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Storia della colonizzazione europea dell’Amazzonia [ di Yuri Leveratto ]

Il primo europeo che navigò nei pressi dell’estuario del Rio delle Amazzoni fu il fiorentino Amerigo Vespucci. Nel 1499 il navigatore toscano, che si era separato dalle navi comandate da Alonso de Ojeda presso il Rio Damerara, in Guayana, si diresse verso sud, ed esplorò l’attuale costa brasiliana fino al cabo di San Agustin. Vespucci descrisse, nelle sue lettere al fiorentino Lorenzo di Pier Francesco de Medici, che due fiumi enormi, probabilmente il Rio delle Amazzoni e il Parà (estuario del Tocantins), sfociano nell’oceano, e riportò colorite descrizioni dei popoli indigeni che vi vivevano. Vespucci, fu quindi il primo relatore della geografia, dei popoli e della fauna amazzonica. Secondo lui, gli indigeni erano numerosissimi, e vivevano in armonia e pace con la natura. Qui di seguito si riporta un passaggio di una delle sue lettere:
Credo che questi due fiumi siano la causa dell’acqua dolce nel mare. Accordammo entrare in uno di questi grandi fiumi e navigare attraverso di esso fino ad incontrare l’occasione di visitare quelle terre e poblazioni di gente; preparate le nostre barche ed approvvigionamenti per quattro giorni con venti uomini ben armati ci mettemmo nel fiume e navigammo a forza di remi per due giorni risalendo la corrente circa diciotto leghe, avvistando molte terre. Navigando così per il fiume, vedemmo segnali certissimi che l’interno di quelle terre era abitato. Quindi decidemmo di tornare alle caravelle che avevamo lasciato in un luogo non sicuro e così facemmo.
La successiva spedizione esplorativa delle coste brasiliane e dell’estuario del Rio delle Amazzoni fu comandata dallo spagnolo Vicente Yánez Pinzon, che era stato il comandante della Niña nella spedizione di Colombo del 1492.
Pinzon partì da Palos il 19 novembre del 1499 al comando di quattro piccole caravelle. Il 26 gennaio del 1500, mentre la flotta navigava a duecento chilometri dalla costa brasiliana, Pinzon si rese conto di essere circondato da acqua dolce. Pensò che doveva essere un enorme fiume, che entrava prepotentemente nell’oceano con la sua acqua dolce. Individuò l’estuario pochi giorni dopo, e battezzò quel fiume “Santa Maria de la Mar Dulce”.
Il viaggio di Pinzon fu descritto dallo storico milanese Pedro Martir de Angleria, nella sua opera in latino “Decadas de orbe novo”. Pedro Martir de Angleria, che visse a lungo presso la corte dei Re cattolici in Spagna, riporta, nella sua opera:
"Scoprirono che da grandi montagne fluiva con enorme impeto un immenso fiume dalla corrente fortissima. Dissero che dentro di quel pelago vi sono numerose isole selvagge, ma ricchissime e con numerose poblazioni. Raccontarono che gli indigeni di queste regioni sono pacifici e sociali, pero poco utili per le cose nostre, tanto che non ottennero da loro nessun guadagno sufficiente, come oro o pietre preziose. Per compensare il mancato guadagno, gli spagnoli si portarono con sè trenta schiavi indigeni. Gli indigeni chiamano questa regione Mariatambal, mentre quella situata ad Oriente del fiume si chiama Camamoro e quella ad Occidente dicesi Paricora. Gli indigeni indicarono che nelle regioni interne del fiume si trovavano grandi quantità d’oro".
Circa un mese dopo, un altro spagnolo, Diego de Lope, si inoltrò nell’estuario per circa sessanta leghe, (duecento chilometri). Diego de Lepe venne a contatto con numerosi indigeni, e fu il primo a nominare “Marañon” il grande fiume, probabilmente utilizando un nome indigeno.
Nel 1500, un grande cartografo e pilota, il cantabrico Juan de la Cosa, disegnò la prima mappa del Nuovo Continente. In essa si nota l’enorme massa del continente americano come era vista dai primi navigatori.
Il portoghese Cabral prese ufficialmente possesso del Brasile nel 1500, ma la sua colonizzazione iniziò solo nel 1532, quando Martin Alonso da Souza fondò la città di San Vicente e costruì alcuni avamposti militari nelle vicinanze delle attuali città di Bahia e Rio de Janeiro.
Nel 1494, il trattato di Tordesillas, aveva diviso il mondo in due sfere di competenza, una spagnola e una portoghese. Una linea immaginaria divideva il continente sud americano in due parti: le terre ad ovest di tale linea (che era situata a 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde) erano di competenza spagnola, mentre le terre ad est di tale linea (Brasile) erano di competenza portoghese.
Teoricamente l’estuario del Rio delle Amazzoni, come tutto il suo inmenso bacino caddero sotto l’influenza spagnola. Gli spagnoli però, nei primi trent’anni del secolo XVI non furono interessati all’enorme territorio amazzonico, per vari motivi. Innanzitutto perché si trattava di una “terra incognita”, apparentemente priva di ricchezze, ma principalmente perché gli spagnoli erano ossessionati dal cercare un passaggio che permettesse loro di raggiungere le “Isole delle Spezie”, situate in Asia, e poter contrastare così il predominio portoghese.
Il processo esplorativo che portò gli spagnoli a raggiungere le Molucche, isole ricchissime di spezie, si concluse nel 1521, quando l’esplorazione di Magellano, dopo aver trovato il passaggio, situato a sud del continente, che permetteva di raggiungere il “Mare del Sud”, raggiunse, dopo altri mesi di navigazione, le famose “Isole delle Spezie”.
Intanto gli spagnoli avevano consolidato il loro dominio nell’istmo di Panama e si apprestavano a conquistare il favoloso regno di “Birù”, dove si diceva ci fossero immani ricchezze. Così, quarant'anni dopo la prima spedizione di Colombo, l’Amazzonia continuava ed essere sconosciuta agli europei.
A partire dal 1530, in seguito alla spedizione dello spagnolo Diego de Ordaz, che risalì il fiume Orinoco e raccontò notizie di enormi ricchezze nascoste nella selva impenetrabile, iniziarono a diffondersi varie leggende, come quella di una città d’oro nascosta nella giungla.
In quegli anni Francisco Pizarro stava conquistando il Perù e la gran parte delle sue truppe erano occupate negli scontri con gli indigeni Incas e con l’esercito di Diego de Almagro, suo rivale.
Negli anni successivi alla conquista del Perù, la leggenda di immense ricchezze fu ulteriormente ravvivata quando lo spagnolo Sebastián de Belalcazar, in marcia verso il nord del nuovo dominio spagnolo del Perù, si imbattè in un indigeno, che gli raccontò che uno dei Cacique di una terra situata più a nord, soleva immergersi in una laguna con il corpo cosparso di polvere d’oro, e gettava vari monili in oro nel lago, per compiacere la divinità.
Il territorio di cui parlava quell’indigeno era un altopiano situato nel centro del attuale territorio colombiano, terra degli indigeni Muisca, che fu conquistato dallo spagnolo Gonzalo Jiménez de Quesada nel 1537. La laguna, detta di Guatavita, fu esplorata a fondo ma a parte vari pezzi d’oro, non si trovò nessuna città nascosta. La leggenda dell’ “El Dorado” però, era ormai viva, e spinse altri avventurieri a cercare al di là dell’altopiano dei Muisca esplorando le valli dei fiumi Caquetà e Putumayo, affluenti del Rio delle Amazzoni.
In quegli anni Carlo V, per sdebitarsi con i banchieri tedeschi Wesler, dai quali aveva ricevuto dei prestito, aveva concesso loro di esplorare l’interno del Venezuela e sfruttarlo economicamente. Il primo esploratore tedesco che si spinse nell’attuale amazzonia colombiana fu Jorge Espira accompagnato da Felipe de Utre. I tedeschi esplorarono vasti territori corrispondenti agli attuali dipertimenti colombiani del Meta e del Caquetà, ma furono costretti a ripiegare verso nord in quanto vari attacchi di indigeni sbarravano loro il passo verso le profondità della selva amazzonica.
In quell’epoca le conoscenze geografiche del Nuovo Continente erano ancora molto approssimative. Una mappa, che risale al 1540, è la prima che mostra l’America come un continente separato e distinto dagli altri. Mentre è ignoto l’autore, si sa che fu impressa a Basilea. Le iscrizioni in italiano nella parte alta della mappa, fanno pensare che sia stata disegnata in Italia, forse a Firenze, in seguito alle lettere di Amerigo Vespucci e alle successive scoperte di Balboa, Magellano e Cortes.
Nel 1539, a distanza di quarantasette anni dalla prima spedizione di Cristoforo Colombo, il bacino amazzonico era ancora un territorio vergine e inesplorato, se si escludono le spedizioni fino ad ora descritte, che però non riportarono notizie geografiche chiare, ma solo confuse descrizioni di regni ricchissimi e indigeni bellicosi che praticavano il cannibalismo.
A questo punto il fratello di Francisco Pizarro, Gonzalo, che era il governatore di Quito, decise di intraprendere una spedizione verso est, alla ricerca del paese della cannella e dell`El Dorado. L’estremegno Francisco de Orellana si unì al viaggio.
Presto in due contingenti si separarono, in quanto Gonzalo Pizarro rientrò verso Quito, mentre Francisco de Orellana, con i suoi uomini proseguí l’esplorazione del bacino amazzonico navigando su navi rustiche da lui costruite.
Fu la prima navigazione del grande fiume che venne battezzato da Orellana “Rio delle Amazzoni”, in seguito all’avvistamento di una tribu di donne guerriere, come le Amazzoni della mitologia greca.
Il cappellano della spedizione, Gaspar de Carvajal lasciò una preziosa relazione dell’esplorazione, che fu riportata dallo storico spagnolo Gonzalo Fernandez de Oviedo y Valdes nella sua “Historia General de las Indias”.
Carvajal descrisse numerosi popoli indigeni, e frequenti villaggi con estesi campi coltivati, come se in Amazzonia vivessero molte centinaia di migliaia di persone, se non milioni, prima dell’arrivo degli europei. Francisco de Orellana, riuscì a giungere all’oceano, portando a termine il più grande viaggio di esplorazione fluviale di tutti i tempi.
Resosi conto dell’importanza della sua scoperta viaggiò presto alla corte del Re Carlo V, chiedendo di poter tornare in Amazzonia con una flotta numerosa per poter fondare delle città ed iniziare la conquista e la colonizzazione del grande fiume.
Nella sua seconda spedizione però, Orellana non ebbe fortuna, e morì in seguito ad una malattia fulminante. I sopravvissuti abbondonarono l’Amazzonia, che negli anni successivi tornò ad essere territorio inesplorato e non conquistato, anche se ricadeva sotto la teorica influenza spagnola.
La succesiva esplorazione europea dell’Amazzonia avvenne nel 1560, quando Pedro de Ursua, intraprese una spedizione nell’attuale Amazzonia peruviana alla ricerca dell’El Dorado. L’esplorazione della foresta amazzonica si trasformò presto in un incubo, quando uno dei suoi uomini, il feroce Lope de Aguirre, prese il comando della spedizione dopo aver ucciso il suo comandante. Lope de Aguirre, che si autonominò “Re dell’Amazzonia”, continuò la sua folle marcia alla ricerca di un ricchissimo regno perduto nella selva e fu poi giustiziato in Venezuela, per aver tentato di creare un proprio regno.
Nel 1561, lo spagnolo Nuflo de Chavez, fondò nelle vicinanze del Mamorè, affluente del Madeira, nell’attuale Bolivia, la città di Santa Cruz de la Sierra. Dalla città, situata nel bacino amazzonico ma ad un altezza di quattrocento metri sul livello del mare, partirono negli anni successivi importante missioni di gesuiti, che esplorarono l’alto corso del Madeira, il più grande affluente del Rio delle Amazzoni. A partire dal 1570 infatti, la Corona spagnola autorizzò un lento ma constante flusso di gesuiti nei territori del Vicerame del Perù.
Lo scopo principale della presenza dei gesuiti era quello di evangelizzare i nativi, e fornire importanti informazioni al governo spagnolo.
Sul finire del secolo XVI gli spagnoli esplorarorono la parte di Amazzonia che oggi rientra nel dipartimento peruviano di “Madre de Dios”.
Nel 1566, lo spagnolo Juan Alvarez Maldonado discese il corso del Rio Madre de Dios, che è uno dei tributari del Rio Beni, nel bacino del Madeira.
Juan Alvarez Maldonado era alla ricerca della leggendaria città di Paititi, il luogo mitico dove gli Incas avrebbero ammassato le loro ricchezze in seguito alla conquista spagnola del Perù. Il viaggio fu un insuccesso, ma Maldonado contribuì con le sue esplorazioni alla conoscenza di quella parte della selva amazzonica ritenuta inacessibile, fino ad allora.
Sul finire del secolo XVI, intanto, le relazioni dei viaggi di avventurieri ed esploratori avevano aumentato considerevolvente le conoscenze geografiche del continente sud americano. Nel 1595, l’olandese Arnoldo Florencio Langren disegnò una mappa dettagliata del Sud America.
Quando, nel 1578, il Re di Spagna Felipe II, fu riconosciuto anche come Re del Portogallo, l’intera America del Sud ricadde sotto un unico dominio. I portoghesi pertanto, che vedevano l’Amazzonia come un territorio non sfruttato, iniziarono una lenta penetrazione nell’interno e occuparono l’estuario del Rio delle Amazzoni fondando, nel 1615, un forte nell’estuario del Parà (Tocantins).
Il fondatore di questo forte, che si chiamava Forte Presepio de Castel Branco, (succesivamente chiamato Belem do Parà) fu Francisco Caldeira Castelo Branco, che si adoperò per scacciare navi francesi ed olandesi dall’estuario del grande fiume. I francesi erano infatti molto attivi in Brasile in quegli anni, in quanto avevano fondato vari avamposti commerciali nell’attuale stato del Maranhao e avevano fondato nel 1612 il villaggio di San Luis, in onore del Re Luigi IX.
Nel 1637 il cartografo portoghese Pedro Texeira ascese il Rio delle Amazzoni dall’estuario fino ai fiumi Napo e Aguarico, dove Orellana aveva iniziato la sua aventura novantasei anni prima. In seguito a questo viaggio, il pilota di Texeira, il frate Lauretano de la Cruz, disegnò la prima mappa dell’Amazzonia, oggi perduta. In questa mappa vi erano dettagliate descrizioni della profondità del fiume, e della sua navigabilità. Quindi Texteira giunse a Quito, dove conobbe Padre Cristóbal de Acuña. Nel 1639 Texeira e il religioso Acuña intrapresero un nuovo viaggio, e navigando il Rio delle Amazzoni seguirono il corso della corrente giungendo al Pará.
Questo viaggio fu relazionato dal gesuita spagnolo Cristóbal de Acuña, nella sua “Relacion del descubrimiento del Rio Amazonas” pubblicata nel 1641.
I primi gesuiti che si stabilirono nell’attuale Amazzonia peruviana furono Padre Gaspar Cujia e e Lucas de la Cueva nel 1638.
Da allora iniziò una lenta espansione dei gesuiti nelle profondità della selva. A partire dal 1640 i portoghesi incrementarono la penetrazione all’interno dell’Amazzonia e nello stesso anno il Portogallo riaquistò l’indipendenza dalla Spagna. Il Brasile ricadde nuovamente sotto la Corona portoghese, mentre l’Amazzonia, teoricamente sotto il dominio spagnolo, nella realtà era ormai colonizzata sempre più dai portoghesi che incrementarono i traffici e fondarono altri avamposti militari e commerciali, soprattutto nella zona dell’estuario del grande fiume.
In quel periodo non furono rari gli scontri con gli indigeni, specialmente alla confluenza tra il Rio Negro e il Solimoes, nome del Rio delle Amazzoni prima della sua confluenza con il Rio Negro. Ajuricaba, un cacique degli indigeni Manaos, fu a capo di un tentativo di rivolta indigena, presto soffocata nel sangue.
In quegli anni fu fondato il forte Sao Josè de Macapa sulla costa nord dell’estuario del Rio delle Amazzoni. Nel 1648 iniziò l’espansione dei “bandeirantes”, gruppi di coloni che partivano da zone depresse del Brasile e si inoltravano nell’interno in cerca enorme ricchezze. Essi avevano però anche lo scopo di colonizzare e sfruttare gli immensi territori del Mato Grosso. I “bandeirantes” si orientavano con la bussola e le costellazioni, come se stessero navigando in un oceano. Costruivano avamposti, embrioni di futuri villaggi e lottavano con gli indigeni cercando di imporre il loro dominio. Inizialmente partirono dalla città di San Paolo, e seguirono il corso dei fiumi Tiete e Paraná.
Il primo dei “bandeirantes” che giunse nei territori amazzonici fu Antonio Raposo Tabares che partì al comando di una spedizione nel 1648. Lo scopo del viaggio di Raposo Tabares era di cercare enorme ricchezze minierarie. Si inoltrò nel territorio del mato Grosso e percorse i fiumi Paraguai e Mamorè. Quindi seguì il corso del Madeira per giungere finalmente sulle rive del Rio delle Amazzoni nel 1651. Nel suo viaggio percorse più di diecimila chilometri e le relazioni dei suoi cronisti ebbero il merito di far conoscere gli immensi territori Amazzonici ancora completamente sconosciuti agli europei.
Intanto, con le relazioni dei primi gesuiti presenti in Amazzonia, le conoscenze geografiche dell’intero bacino fliviale aumentarono considerevolmente.
Nel 1661 il padre gesuita Joao Felipe Bettendorf fondò il villaggio di Santarem, situato alla confluenza del Rio delle Amazzoni e del Tapajos.
Nel 1669 il capitano portoghese Francisco da Mota Falcao costruì nella confluenza tra il Rio Negro e il Rio delle Amazzoni il forte San Josè del Rio Negro. L’avamposto militare assunse una crescente importanza nelle decadi successive e fu poi chiamato con il nome di Manaus, derivato dal nome di una etnia indígena.
Nella pratica ormai i portoghesi avevano scavalcato la famosa “linea di Tordesillas” che dal 1494 divideva il continente sud-americano in due zone d’influenza, e avevano colonizzato gran parte del bacino amazzonico. Intanto i gesuiti stavano creando nuove missioni, specialmente alla confluenza del Juruà con il Solimoes. Il loro capo era il Padre Samuel Fritz, nato in Bohemia nel 1650, che giunse a Quito nel 1682 e succesivamente viaggiò in Amazzonia. Padre Samuel Fritz visse vari anni presso il popolo degli Omagua, nell’attuale Amazzonia peruviana. In seguito ad un suo viaggio nel Parà iniziò a raccogliere varie informazioni sulla geografia del bacino amazzonico e dei suoi affluenti, e decise di redattare la sua famosa mappa dell’Amazzonia, nel 1707.
Già dalla fine del XVII secolo ormai i portoghesi si erano impossessati di gran parte del bacino amazzonico. Tra il 1691 e il 1697 i portoghesi Inácio Correia de Oliveira, Antônio de Miranda e José Antunes da Fonseca si impossessarono degli enormi territori del Solimoes.
I portoghesi introdussero in Amazzonia nuove culture come per esempio il caffè. Questa pianta, che fu inizialmente diffusa in Sud America dagli olandesi, fu importata da Francisco de Melo Palheta, che viaggiò nei territori della Guyana francese, ed esplorò la parte nord del territorio amazzonico. Francisco de Melo Palheta risalì nel 1723 il corso del Madeira, giungendo nell’attuale territorio boliviano del Beni, e fornendo importanti informazioni su una zona di foresta completamente inesplorata fino ad allora.
Altri avventurieri esplorarono l’immensa selva e risalirono gli affluenti del Rio delle Amazzoni.
Nel 1726 Francisco Javier Morales esplorò il Rio Negro fornendo importanti informazioni sull’enorme affluente del Rio delle Amazzoni.
Nel 1735 il francese Charles Marie de la Condamine, geografo e matematico, portò a termine la prima vera spedizione scientifica in Amazzonia, che terminò nel 1744 nella Guyana francese. Fu uno dei primi esploratori scientifici che descrisse il canale Casiquiare, che mette in comunicazione il Rio Negro con l’Orinoco, unendo di fatto i due enormi bacini fluviali. La descrizione del suo viaggio in Sud America fu pubblicata a Parigi nel 1751.
Tra il 1742 e il 1749 gli avventurieri portoghesi Manuel Félix de Lima e José Leme do Prado esplorarono l’alto corso del Madeira e i suoi affluenti, in particolar modo il Mamorè. I due esploratori erano in cerca di spezie, e stabilirono lucrosi commerci tra l’area del Cuiabà e la città di Belem do Parà.
Nel 1747, un altro esploratore, il portoghese Joao da Sousa Acevedo risalì il corso del Tapajos.
Intanto i gesuiti spagnoli che erano particularmente attivi nel alto corso del Rio delle Amazzoni alle sue confluenze con gli affluenti Jurua, Putumayo, Napo e Marañon, fondarono un villaggio, nel 1750, chiamato Iquitos, alla confluenza tra l’Ucayali, (braccio principale del Rio delle Amazzoni), e il Marañon.
Ormai però gran parte del bacino amazzonico era controllata e colonizzata dai portoghesi e pertanto nel 1750, gli spagnoli, con il trattato di Madrid, rinunciarono alla sovranità su gran parte di esso, e furono sanciti nuovi confini tra la colonia portoghese e quelle soggette alla Spagna.
L’influenza dei gesuiti spagnoli iniziò ad essere vista con diffidenza dai portoghesi, che iniziarono a scacciarli con le incursioni di Belchior Mendes de Morais, nella valle del fiume Napo, e a sostituirli con missioni di religiosi portoghesi carmelitani e dell’ordine di “Nossa Señora da Merced”.
Nel 1755, i portoghesi crearono la Capitania di San Jose de Rio Negro, che aveva come capitale il villaggio di Mariuà, l’attuale città di Barcelos, vicino a Manaus. La creazione della Capitania aveva lo scopo di amministrare immensi territori in parte ancora inesplorati, e impedire alle navi straniere di navigare nel Rio delle Amazzoni senza autorizzazione portoghese.
Nel 1759 tutti i gesuiti spagnoli vennero scacciati dall’Amazzonia, in quanto vennero accusati di trarre enormi vantaggi dai loro scambi commerciali con gli indigeni.
Sul finire del secolo XVIII si iniziò lo sfruttamento economico dell’Amazzonia e prodotti come caffè, cacao, cotone e tabacco iniziarono ad essere esportati apportando una certa vitalità alla regione.
Nel 1774 il portoghese Ribeiro de Sampaio esplorò le bocche dello Yapurà (detto anche Caquetà), enorme affluente del Rio delle Amazzoni le cui sorgenti si trovano nelle Ande colombiane, e lo risalì esplorando il suo bacino.
Nel 1799 il barone Alexander Von Humboldt, naturalista prussiano, viaggiò in Sud America insieme al suo amico Aime Bonpland, botanico francese. I due naturalisti determinarono l’esatta ubicazione del canale naturale Casiquiare, e portarono a termine interessanti studi sulla fauna amazzonica. Furuno i primi scienziati a descrivere l’Electrophorus electricus, il pesce che può emettere scariche elettriche fino a seicento volts.
Un altra celebre spedizione in Amazzonia fu intrapresa nel 1817 dal naturalista tedesco Johann Baptiste von Spix insieme con il medico e antropologo tedesco Karl Friedrich Philipp von Martius. I due investigatori studiarono a fondo l’enorme biodiversità del bacino fluviale.
In quel periodo, mentre i naturalisti esploravano l’Amazzonia, il movimento indipendentista brasiliano assumeva sempre più maggior potere.
Nel 1822, quando il Brasile proclamò la sua indipendenza dal Portogallo, l’Amazzonia brasiliana fu amministrata con il nome di Gran Parà. Nel 1832, l’Amazzonia brasiliana tentò di rendersi indipendente dal recente costituito Impero del Brasile che aveva a capo Don Pedro I. Questa rivolta, chiamata Cabanagem, dal nome delle abitazioni povere sulle rive del Rio delle Amazzoni, ebbe come ispiratore l’attivista politico João Batista Gonçalves Campos che lottò contro il governatore del Gran Parà Bernardo Lobo de Souza. Il tentativo di indipendenza fu soffocato nel sangue, però la provincia brasiliana “Amazonas” ottenne nel 1850 lo status di autonomia.
Nel contempo anche altri possedimenti spagnoli, nel cui territorio era compresa parte del bacino amazzonico, dichiararono la loro indipendenza. Nel 1819 Simon Bolivar fu nominato presidente della “Gran Colombia”, enorme territorio che comprendeva gli attuali stati di Colombia, Venezuela, Equador e parte dell’attuale Amazzonia peruviana e brasiliana.
Quando, nel 1831, la “Gran Colombia” si sciolse, i singoli stati che la formavano dichiararono la loro indipendenza e iniziarono ad amministrare i rispettivi territori amazzonici.
Il Perù, che si fece indipendente dalla Spagna nel 1819, amministrò la sua regione ammazzonica dal porto di Iquitos che nel 1864 ottenne ufficialmente lo “status” di capitale del dipartamento di Loreto.
La Bolivia dichiarò la sua indipendenza dalla Spagna nel 1842, e amministrò i suoi immensi territori amazzonici del Beni e di Santa Cruz, dove sorge la attuale città di Santa Cruz de la Sierra.
Nel 1852, l’Imperatore del Brasile Dom Pedro II, autorizzò la costituzione della “Compagnia di navigazione e commercio dell’Amazzonia” con lo scopo di incrementare i flussi commerciali.
Successivamente, nel 1866, per vitalizzare i flussi economici, il Rio delle Amazzoni fu aperto al traffico marittimo internazionale.
Anche nella seconda parte del secolo XIX, l’Amazzonia fu oggetto di studio da parte di numerosi scienziati.
A partire dal 1860 l’esploratore britannico William Chandless intraprese vari viaggi percorrendo il corso del fiume Purus, uno degli affluenti del Rio delle Amazzoni. Il britannico venne a contatto con numerosi popoli indigeni, e studiò la loro lingua, l’Arua, oggi estinta.
Sempre negli stessi anni il francese Jules Crevaux risalì il corso del Putumayo, fornendo importanti informazioni sui popoli e la geografia del grande affluente. Nel 1883 il professor Barbosa Rodrigues fondò il giardino botanico di Manaus, ed ebbe il merito di catalogare e studiare una vastissima varietà di piante.
Nel 1884 l’etnologo tedesco Karl Von den Steinen esplorò l’alto corso dello Xingu, e successivamente fornì importanti informazioni sui popoli indigeni da lui incontrati e sulla flora e la fauna di quei territori.
Sul finire del secolo XIX iniziò ad acquisire importanza lo sfruttamento dell’albero della gomma (hevea brasiliensis o seringueiras), dal quale si otteneva gomma naturale adatta a svariati utilizzi industriali.
In seguito alla prosperità economica derivata dallo sfruttamento dell’albero della gomma, di cui l’Amazzonia aveva virtualmente il monopolio mondiale, Manaus divenne un centro importante e la sua popolazione incominciò a crescere. Nel 1884 fu costruito il “Teatro Amazonas”, e altri importanti edifici.
La popolazione dell’Amazzonia quintuplicò dal 1870 al 1900, passando da cinquantamila a duecentocinquantamila persone. Nella provincia imperiale amazzonica fu proclamata la fine della schiavitù nel 1884.
Nel 1889 in Brasile fu abolito l’Impero e si formò una Repubblica.
In quegli anni l’espansione economica derivata dallo sfruttamento della gomma richiamava immigrati da ogni parte del Brasile che speravano in un futuro migliore. Il ciclo della gomma però non durò a lungo, in quanto alcuni semi dell’albero della gomma furono impiantati con successo nel sud-est asiatico. Quando, nel 1913, il prezzo della gomma cadde in seguito allo sfruttamento su larga scala in Malaysia, l’economia amazzonica cadde in una profonda crisi.
Negli anni trenta, ci fu un movimento politico regionalista chiamato “glebarismo”, che contrastava il notevole flusso migratorio dei primi anni del secolo XX. Nel dopoguerra, col tentativo di rivitalizzare la regione, il governo brasiliano incentivò la costruzione di strade, come la Manaus-Boa Vista o la Manaus- Porto Velho. Nel 1966 fu decisa la costruzione della strada transamazzonica, che avrebbe dovuto connettere lo stato di Amazonas con quello del Parà. La strada, lunga ben duemilatrecento chilometri, fu terminata nel 1972, ma non fu mai pienamente utilizzata in quanto non asfaltata e pertanto totalmente impraticabile durante la stagione delle pioggie.
Purtroppo, a partire dalla seconda meta del secolo XX in Amazzonia si è incrementato il processo di deforestazione. Gli effetti del disboscamento effettuato su larga scala sono catastrofici. Innanzitutto grandi estensioni di foresta vengono distrutte per mezzo di incendi, con una conseguente immissione nell’atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica responsabile dell’effetto serra. Minori estensioni forestali significano minori quantità di ossigeno presente nell’atmosfera e pertanto una maggiore concentrazione di anidride carbonica. Inoltre la deforestazione contribuisce all’erosione dei suoli con susseguenti formazioni di frane e smottamenti.
Un’altro effetto devastante del disboscamento è la perdita della biodiversità. Mentre i vegetali vengono distrutti, gli animali perdono il loro “habitat”, soccombono e si estinguono per sempre. Con il disboscamento si diminuisce la evapotraspirazione, che a sua volta diminusce l’umidità dell’atmosfera con conseguente desertificazione di vaste aree. Il disboscamento causa inoltre il declino e a volte l’estinzione di alcuni gruppi indigeni che da millenni vivevano in armonia e simbiosi con la natura.
Le cause del disboscamento sono molteplici.
Nella maggioranza dei casi i proprietari terrieri, disboscano sia per vendere l’enorme quantità di legna che ottengono sia per sfruttare i terreni per le coltivazioni o per il pascolo. Attualmente il Brasile la maggioranza dei nuovi terreni disboscati vengono coltivati a soia.
Si è calcolato che il disboscamento in Amazzonia ha causato, dal 1970 al 2005 la perdita di settecentodiciottomila chilometri quadrati di foresta tropicale (un’area quasi grande quanto la Turchia), e cioè il quindici per cento dell’intera foresta tropicale amazzonica.
La distruzione annuale della foresta amazzonica è stata quindi, dal 1970 al 2005, di circa ventimila chilometri quadrati. Se il ritmo attuale di disboscamento continuasse, in meno di due decadi si potrebbe perdere il quaranta per cento della foresta tropicale amazzonica, un immane disastro ambientale.
Come si vede il destino dell’uomo è strettamente legato al futuro dell’Amazzonia, che ancora oggi è la più grande area forestale del mondo.
Il problema della distruzione dell’ecosistema amazzonico non è un problema interno del Brasile o degli altri stati che hanno porzioni di Amazzonia nel loro territorio, ma è bensì un problema globale, di tutta l’umanità.


Nell'immagine, il Rio delle Amazzoni, che attraversa la foresta amazzonica.
Documento inserito il: 23/12/2014

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