Cookie Consent by Free Privacy Policy website
>> Storia Moderna> Nel Mondo

Atlantide nel Seicento: astronomia matematica, archeologia antiquaria e piramidologia inglese

Davide Arecco


Tanto l’egittologia, quanto gli studi atlantidei – insieme, come vedremo – nacquero tra il XVI e il XVII secolo soprattutto in Europa, anche a seguito delle scoperte ed esplorazioni geografiche sul continente americano. In Inghilterra, si distinse in merito John Greaves (1602-1652), astronomo, matematico ed antiquario oggi purtroppo dimenticato. Nativo di Alresford, tra Hampshire ed Essex, primogenito del Rettore di Colemore, Greaves fu educato tra il 1617 ed il 1621 al Balliol College di Oxford e fu eletto – nel 1624 – fellow del Merton, ove fece studi di storia e lingua orientale antica, principalmente persiano e arabo, basandosi sulla collezione di libri a stampa e, soprattutto, antichi codici manoscritti, di William Laud (1573-1645), l’arcivescovo inglese, fedelissimo a Re Carlo I Stuart (numerosi esemplari di quella raccolta libraria sono oggi conservati nel fondo antico della Biblioteca Mertoniana a Oxford).
Nel 1630, Greaves fu nominato professore di Geometria al Gresham College di Londra – la culla, insieme alla Oxford Philosophical Society, della futura Royal Society londinese – e, quindi, professore saviliano di Astronomia presso l’Università di Oxford, ove mise assieme una notevole raccolta di astrolabi medievali e strumenti matematici per misure ed osservazioni astronomiche (oggi custoditi presso il Museo di Storia della Scienza di Oxford). Vero erudito e valente antichista, Greaves si interessò specie di pesi e misure antiche, nonché di numismatica. Nel 1633 intraprese il suo Grand Tour. Fu a Leida, qui amico dell’orientalista, matematico ed arabista olandese Jackob Golius (1596-1667), quindi si portò in Italia: all’Università di Padova, frequentò il medico e naturalista, suo connazionale, George Ent (1604-1689), e fece la conoscenza dell’umanista danese John Rhodius (1587-1659), autore di un commentario su Celso. Il viaggio europeo di Greaves, dopo un breve ritorno in patria, riprese: via Livorno, raggiunse Roma, ove a inizio ottobre 1636 fu ricevuto al Collegio Inglese, da William Harvey (allora membro del Royal College of Physicians londinese, insieme ad Ent). A Roma, Greaves frequentò gli astri dell’allora Repubblica delle Lettere: il fisico e studioso di idrostatica archimedea Gasparo Berti, il geografo giunto da Amburgo Lucas Holstenius e, segnatamente, Athanasius Kircher, geniale quanto controverso gesuita tedesco, che insegnava in quegli anni lingue orientali, nel Collegio ignaziano. Fu Kircher, accademico e dotto tra i maggiori della cultura barocca seicentesca, a illustrare a Greaves legami remoti fra la perduta civiltà di Atlantide e la storia dell’antico Egitto, in particolare quella della Grande Piramide di Giza. Lo stesso erudito ignaziano gli mostrò un’antica mappa atlantidea trafugata dai Romani al tempo della occupazione dell’Egitto e da lui rinvenuta fra le carte della Biblioteca Apostolica Vaticana. Insieme, i due videro anche l’obelisco di Domiziano, nel Circo Massimo, oggi a Piazza Navona. Kircher ne avrebbe in seguito dissertato, con fantasiose ricostruzioni di storia comparata delle religioni, nei tre volumi del suo Oedipus Aegyptiacus, pubblicati a Roma fra il 1652 e il 1654, nonché nel di poco precedente Obeliscus Pamphilius, stampato nella città eterna nel 1650 e dedicato a papa Innocenzo X.
Nel Collegio Inglese di Roma, Greaves incontrò altresì William Petty, agente librario e collezionista di opere d’arte, per conto di Lord Arundel. Con lui, Greaves fece rilievi archeologici, raccolti poi in un almanacco (ora alla Bodleian Library di Oxford, Ms. 49, 1). A Roma, ormai passato alla egittologia, Greaves diventò intimo del Bernini (collaboratore di Kircher stesso), e della cerchia pontificia. Visitò le catacombe, il Pantheon e la Piramide di Cestio, ogni volta pesando e misurando: primo esempio barocco di scienza metrologica. Gli studi egittologici, uniti al desiderio di ritrovare la perduta Atlantide, e la vicinanza intellettuale al network kircheriano dei Gesuiti romani, furono i fattori che spinsero Greaves a recarsi in Egitto. Nel 1637 iniziò così il suo viaggio nel Levante. Misurò la latitudine di Alessandria e verificò le osservazioni astronomiche e geodetiche tolemaiche (la cartografia sia celeste, sia terrestre, di Tolomeo era allora il paradigma di riferimento per il mondo gesuitico europeo). Accompagnato durante il viaggio dal biblista ed orientalista del Berkshire Edward Pococke (1604-1691), Greaves fu a Costantinopoli, nell’aprile 1638, protégé dell’ambasciatore inglese Sir Peter Wyche (1593-1643), diplomatico e mercante attivò nelle terre già appartenute all’Impero Bizantino. Nella odierna Istanbul, Greaves mise mano su carte geografiche e antichi manoscritti, tra cui due copie dell’Almagesto tolemaico. Vide, poi, i codici conservati nella biblioteca monastica del Monte Athos, da lui catalogati. Di solito, questi ultimi erano visionabili solo dai membri della Chiesa ortodossa, di rito greco, ma Greaves poté contare su una speciale dispensa datagli dal Patriarca di Costantinopoli, il teologo Cirillo Lucaris (1572-1638). Durante il viaggio in Medio Oriente, intanto, Greaves continuava a raccogliere manoscritti arabi, persiani ed ellenistici, specie di scienze matematiche ed astronomiche. Materiali su cui, a Il Cairo, prese moltissimi appunti, atti a rintracciare la perduta civiltà atlantidea, ponendola in correlazione con le piramidi egizie: secondo lui e Kircher, infatti, la civiltà dell’Egitto faraonico era molto più antica, di quanto, sino allora, e ancora oggi, ritenuto, a loro parere fondata presumibilmente da atlantidei, sopravvissuti alla catastrofe sismica, verificatasi circa 9.600 anni fa, e raccontata nelle Sacre Scritture sotto forma di Diluvio. Prima di fare ritorno in Inghilterra, nel 1640, Greaves fece i suoi ultimi rilevamenti – lavorava, sperimentalmente, sul campo, a differenza, in questo, del collega e sodale Kircher – presso la Piramide di Cheope, di cui studiò l’allineamento longitudinale archeo-astronomico, interrogandosi sul grande mistero delle tecniche costruttive adoperate per edificarla. Un enigma, davvero sfingeo, ancora oggi senza risposta da parte di storici ed archeologi.
I due grandi viaggi di Greaves, vere e proprie missioni culturali la prima e spedizioni scientifiche la seconda, furono da lui riversati nelle ricche e dettagliate pagine della Pyramidographia, or a description of the Pyramids of Egypt (1646) – il suo capolavoro, stranamente ignorato dalla storiografia – del Discourse on the Roman Foot and Denarius (1647), degli Elementa Linguae Persicae (1649), e dei postumi, rielaborati per la stampa, dal matematico ed astronomo, studioso di eclissi e fellow del Gresham College, Samuel Foster (1600-1652), Lemmata Archimedis, apud Graecos et Latinos iam pridem desiderata, e vestusto codice manuscripto Arabico a Johanne Gravio traducta. Tutte e quattro le memorie apparvero a Londra sulle colonne delle Philosophical Transactions della Royal Society.
Le ricerche di Greaves ebbero larga circolazione europea tra XVII e XVIII secolo. La Pyramidographia venne inserita nelle Relations de divers voyages curieux, stampate, a Parigi, nel 1664, dal tipografo regio Jacques Langlois, insieme ad accurati disegni di mummie e sarcofagi. Un lustro più tardi, fu la volta della edizione latina degli Elementa Linguae Persicae, studio a cavallo fra astronomia, geografia, archeologia e storia delle religioni avant la lettre. Nel 1650 – dedicati all’arcivescovo e cronologo Ussher, colui che aveva fissato al 4004 a.C. la data d’inizio del mondo – fu poi la volta dei Chorasmiae et Mawaralnahrae hoc est Regionum extra fluvium Oxum, ricavati da Greaves dallo studio circostanziato di rarissimi manoscritti arabi, reperiti in occasione del suo viaggio in Levante e fatti, così, conoscere agli ambienti accademico-eruditi anglo-europei (un esemplare del libro è oggi al Merton College). Simile è il discorso per l’Abulfedae Peninsulam Arabum, traduzione latina dell’opera storica di Abu’l Fida, del VII secolo. Le Binae Tabulae Geographicae erano invece la versione latina di tavole persiane di latitudini geografiche estratte da fonti arabe medievali. Le Miscellaneous Works di Greaves, in due volumi, vennero pubblicate, a Londra, nel 1737 – per Hughes, Brindley e Corbett – a cura dello storico e biografo Thomas Birch (1705-1766), nel corso del XVIII secolo tra i massimi illuministi britannici, editore di Boyle e secondo storico della Royal Society, dopo Thomas Sprat (nel Seicento, vescovo di Rochester e decano di Westminster). Nel 1712 apparvero inoltre a stampa i Geographiae Veteris Scriptores Graeci Minores, ad Oxford, comprendenti nel tomo III i Lemnata Archimedis nella versione definitiva approntata dal Foster, che ristampò scritti scientifici ed archeologici di Greaves, anche nella sua Miscellanea sive lucubrationes mathematicae edita a Londra nel 1659 da Leybourn e Twysden. Da parte sua, Robert Whiters pubblicò, di Greaves, A Description of the Grand Signour’s Seraglio, or Turkish Emperour’s Court, nella capitale inglese, per i tipi dello stampatore e libraio Joseph Ridley (1653). Ulteriori ed importanti ristampe di opere di Greaves, in larga parte edizioni pirata, comparvero nel 1706, nel 1727 e nel 1745. Riportò un po’ di ordine la seconda stampa, londinese, nel 1746, della Origin and Antiquity of Our English Weights and Measures discover’d, uscita dai torchi di Payne e Bathoe.
Altri materiali su Greaves si possono rinvenire nelle Lives of the Professors of Gresham College di John Ward (edite a Londra, da Moore, nel 1740), nella Life of Seth Ward of Salisbury di Walter Pope (pubblicata a Londra da Keeblewhite nel 1697), negli Abstracts of Probate Acts in Prerogative Court of Canterbury (nel terzo volume, stampato nel 1652), nei Catalogi Librorum Manuscriptorum Angliae et Hiberniae, editi dal Teatro Sheldoniano di Oxford, a partire dal 1697, nella Vita quorundam eruditissimorum virorum di Thomas Smith (pubblicati a Londra da Mortier, nel 1707) ed in due opere del secolo XIX: le fondamentali Lives of Doctor Edward Pococke celebrated orientalist di Leonard Twells edite a Londra da Gilbert e Rivington, a partire dal 1816, e la General Biography of the Most Eminent Persons of All Ages di John Aikin e William Enfield (nella parte seconda del tomo quarto, pubblicato, a Londra, nel 1818).
Quando ritornò in Inghilterra reduce da un Grand Tour veramente formativo e memorabile Greaves trovò la situazione politica, interna al Regno, in condizioni pessime, con la Guerra civile scoppiata soltanto da poco. Tenace e fervido realista, grazie alla protezione di Carlo I, mantenne l’insegnamento al Merton College di Oxford – roccaforte monarchica e stuardista, nonché successivamente giacobita – sino al 1647. Perse tuttavia cattedra e posizione accademica, nel 1648, per volere di Cromwell, vittima del fanatismo repubblicano e parlamentare dei calvinisti inglesi. Questi ultimi deploravano in particolare le sue amicizie gesuitiche romane e vedevano in lui – forse non a torto, almeno in questo – un cripto-cattolico filo-papista. Greaves riparò, a quel punto, a Londra, ove trascorse comunque abbastanza serenamente gli ultimi anni di vita, dedicandosi alla lettura, alla scrittura e allo studio delle carte manoscritte, raccolte durante i suoi due viaggi precedenti. Gli fu vicino sino all’ultimo il fratello Edward Greaves (1608-1680), nato a Croydon e formatosi presso l’All Souls College dell’Università di Oxford, più tardi medico personale di Re Carlo II, dopo la Restaurazione degli Stuart sul trono, nel 1660. Edward e John, in comune, ebbero amici, ambienti e protettori: anche Edward infatti si perfezionò all’Ateneo di Padova sotto la guida di Ent, prima di spostarsi a Leida e di divenire amico dell’atomista cristiano Walter Charleton (1619-1707). Nobilitato dal sovrano per la sua lealtà verso la corona, Edward si trasferì quindi nel Sussex mantenendo viva una fitta rete di corrispondenze accademiche (i suoi manoscritti sono presso la British Library, Mss. Sloane 302 ss.).
Come detto, John Greaves passò gli ultimi dodici anni della sua vita immerso tra mappe e libri di scienze archeologiche e lingue medio-orientali. Al pari del suo predecessore, a Oxford – Peter Turner – poté accedere ai codici greci e islamici della biblioteca privata di Laud, arcivescovo e cancelliere della Università oxoniense, lavorando sulla sua scia al grande ed incompiuto progetto di una edizione inglese di quelle preziose carte manoscritte. Legami di patronage, che lo storico sa esser caratteristici della società di antico regime, in Inghilterra e non solo.
Tra il 1642 e il 1644, ancora ad Oxford, subito dopo la nomina a docente saviliano di astronomia, Greaves si mise a lavorare alla riforma del calendario giuliano (quello gregoriano sarebbe stato accettato oltre Manica soltanto nel 1752). Rinunciò al grandioso progetto, viste le turbolenze politiche interne, già inviso ai puritani Brent e Fairfax, per le sue comprovate simpatie lealiste, nonché per la sua grande amicizia con l’hobbesiano Selden. Nel corso della Great Civil War del 1638-1649, Greaves fu vicino al geologo e diplomatico, massone stuardista e ingegnere minerario scozzese Robert Moray (1609-1673), anima del gruppo, scientifico e politico – legatissimo ai milieux di Oxford, a sua volta –, da cui sarebbe un domani sorta a Londra la Royal Society. Il principale contatto continentale di Moray – che mediante tali canali continuò a procurare a Greaves fonti e documenti su antico Egitto e connesso mito atlantideo – era all’epoca John Dodington (1628-1773), giurista e diplomatico arrivato in Italia con Lord Fauconberg e dal 1670 residente inglese a Venezia. Figura dimenticata ma centrale di intermediario scientifico nell’Europa dotta di allora, al di là di barriere confessionali, o steccati geografico-istituzionali, Dodington fu un personaggio a dir poco importantissimo, nella storia della scienza seicentesca e in quella delle relazioni internazionali, poco dopo la metà del secolo XVII: fu non solo il più attivo corrispondente di Henry Oldenburg (segretario della Royal Society, dal 1662 al 1677), ma anche colui che mise in contatto con i natural philosophers inglesi due dei colossi intellettuali delle scienze medico-biologiche italiane del tempo, ossia a Bologna Marcello Malpighi (la cui Opera posthuma sarebbe stata poi impressa a Londra nel 1697) e a Napoli il naturalista Tommaso Cornelio (il maestro degli alchimisti telesiani, confluiti tra 1663 e 1670 nella partenopea Accademia degli Investiganti). Dodington fu altresì in commerci epistolari con Kircher, lungo l’asse diplomatico e culturale Venezia-Roma, vivacissimo nel Seicento, e, proprio con l’aiuto del gesuita di origini tedesche, fece pervenire in Inghilterra a Moray – a cui servivano, con tutta probabilità, nei passaggi ermetico-operativi dei riti latomistici di Loggia – vari documenti e materiali sull’antica sapienza egiziana. Il mito di quest’ultima, in ambito libero-muratorio, era presente ben prima del Settecento illuministico. Fu proprio Greaves, specie dopo i lunghi soggiorni a Roma e nella Valle del Nilo, il primo a radicarne la presenza entro i quadri culturali e scientifici inglesi. La carta atlantidea mostratagli in confidenza nel Collegio romano da Kircher – il quale la avrebbe poi pubblicata sulle pagine del Mundus Subterraneus, dedicato a Papa Alessandro VII e stampato, ad Amsterdam, dal Weyerstrass, nel 1665 – aveva convinto, in via definitiva, Greaves che gli antichi Egizi fossero gli eredi e i discendenti dei leggendari e remoti abitatori di Atlantide. Da questi ultimi, gli Egizi avrebbero, in tale maniera, avuto a disposizione cognizioni, scientifiche e tecnologiche, avanzatissime e in seguito perdute, con le quali spiegare l’altrimenti complessa e ancora misteriosa costruzione delle piramidi. Se accettata, l’ipotesi trasmessa da Kircher all’archeologo ed astronomo inglese avrebbe, implicitamente, portato a postulare una ‘sterminata antichità’ (per citare, qui, Vico) ed una storia della civiltà umana sul globo terracqueo assai più antica di quanto affermato, sia dalla cronologia biblica di allora sia dalla paleontologia evoluzionistica di oggi. Kircher credeva fermamente, e col suo proverbiale entusiasmo, alla trascorsa realtà fisica di Atlantide, mentre Greaves era altamente possibilista. Quanto, invece, alla collocazione geografica della mitica isola-continente, la situavano come da tradizione – la tradizione platonica, del Crizia e del Timeo – fra lo Stretto di Gibilterra e le Americhe, dunque sommersa tra le acque dell’Oceano Atlantico, nei pressi, sostanzialmente, delle Azzorre. Un mito che è stato duro a morire, in seguito soppiantato da quello che fa coincidere le rovine di Atlantide con l’Antartide.
Al pari di Moray in Massoneria – una Massoneria politicamente conservatrice, stuardista e cripto-cattolica – e successivamente di Newton, negli studi alchemici privati, anche Greaves lavorava in modo operativo, lontanissimo da speculazioni metafisiche o simbolismi magico-gnostici. Il suo approccio era rigorosamente sperimentale, e fondato sul metodo scientifico dati-ipotesi-verifica. Non a caso, Greaves impiegò sempre negli studi archeologici, geografici ed egittologici avanzati strumenti tecnici di misura, a loro volta pienamente rispondenti ai requisiti materiali di affidabilità, controllabilità e riproducibilità dei risultati conseguiti. Ne sono prova, ad esempio, i suoi astrolabi, costruiti da lui in collaborazione col fratello Nicholas (un misconosciuto ed abile artefice dell’Inghilterra seicentesca), oggi presso il Museo di Storia della Scienza di Oxford, vicino alla cattedrale di Christ Church. Greaves impiegò gli strumenti astronomici soprattutto in occasione del viaggio in Levante, da lui effettuato assieme all’amico arabista Edward Pococke. In Egitto, Greaves fece uso dei suoi strumenti matematico-astronomici e geodetici – astrolabi appunto, nonché quadranti ticonici e telescopi graduati, fra i primi d’Europa, in netto anticipo sul francese Picard – grazie ai quali effettuò notevoli e decisive scoperte, storiche e architettoniche. Nel 1638, osservò la mancanza di una pietra nella rampa sul lato occidentale della galleria principale, nella Grande Piramide, subito prima che si ricongiungesse con il passaggio più stretto, nelle vicinanze. Pareva una sorta di pozzo, ma quando Greaves tentò di calarvisi lo trovò bloccato da sabbia e macerie. Notò inoltre i tappi di granito della Grande Piramide, che dovevano, per forza, essere stati calati dall’alto nel sito, per farli scivolare in loco. Problemi archeologici affrontati sistematicamente ed in parte risolti solo nel XIX secolo, vale a dire oltre duecento anni dopo.
Una volta ritornato in Inghilterra, Greaves pensò di mettere al sicuro la propria grande collezione di strumenti di rilevamento, donandola all’Università di Oxford. Nel 1649 – mentre risiedeva presso Sir John Marsham, a Rochester, nel Kent – la situazione accademica oxoniense era messa pesantemente a rischio dai tumulti della Guerra civile inglese. Greaves affidò pertanto la sua raccolta all’amico Pococke, affinché la consegnasse poi all’Ateneo di Oxford, una volta calmatasi la burrascosa situazione politica interna. Con la fine del Commonwealth e del Protettorato, tra il 1658 e il 1659, i preziosi strumenti, finalmente, giunsero all’Università oxfordiana, nei locali della Eastern Tower, oggi occupati dalla Bodleian Library. Per inventariarli, ci volle molto tempo, ed una lista completa venne redatta solo nel 1697, ancora reperibile tra i manoscritti della Biblioteca Bodleiana. Nel 1707, la collezione fu quindi spostata nel Museo Saviliano, vicino al Radcliffe Observatory. La raccolta era imponente: comprendeva barre metalliche, quadranti murali e astrolabi, di pregiatissima fattura, alcuni dei quali risalenti all’Inghilterra tudoriana, tutti strumenti impiegati da Greaves durante i propri rilievi archeologici in Medio Oriente fra il 1637 ed il 1639. Le iscrizioni, su quattro di quegli strumenti astronomici e geodetici, recitano: «1659 Acad. Oxon. in usum praecipue Prof. Savilianorum: Ex dono Nic Greaves S.T.D. In memoriam Tho. Bainbridge M.D. Jo Greaves A.M.  N. fra: olim Astronomiae Prof. Savil.». Una parte importante, nella storia della conservazione di quei materiali tecnici e scientifici, aveva avuto Nicholas Greaves, fratello minore di John, che era vissuto, quasi sempre, tra Welwyn nell’Hertfordshire, Cambridge e l’Irlanda, in fuga dalle dure persecuzioni inflitte dai parlamentari di Cromwell agli stuardisti. Numerosi strumenti di John e Nicholas Greaves, a partire almeno dal 1661, furono anche utilizzati con gran frutto nelle osservazioni astronomiche del matematico, fisico ed architetto Christopher Wren (1632-1723), anche lui di formazione scientifico-culturale e politico-religiosa oxoniense. Corrispondente di Newton, fu massone fedele alla monarchia Stuart, segretamente cattolico e Savilian Professor di Astronomia al New College di Oxford (dalla Restaurazione sino al 1673), amico e stretto collaboratore di Moray e terzo presidente della Royal Society dal 1680 al 1682.


Per il caro amico e collega Marco Ciardi,
grande studioso ed esperto di cose atlantidee.



Nell'immagine, Mappa kircheriana della leggendaria Atlantide (1665).


Fonti primarie manoscritte

Oxford, Museum of the History of Science, Inventory, Ms. 42223.


Fonti primarie a stampa

Catalogue of the Printed Books in the Library of the Merton College, Oxford, Hall-Stacey, 1880.
J. Greaves, A Discourse on the Roman Foot and Denarius, London, Lee, 1647.
J. Greaves, Pyramidographia, London, Hughes-Brindley-Corbett, 1737.


Letteratura secondaria, studi critici e opere di consultazione

A.F. Alford, Dalle piramidi ad Atlantide, Roma, Newton Compton, 2005.
D. Arecco, La Royal Society, Marcello Malpighi (1628-1694) e le scienze della vita italiane, in Una storia sociale della verità. La scienza anglo-italiana dal XVI al XVIII secolo, Roma, Aracne, 2012, pp. 191-205.
D. Arecco, La corona e il cannocchiale. La scienza inglese e scozzese nel secolo degli Stuart, Novi Ligure, Città del Silenzio, 2019.
D. Arecco, I libri di un monarchico inglese del Seicento: Seth Ward fra astronomia, teologia e fedeltà agli Stuart, in Urania barocca. Libri e autori del Seicento, tra scienza e cultura, Novi Ligure, Città del silenzio, 2020, pp. 87-107.
D. Arecco, Occidente medievale e moderno. La tradizione scientifica a Oxford dal Trecento al Settecento, in Spazi, luoghi, istituzioni, Genova, Città del silenzio, 2024, pp. 73-97.
D. Arecco, La Bodleian Library di Oxford. I fondi scientifici di una biblioteca inglese di età moderna, in Nuova Informazione bibliografica, XXII, 2025, pp. 91-118.
E. Chaney, Roma Britannica and the Cultural Memory of Egypt. Lord Arundel and the Obelisk of Domitian, in Roma Britannica. Art Patronage and Cultural Exchange in Eighteenth-Century Rome, a cura di D. Marshall et alii, Roma, British School, 2011, pp. 147-170.
H. Chisholm, John Greaves, in Encyclopaedia Britannica, XII, Cambridge, Cambridge University Press, 1911, ad vocem.
M. Ciardi, Atlantide. Una controversia scientifica da Colombo a Darwin, Roma, Carocci, 2002.
M. Ciardi, Le metamorfosi di Atlantide, Roma, Carocci, 2011.
M. Ciardi, Benvenuti ad Atlantide. Passato e futuro di una città senza luogo, Roma, Carocci, 2022.
G. D’Amato, I documenti archeologici dell’Atlantide, Genova, Treves, 1924.
G. D’Amato, L’inizio del sapere e della civiltà, Genova, Treves, 1925.
G. D’Amato, Platone e l’Atlantide (1930), Genova, I Dioscuri, 1988 (ristampa 1990).
R. Flem-Ath, La fine di Atlantide, Casale Monferrato, Piemme, 1997.
R. Flem-Ath-C. Wilson, Gli eredi di Atlantide, Casale Monferrato, Piemme, 2001.
R.T. Gunther, The First Observatory Instruments of the Savilian Professors at Oxford, in Observatory, LX, 1937, pp. 190-197.
R.T. Gunther, Early Science in Oxford, II, Astronomy, London, Dawson, 1967.
J.P. Hogendijk, Two Beautiful Geometrical Theorems in a 17th Century Dutch Translation, in History of Science, VI, 2008, pp. 1-36.
E. Iversen, The Myth of Egypt and Its Hieroglyphs in European Tradition, Copenhagen, Gad, 1961.
D. Kircher, Atlantide. Il mito, i fatti, il mistero, Torino, L’età dell’acquario, 2006.
A.M. Partini, Athanasius Kircher e l’alchimia, Roma, Edizioni Mediterranee, 2004.
R.A. Schwaller de Lubicz, La scienza sacra dei Faraoni, Roma, Edizioni Mediterranee, 1994.
R.A. Schwaller de Lubicz, La teocrazia faraonica, Roma, Edizioni Mediterranee, 1994.
R.A. Schwaller de Lubicz, Simbolo e simbolica, Roma, Arkeios, 1997.
W. Scott-Elliot, Storia dell’Atlantide, Trieste, Sirio, 1963.
M. Torrini, Lettere inedite di Tommaso Cornelio a Marco Aurelio Severino, in Atti e Memorie della Accademia toscana di scienze e lettere, XXXV, 1970, pp. 140-155.
M. Torrini, Tommaso Cornelio dal naturalismo alla scienza nuova, in Atti del XXIV Congresso nazionale di filosofia, L’Aquila-Roma, Società filosofica italiana, 1974, pp. 414-420.
M. Torrini, Tommaso Cornelio e la ricostruzione della scienza, Napoli, Guida, 1977.
M. Torrini, Un dialogo attribuito a Tommaso Cornelio, in Bollettino del Centro di Studi vichiani, VII, 1977, pp. 150-152.
C. Wilson, Da Atlantide alla Sfinge, Casale Monferrato, Piemme, 1997.


Sitografia

D. Arecco, Da Oxford a Londra: la Royal Society e la scienza anglo-britannica (1660-1827), tuttostoria.net, 2023, pp. 1-8 (https://www.tuttostoria.net/storia-moderna.aspx?code=1518).
D. Arecco, Massoneria e architettura nel Seicento inglese: Christopher Wren da Oxford a Londra, tuttostoria.net, 2023, pp. 1-5 (https://www.tuttostoria.net/storia-moderna.aspx?code=1734).


Parole chiave

Egittologia, storia dell’archeologia, Seicento inglese, astronomia matematica, cultura gesuitica, storia della geografia, Roma, Collegio Ignaziano, sapere antiquario, piramidologia, Atlantide, civiltà perdute.

Documento inserito il: 13/09/2026
  • TAG:

Articoli correlati a Nel Mondo


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione piattaforma web: ik1yde

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2026 )
privacy-policy