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L'epoca oscura di Atene. [ di Giulio Talini ]

Storia del regime dei Trenta Tiranni

Atene, 404 a.C. La polis della democrazia e di Pericle era letteralmente in ginocchio: circondati da ogni parte dalle truppe spartane, affamati dal blocco delle navi dello spartano Lisandro, “il re senza corona della Grecia” (E. Meyer), agli Ateniesi non restava che trattare. La Guerra del Peloponneso, iniziata nel 431 a.C., giungeva al termine. Per il vinto non ci fu nessuna pietà: Atene dovette rinunciare ad ogni possedimento fuori dell'Attica, consentire l'abbattimento delle sue fortificazioni e delle Lunghe Mura e ridurre sensibilmente la propria flotta. Alla fine di aprile Lisandro entrò nel Pireo con le sue navi e, secondo il resoconto di Senofonte, “le Mura furono demolite al suono delle flautiste, in mezzo a un grande entusiasmo, perché erano in molti a pensare che quel giorno segnasse l'inizio della libertà per la Grecia”.

La decisione sul destino politico di Atene fu una questione assai più controversa. Non erano pochi gli alleati di Sparta come Corinto o come la Beozia che chiedevano insistentemente “di distruggere completamente Atene, di rendere schiavi tutti gli abitanti e fare del luogo in cui sorgeva la città un pascolo per il bestiame” (Peter Funke). Gli Spartani, tuttavia, avevano le idee piuttosto chiare in merito: il loro intento era quello di rafforzare la propria egemonia sull'Egeo, non quello di dare un nuovo ordine alle poleis greche. In un'ottica di questo tipo, alquanto limitata per la verità, un'Atene sottomessa avrebbe potuto in futuro essere utilizzata come forza ausiliaria per possibili conflitti con potenze di medio calibro.
Pertanto Lisandro favorì l'instaurarsi di un regime oligarchico composto esclusivamente da Ateniesi di sentimenti filospartani. Dopo la breve parentesi di governo di cinque efori, i poteri furono trasferiti a trenta cittadini, che sarebbero passati alla Storia con l'appellativo di “tiranni”. Questi si affiancarono una commissione speciale di dieci magistrati per la gestione del Pireo e un collegio di undici membri con compiti amministrativi in città. Per controllare Atene anche militarmente, sull'Acropoli si insediò una forza d'occupazione spartana sotto la direzione di un armosta. La democrazia, proprio come la guerra, era finita.

Occorre anzitutto rispondere a una domanda solo apparentemente banale: chi erano i Trenta che presero il potere con l'appoggio spartano? In generale, erano gli oligarchi più in vista ad Atene. Alcuni li conosciamo solo superficialmente; altri ci sono meglio noti. Tra questi ultimi, occorre in primo luogo fare il nome di Crizia. Di origini aristocratiche e zio di Platone, fu allievo di alcuni sofisti e di Socrate. Si dedicò alla scrittura e alla poesia con profitto, ma non si può dire lo stesso della sua attività politica: dopo un ruolo di scarso rilievo sotto il regime dei Quattrocento (411 a.C.), andò in esilio in Tessaglia a seguito della restaurazione della democrazia. Grazie alle sue idee antidemocratiche e alle sue malcelate simpatie per Sparta, venne eletto nel governo dei Trenta. La sua aggressività unita alla sua innata brutalità ne fecero il capo di fatto del regime. Vale la pena citare anche Teramene, politico di ben altra statura a dire il vero. Fu uno dei protagonisti del colpo di Stato dei Quattrocento e, in generale, della fase conclusiva della Guerra del Peloponneso. Il modo disinvolto con cui passava da una parte politica all'altra gli valse il soprannome di “coturno” (calzare che si adattava a entrambi i piedi). Venuto a far parte dei Trenta, non si illuse come Crizia della possibilità di cancellare d'un tratto il passato di Atene: era un politico fin troppo raffinato per dar retta a congetture come questa. Incarnò perciò l'ala moderata dei Trenta, che propugnava un'oligarchia scevra di qualunque eccesso. Le sue idee e il suo realismo politico gli sarebbero costati caro. Altre figure di spicco furono Eratostene, noto per essere il destinatario di una infuocata orazione di Lisia, di cui aveva fatto uccidere il fratello, e Dracontide, da cui il decreto che, secondo la tradizione, conferì ai Trenta il governo di Atene (il così detto decreto di Dracontide). Al di là delle singole personalità, i protagonisti del regime erano mossi dalla comune volontà di escludere dal governo della città gli strati più umili della popolazione e di distruggere una volta per sempre il tanto discusso testamento politico del “secolo di Pericle”.

Atene aveva ora un governo di matrice oligarchica, dominato da personalità venute alla ribalta dopo la caduta della democrazia e legate politicamente allo spartano Lisandro. Con queste premesse, c'era ben poco da sperare per il futuro prossimo della città. Cionondimeno occorre precisare che, almeno in una prima fase, i Trenta dimostrarono una certa attitudine al riformismo, a tratti genuina: i sicofanti vennero condannati, le riforme di Efialte sui poteri dell'Areopago (462 a.C.) abrogate e, da ultimo, furono annullati i provvedimenti considerati ambigui per ridurre l'eccessivo potere interpretativo dei tribunali popolari. Alcune di queste decisioni incontrarono un certo consenso: gli eccessi della democrazia ateniese erano da tempo sotto gli occhi di tutti. E tuttavia non ci volle molto perché i Trenta dessero vita a un vero e proprio “regime del terrore”. Chiunque si mostrasse in disaccordo con il nuovo assetto costituzionale o con i suoi esponenti veniva sommariamente giustiziato. L'unica salvezza per gli oppositori era la fuga: non furono in pochi coloro che lasciarono Atene per Tebe, Argo, Megara o altre città vicine. “Così in breve tempo (i Trenta) uccisero non meno di 1500 persone” racconta Aristotele. Ma la principale preoccupazione del regime non fu il dissenso, bensì il denaro per colmare le vuote casse della tesoreria ateniese. E quale gruppo sociale era più facoltoso e, allo stesso tempo, più vulnerabile dei meteci? Questi ultimi erano gli stranieri residenti in città. In quanto privi di diritti politici, si dedicavano principalmente ad attività di tipo economico e commerciale e molti di loro nel corso della vita accumulavano ricchezze invidiabili. Per i Trenta erano perciò la preda ideale su cui allungare le mani. Fu così che contro i meteci si moltiplicarono le persecuzioni, le confische e le condanne.

Il modus operandi del regime, imprudente e dissennato, ben presto generò dissensi tra le sue stesse fila, in maniera non dissimile a quanto accadde durante il Terrore giacobino in piena Rivoluzione Francese. La voce dell'ala moderata dei Trenta, come anticipato, era Teramene. Quest'ultimo non era solo in totale disaccordo con le esecuzioni sistematiche e con la repressione violenta messa in atto dai colleghi, ma era soprattutto poco convinto della scelta di lasciare a così pochi il governo di Atene, la polis che sulla democrazia aveva forgiato un impero durato decenni. Da buon moderato qual era proponeva soluzioni politiche meno drastiche. “Se poi” disse rivolgendosi a Crizia “per il fatto di essere in trenta e non uno solo, ritieni in qualche modo di minor conto usare questa magistratura come una tirannide, sei ingenuo”. Teramene aveva ragione, ne era sicuro. Voleva che anche gli altri condividessero le sue posizioni e iniziò a manifestare la sua disapprovazione in libertà, troppa libertà. Minacciati dalle sue idee, i Trenta in primo luogo restrinsero i diritti politici a soli 3000 cittadini, scelti in quanto sostenitori del regime: in tal modo veniva scongiurato il pericolo che Teramene raccogliesse voti nell'assemblea. E poiché neanche questo pose fine agli attriti, Crizia ne ordinò la condanna a morte. Poco dopo Teramente fu costretto a bere la cicuta.

La vicenda mise a nudo le fragilità del governo dei Trenta. Governo che aveva tutta l'aria di essere scarsamente compatto e per di più incapace di gestire gli oppositori. Tanto bastò ai democratici in esilio per rialzare la testa. Trasibulo, già una volta restauratore della democrazia nel 411 a.C., alla fine del 404 a.C. si mise alla testa di soli 70 seguaci e, partendo da Tebe, occupò la rocca di File, situata ai confini settentrionali dell'Attica. Accanto a noti politicanti e a personalità di spicco della passata esperienza politica comparivano cuochi, giardinieri e altri uomini troppo piccoli perché la Storia ne ricordi il nome: quella in atto era una rivoluzione dal basso. Si scatenò una guerra civile, violenta e inevitabile. Nonostante i tentativi dei Trenta di scacciarli dall'Attica, i ribelli democratici, che inizialmente erano soltanto 70, arrivarono ad essere in circa un migliaio nella primavera del 403 a.C. Si trattava di uomini mossi non soltanto da ragioni politiche, ma anche da un odio personale per un regime dispotico che gli aveva tolto spietatamente la casa, gli amici, i familiari, la patria. Incontrastati, Trasibulo e i suoi si impossessarono del Pireo, prendendo per la gola il regime insediato in Atene. “Alla notizia i Trenta uscirono immediatamente dalla città con gli Spartani, gli opliti e i cavalieri” spiega Senofonte. I democratici, dal canto loro, si concentrarono sulla collina di Munichia, dove sarebbe stato più agevole difendersi dagli assalti delle truppe nemiche. Poco prima di venire allo scontro armato, Trasibulo, che era un gran motivatore, incitò i suoi soldati: “Al momento opportuno invocherò il peana e, all'invocazione di Enyalios, compatti, vendichiamoci di questi uomini per le prepotenze che abbiamo subito”. Nello scontro che seguì i democratici ebbero la meglio e Crizia cadde sul campo. Quella che potrebbe apparire come una irrilevante scaramuccia decretò la caduta dei Trenta: dopo una lunga ed accessa discussione, i Tremila votarono la loro deposizione ed elessero dieci magistrati moderati affinché proseguissero l'esperienza oligarchica con maggiore efficacia. I Trenta si ritirarono a Eleusi, tra la profonda avversione dei democratici ribelli e l'altezzoso disprezzo dei cittadini ateniesi.

Che fine avevano fatto gli Spartani? L'oligarchia nata dalla volontà del potente Lisandro faceva acqua da tutte le parti. Quest'ultimo, tuttavia, non se ne accorse fino a quando gli stessi Ateniesi non ebbero invocato il suo intervento contro i rivali democratici, ora noti come gli “uomini del Pireo”. Lisandro, rivelandosi ancora una volta uno stratega eccellente, intuì che vincere sul campo di battaglia una massa di soldati col morale alto e con una posizione geografica favorevole era assai più arduo che isolarli e lasciarli morire di fame pian piano. Perciò i rifornimenti ai democratici furono bloccati per terra e per mare. I risultati si videro subito, stando alla versione senofontea: “Ben presto quelli del Pireo si trovavano in difficoltà”. Ma agli uomini di Trasibulo una mano fu tesa da chi meno si sarebbero potuti aspettare, quando uno dei due re di Sparta, Pausania II, entrò in Attica alla testa di un potente esercito. Ci si guardi bene dal pensare che il sovrano spartano volesse dare un aiuto ai democratici: Pausania temeva che Lisandro, schiacciando i ribelli ateniesi, potesse acquisire un'influenza eccessiva e fare di Atene “un affare personale” (Senofonte). Dopotutto non era re e non sarebbe mai potuto diventarlo. Grazie alla mediazione del re spartano, si giunse alla riconciliazione tra le parti della guerra civile, gli “uomini della città” e gli “uomini del Pireo”. Trasibulo rientrò trionfalmente ad Atene nell'ottobre del 403 a.C. e fu ristabilito l'ordinamento costituzionale democratico. Pausania preferì infatti una debole democrazia a un'oligarchia retta da personalità scarsamente controllabili (come Lisandro). Fu inoltre concessa un'amnistia generale per tutti i delitti commessi durante le guerre civili, dalla quale furono esclusi soltanto i Trenta, i Dieci che avevano amministrato il Pireo e gli Undici. Ad Eleusi fu istituito uno Stato separato dove avrebbero potuto emigrare i sostenitori del trascorso regime dei Trenta senza temere alcuna persecuzione o rivalsa. Potrà risultare paradossale, ma quella stessa Sparta che nei decenni precedenti aveva lottato con tutte le proprie forze contro la democrazia ateniese finì per proteggerla e salvarla a causa di discordie politiche interne.

Molte delle personalità che in qualche modo rappresentano la Grecia antica agli occhi di noi moderni furono testimoni oculari del regime dei Trenta Tiranni e della guerra civile ateniese. E nessuno di coloro che assistette a queste breve ma intensa fase politica della storia ateniese poté fare a meno di raccontare le proprie impressioni al riguardo. Una testimonianza preziosa è quella di Senofonte (430-360 a.C.), che nelle sue “Elleniche” riportò tanto minuziosamente alcune vicende della guerra civile da aver fatto ipotizzare a Canfora un suo possibile ruolo di comandante di cavalleria prima sotto i Trenta e poi sotto i Dieci. “Chi sa persino che un attacco a sorpresa aveva colto la cavalleria dei Trenta all'alba” spiega Canfora “mentre i cavalieri si levavano e gli inservienti ''facevano un gran chiasso strigliando i cavalli'', non può non essere testimone oculare e partecipe della vicenda”.
Di notevole interesse è anche il resoconto di Platone (428 o 427 a.C. - 348 o 347 a.C.), che nella Lettera VII, parlando della sua giovinezza e delle sue prime aspirazioni politiche, espose le proprie impressioni riguardo al regime dei Trenta. E lo fece con un giudizio piuttosto netto: “In realtà vidi come quegli uomini in poco tempo riuscirono a far sembrare il governo precedente un'età dell'oro”. L'asprezza di Platone, che oltretutto aveva “parenti e amici” tra i protagonisti del regime e che avrebbe potuto dunque rivestire un ruolo di alto prestigio politico nell'oligarchia, deve far riflettere su quanto negativa fosse l'opinione degli Ateniesi sul regime dei Trenta, a prescindere dallo schieramento politico.
E tuttavia la più affascinante testimonianza della vicenda in esame rimane quella di Lisia (447-370 a.C. circa), divenuto celebre per le orazioni e per l'attività di logografo. In quanto meteco, dal regime dei Trenta subì ogni tipo di vessazione e di sopruso: per esempio l'esser dovuto fuggire in fretta e furia a Megara per scampare alle persecuzioni oppure l'aver dovuto assistere alla confisca del patrimonio faticosamente costruito dal padre Cefalo grazie alla fabbrica d'armi di famiglia. La privazione maggiore che dovette sopportare fu la condanna a morte del fratello Polemarco, che fu giustiziato senza sapere neanche la ragione della sua condanna. Restaurata la democrazia, Lisia scrisse e pronunciò un'orazione straordinaria contro quello dei Trenta che eseguì materialmente l'arresto del fratello, Eratostene. La “Contro Eratostene” è un documento giudiziario relativo alla vicenda personale di Lisia e, allo stesso tempo, una condanna categorica del regime dei Trenta e dei suoi fautori. Ci parla di cosa volesse dire essere un meteco ad Atene, della vita quotidiana della Grecia di fine V secolo a.C., del dramma della fine della Guerra del Peloponneso e degli sconvolgimenti politici che ne seguirono, delle nefandezze dei Trenta e della loro caduta. Questi i motivi per cui la si può considerare una fonte d'eccezione. Ma l'orazione è anche in grado di trascendere il contesto storico in cui nasce e di porci di fronte a dilemmi politico-filosofici in parte ancora irrisolti a distanza di più di due millenni. Signficativo in tal senso è il passaggio in cui Lisia sta interrogando Eratostene e gli chiede: “Hai arrestato Polemarco o no?”. Eratostene risponde con massima franchezza: “Ho eseguito per paura gli ordini ricevuti dai governanti”. Una risposta non molto diversa da quella che Rudolf Hoess, membro delle SS e comandante del campo di concentramento di Auschwitz, diede durante i processi di Norimberga (1945-1946) all'avvocato Kauffmann che gli chiedeva come avesse potuto compiere “quelle tremende azioni”: “Malgrado tutti i dubbi che avevo, l’unico argomento, e quello decisivo, era l’ordine dato da Himmler”. Tanto nel caso di Eratostene quanto in quello dei gerarchi nazisti a Norimberga è evidente quanto sottile sia, in circostanze come queste, il confine tra un giudizio su crimini realmente commessi e un processo vendicativo condotto dal tribunale dei vincitori.
“Avete udito, visto, sofferto; lo avete qui: adesso giudicate, tocca a voi”: con queste parole conclusive Lisia chiede alla giuria una sentenza su Eratostene, sui Trenta, su un'epoca. Non potrebbe chiedere la stessa cosa a uno storico, giacché, come amava dire Marc Bloch, la storiografia deve occuparsi di comprendere, non di giudicare. E proprio questo noi, oggi, nella nostra realtà, siamo chiamati a fare: capire davvero cosa furono il regime dei Trenta Tiranni ad Atene e la guerra civile che ne scaturì e cosa tali vicende, lontane e al contempo vicine, possono dire all'uomo dell'epoca corrente. Un compito non facile, ma necessario.

Nell'immagine, l'Acropoli di Atene.


BIBLIOGRAFIA

Lisia, “Orazioni (I-XV)” a cura di Enrico Medda, BUR, Milano, 2012;
Senofonte, “Elleniche” a cura di Giovanna Daverio Rocchi, BUR, Milano, 2008;
Matthew Dillon e Lynda Garland, “Ancient Greece: Social and Historical Documents from Archaic Times to the Death of Alexander the Great”, Routledge, Londra-New York, 2010;
Luciano Canfora, “La guerra civile ateniese”, BUR, Milano 2014;
Luciano Canfora, “Il mondo di Atene”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2011;
Peter Funke, “Atene nell'epoca classica”, il Mulino, Bologna, 2001;
Michael Scott, “Dalla democrazia ai re. La caduta di Atene e il trionfo di Alessandro Magno”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009;
Hermann Bengtson, “L'antica Grecia”, il Mulino, Bologna, 1989;
Documento inserito il: 27/12/2015
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