissimi viaggi – la vera, grande esperienza formativa, tra XVII e XVIII secolo – sia in patria, tra il 1669 e il 1670 (nell’Essex, nel Buckinghamshire, a Wight e a Canterbury, con il segretario personale James Logan, a Cork e Castle Salem), sia all’estero: egli fu infatti a Rotterdam, nel Mar dei Caraibi, a Parigi (presso la corte del giovanissimo Re Luigi XIV rimase favorevolmente impressionato dai riti cattolici, nella Cattedrale di Notre Dame), negli Stati tedeschi (1671-1677) e, negli spazi austriaci, a Salisburgo. In occasione del suo soggiorno francese, poté conoscere il teologo protestante Moise Amyraut (1596-1664), il quale gli ispirò l’adesione ad un umanesimo cristiano, anti-dogmatico e profondamente tollerante, capace di richiamare a raccolta ugonotti, mennoniti, amish, perseguitati cattolici e luterani, da ogni parte d’Europa (compresi Galles e Finlandia): un esperimento sacro, a dire dello stesso Penn, il quale più volte adottò un linguaggio ed una fraseologia di impronta profetico-millenarista – cara nel Seicento anche a Napier, Oldenburg e Newton – che sovente ricorre nei suoi scritti. Tra questi ultimi, possiamo annoverare No Cross No Crown (1669, manifesto ancora intriso di puritanesimo dell’auspicato ritorno al cristianesimo delle origini), The Christian Quaker (1674), A Brief Answer (1678), True Spiritual Liberty (1681), Some Fruits of Solitude (1682), il basilare Frame of Government of Pennsylvania (1682), le Letters scritte alla moglie Gulielma e pubblicate sempre nel 1682, la misticheggiante ed esoterica A Key (1692), il trattato cripto-irenistico Towards a Present and Future Peace of Europe (1693), la prefazione per la stampa del Journal di George Fox (1694), la Primitive Christianity (1696) e la postuma Collection of Works (1726), pubblicata all’epoca di John Wesley, il maggiore riformatore protestante inglese di tutto il Settecento, a sua volta assai letto e influente nell’America pre e post-rivoluzionaria.
Nato da una potente famiglia, tradizionalmente legata alla fede anglicana, a venticinque anni Penn entrò a far parte dei Quaccheri. Per i discepoli di George Fox (1624-1691) – predicatore prima a Barnet e poi a Coventry, prima di sportarsi a Warwick e a Nottingham – Penn cominciò a pensare di fondare un’apposita colonia, in America. Del resto, lo stesso Fox – predicatore e biblista, uno dei massimi riformatori del protestantesimo inglese e britannico – aveva già pensato di diffondere il suo credo religioso, in occasione dei suoi viaggi in Scozia, Irlanda, America del Nord, Giamaica e Paesi Bassi austriaci. Nel 1677 un gruppo di quaccheri del Regno Stuart ottenne dal sovrano il prmesso di emigrare nel New Jersey occidentale. Penn ne patrocinò e seguì lo spostamento oltre oceano, seppur restando ancora per il momento a Londra. Qui, nel 1681, Re Carlo II, con il quale era, da sempre, in ottimi rapporti, gli affidò il compito di colonizzare un’area molto più vasta ad ovest e a sud del New Jersey, la futura Pennsylvania. Penn restò in Inghilterra per la maggior parte della sua vita, visitando la nuova terra solo due volte. Morì, nel 1718, nella sua casa di Ruscombe, nei pressi di Twyford, nel Berkshire, dopo una vita che aveva abbracciato un’epoca storica, fondamentale, nella storia inglese, dalla Guerra dei Tre Regni (1639-1651) alla Restaurazione degli Stuart sul trono nel 1660.
All’interno dei territori della Pennsylvania, la concessione regia assegnava a Penn una autorità indiscussa e pressoché assoluta, seconda soltanto a quella del monarca Stuart. Per gli ordinamenti di carattere legale e per i fondamenti giuridici della nuova terra coloniale, si ispirò in specie al modello di tolleranza religiosa illustrato dal Conte Morse Wilbur, già autore di A History of Unitarianism in Transylvania, England and America. Penn fece instaurare un governo fondato sulla libertà religiosa e su una tolleranza molto maggiore di quella anglicana coeva, estesa, inoltre, a tutti gli abitanti della colonia inglese, il che favorì l’arrivo di altri quaccheri europei, nonché di pietisti tedeschi. Durante, poi, il suo primo viaggio americano (1682-1684), Penn fondò la città di Filadelfia ed esplorò le zone più interne del paese, dove allacciò rapporti di buona amicizia e di reciproca convivenza con i nativi Indiani del luogo. La firma del Great Treaty, con le popolazioni locali, immortalata sulla tela, tra il 1680 e il 1682, dal pittore americano Jean Leon Ferris, raffigura non casualmente Penn, il suo Re – e protettore in patria – Carlo II Stuart, ed i capi indiani delle zone limitrofe agli insediamenti inglesi d’oltremare. Qui e nel New England coloniale soprattutto – nelle città di Chorleywood, Burlington e Rickmansworth – l’azione di Penn e dei suoi uomini fu capillare ed estesa. Nel 1682, il New Jersey orientale venne colonizzato da moltissimi quaccheri anglo-europei e il medesimo Penn divenne, con il permesso regio inglese, il proprietario di vasti tratti di terra, a nord-ovest del Maryland, che erano già appartenuti a Sir Lord Baltimore. Il fine ultimo di Penn era, insieme, politico e religioso: creare, quasi ex novo, una sorta di isola felice per seekers, ranters, anti-nomiani, battisti del settimo giorno, soul sleepers (i seguaci della dottrina mortalista di Richard Overton, già vicino ai Levellers, durante la guerra civile inglese), neo-adamiti, diggers, alchimisti fuggiaschi boemi e muggletoniani: tutte, o quasi, in pratica, le anime del separatismo religioso seicentesco. Ma Penn voleva altresì insegnare a loro di lasciarsi alle spalle dissidi e controversie, per abbeverarsi alla sola e pure luce della fede. Si trattava chiaramente di una grandiosa utopia – l’ultima del secolo XVII, in ordine di tempo – che in comune con la nuova scienza dell’epoca (orticoltura, metallurgia, agricoltura, botanica, chirurgia e mineralogia) aveva, fra l’altro, non certo poco: su tutto, l’ideale baconiano – comune a Comenio sul continente europeo e ad Hartlib nell’Inghilterra di metà Seicento – di un riscatto morale dell’uomo, attraverso l’uso sociale del sapere tecnico, sino a gettare, attraverso la pratica scientifica, un colpo d’occhio umano sulla saggezza divina che si dispiega nel mondo terrestre e nel cosmo celeste.
A tali ansie progettuali, Penn si dedicò ogni volta anima e corpo, tanto in patria quanto al di là dell’Oceano Atlantico. In Inghilterra, oltre al sostegno diretto della dinastia regnante, poté contare sul diarista e segretario dell’Ammiragliato Samuel Pepys – molto influente e apprezzato a corte, per via dei suoi rapporti, a Londra, con Lord Sandwich – e su un eminente avvocato quacchero, Thomas Rudyard, che lo difese da ingiuste accuse di anti-trinitarismo, orchestrate ad arte, contro Penn, dalla Low Church anglicana. In precedenza, con l’amico Pepys, Penn aveva potuto essere testimone tanto della peste londinese del 1665 quanto del Great Fire del 1666.
Nel 1693 – progetto parallelo a quello francese, di poco successivo, dell’abate di Saint-Pierre, rivolto agli Stati del vecchio continente – Penn scrisse un breve trattato, il celebre Discorso intorno alla pace presente e futura dell’Europa. Nelle sue pagine, egli proponeva, primo nella storia di età moderna, la creazione di un’Europa ordinata in una Dieta (oppure, Stati Generali), con il compito di risolvere pacificamente le controversie fra le nazioni, composto da circa novanta rappresentanti dei vari Stati e popoli del continente. Penn difese l’idea del voto segreto, consentendo quindi ai deputati dello stesso paese di votare secondo la propria coscienza, pur nell’interesse e nel rispetto del proprio paese d’appartenenza. La proposta era rivolta anche alla Russia zarista, e all’Impero turco. L’idea fu ripresa non molto tempo dopo (1710), da un altro quacchero, John Bellers (1654-1725), nonché, nel XIX secolo, in Francia da Saint-Simon.
Penn ritornò in Pennsylvania nel 1699 e vi propose una federazione fra tutte le colonie inglesi dell’America settentrionale. Altra iniziativa pionieristica. Risiedette a Filadelfia, ma – nel 1701 – le sinistre macchinazioni del suo amministratore Philip Ford lo costrinsero a rientrare in Inghilterra: la causa in corso contro Ford lo obbligò a rimanere a lungo a Londra e si concluse solo nel 1712. Nella sua seconda permanenza americana, Penn era stato nel maniero di Tullytown, in Pennsylvania, ed al momento di ripartirne aveva lasciato sul posto, in sua vece, un proprio agente, l’avvocato scozzese Andrew Hamilton (1676-1741). Oggi conosciuto quasi solo per la sua battaglia legale con il libraio e stampatore John Peter Zenger, Hamilton seguì le precise direttive di Penn e nel 1697 raggiunse la Virginia, una delle tredici colonie dell’America britannica, facendone un rifugio per le minoranze quacchere. I Figli della Luce cresciuti nella fede da Fox vi accorsero in buon numero. Fatto da Penn proprietario terriero sul Chester River nella Contea di Kent – a Millington, nel Maryland – nel 1712 Hamilton accolse a Filadelfia alcuni giacobiti irlandesi ed anglo-scozzesi di lì a poco protagonisti in Pennsylvania nella nascita della prima Massoneria americana, raccomandatigli, anni prima, dall’ex Re Giacomo II, tramite l’intermediazione di Penn. Tra il 1721 e il 1722, con il giudice David Lloyd, Hamilton gestì poi i problemi giuridici della Confederazione Irochese, entrando quindi, tra il 1724 e il 1727, a fare parte della Corte suprema inglese, in America settentrionale. Come prima di lui Penn, si spostò moltissimo: fu a Baltimora (1732), Allentown (1734) e, nuovamente, a Filadelfia, membro di punta dell’assemblea della Pennsylvania, in questa veste ascoltato anche a Londra, dove continuò a perorare la causa dei Quaccheri nord-americani, sino al 1739. Hamilton trascorse i suoi ultimi due anni di vita lavorando ai regolamenti istituzionali del College di Lancaster County, fra i centri della nuova cultura scientifica moderna nell’America inglese dopo Harvard. Scienze e tecniche, come era stato altrove, nei piani di riforma elaborati e messi a punto da Penn, nel secondo e tardo Seicento, vi trovarono una dimora sicura, ove lavorare all’avanzamento e all’uso concreto delle conoscenze più aggiornate, importate ovviamente dal Regno Unito. Un caso dimenticato di circolazione accademica del sapere, nella prima età moderna, molto in anticipo sulla Rivoluzione americana del 1776. Nello specifico, il newtonianesimo anglico prese piede ed in via definitiva, nel Nuovo Mondo, nell’ambito universitario (dal punto di vista dell’accademismo, la American Philosophical Society sarebbe stata fondata da Franklin, a Filadelfia, solo nel 1743).
Uno dei grandi amici e collaboratori di Penn, durante gli anni londinesi, fu il quacchero Isaac Penington (1616-1679), membro della Religious Society of Friends inglese. Penn lo portò a scrivere diversi opuscoli e libelli in difesa del movimento quacchero, del quale Penington fu attivo apologeta sin 1657. Ultimo figlio di una famiglia puritana, che aveva servito il Lord Major di Londra, durante gli anni del Protettorato, parente dello stesso Penn, venne da quest’ultimo non poco aiutato, quando, nel 1661, i trascorsi familiari, a fianco dei calvinisti di Cromwell, lo condussero in carcere, richiuso nella Torre di Londra, insieme ad altri prigionieri politici. Fedelissimo ai giuramenti e insegnamenti quaccheri, Penington fu, di certo, un entusiasta sostenitore – non sempre gradito agli stessi fratelli di fede, per la sua etica rigorosissima – della Testimony of Integrity dei Quaccheri, inglesi e americani, a Filadelfia supportati con energia dall’azione politica di Penn. Questi fu il punto di riferimento per quaccheri, ex puritani e cripto-cattolici inglesi – quegli stessi che nel tardo Seicento introdussero, ad Harvard, la scienza prima di Galileo e poi di Newton – che, in fuga dal Vecchio Mondo, scorgevano non senza speranze una nuova Terra promessa nelle aree dell’America britannica, lungo le coste del Nord Atlantico.
Le zone della Pennsylvania attorno al fiume Delaware – New Castle, tra esse – in precedenza erano state occupate da svedesi ed olandesi. Per lo Stato inglese, il primo, vero problema risultò fare i conti con i coloni delle Province Unite. L’ultimo governatore dei Nuovi Paesi Bassi americani fu il filosofo naturale, mercante e corsaro olandese Peter Stuyvesant (1612-1672). Entrato a far parte nel 1635 della Compagnia olandese delle Indie Occidentali, divenutone direttore nel 1642, due anni più tardi Stuyvesant era stato protagonista dell’attacco a Saint Martin. Prima che con gli inglesi, i primi pericoli per le colonie olandesi d’America arrivarono dagli insediamenti (a sud) della Nuova Svezia, nata nel 1638. Nel 1654 gli svedesi attaccarono il forte olandese, al che Stuyvesant rispose inviando alcune navi militari lungo il fiume Delaware, conquistando numerose piazzeforti ed obbligando così la Nuova Svezia alla resa, e poi all’annessione (1655). Solo a quel punto, nacquero i conflitti con la Nuova Inghilterra. Una guerra fra le due madrepatrie era già scoppiata (1653) nei mari nord-europei e si estese presto alle rispettive colonie atlantiche. Le difese di Nuova Amsterdam vennero pertanto fortificate. Il ritorno degli Stuart, a capo dello Stato inglese, con la Restoration del 1660, inasprì gli scontri anglo-olandesi in America del Nord. Nel 1664, agli ordini di Re Carlo II e del Duca di York, il colonnello Richard Nicholls guidò una spedizione navale, con quattro navi da guerra. Nicholls, in principio, propose ai coloni olandesi di arrendersi, in cambio di cinquanta acri di terreno, a testa, in modo da diventare proprietari terrieri. Sotto la pressione dei coloni stessi e degli inglesi, Stuyvesant, dopo aver inizialmente tentato di resistere, si rassegnò a firmare la resa della colonia agli inglesi, l’8 settembre 1664. Nuova Amsterdam diventò Nuova York. Nel 1665 Stuyvesant fece ritorno in patria per riferire del suo controverso mandato di governatore, quindi ritornò a Manhattan. Da allora, ogni rapporto degli olandesi rimasti con gli inglesi vincitori migliorò, sensibilmente. La guerra stessa, fra le due nazioni europee, era stata almeno negli spazi nord-americani scongiurata. Da quel momento, gli insediamenti inglesi oltreoceano proliferarono e gli scontri si ebbero, semmai, con la Francia, dal tardo Medioevo la tradizionale rivale per terra e per mare.
In definitiva, lo scenario delle colonie europee d’oltremare era a fine Seicento completamente diverso ed altro, rispetto a quello di inizio secolo. All’alba del ‘600, il Nord America era uno spazio ancora quasi del tutto ignoto al vecchio continente, oggetto sino ad allora di sporadici tentativi sia di esplorazione geografica, sia di insediamento coloniale. Port Royal – passata poi alla storia come la base della pirateria, nel Mare dei Caraibi – era stata fondata nel 1604, Jamestown nel 1607, Québec nel 1608. Quanto alla colonizzazione delle Isole Bermude, era cominciata solo nel 1612. Il famoso sbarco dei padri pellegrini a Plymouth, nel New England, si era verificato come noto nel 1620. Alla fine proprio degli anni Venti del secolo, migliaia di europei – le cui fila furono in seguito ingrossate da quaccheri inglesi, ugonotti francesi e cattolici britannici – avevano iniziato a lasciare l’Europa, in direzione del Nuovo Mondo. Tra il 1621 ed il 1649, la colonia di Sir Lord Baltimore – fondatore poi del Maryland – a Avalon (nome di arturiana memoria), sulla costa orientale dell’Isola di Terranova, venne via via assumendo una rimarchevole importanza, e storico-geografica e politico-religiosa. Per un verso, Avalon divenne la prima colonia cattolica dell’America inglese e per un altro essa andò in un breve arco di tempo configurandosi come una sorta di porta verso il continente asiatico, la Cina e in generale le Indie orientali: insomma, una testa di ponte ideale, per quegli esploratori e naviganti i quali cercavano allora il mitico passaggio a Nord-Ovest.
Sir Lord Baltimore diede al missionario Simon Stock, la guida dei cappuccini inglesi nel Nord America, l’incarico di intercedere, presso la Sacra Congregazione de propaganda fide, a Roma, per ottenere aiuti materiali, sperduta com’era Avalon nel mare degli insediamenti puritani, e in generale protestanti. In quel periodo, Stock non era solo a diretto contatto con gli accadimenti americani, ma ne informò in maniera regolare e costante i funzionari romani. Questi ultimi, proprio a partire dalla sua affascinante corrispondenza, ricavarono un’immagine, veritiera e mitizzata, al tempo stesso, di un’America settentrionale a cui affidare, a loro volta, una accorta politica di espansione missionaria nel Nuovo Mondo. L’incontro fra Sir Lord Baltimore, Simon Stock, Propaganda, i padri cappuccini e il Nord America avvenne in un’epoca di grandi mutamenti, e trasformazioni. Da quel rapporto poi giunsero altresì nuove conoscenze e nuove idee, che fra Inghilterra e Italia contribuirono a forgiare una rinnovata e più esauriente, complessa ed articolata, immagine dei territori al di là dell’Oceano Atlantico. Fu in questo mosso e variopinto scenario a più voci – un contesto davvero plurale – che i quaccheri di Penn, interlocutore privilegiato di Re Carlo II e del Duca di York, sbarcarono presso le nuove colonie dell’America britannica, seguiti poi da pietisti ed altri transfughi religiosi. Lo stesso microcosmo in cui prese piede, dalla vecchia Europa, la nuova natural philosophy, newtoniana nella fattispecie: a conti fatti la scienza della Royal Society riconosciuta da Carlo II nel 1662, scienza che larga eco e fortuna fece registrare a Boston e nel Massachusetts grazie a Cotton Mather.
Per tirare le somme, nonché per ricongiungerci agli argomenti iniziali di questo saggio: Penn fu in intimi e cordialissimi rapporti personali con Carlo II (segretamente cattolico, dal 1663) e con Giacomo II, quando questi era ancora Duca di York, e comandante della flotta inglese. Al momento in cui fu proclamato Re, nel 1685, Giacomo fece nuovamente ricorso a Penn: nella Dichiarazione di Indulgenza, pensata – e mai approvata dal Parlamento, in mano ai nascenti liberali – da Re Giacomo II non poca fu l’influenza esercitata da Penn e da Fox. Un aspetto che, sapendo di omettere la verità dei fatti reali, gli storici di impostazione liberale hanno sempre o sottostimato o taciuto, in maniera consapevole. Non solo. Altri fatti, di notevole rilievo: dopo la deposizione ad opera del parlamento e delle istituzioni anglicane – la cosiddetta ‘rivoluzione gloriosa’, ma solo per coloro che ne furono gli artefici – Giacomo trovò come noto aiuto e ascolto nella Francia del Re Sole, ‘re cristianissimo’ del secondo e tardo Seicento, così come nella Roma pontificia. Qui, in contatto anche con la cerchia newtoniana del veronese Monsignor Bianchini e del Cardinale Davia, Giacomo II si adoperò, anche, memore del dialogo e degli incontri londinesi avuti con Penn, per fare di Roma e con il sostegno del Papa un luogo non solo di promozione e difesa della fede cattolica, ma altresì un rifugio soltanto in apparenza paradossale per quei quaccheri in cerca di un confronto con il mondo cattolico. Si spiega, infatti, solo così la presenza dei missionari quaccheri anglo-britannici nella Città eterna, fra il tardo Seicento e il primo Settecento, talora a fianco, nella Roma papale e filo-Stuart, di massoni britannici giacobiti. Questi ultimi, nella seconda metà del XVIII secolo, furono poi tra i protagonisti della vita massonica di Filadelfia, e della Pennsylvania. Come un cerchio che si chiude. Perché William Penn e Giacomo II – ecumenici, universalisti e cosmopoliti, per la loro visione della tolleranza – furono, certo senza immaginarlo – illuministi avant la lettre. Un ossimoro? Un paradosso? No. Solo storia, vera e vissuta. Da riscoprire e da rileggere, lasciando da parte le leggende nere, come quella messa assieme attorno alla figura di Re Giacomo II e a torto intenzionalmente tramandata sino a oggi dalla letteratura e manualistica e specialistica, prigioniera del suo ipertrofico ed arbitrario laicismo.


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Nell'immagine, La nascita della Pennsylvania ritratta da Jean Leon Ferris.

Documento inserito il: 15/10/2023
  • TAG: storia atlantica, Seicento, America britannica, scienza moderna, cattolicesimo, Olanda, Svezia, dinastia Stuart, separatismo religioso, colonie d’oltremare, deismo, tolleranza

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