Cookie Consent by Free Privacy Policy website Tutto storia, storia moderna: Arti, astronomia e agricoltura: viaggiatori in Europa e America fra Sette e Ottocento
>> Storia Moderna> Nel Mondo

Arti, astronomia e agricoltura: viaggiatori in Europa e America fra Sette e Ottocento

di Davide Arecco


Tra XVI e XVII secolo, a viaggiare erano soprattutto eruditi, uomini di scienza ed antiquari, i quali attraversavano l’Europa – specie in direzione nord-sud, più che il contrario – per poter vedere da vicino arte, monumenti, e paesaggi naturali. Tra XVII e XVIII secolo, l’esperienza del viaggiare assunse contorni, insieme, più curiosi ed accademici: ci si spostava, lungo entrambe le direttrici di cui sopra, in particolare per vedere luoghi e persone di rango culturale elevato, allacciando con esse relazioni intellettuali e scientifiche, sovente destinate poi a durare, per via epistolare, attraversando barriere politiche, geografiche e confessionali. Tra XVIII e XIX secolo, infine, il gusto del viaggio fu di tipo maggiormente letterario, sia pure senza dimenticare le scienze e le tecniche, vivissime al tempo della rivoluzione industriale anglo-scozzese.
Sino alla metà circa del Settecento, rimase in auge la tradizione seicentesca dei viaggi e delle missioni diplomatiche. E’ il caso del francese Jacques de Campredon (1672-1748), protestante che si convertì al cattolicesimo, segretario di Stato a Copenhagen (1693) e quindi incaricato degli affari svedesi a Stoccolma (1700-1717). Il diplomatico di Anduze, al principio di gennaio del 1721, venne nominato ministro plenipotenziario a San Pietroburgo e diventò primo ambasciatore francese, nella Russia dello Zar. Arrivato a San Pietroburgo, in febbraio, vi avviò una politica di riavvicinamento tra Francia e Russia, nel contesto della Grande guerra del Nord. A fine maggio del 1731 Campredon lasciò i territori russi per assumere le funzioni di inviato straordinario del Re di Francia a Genova: il suo viaggio assunse così i tratti di una missione politico-diplomatica, voluta dal cardinale di Fleury, nel contesto della Rivoluzione corsa, tra il 1735 ed il 1737. Aspramente critico verso la Repubblica oligarchica ligure, come del resto quasi tutti i viaggiatori settecenteschi a Genova, Campredon fece arrivare, a Versailles, une Relation de l’État de Gênes in cui, non senza pungente ironia, descriveva il fallimento senza possibilità d’appello della classe dirigente ligure.
Nella Russia zarista, dopo Campredon, giunse anche il grande libertino e poligrafo veneziano Francesco Algarotti (1712-1764), spirito anglofilo e mediatore di un Illuminismo nobiliare, tra le maggiori personalità della cultura – scientifica, letteraria, musicale, storica, artistico-architettonica – di tutto il secolo XVIII. Allievo, a Venezia, di Carlo Lodoli, dopo avere studiato astronomia, presso l’Ateneo felsineo sotto la guida di Eustachio Manfredi, Algarotti intraprese dal 1735 tutta una serie di viaggi di studio, nel bel mondo italiano ed europeo settecentesco. Fu a Roma, a Firenze e, quindi, a Parigi. Nella capitale francese, fece la conoscenza fra gli altri del Marchese d’Argens e lesse i libri del cartesiano Fontenelle. Nel castello di Cirey, Algarotti frequentò discorrendo della nuova scienza ottica e gravitazionale newtoniana Voltaire e Madame du Chatelet. Ne nacque, si sa, il famosissimo Newtonianismo per le dame, opera di brillante divulgazione scientifica, avant la lettre, pubblicata a Napoli nel 1737. Conclusosi il lungo soggiorno francese, Algarotti si recò in Inghilterra, dove venne aggregato alla Royal Society, e a Londra diventò amico di Lord Chesterfield, Thomas Gray, George Lyttelton e Thomas Hollis, nonché a Twickenham di Mary Wortley Montagu.
Dopo una breve parentesi italiana, Algarotti nel 1739 visitò alcune parti della Russia e giunse a San Pietroburgo – da quei diari avrebbe ricavato i Viaggi di Russia, stampati poi nel 1760 – quindi in Prussia, nel 1740. A Potsdam, Federico II lo fece, nel 1747, consigliere di guerra ed in seguito lo inviò in Gran Bretagna, per acquisirvi opere d’arte destinate alle collezioni della Galleria di Dresda, sempre più ricca e fiorente a partire dagli anni Cinquanta. Tornato infine in Italia, Algarotti si stabilì a Pisa, entrando in corrispondenza con il newtoniano genovese Agostino Lomellini, e lavorando alla stesura de Il Congresso di Citera, romanzo dedicato ai costumi galanti e amorosi, rivisitati secondo quanto osservato nelle diverse nazioni in cui aveva soggiornato. Proprio i viaggi avevano fatto dello scrittore veneto il massimo esponente di un Illuminismo, insieme, letterario e scientifico, secondo il gusto enciclopedico e cosmopolita tipico del Settecento italiano ed europeo. In quanto viaggiatore – e, all’occorrenza, diplomatico, ad esempio per Re Augusto III di Sassonia – Algarotti aveva potuto affinare la propria cultura, tanto scientifica quanto pittorica.
Tra i viaggiatori meno noti dell’età moderna, vi è il sacerdote cattolico francese Jean-Denis Cochin (1726-1783). Laureatosi alla Sorbona e curato a Saint-Jacques du Haut-Pas, autore di opere devote e grande filantropo (si dedicò alla creazione di strutture ospedaliere, per i più bisognosi), il chierico parigino pubblicò tra il 1778 e il 1786 svariati libri di argomento religioso (sui Vangeli, la Chiesa e le festività sacre), ma fu anche disegnatore, storico e segretario della Académie Royale, al servizio del Marchese di Marigny. Amante dell’arte e protettore di pittori (tra cui, Jean Restout), il prelato francese accompagnò il Marchese di Vandières in Italia fra il 1749 e il 1751: un Grand Tour di quasi tre anni, assieme a Germain Soufflot e all’abate Le Blanc. Un viaggio a dire poco decisivo, per la formazione e l’evoluzione del gusto francese, anche e soprattutto sul piano estetico, dopo la metà del secolo XVIII, destinato a lasciare non poco il segno sulle idee estetiche dell’Illuminismo in terra di Francia.
Ritornato in patria e reso celebre proprio dal tour italiano, Cochin fu ascritto nel novembre del 1751 all’Académie Royale de peinture et de sculpture, della quale sarebbe stato, sino alla metà circa del decennio successivo, un assiduo collaboratore. Venne nominato storico dell’accademia nel 1752 e – succedendo a Charles-Antoine Coypel – divenne anche custode dei disegni conservati presso il Cabinet Royale e censore regio alle stampe. Nel marzo 1757, il re Luigi XV lo fece inoltre cavaliere dell’Ordine di San Michele. Nel 1773, Cochin pubblicò il Voyage en Italie, ou recueil des notes sur les ouvrages de peinture et de sculpture, qu’on voit dans les principales villes d’Italie, opera allora baciata da straordinario successo editoriale ed ancora oggi consultabile con estrema utilità, al fine di conoscere i luoghi d’origine delle opere d’arte poi trafugate da Napoleone durante la sua Campagna d’Italia.
Tra gli anni Settanta ed Ottanta del secolo, Cochin entrò in contatto con Alexis-Simon Belle, il pittore ordinario del monarca, ed avviò una corrispondenza con studiosi e disegnatori (tra i quali, Jean-Baptiste Descamps, Jules César e i Vernet, tra Parigi e Rouen). A Saint-Cloud, inoltre, Cochin prese in esame i veri e falsi Rubens, provenienti dalla collezione del Duca di Orléans. Per il resto, la seconda parte della sua vita, rientrato dal fondamentale viaggio italiano, lo vide editore delle Fables di La Fontaine (1755), critico d’arte a La Richelle, studioso di arti figurative e pittore (alcuni suoi quadri sono oggi alla Fondazione Bemberg), raccoglitore di reperti archeologici dal Nuovo Mondo, sinologo (la sa Conquète de la Chine vide la luce, in più tomi, fra il 1766 e il 1774), poligrafo attivo su più fronti ed incisore per il frontespizio dell’ultimo volume dell’Encyclopédie, nel 1772. Fu lui a fare il famoso ritratto all’abate Raynal, uno dei più radicali tra gli illuministi francesi. In comune, i due avevano la fascinazione per le popolazioni pre-colombiane d’oltreoceano.
Al centro dei propri interessi, Cochin ebbe sempre la Natura, studiata dall’arte e dalla scienza, da lui in sostanza riscoperta dopo il viaggio negli antichi Stati italiani di metà secolo. Illustratore ed autore di cataloghi, ancora durante il regno di Luigi XVI, Cochin fu colui che definì l’arte dei Lumi, nella Francia del secondo Settecento, fissandone canoni e forme: un neo-classicismo senza aperture verso il successivo Romanticismo, semmai memore della grande eredità barocca. Lo testimonia, fra l’altro, la sua marcata stima per l’opera di Denis Dodart (1634-1707), il botanico e medico membro della Académie des Sciences parigina, al tempo del Re Sole e del suo primo ministro Colbert, uomo di cultura che seppe rappresentare nel XVII secolo il nesso ineludibile fra storia naturale e apparato iconografico.
Altra interessante figura di viaggiatore fu quella del tedesco Friedrich Busching (1724-1793), geografo di Berlino, formatosi all’Università di Halle e professore a Gottinga. Naturalista, scrittore e teologo prussiano tra i meno ricordati di tutto il Settecento, nel 1761 Busching si recò in Russia, a San Pietroburgo, ove diventò pastore della chiesa protestante tedesca. Dopo un lustro, fece ritorno a Berlino, riformatore dei collegi universitari, dietro richiesta di Federico il Grande. Scrisse di fede, e di pratiche educative, ma, soprattutto, di storia e geografia: lettissime furono, nell’Europa del XVIII secolo, la sua Nouvelle Description du globe ou Géographie universelle (1734, più volte ristampata) ed in particolare la Introduction à la géographie, à la politique, au commerce, et aux finances des États de l’Europe (1758). Secondo Busching, gli studi geografici non potevano andare disgiunti dai viaggi. Un vero peccato che sul suo Grand Tour europeo ed italiano del 1780 non si sappia molto. Il dotto tedesco fu un seguace in politica del cameralismo austriaco tardo-seicentesco, e si dedicò pure a studi di astronomia e selenografia, ancora oggi tutti da riscoprire. Tra 1767 e 1793, fu inoltre uno stretto collaboratore del Magazin pour l’Histoire et la Géographie, iniziativa editoriale, in ottavo, di venticinque volumi complessivi. Nessuno lo rammenta più, ma i viaggi di Busching furono nel ‘700 germanico secondi solo a quelli notissimi di Goethe.
Assai più conosciuto, rispetto a Cochin e Busching, è senz’altro il Duca di La Rochefoucauld (1747-1827), al secolo Alexandre de Liancourt. Uomo politico e aristocratico francese, protagonista della vita di corte a Parigi, sin dagli anni della giovinezza, nel 1788 fece i suoi primi viaggi, in Gran Bretagna e in Svizzera. Molto interessato alle tecniche, scoperte proprio in Inghilterra, il Duca di La Rochefoucauld fondò manifatture e scuole militari, una volta rientrato in Francia, con il patrocinio reale. Allo scoppio della Rivoluzione francese, lui ferreo legittimista, tentò, invano, di sostenere la monarchia luigiana. Il 12 luglio 1789, mise in guardia il sovrano dai fermenti rivoluzionari parigini, e sedici giorni dopo assunse la presidenza della Assemblea Nazionale. Alla testa di una divisione, in Normandia, offrì vanamente un rifugio al suo Re, a Rouen. Nel 1792, si spostò infine in Inghilterra, invitatovi dall’amico, agronomo e gran viaggiatore Arthur Young (1741-1820). Tuttavia, il suo vero Grand Tour il nobile francese lo fece non in Europa, ma oltre mare: nel 1794, raggiunse, infatti, gli Stati Uniti. Con cinque compagni di viaggio, visitò e a lungo gran parte dell’America del Nord e le terre canadesi attraversando il Niagara per giungere a Fort Erie. Arrivato poi a Newark, lo accolse il vice-governatore John Graves. Nel 1799, il Duca di La Rochefoucauld lasciò il Canada, e ritornò in America, prima di imbarcarsi alla volta della Francia. Ritornato in patria – ne mancava da ben sette anni – il suo passato filo-monarchico non gli creò problemi col nuovo regime napoleonico. Una vita – quella del Duca – certamente avventurosa, mossa come una tela di Turner. Di certo, dopo il nostro Filippo Mazzei (1730-1816), il suo fu il più importante viaggio atlantico di un europeo.
Il Duca di La Rochefoucauld, come detto, fu amico in Inghilterra di Young, passato alla storia per avere trasformato le relazioni dei suoi viaggi-inchiesta in materie di scienze agrarie e statistiche, sociali ed economiche, aggiornando ai nuovi canoni utilitaristici dell’Illuminismo inglese la lezione e tradizione baconiane. Nativo del Suffolk, migrato nel 1761 a Londra e nel 1767 nell’Essex, Young iniziò la propria vita di viaggiatore nelle contee meridionali del Galles e nell’Inghilterra del Nord: viaggi che erano, soprattutto, occasioni per indagini agronomiche e naturalistiche. Ne ricavò libri – tradotti in tutta Europa, sino al 1792 – densi di informazioni sui prodotti agricoli e molto pratici, in sede di esame concreto dei terreni. Una passione, quella per le scienze agronomiche, condivisa, di lì a breve, da un altro grande viaggiatore italiano, il ligure trapiantato a Milano Carlo Amoretti (1740-1816), chimico e geologo fra i più trascurati dalla storiografia dei nostri Lumi.
Young ricavò pertanto, dalle proprie esperienze di viaggi, oltre quaranta pubblicazioni, sopra i temi delle tecniche agricole e dell’allora nascente (anche per mano sua) economia politica, scritte e concepite da vero osservatore sociale. A questo servivano, a suo avviso, i viaggi: per osservare ogni aspetto della società. E per misurarla attraverso gli strumenti matematici e scientifici, avrebbe detto, a fine secolo, il tedesco Alexander Von Humboldt. Da parte sua, Young fece dare alle stampe molti libri sul calendario, sull’aritmetica politica – coltivata all’epoca anche in Francia, da Condorcet e un secolo prima, in Inghilterra, da William Petty (1623-1787) – nonché svariati almanacchi, e annali di agricoltura, posteriormente ai viaggi in Irlanda del 1776-1780. Tra i finanziatori delle proprie opere, Young ebbe addirittura il Re di Gran Bretagna, Giorgio III di Hannover. Sir John Sinclair, nel 1793, lo volle segretario al Ministero inglese dell’agricoltura. In tale ruolo, Young diede grandi contributi alla raccolta e preparazione scientifica delle investigazioni agricole nelle contee britanniche.
Nel 1787, Young viaggiò in Italia e in Francia, qui testimone ed osservatore della conduzione degli affari pubblici, in una congiuntura critica. Le sue memorie come scrittore di viaggio apparvero in A Six Weeks’ Tour, Through Southern Counties of England and Wales (1768), in A Six Months’ Tour, Through the North and East of England (1770), in Tour in Ireland (1779-1780) e nei Travels in France, stampati inizialmente nel 1792, per essere poi ripubblicati fra il 1793 e il 1794 a Dublino prima e a Londra poi. Trattati lettissimi dai geografi, naturalisti e geologi inglesi di allora.
Con Henry Wansey (1751-1827) ritorniamo alla dimensione antiquaria del viaggio. Antichista e mercante, letterato e viaggiatore, nato da famiglia gallese, Wansey si trasferì a Warminster, nello Wiltshire, e gli interessi per agronomia e scienze del territorio lo portarono a entrare nella Bath and West of England Agricultural Society, della quale fu vice-presidente, pubblicando nel 1780 A Letter to the Marquis of Lansdowne on the Subject of the Late Tax on Wool. Fautore di arti e commercio al pari di Voltaire e Hume, per le sue competenze storiche ed erudite Wansey fu nominato fellow della Society of Antiquaries, nel 1789. Nel 1794, viaggiò in America e, due anni dopo, raccolse le proprie osservazioni nel libro An Excursion to the United States of America, pubblicato a Salisbury – dove si era trasferito, una volta fatto ritorno nel Regno Unito – nel 1798. A partire dal 1801, si dedicò ai problemi del pauperismo, dando alle stampe il libello Thoughts on Poorhouses, particularly that of Salisbury, with a View to their Reform. Wansey continuò comunque ad occuparsi di antichità locali e di storia inglese e britannica, collaborando alla History of Wiltshire, pubblicata sino al 1831, di Sir Richard Hoare (1758-1838), archeologo, scrittore e viaggiatore londinese. I loro studi archeologici, nel XIX secolo, furono apprezzati anche da Carlyle. Tra le opere di Wansey, sovente frutto dei suoi molti viaggi, vanno menzionate Wool Encouraged without Exportation (pubblicata, dalla Highland Society scozzese, nel 1791), A Letter to the Bishop of Salisbury on his Late Charge to the Clergy of his Diocese (1798) ed il resoconto del soggiorno francese A Visit to Paris (1814), tutte stampate fra Edimburgo e Londra e tutte da rileggere con attenzione, specie l’ultima: una fonte di prima mano su società e cultura parigine all’alba della Restaurazione monarchica.
L’astronomo newtoniano inglese Francis Bailey (1774-1844), nativo di Newbury, iniziò come viaggiatore e si spinse in Nord America, per un esteso tour di due anni, tra il 1796 e il 1797. Fece il suo viaggio con gli occhi del geologo, interessato ad osservare e misurare. Il suo British Journal di quel Grand Tour trans-oceanico fu pubblicato, postumo, solo nel 1856, dall’algebrista Augustus de Morgan (1806-1871). Due anni dopo il ritorno in Inghilterra, nel 1799, Bailey entrò a lavorare alla Borsa valori di Londra. Tuttavia, la sua autentica vocazione era per la scienza e segnatamente per la meccanica celeste. Pubblicò ancora tre libri d’economia e traffici – il Tables for the Purchasing and Renewing of the Leases (1802), la Doctrine of Interests and Annuities (1808), e la Doctrine of Life Annuities and Assurances (1810), dopo di che consacrò la propria vita a viaggi e scienze. Nel 1820, fu tra i fondatori (nonché in seguito quattro volte presidente) della Royal Astronomical Society. Tra le sue mura, fece stampare la sua prima dissertazione scientifica di astronomia, On the New Method of determining the longitude by the culmination of the moon and stars, nel 1824. Un lustro più tardi, Bailey varò la riforma inglese degli almanacchi nautici e dopo altri tre anni fu eletto socio straniero della Accademia americana di arti e scienze, fondata a Cambridge (Massachusetts) nel 1780, e fiore all’occhiello dell’Illuminismo tecnico-scientifico statunitense. Nel 1736, Bailey entrò poi a far parte anche della British Association, sorta a fine Settecento, con il preciso scopo di svecchiare, dal punto di vista tanto istituzionale quanto della ricerca, i quadri della scienza inglese, rimasta attardata, nel confronto con la coeva cultura illuministica francese e scozzese.
Bailey preparò per le stampe una versione ridotta dei cataloghi stellari di Lalande e Lacaille, contenente un elenco minuzioso e dettagliato di quasi sessantamila corpi celesti, tra pianeti ed astri, revisionando, per l’occasione, le precedenti opere, in merito, di Tolomeo – di cui, nel XVIII secolo, non si cessava di usare le carte, nonostante non si credesse oramai più nel sistema geocentrico – e di Tobias Mayer, di Tycho Brahe e Halley, di Hevelius e Flamsteed, l’Historia coelestis britannica del quale era apparsa, a Londra, nel 1712 per esplicita volontà della Regina Anna. Intanto, anche al fine di effettuare sul campo osservazioni astronomiche, Bailey aveva ripreso a viaggiare. Nel 1836, egli fu nel Roxburghshire: una spedizione scientifica, allestita appositamente, per effettuare misurazioni accurate dell’eclisse solare di quell’anno, confrontandola con quelle del passato. Osservò, in quella occasione, singolari fenomeni ottici e luminosi, che dipendevano dall’irregolarità dei moti lunari. I dati di quelle osservazioni telescopiche servirono a Bailey sei anni dopo, quando – nel corso del suo viaggio italiano del 1742, ancora da studiare in maniera approfondita – scese in Italia settentrionale, in luglio, per osservare e descrivere l’eclisse totale di Sole, a Pavia. In riva al Ticino, poté impiegare tecniche e strumenti dell’Osservatorio di Brera, inaugurato nel 1764 e, nella prima metà del secolo XIX, fra i meglio attrezzati dell’intera Europa. Il piano di lavoro di Bailey prevedeva l’utilizzazione di sestanti mobili, quadranti murali, settori equatoriali, cannocchiali – e a rifrazione e a riflessione – macchine parallattiche, aste geodetiche, teodoliti, magnetometri, barometri, cronografi, micrometri, orologi a pendolo, globi (e terrestri e celesti) e sfere armillari: il meglio della strumentaria, ad uso di astronomi e scienziati di allora, uno dei motivi per i quali e l’Università di Pavia e l’Osservatorio di Brera non mancavano, mai, nell’itinerario italiano dei viaggiatori europei ottocenteschi. Il secondo era stato portato al suo apice continentale dal sacerdote, matematico e astronomo milanese Barnaba Oriani (1752-1832), corrispondente a Torino e Palermo di Piazzi ed altri savants.
In Nord Italia, tra Pavia e Brera, Bailey si appassionò in particolare a studio e costruzione del pendolo. Rientrato in Inghilterra, a Londra completò e discusse gli esperimenti, con il pendolo, fatti da Forster, deducendo da quelle prove – l’esperimento che fonda la teoria, la tecnica che precede la scienza – l’ellitticità della Terra, misurata, da Bailey, in termini mai prima così accurati. Egli – nel Volume VIII dei Memoirs of the Royal Astronomical Society – ne diede un completo ragguaglio, ad uso della comunità scientifica inglese ed europea. Il valore trovato venne da Bailey successivamente perfezionato in maniera ulteriore, corretto per la lunghezza del pendolo dei secondi introducendo un trascurato elemento di riduzione, utilizzato, nel 1843, nella ricostruzione dei canoni di lunghezza: una laboriosa e difficile operazione per misurare la densità terrestre, usando e sviluppando i metodi di geografia astronomica approntati da Henry Cavendish fra il 1838 e il 1842.
Astronomo e viaggiatore, nel medesimo tempo, fu anche l’anglo-irlandese Isaac Weld (1774-1856), esploratore e scienziato, artista e padre della moderna topografia, figura di punta della Royal Society di Dublino. Nipote di Nathaniel Weld (amico e collaboratore di Newton), Isaac trascorse la prima parte della sua vita nella natia Dublino, e si formò presso la scuola di Samuel Whyte, in Fleet Street. Si spostò quindi nel Norfolk, ed a Norwich divenne pupillo del medico William Enfield. Nel 1793, Weld fu in Scozia ad Edimburgo, appena prima di intraprendere un lungo viaggio erudito e di formazione intellettuale in Italia, entrando in contatto a Roma con Canova, del quale Weld diventò, nel 1794, grande amico. Lo scultore italiano gli fece fare un esauriente tour della Città eterna, il che permise al dublinese di scoprire la grande tradizione pontificia della storia dell’arte.
Un anno dopo, altri ed estesi viaggi, stavolta in Nord America. Desideroso e di conoscere e di vedere l’America settentrionale, nel 1795 Weld salpò da Dublino alla volta di Filadelfia e passò due anni fra Stati Uniti e Canada. Soggiornò in Virginia, incontrandovi Jefferson e Washington. Per lui, l’esperienza del viaggio era l’unico modo per soddisfare una curiosità altrimenti inesauribile ed una sete di ricerca affinata già nel Vecchio Mondo. L’avventura nord-americana gli fece trovare, altresì, molti suoi connazionali, irlandesi da tempo trapiantati al di là dell’Atlantico. Negli Stati Uniti, Weld si mosse a cavallo, mentre in Canada in canoa, nella regione dei grandi laghi, facendo pure ricorso a guide indiane, trovate in loco. Agli americani, per lui troppo freddi e materialisti, Weld preferiva i più spartani e rustici, ma sinceri, canadesi. Raccontò al pubblico inglese di quel mondo, nei Travels Through the States of North America and the Provinces of Upper and Lower Canada, che, stampati per la prima volta nel 1799, arrivarono con successo ed in breve alla terza edizione, tradotti anche in francese e tedesco, italiano ed olandese, ricchi di osservazioni: sui costumi americani, sul sistema della schiavitù negli Stati del Sud e sul distretto dell’ex Columbia britannica.
Nel New England, Weld ritrovò anche alcuni suoi lontani parenti. Va ricordato, infatti, che il suo antenato Thomas Weld era stato, nel primo Seicento, un ministro puritano del Suffolk, emigrato a Boston, nel 1632. Il bis-bis-nonno di Isaac, anch’egli di nome Thomas, aveva contribuito all’opera di pubblicazione del Bay Psalm Book, il primo libro stampato in America. Un altro antenato di Isaac – il fisico e teologo di origini inglesi Nathaniel – aveva studiato ad Harvard, contribuendo fra l’altro a diffondervi la nuova scienza copernicana di Galileo, accettata, con insospettabile disinvoltura, dai calvinisti delle colonie americane d’oltremare. Lasciata la costa orientale dei futuri Stati Uniti, poi, Nathaniel aveva fatto rotta per Kinsale, e si era stabilito, a Cork, in Irlanda, nel Castello di Blarney, nel 1655, seguace di Lord Cromwell prima di muoversi alla morte di questi in direzione Dublino.
Tornato in Irlanda dopo i viaggi italiani ed nord-americani, Weld visitò le zone lacustri presso Killarney, attraversando territori quasi incontaminati e da lui poi descritti nello Scenery of Killarney (1807), che illustrò personalmente, con una pregevole serie di disegni. Del resto, anche alle cascate del Niagara aveva fatto rimarchevoli schizzi. Nel maggio 1815, Weld si portò a Londra, ove fu tra i primi irlandesi ad attraversare il Tamigi sopra una nave a vapore. Qui, per conto della Royal Society di Dublino, compilò uno Statistical Survey of the County of Roscommon (1838). Trascorse infine gli altimi anni a Bray, nella Contea di Wicklow, dipingendone e più volte scorci e vedute, con un gusto ancora classicamente settecentesco.
Il contento entro cui si mossero i viaggiatori europei, nell’età moderna, fu la Repubblica delle Scienze. Tutte le accademie scientifiche, dal secondo Seicento al primo Ottocento, diventarono, sia pure in tempi diversi, istituzioni riconosciute dallo Stato e con precisi regolamenti, presenze sociali attive ed interessate alla costruzione e promozione del sapere. La rete europea delle accademie vide ingrossarsi le proprie fila, soprattutto nel XVIII secolo, portando a compimento gli ideali baconiani della Nuova Atlantide. Il network scientifico si fece via via più esteso, aiutato in questo dal fatto che negli spazi anglo-tedeschi non vi furono traumatici eventi rivoluzionari sul piano politico. L’asse da Sud a Nord, al pari di quello da Nord a Sud, contrassegna a fondo la vita istituzionale di accademici e viaggiatori tra XVIII e XIX secolo, in Europa ed oltremare. Il ruolo peculiare della scienza – tra i motivi per i quali ci si metteva in viaggio, lungo tutta l’età moderna – crebbe e si potenziò. Scienze, tecniche e viaggi (un vero triangolo storico) furono un fenomeno rimarchevole e un nuovo fattore di unificazione culturale nella storia europea. Viaggiatori, eruditi e uomini di scienza aderivano inoltre al medesimo sistema di valori. Valori non scritti, ma, non per questo, meno rilevanti. La gloria degli Stati di appartenenza era uno di questi. La scienza poteva quindi essere congiuntamente nazionale e cosmopolita. La contraddizione è solo apparente. Fattore di accelerazione della crescita umana ed al contempo celebrazione dell’intelligenza, la cultura tecnico-scientifica, che ispirava tanti viaggiatori, aveva, dai tempi almeno di padre Mersenne in Francia, una comunità intellettuale forse non sempre concorde, ma ugualmente florida e ramificata, ovunque. Epifenomeno, sia locale, sia universale – in particolare, si sa, nel secolo dei Lumi – l’accademismo scientifico era la culla dove crebbero tanto i diplomatici quanto i protagonisti del Grand Tour, legato comunque da vicino alle maglie del potere, civile e religioso. L’isolamento non esisteva e gli uomini non erano mai monadi. Agivano in società in nome della cultura. L’entusiasmo scientifico di viaggiatori ed accademici (figure spessissimo poi convergenti, nella medesima persona) era una sorta di catalizzatore: ispirava azioni concrete, entro un preciso contesto. L’idea di un sapere universale, custudito nelle accademie scientifiche, visitate dai viaggiatori, attraversò e informò di senso l’intera Europa colta delle corti. La comunicazione del sapere divenne una sorta di comandamento laico, a cui nessun viaggiatore o uomo di scienza poteva sottrarsi dalla metà almeno del XVII secolo in avanti. E le accademie sempre cercate dai viaggiatori costituivano l’istituto sociale per preservare e diffondere la cultura scientifica. Rigore linguistico e esattezza delle definizioni ed informazioni – caratteristici di così tanti diari, e relazioni di viaggio – furono contemporaneamente tratti distintivi e imperativi etici di quella comunità cui aderivano dotti e viaggiatori nel mondo d’antico regime.


Nell'immagine, Arthur Young, scrittore e saggista inglese, che si è occupato di agricoltura, economia e statistiche sociali.


Bibliografia

AA.VV., The Impact of Italy. The Grand Tour and Beyond, British School at Rome, London, 2000.
Francesco ALGAROTTI, Saggi, Laterza, Bari, 1963.
Francesco ALGAROTTI, Il Congresso di Citera (1768), Millennium, Bologna, 2003.
Francesco ALGAROTTI, Viaggi di Russia, Garzanti, Milano, 2006.
Francesco ALGAROTTI - Saverio BETTINELLI, Opere, Ricciardi, Milano-Napoli, 1969.
Robert ALLEN, La rivoluzione industriale inglese, Il Mulino, Bologna, 2011.
Franco ARATO, Il secolo delle cose. Scienza e storia in Francesco Algarotti, Marietti, Genova, 1991.
Davide ARECCO, Astronomi e matematici del Risorgimento. Giuseppe Piazzi e Angelo Genocchi, in Scienza e storia dal Piemonte alla Liguria (secoli XVII-XIX), Accademia Urbense, Ovada, 2011, pp. 82-88.
François BASAN, Dictionnaire des graveurs anciens et modernes, avec une notice des principales estampes, Lormel, Paris, 1767.
Jeremy BLACK, The British and the Grand Tour, Croom Helm, London, 1985.
Ettore BONORA, Francesco Algarotti dall'Arcadia della scienza ai saggi letterari, Feltrinelli, Milano, 1983.
Attilio BRILLI, Quando viaggiare era un’arte. Il romanzo del Grand Tour, Il Mulino, Bologna, 1995.
Jacques de CAMPREDON, Mémoires sur les Négociations dans le Nord, et sur ce qui s'est passé de secret, pendant le cours de la guerre dont cette partie de l’Europe de 1679 à 1719, Didier, Paris, 1864.
Edward CHANEY, The Evolution of the Grand Tour. Anglo-Italian cultural relations since the Renaissance, Cass, Londres, 2000.
Hugh CHISHOLM, Francis Bailey, in Encyclopaedia Britannica, Cambridge University Press, Cambridge, 1911, ad vocem.
Sally DIEKE, Francis Bailey, in Dictionary of Scientific Biography, a cura di Charles Coulston GILLISPIE, I, Scribner’s, New York, 1970, ad vocem.
John DREYER - Herbert TURNER, History of the Royal Astronomical Society, I, The Royal Astronomical Society, London, 1923.
Colin DYER, La France revisiée sur les traces d’Arthur Young, Denoel, Paris, 1989.
Antonio FRANCESCHETTI, Algarotti in Russia. Dal Giornale ai Viaggi, in Lettere Italiane, XXXV, 1983, pp. 312-332.
John GAZLEY, The Life of Arthur Young (1741-1820), American Philosophical Society, Philadelphia, 1973.
Johann Wolfgang GOETHE, Viaggio in Italia, Mondadori, Milano, 2016.
John HERSCHEL, Memoir of the late Francis Bailey, in Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, VI, 1844, pp. 89-121.
Sidney LEE, Henry Wansey, in Dictionary of National Biography, LIX, Smith, Elder and Co., London, 1899, ad vocem.
Giorgina MASSON, Guida di Roma, Mondadori, Milano, 1974.
Christian MICHEL, Correspondances d’artistes des XVIIIe et XIXe siècles, Laget, Nogent-le-Roi, 1986.
Wilhelm MICHEL, Anton Friedrich Busching, in Neue Deutsche Biographie, Duncker und Humblot, Berlin, 1957, ad vocem.
Domenico MICHELESSI, Memorie intorno alla vita ed agli scritti del Conte Francesco Algarotti, Pasquali, Lucca, 1770.
Alfred MORRISON, The District in the XVIII Century. History, Site-Strategy, Real Estate Market, and the Landoscape as Described by the Earliest Travellers, Judd, Salisbury, 1909.
Salvatore ROTTA, «Une aussi perfide nation», La Relation de l’État de Gênes di Jacques de Campredon (1737), in Quaderni franzoniani, XI, 1998, pp. 609-708.
Salvatore ROTTA, Russia 1739: il filosofo sedentario e il filosofo viaggiatore, in Settecento russo e italiano, MG, Bergamo, 2002, pp. 33-71.
Leslie STEPHEN, Arthur Young, in Studies of a Biographer, I, Duckworth, London, 1898, pp. 188-226.
Leslie STEPHEN, History of English Thought in the Eighteenth Century (1876), Murray, London, 1927.
VOLTAIRE, Elemens de la philosophie de Neuton, Desbordes, Amsterdam, 1738.
Arthur YOUNG, Course of experimental agriculture, Dodsley, London, 1770.
Paola ZANARDI, Le arti della pace: Thomas Hollis e Francesco Algarotti, in Filosofia, scienza e storia. Il dialogo fra Italia e Gran Bretagna, Il Poligrafo, Padova, 2005, pp. 49-65.
Documento inserito il: 11/12/2023
  • TAG: storia della cultura europea, Illuminismo, storia moderna, storia istituzionale, accademismo, viaggi, circolazione del sapere, storia atlantica, storia sociale delle idee

Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione piattaforma web: ik1yde

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2023 )
privacy-policy