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Pelopida ed Epaminonda [ di Carlo Ciullini ]

La breve Era dei Dioscuri Tebani

Quando si pensa alla Grecia oplitica, agli eserciti ellenici in armi e serrati nei ranghi compatti (eserciti che si scontrarono per secoli tra loro, e che seppero, tra VI° e V°, sostenere l'urto possente della Persia achemenide), volgiamo d'istinto la mente a una coppia di poleis, Atene e Sparta, e a essa ci fermiamo.
Lo stesso Tucidide, sommo indagatore degli eventi, deve la propria grandezza alla geniale descrizione della guerra del Peloponneso, che contrappose Attici e Lacedemoni dal 431 al 411 (sebbene lo storico si fermi, nel racconto, al 404).
E nella memoria collettiva, i grandi militari di Grecia si rapportano necessariamente a una delle due realtà cittadine, l'ateniese e la spartana.
Così, ad esempio, da una parte troviamo Milziade, Cimone, Temistocle che furono in guerra i baluardi eccelsi della città della civetta; dalla parte opposta, gli eroi Leonida e Lisandro, mitizzati nei peana cantati nella patria di Tirteo.
Tutti assunsero, non a torto, le vesti di protagonisti-simbolo della storia bellica della Grecia antica.
Ma non se ne esce: Atene e Sparta, Sparta o Atene.
Tuttavia vi è una terza realtà, certo secondaria rispetto alla coppia per antonomasia, ma non per questo mancante di fascino: è Tebe, capitale della Beozia.
La sua egemonia in Ellade ebbe breve durata (un dodicennio circa, dal 375 al 362), ma i grandi uomini che promossero e resero saldo tale dominio hanno acquisito, nella memoria dei secoli, una fama imperitura e del tutto meritata: Epaminonda e Pelopida, i dioscuri beotici.
Straordinari generali e strateghi, accorti politici, uomini nel complesso di specchiata virtù, seppero ammaliare, come oggi i moderni, anche i grandi storici dell'antichità: Senofonte (che ne trattò nelle sue “Elleniche”), Eforo, lo stesso Plutarco con la sua “Vita” di Pelopida.
La Beozia, terra agreste incuneata tra Tessaglia e Attica violentò, per alcuni lustri, le proprie radici contadine, dedicandosi a un egemone tentativo di espandere la sua influenza regionale.
Ma la mancanza di finanze (legate ad attività mercantili poco sviluppate), di una vera tradizione militare (come a Sparta) e di una grande flotta (quale aveva Atene) frustrarono ben presto il consolidamento di tale aspirazione.
I successi conseguiti dai Beoti sui campi polverosi della Grecia del IV° secolo avanti Cristo, nelle epocali battaglie di Leuttra (371), Cinoscefale (363) e Mantinea (362) furono il frutto del genio tattico e strategico di generali come Epaminonda e Pelopida.
Con mosse e iniziative belliche all'avanguardia, essi furono in grado di prevalere su avversari di maggior portata (storica, militare, economica) quali Atene e Sparta: tuttavia, la precoce morte in combattimento dei due beotarchi dettò il fallimento della politica ambiziosa di Tebe.
Ambizione che, ai piedi della Rocca Cadmea (l'acropolis di Tebe portava infatti il nome del mitico fondatore della città), era spontaneamente sorta allorquando, nel 375 a.C., le eterne rivali Atene e Sparta avevano stabilito di riappacificarsi dopo decenni di lotte, lotte interrotte dopo la pace di Antalcida (386) e poi inevitabilmente riprese.
La scossa data da Tebe all'effimera tregua fu risoluta: tra il 373 e l'anno seguente caddero in sua mano Tanagra, Tespie e Platea.
Ma fu nel Luglio del 371 che ebbe luogo il primo dei grandi eventi marcanti il dodicennio di egemonia tebana.
Lo status quo imposto con la pace da Atene e Sparta, vedeva tra le sue conseguenze l'estinzione della Lega Beotica: ciò spinse i tebani a cercare, se non vere alleanze, almeno neutralità strategiche presso vari prìncipi, come il tessalo Giasone, tagos di Fere.
Tuttavia, oltre alla diplomazia, si rendeva necessaria anche l'azione.
Quindi, guidati da un Epaminonda che si affacciava sulla scena nazionale greca ormai alla soglia dei quarant' anni, circa settemila Cadmei si scontrarono con diecimila Peloponnesiaci presso Leuttra, in Beozia.
Era a capo degli Spartani il re Cleombroto, assieme al suo generale Sfodria: i due fecero disporre l'esercito su una pianura, a undici chilometri a sud-ovest di Tebe.
L'esercito proveniente dal sud aveva nel corpo elitario degli spartiati (presenti in settecento) il cuore e il braccio più saldo del proprio schieramento.
Ma l'esito, per le truppe di Cleombroto, fu nefasto.
Epaminonda, variando le regole ferree degli scontri che da secoli avevano caratterizzato le guerre oplitiche, invece di rinforzare l'ala destra delle proprie schiere, come era d'uso comune, ne rinsaldò la sinistra, gettando nella mischia quella che venne definita la loxè phàlanx, la falange obliqua.
In effetti, prima di quella storica battaglia, gli eserciti greci usavano cozzare l'un contro l'altro, al momento dell'assalto, secondo schemi pre-ordinati e abitudinari: le parti destre di ciascuno dei due schieramenti in lotta, più forti delle ali sinistre avversarie, davano luogo solitamente a una pressione che, via via sempre più sostenuta, imprimeva alla massa dei soldati un movimento rotatorio progressivo, che si risolveva infine in un collassato frazionamento generale; rotto il fronte oplitico, ne scaturivano i duelli individuali.
Epaminonda sovvertì gli schemi vetusti e, puntando su un radicale mutamento nella distribuzione delle proprie forze (parte sinistra contro l'omologa avversaria, investita d'impeto) colse di sorpresa i Peloponnesiaci che, sbandati, rovinarono.
Restarono sul campo, oltre al re Cleombroto e a Sfodria, anche quattrocento spartiati: un tributo letale, considerando che nella Sparta di allora questi eccezionali soldati, assurti a vero e proprio mito universale, non superavano oramai le tremila unità.
Da Leuttra, possiamo affermarlo, maturò il lento ma inesorabile declino della capitale della Laconia.
Fu dal giorno della battaglia, nel Luglio del 371, che ebbe effettivamente inizio la cosidetta “Egemonia tebana”: dai primi importanti successi di carattere locale, e che avevano contraddistinto il biennio precedente, andava ora tracimando una espansione di natura più ampia, extra-regionale.
Dopo aver inglobato Orcomeno, la Tebe di Epaminonda e Pelopida volse lo sguardo al di là dell'istmo, verso il Peloponneso: furono organizzate, così, una serie di quattro spedizioni beotiche nella penisola.
Due, sempre condotte da Epaminonda, si tennero tra il 370 e il 369: nel corso della prima i Beoti, penetrati nel Peloponneso in soccorso della neonata Lega Arcadica ( la quale aspirava a una netta autonomia dai Lacedemoni) giunsero fin sulle rive dell'Eurota senza però poter occupare Sparta; furono costretti, anzi, a ripiegare in Messenia.
Nella seconda occasione, Epaminonda si fermò a Sicione, appena varcato l'istmo: là si congiunse coi suoi alleati argivi, elei e arcadi.
Il pericolo egemonico di Tebe spinse Atene e Sparta a rinsaldare i propri rapporti, in vista di un impegno comune contro la forza ellenica emergente.
Non va tralasciato il fatto che, oltre a nemici esterni, i due beotarchi dovessero guardarsi da nemici politici interni: tra di essi si mise in luce Meneclida, un democratico radicale, che tentò (riuscendovi in parte) di frenarne l'ascesa.
Fu probabilmente Pelopida il più dotato della coppia, dal punto di vista politico-diplomatico: l'influenza beotica su Tessaglia prima, e Macedonia poi, è da ascrivere alla sua accorta opera di tessitura inter-ellenica.
Il 367 è anno importante: si svolse, infatti, la terza discesa tebana nel Peloponneso, con l'acquisizione dell'Acaia quale nuova alleata (dunque un'enclave strategica, in seno al dominio peninsulare di Sparta); ma ancor maggior rilievo assunse quell'anno l'incontro degli Stati greci a Susa, alla corte del re di Persia, Artaserse II°.
Qui Epaminonda, relazionando da una posizione di spicco grazie ai successi conseguiti dai Beoti negli ultimi anni, tentò di rendere accetto un disarmo della flotta ateniese: ma la richiesta non trovò riscontri, anche per la successiva riconciliazione di Atene stessa con il Gran Re.
Non persosi d'animo, Epaminonda varò allora l'idea di fare di Tebe, città dell'entroterra e a vocazione agreste, una nuova potenza marinara: furono perciò costruite in poco tempo un centinaio di triremi, nucleo iniziale ma egualmente ingente di una flotta in grado di dominare i mari greci.
L'allestimento della nuova forza navale si dimostrò, però, fine a se stesso e di breve durata, con conseguenti scarsi risultati: la mancanza di un concreto sostegno finanziario, quale invece Atene aveva potuto alimentare nel tempo coi suoi commerci, e una tradizione marinara inesistente determinarono il sostanziale fallimento beotico sul mare.
E così l'obbiettivo di Epaminonda, che si era ripromesso metaforicamente di “portare sulla Cadmea i propilei dell'acropoli ateniese” fu mancato.
Lontano dai mari, poggiando saldamente sulla terra di Grecia, l'esercito tebano esprimeva invece il meglio di sé, guidato a vittorie eclatanti dai suoi due condottieri.
Niente pareva ormai in grado di fermare l'avanzata delle sue schiere.
Tuttavia, il grande sogno dei Beoti non avrebbe retto al biennio che si portò via prima un generale, e poi l'altro.
Pelopida perì combattendo a Cinoscefale, dove i Tebani, giunti in aiuto dei Tessali vessati dal tiranno di Fere, Alessandro, conseguirono l'ennesima vittoria.
La scomparsa del grande beotarca privò la sua gente, oltre che di un eccelso condottiero, anche e sopratutto di un fine diplomatico, senz'altro più scaltro, in questo, di Epaminonda.
La distruzione, poco dopo Cinoscefale, della rivale storica di Tebe, Orcomeno (col conseguente eccidio della popolazione) fu probabilmente dovuta proprio alla mancanza irreparabile di chi, come Pelopida, aveva più volte mostrato di sapersi districare ancor meglio con le parole e i trattati, che con le armi e i piani tattici: la qual cosa, visto il grande valore militare, va a sua maggior gloria.
Fu nella piana di Mantinea, poi, che venne posta fine all'esistenza dell'altro dioscuro: anche in questo caso, la morte sopraggiunse al termine di una grande battaglia, sempre risolta positivamente per le truppe di Beozia.
Era il 362 avanti Cristo.
La quarta e finale spedizione beotica nel Peloponneso vide l'esercito tessalo-tebano scontrarsi con quello spartano-ateniese: i trentaduemila soldati, tra fanti e cavalieri, agli ordini di Epaminonda, e i ventitremila nemici fecero di questo evento la più grande battaglia oplitica della secolare storia greca.
Grazie all'impiego simultaneo di cavalleria e loxè phàlanx, la vittoria arrise alle armi beotiche: ma, come detto, Epaminonda non le sopravvisse.
Il Tebano toccò i vertici dell'epica proprio nei momenti che ne precedettero la morte.
Ateniesi, Mantineiani, Spartani: tutti si disputarono l'onore di aver scagliato la lancia che colpì letalmente il grande generale.
Trasportato ormai in fin di vita nella sua tenda, spirò solo dopo aver avuto la certezza del successo.
Cornelio Nepote riferisce di un Epaminonda morente ma sereno, circondato da amici e compagni d'armi: una esistenza vissuta e terminata da condottiero invitto fu, secondo lo storico romano, l'ultimo aspetto di sé che il beotarca volle ricordare, prima di andarsene per sempre.
Venne sepolto con i più alti onori nella piana stessa di Mantinea, sul campo di battaglia dove aveva condotto per l'ultima volta l'esercito tebano.
Uomo di prodigiosa virtù, incorruttibile, restìo alla fama e alla ricchezza, visse secondo gli storici antichi una sorta di vero e proprio ascetismo di stampo pitagorico.

L'era dei dioscuri di Beozia fu breve ma intensa, e contrassegnata da vittorie fulgide ed epocali come quelle conseguite a Leuttra, Cinoscefale e Mantinea.
Il tentativo di creare, in seno a una Grecia che aveva ormai imboccato il declino inarrestabile, uno status politico-militare in cui Tebe e la Beozia potessero sostituirsi alle guide secolari, l'ateniese e la spartana, risultò vano.
Lo stesso tessuto su cui, da tempi immemori e mitici, la Grecia ricamava la propria realtà vitale, andava inesorabilmente strappandosi: e l'aspirazione di Epaminonda e Pelopida di alimentare e rinvigorire le singole autonomie cittadine e regionali (sotto l'egida tebana, beninteso) cadde nel vuoto.
Dopo Mantinea non trascorse molto tempo, prima della comparsa di nubi oscure e minacciose nel cielo di un'Ellade dalla libertà morente: i Diàdocoi, i compagni del defunto Alessandro Magno, iniziarono a dividersi l'impero da poco creato.
La Grecia stessa (con la Macedonia) finì nel vortice delle dispute cruente tra i vari neo-sovrani.
Qui si determinò il tracollo dell'autonomia e dell'indipendenza delle poleis, sulle quali fu poi Roma, circa un secolo e mezzo dopo, a porre la pietra tombale.
Pelopida ed Epaminonda rappresentarono davvero, nella parabola della storia ellenica, uno degli ultimi esempi di grandi Greci assurti a mito.

Riferimenti bibliografici

CORNELIO NEPOTE, “De viris illustribus”, Mondadori, Milano, 2002
MUSTI DOMENICO, “Storia greca”, Laterza , Bari-Roma, 2010
SENOFONTE, “Elleniche”, BUR, Milano, 2002
Documento inserito il: 18/12/2014
  • TAG: pelopida, epaminonda, tebe, grecia oplitica, egemonia tebana,

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