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>> Storia Antica > In Europa

Considerazioni sul druidismo [ di Fabio Calabrese ]

Vorrei premettere che le considerazioni che seguono sono il frutto di una riflessione esclusivamente personale, e lasciare chiunque altro libero di correggere/contestare/commentare, con la consapevolezza che ci muoviamo in un campo estremamente arduo: si tratta di richiamare in vita non solo una tradizione interrotta da due millenni, ma una tradizione che ha sfortunatamente lasciato dietro di se ben poche tracce documentali, un’impresa alla quale è impossibile accostarsi senza umiltà.
Vorrei cominciare con una considerazione di tipo etimologico: gli autori classici facevano derivare la parola druido dal greco druos, quercia (non albero come viene talvolta tradotto, che in greco è dendron). Onestamente, un simile etimo mi sembra inverosimile, perchè, per prima cosa, sappiamo che gli autori latini classici erano assai disinvolti nel proporre le etimologie più inverosimili, senza alcun rigore filologico (d’altra parte la filologia nasce appena nel XV secolo); secondariamente, è ben vero che querce ed alberi in genere erano sacri per gli antichi druidi, ma non più di qualsiasi altra manifestazione, animale o vegetale della vita, semmai è di una sacralità della natura che si dovrebbe parlare; terzo, mi sembra improbabile che gli antichi Celti usassero per designare una figura così importante nella loro cultura e nella loro società, una figura, se mi si passa l’espressione, così celtica, una parola straniera.
Onestamente, mi sembra più verosimile l’altro etimo che viene talvolta proposto, quello che fa risalire druido a dru molto – wid vedere. Il druido è colui che vede molto: per essere un druido occorre in primo luogo essere un uomo saggio con un’ampia esperienza della vita ed una profonda conoscenza della natura (ed è la ragione per cui il druido appare a volte con i tratti del mago), ed è in base a ciò che i druidi sono chiamati a scegliere e consacrare i capi tribù ed a dirimere le questioni frequenti fra una tribù e l’altra (la società celtica ci può apparire per alcuni versi un pò anarchica, essendo stati i Celti sempre gelosi della loro libertà ed insofferenti di poteri burocratici e distanti, calati dall’alto); sappiamo infatti che per diventare druidi occorreva un lungo apprendistato, dopo aver superato una rigida selezione.
Questo non significa che il druido non fosse una figura sacrale, ma l’analogia con il prete cattolico o cristiano (che rappresenta un pò il modello in base al quale, da due millenni in qua ci siamo abituati a leggere la figura dell’uomo sacro), è con tutta probabilità fuorviante. Noi non dovremmo dimenticare che la separazione fra sfera civile e sfera sacrale è una distinzione introdotta dal cristianesimo, che per l’uomo dell’antichità la comunità cui appartiene è sacra, tenuta insieme da legami che sono allo stesso tempo civili, umani e religiosi. Se questo non fosse sufficientemente chiaro, ci si può rifare una volta di più alle parole del filosofo Massimo Cacciari che mi è già capitato di citare in un mio recente articolo, nelle quali il pensatore – sindaco di Venezia fa un quadro sorprendentemente onesto di quel che il cristianesimo ha tolto all’umanità in genere ed alla cultura europea in particolare:
Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la dimora, l’abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno etico per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere (…).
Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l’immagine di Dike, la dea della Giustizia. Un ethos impone all’uomo valori che non è lui a scegliere, a decidere, ma a cui appartiene
.
Un druido era un uomo sacro in modo non diverso da ogni pater familias nel momento in cui questi celebrava i riti familiari in onore degli antenati, salvo il fatto che questa sacralità non era una funzione accessoria, e che era chiamato ad essere padre non di una famiglia ma di una comunità.
Questo, tuttavia, era bastevole a fare di lui un uomo non meno ma più sacro di un prete cristiano. La differenza, nella sostanza è questa: un prete è tale in virtù di un’ordinazione, un deposito che ha ricevuto che non ha nulla a che fare con le sue qualità intrinseche: un prete può essere l’ultimo dei cretini, essere ladro o pedofilo, rimane sempre tale.
Vorrei illustrare un fatto che consente di cogliere bene questa differenza. Ricordo che il mio insegnante di religione durante la scuola media spiegava a noi pargoli che nonostante le persecuzioni degli imperatori pagani (molto più blande e sporadiche di quelle, queste ultime si davvero spietate, messe in atto dai cristiani una volta preso il potere, ma questo, ovviamente, si guardavano bene dal dircelo) mai nessuno aveva rinnegato la fede di Cristo per tornare agli antichi dei. Povero cocco! In realtà il problema dei lapsi, dei rinnegati fu un problema enorme con il quale la Chiesa dovette confrontarsi da Costantino in poi: si ha l’impressione che appena scattava una persecuzione, la maggior parte dei cristiani si affrettasse a bruciare il proprio granello d’incenso davanti alla statua dell’imperatore, per poi tornare ad inginocchiarsi ai piedi della croce appena la persecuzione passava, preti compresi, tranne un ristretto gruppo di fanatici che andava a cercarsi il martirio.
Nel IV secolo, dopo che la Chiesa aveva preso il potere grazie alla conversione di Costantino, un gruppo di cristiani intransigenti, i Donatisti, rifiutava la validità dei sacramenti impartiti da un prete lapso. Peggio che mai, i Donatisti solidarizzavano con i circellioni, i braccianti agricoli che erano vessati dai grandi proprietari terrieri e versavano in condizioni di vita miserande: insomma, come se non bastasse la faccenda dei preti lapsi, avevano preso sul serio le parole evangeliche a favore degli umili e dei diseredati, invece di considerarle il semplice tema propagandistico che in effetti erano: costoro erano dunque degli eretici assai pericolosi di cui la Chiesa doveva sbarazzarsi al più presto, soprattutto in un momento in cui cercava di radicarsi fra l’aristocrazia senatoria e la burocrazia imperiale: Fortunatamente (?) in difesa dell’ortodossia si schierò prontamente il migliore intellettuale di cui la Chiesa disponesse a quel tempo, Agostino di Tagaste, poi Sant’ Agostino.
Quest’ultimo, invero, è a sua volta un personaggio piuttosto interessante. Educato nel cristianesimo, lo abbandonò rendendosi conto della contraddizione della concezione cristiana (in realtà della contraddizione di ogni monoteismo): come può un mondo pieno di male, di sofferenza, d’ingiustizia, essere la creazione di un Dio onnipotente ed infinitamente buono? Agostino aderì al manicheismo, dottrina che fondeva il cristianesimo con l’antica religione zoroastriana, e vedeva il mondo come un campo di battaglia fra una divinità del bene e una divinità del male dotate di poteri equivalenti, poi tornò a farsi cristiano: i manichei potevano avere una posizione più solida sul piano intellettuale, ma era chiaro che la Chiesa stava vincendo la sua battaglia in forza della sua superiorità organizzativa e del potere che si era conquistata, ed è sempre bene trovarsi sul carro del vincitore.
Retrospettivamente, possiamo dire che la Chiesa fece una scelta molto saggia: se avesse allontanato dalle sue fila i preti lapsi o spergiuri, ladri, lussuriosi, pedofili o comunque indegni, si sarebbe trovata molto presto a corto di personale.
Noi comprendiamo facilmente che dal nostro punto di vista la questione non si pone nemmeno: un druido lapso o moralmente meno che irreprensibile, smetterebbe con ciò stesso di essere un druido.
Abbiamo visto che un druido non era esattamente un sacerdote, se con questa parola abbiamo in mente soprattutto il prete cristiano, ed il suo ruolo non coincideva neppure con quello del mago interpretato in senso restrittivo (cioè colui che svolge operazioni con le forze spirituali, ma in senso puramente tecnico): se dobbiamo avvicinarlo ad una figura della cultura classica, quella che più gli si attaglia non è quella del filosofo, ma quella del savio, del sapiente. Con ogni probabilità, è possibile aggiungere da questo punto di vista, proprio la supervisione esercitata dai druidi sulla vita delle tribù celtiche, rappresenta storicamente ciò che più si avvicina nelle realtà concreta all’ideale del governo dei sapienti espresso da Platone nella Repubblica.
Come è noto, l’antico mondo greco considerava la sapienza per l’appunto in termini sacrali, non semplice saggezza, ma un appellativo che la tradizione ellenica riconobbe solo a sette personaggi, e fra questi uno solo di coloro che gli storici moderni annoverano fra i filosofi, ossia Talete. Il maggiore dei sette savi fu con ogni probabilità Solone, legislatore ateniese e nonno del filosofo Platone. Delle dottrine dei sette savi nulla è stato tramandato in forma scritta, tuttavia il celebre episodio dell’incontro di Solone con Creso ci dà un’idea piuttosto precisa almeno dell’etica del sapiente/legislatore.
Creso, il re di Lidia il cui nome era destinato a diventare sinonimo di ricchezza ed al quale si attribuisce l’invenzione della moneta, dopo aver mostrato a Solone le proprie ricchezze, gli chiese se era convinto che egli fosse felice, ed il saggio ateniese rispose negativamente, e Creso gli chiese allora di indicargli qualcuno più felice di lui. Solone fece il nome di un cittadino ateniese qualsiasi, dalla vita modesta e virtuosa, stimato dai vicini, benvoluto da amici e parenti e che, avendo ben educato i suoi figli, costoro erano cresciuti rispettosi ed obbedienti.
Non ci è stato tramandato in quale modo Creso congedò Solone, ma anni dopo egli mosse guerra a Ciro, il re dei Persiani, una guerra breve e disastrosa nella quale i Lidi furono rapidamente sconfitti. Catturato dai Persiani, Creso stava per essere messo a morte, e si mise ad invocare il nome di Solone, avendo finalmente compreso la saggezza del suo insegnamento. Colpito da quest’invocazione, Ciro volle conoscerne il significato, e Creso gli raccontò dell’incontro che aveva avuto con il sapiente greco. Il gran re dei Persiani perdonò Creso e gli restituì il dominio della Lidia anche se non più come sovrano indipendente, ma come suo governatore, pago di poter godere della sua amicizia e del riflesso, potremmo dire, della saggezza di Solone.
Il significato dell’episodio è molto chiaro: noi dobbiamo cercare di vivere secondo virtù prima di tutto in vista della nostra felicità, del nostro vivere bene su questa Terra; con ogni probabilità un druido sarebbe stato pienamente d’accordo su ciò, ma cosa significa virtù?
La cosa interessante è che nella cultura europea nell’antichità e in tutta l’Età di Mezzo, il cristiano medio Evo, si è conservato un concetto di virtù che è in antitesi con il cristianesimo: ne troviamo ancora traccia nei bestiari, negli erbari, nei lapidari medievali, dove si parla delle virtù degli animali, delle erbe, dei minerali, virtù significa qualità, proprietà, per così dire esplicitazione della propria natura; lo stesso concetto lo troviamo nello stoicismo di solito considerato a torto una filosofia dell’esaltazione della sofferenza, il concetto di oikeiosis, accrescimento: l’uomo virtuoso è colui che persegue ciò che serve ad accrescere, a perfezionare, a rendere sempre più esplicita la propria natura: il sapiente deve cercare di crescere in saggezza, il guerriero di essere un combattente sempre migliore, l’artigiano sempre più abile nella propria arte, e tutti quanti abbiamo il dovere di avere cura di sviluppare ciò che specificamente ci rende umani.
Questo concetto, si noti, è un concetto non cristiano di virtù: la virtù cristiana esige l’andare contro la propria natura che si suppone corrotta dal peccato originale, calpestare le proprie inclinazioni ed i propri istinti, la rinuncia alla felicità nella vita in cambio della speranza di una felicità ultraterrena. Chi ha portato la morale cristiana alle estreme conseguenze, è stato probabilmente Immanuel Kant con il suo concetto dell’imperativo categorico: se io sono buono e generoso verso i miei simili per tendenza naturale, ciò non ha alcun valore, perchè non lo faccio che per appagare la mia inclinazione; ne consegue che, cristianamente parlando, posso essere buono soltanto se possiedo un’indole malvagia; sarà per questo che due millenni all’ombra della Croce hanno alimentato ogni sorta di sadismo: fustigatori dei costumi, misogini malati di avversione verso la sessualità e verso la metà femminile del genere umano, inquisitori, cacciatori di eretici e di streghe, crociati e conquistadores in cerca di conversioni a fil di spada.
Il druido è assimilabile alla figura del sapiente, a condizione però di avere presente la distanza fra questa e quella del filosofo. Quelli che i manuali di storia della filosofia etichettano come i primi filosofi, ossia coloro che appartennero al periodo precedente la sofistica e Socrate, definivano se stessi fisiologoi, ossia indagatori della natura, l’equivalente, potremmo dire, della figura moderna dello scienziato; fra costoro, al solo Talete la tradizione ha attribuito in più il titolo di sapiente, eppure fra costoro non mancano spunti di riflessione etica che possiamo definire saggezza. Personalmente, ho sempre trovato di grande interesse, ad esempio, questa riflessione di Democrito:
Preferisco vivere libero e povero, piuttosto che essere uno schiavo ricoperto d’oro sotto una tirannide.
Se vivi sotto una tirannide, non puoi nemmeno dire di essere ricco e sei solo uno schiavo ricoperto d’oro, poichè il tiranno può in qualsiasi momento toglierti a suo arbitrio ciò che ritieni tuo
.
Che quella dei sofisti fosse solo un’arte del bel parlare, una saggezza apparente, è stato riconosciuto fin dall’antichità. Il primo ad usare il termine filosofo ossia amante della sapienza in riferimento a se stesso, è stato Platone, ma attenzione, fa notare Giorgio Colli (forse uno dei più profondi conoscitori dell’antica cultura greca), Platone usa questo termine nel senso di una sapienza andata perduta da recuperare; l’idea di una sapienza interamente nuova da inventare nasce con Aristotele che è il primo filosofo nel senso moderno del termine, e con lui siamo già all’epoca di Alessandro Magno, alla nascita dell’ellenismo, alla sparizione della cultura ellenica in un moderno e sradicato cosmopolitismo, in un’accozzaglia di culture dalle quali doveva nascere il cristianesimo come negazione del radicamento dell’uomo in un ethos ed in un nomos (secondo la penetrante analisi di Cacciari).
A questo scardinamento delle tradizioni e dei valori del mondo antico, i filosofi, come abbiamo imparato ad intenderli da Aristotele in poi, hanno dato il loro bravo contributo. Faceva notare Cicerone che, poichè fra costoro una stravaganza originale è più pregiata del ripetere una verità detta da altri, sembra che facciano a gara a chi riesce a proporre le idee più assurde; non è certamente questo il modello a cui dobbiamo guardare per ritrovare qualcosa dell’antico sapiente o druido.
La risposta alla domanda sulla misura nella quale è possibile recuperare qualcosa dell’antica saggezza druidica, dipende dalla risposta ad altre due domande: in quale misura il sapiente può tornare a sostituire il filosofo, ed in quale misura è possibile oggi la ripresa di una religiosità pagana; le due questioni sono però strettamente collegate.
Vorrei qui ribadire un concetto sul quale mi sono già soffermato, ma che a mio parere è della massima importanza: la vittoria del monoteismo cristiano sulle religioni antiche non dipese in alcun modo dalla sua presunta superiorità teologica. L’idea che il mondo che abbiamo davanti, con il suo contenuto illimitato di disarmonia, male e sofferenza, sia il prodotto della creazione di un unico Dio onnipotente ed immensamente buono, non solo è contraddittoria, ma costringe l’uomo ad un umiliante autoflagellamento, a vedersi infame e miserabile oltre ogni limite per trovare in se stesso l’origine di quel male che non può o non vuole attribuire a Dio. Se ci sforziamo di uscire dai cavilli e dalle mistificazioni di teologi e catechisti, è difficile al riguardo non condividere l’affermazione dello scrittore Stefano Benni, che Dio ci fa più bella figura se non esiste. Del resto, a questo riguardo, vale il parere degli stessi teologi cattolici che parlano di misterium iniquitatis; ossia, in un contesto monoteistico, l’origine del male è un mistero, un rebus senza soluzione: attribuirla a Satana, ad un avversario che, in quanto creatura, trae anch’esso origine da Dio, sposta il problema ma non lo risolve.
Due millenni di monoteismi storici (se prescindiamo dal più antico di essi, che non ha mai coinvolto più del 2 - 3 per mille dell’umanità ed è rimasto rigorosamente una religione etnica) sono stati due millenni di fallimenti che se non hanno dato una spiegazione al problema del male, ne hanno pesantemente aggravato il fardello sulle spalle dell’umanità, e l’ultimo dei quattro impostori monoteisti (Mosè, Cristo, Maometto e Marx), quello la cui dottrina doveva realizzarsi sul piano storico, avendo come Dio la Storia, come messia il proletariato, come paradiso il Socialismo, è quello che ha scontato nel più breve tempo il fallimento peggiore e seminato i maggiori lutti insanguinando un intero secolo, ma non è che cristianesimo ed islam se la passino tanto meglio: il cristianesimo è oggi in una fase tangibile di decadenza e senilità; al confronto, l’islam (che ha sette secoli di meno) appare giovanile e battagliero, carico di energie ed in una fase espansiva, ma non ci vuole molto ad accorgersi che questo suo dinamismo non èèaltro che la virulenza di una malattia epidemica: i sintomi sono gli stessi del cristianesimo dei secoli bui, l’intolleranza, l’odio per la libertà e l’uso della ragione, il disprezzo per la vita che si esprime nell’avversione per la sessualità e nella condizione d’inferiorità imposta alla donna; il problema è quanto potrà durare la sua fase aggressiva e quanti danni potrà fare, ma di sicuro è destinato a perdere il suo confronto con l’Europa.
La crisi dei monoteismi sta forse cedendo il passo ad una rinascita del paganesimo su scala planetaria; a questo proposito, ecco cosa affermava Christopher Gerard, direttore della rivista Antaios”(fondata da Ernst Junger e Mircea Eliade – e scusate se la creazione d’intellettuali di questo calibro è poco -; e non si dovrebbe mancare di sottolineare che Antaios è membro del Centro Mondiale delle Religioni Etniche, il che è come dire la voce più autorevole del paganesimo europeo) in una memorabile conferenza tenuta il 15 maggio 1997:
Oso affermare che il Paganesimo sta per diventare di nuovo la prima religione del mondo. Infatti, se si considerano gli Induisti, gli Scintoisti, i Taoisti, gli animisti e gli adepti - sempre più numerosi - dei culti precristiani d’Europa o delle Americhe (si pensi alla spettacolare rifioritura dello sciamanesimo nell’ex URSS), dei culti preislamici (Zoroastriani delle regioni turcofone) e persino pregiudaici (penso in particolare ad un gruppo di Ebrei americani che desidera ritornare ai culti politeisti degli Ebrei), si rischia davvero di arrivare a un totale approssimativo di millecinquecento milioni di persone. Il che ne fa, o ne farà presto, il primo gruppo religioso del pianeta. Due potenze nucleari, l’India e la Cina, sono politeiste - una sotto orpelli modernisti, l’altra sotto orpelli marxisti. In piena Pechino si costruiscono templi taoisti, e l’Induismo è divenuto offensivo, dal momento che missioni indù s’installano ai quattro angoli del mondo.
La differenza fra le religioni monoteiste – semitiche (ebraismo, cristianesimo, islam, marxismo) ed il paganesimo come mi sembra noi lo possiamo intendere, è però piuttosto di tipo etico che non teologico. Il compito che il moderno druido si può prefiggere (che il druido si può prefiggere oggi, perchè, se non sono completamente fuori strada, non è che la differenza fra druidi antichi e moderni sia poi così profonda) è precisamente quella di riannodare quel legame fra dimensione sacrale ed umana e civile, quell’ethos e quel nomos che il cristianesimo ha reciso; riscoprire in altre parole la sacralità della vita e dell’uomo e delle comunità umane come parte di essa: ammettiamolo esplicitamente, il paganesimo come noi l’intendiamo è una religione (la religione) dell’immanenza. Se Dio è morto, ucciso, non come voleva Nietzsche dal suo amore per gli uomini, ma dal suo disamore per loro, se il fantasma del Dio unico è stato esorcizzato dall’impossibilità di rendere conto del male nel mondo, come sarà possibile credere agli dei?
Allora diciamolo esplicitamente, credere è cosa da cristiani (da ebrei, da mussulmani, da marxisti), non da noi. Cosa significa credere? Null’altro che imporre delle limitazioni al proprio intelletto, sforzarsi di respingere ciò che sappiamo essere vero per rispetto ai pregiudizi morali che ci sono stati inculcati, voler pensare che la lepre rumina perchè, contrariamente all’evidenza, così è scritto in un libro vecchio di tremila anni, respingere la cosmologia moderna, Copernico e Galileo perchè la Terra, il luogo dell’incarnazione divina non può essere un luogo qualsiasi nell’universo, negare la continuità delle forme viventi nel grande disegno dell’evoluzione, perchè sempre in quel testo vecchio di tremila anni è detto che Dio creò le diverse specie separatamente, ciascuna secondo la sua specie, è voler attribuire al libero arbitrio ed al peccato umano tutti i mali del mondo, comprese epidemie e terremoti per assolvere a tutti i costi un Dio che si suppone onnipotente ed immensamente buono, è sforzarsi di non vedere, è accecamento volontario, è il contrario esatto di ciò che significa druidismo, se è vero che il druido è colui che vede molto.
Non c’è bisogno di credere, al contrario, occorre liberarsi dal modello del credente, perchè se l’esistenza non ha doppifondi soprannaturali, non può essere svalutata come profana nei confronti di una trascendenza ipotetica, è essa stessa ad essere sacra, e se abbiamo capito questo, il problema dell’esistenza reale o simbolica delle divinità cessa di avere significato; l’ha messo molto bene in rilievo il professor Gerard, del cui – magnifico – intervento cito qui un altro ampio stralcio:
Il Paganesimo non è mai potuto morire: perchè, a immagine e somiglianza delle innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi...) hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli archetipi, che sono essi stessi eterni (...)
Per meglio comprendere questa visione pagana del mondo, è indispensabile superare i blocchi mentali (…)indotti dal modo di pensare giudeo cristiano. (…)Il Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dei, una parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo pagano, dobbiamo liberarci dal modello del credente delle religioni abramiche. Questo termine è realmente privo di senso per un Pagano: egli non crede, aderisce. Allo stesso modo, egli non si converte ad un’altra religione, che sarebbe l’unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le altre perchè false, barbare o rozze). Semplicemente, il Pagano ridiviene quello che è sempre stato, perchè l’anima è naturalmente pagana. Anima naturaliter pagana.
Liberarsi, dicevo, dal modello del credente. Uno che crede di potersi assicurare la salvezza individuale ed eterna quaggiù e nell’aldilà, in seno ad una Chiesa che, di fronte agli infedeli e ad altri eretici, deterrebbe essa sola il monopolio del Vero e del Bene, e che sarebbe l’unica abilitata a conferire al credente i sacramenti che fanno di lui un fedele in opposizione agli infedeli, gli altri.
La nostra visione non è dualista, e noi respingiamo come prive di senso le opposizioni artificiali fra Dio creatore e creature, cielo e terra, anima e corpo, credenti e non credenti, ortodossi ed eretici ecc. Il Paganesimo è olistico, non dualista, e il nostro cammino è soprattutto ricerca di legami più che di rotture. I nostri Dei non sono persone, con le quali stabilire relazioni personali, ma Potenze. Essi incarnano la pienezza dei valori positivi: bellezza, splendore, forza, giovinezza...
.
I valori, l’etica e, come spiega il professor Gerard, la conversione dello sguardo possono e debbono essere quelli del paganesimo e del druidismo antichi, ma la visione scientifico/cosmologica sarà quella di oggi: non ha alcun senso richiamare in vita, ad esempio pratiche rituali legate a concezioni superate dalla nostra conoscenza del mondo, perchè i druidi antichi lo facevano in un contesto che di necessità non era il nostro; ad esempio far passare il bestiame fra i fuochi per scongiurare le epidemie quando nulla si sapeva dei microrganismi, perchè, e questo è un punto essenziale, quello che ci dovrebbe interessare non è una rievocazione storica, tanto meno una mascheratura carnevalesca, ma una spiritualità adeguata all’età presente.
Se ci guardiamo intorno, con umiltà ma senza paura, e facciamo nostri gli insegnamenti della moderna ricerca scientifica, avremo una sorpresa: essi vanno indubbiamente contro quella visione cristiana che, come ha scritto uno dei più interessanti autori del XX secolo, un’anima naturaliter pagana, H. P. Lovecraft, Induce a volgere verso terra gli occhi velati, ma sono in ultima analisi in piena sintonia con il nostro spirito pagano e druidico. Pensiamo alla moderna cosmologia. La Chiesa cattolica, nel condannarla e nel processare Galileo, fu assolutamente coerente, poichè essa spiazza la Terra – il luogo dell’incarnazione, del Dio fatto creatura – dalla posizione centrale dell’universo, ma sentirci parte di una realtà, di un esistere, di un Cosmo in cui non abbiamo un ruolo centrale e privilegiato e che ci trascende enormemente per dimensioni, non ci toglie nulla e ci dà in più il senso della vastità della natura che per noi è sacra.
La teoria darwiniana dell’evoluzione non contrasta solo con la lettera del testo biblico, ma se l’ordine, forme altamente complesse possono sorgere mediante la selezione dal caso, allora un Dio creatore e progettista della vita diventa un’ipotesi non necessaria, è un colpo di falce che s’infigge profondamente alle radici del cristianesimo. Se la Chiesa cattolica fa finta di non accorgersene a differenza delle sette protestanti (nonchè dell’ebraismo ortodosso e dell’islam, del pari antievoluzionisti), è unicamente perchè scottata dal caso Galileo, preferisce far conto sul fatto che nei paesi latini si tende a non attribuire alla cultura scientifica la dovuta importanza. Per noi, la parentela fra l’uomo e tutte le altre forme viventi è una riprova in più: noi facciamo parte del mondo naturale, non siamo un ibrido di natura e super natura, esseri scissi, fantasmi dentro una macchina. I concetti di lotta per la sopravvivenza, di selezione, con quel che di implicitamente aristocratico che contengono, sono il migliore antidoto al pietismo cristiano, all’implicita preferenza per tutto ciò che è debole e malriuscito. Possiamo parlare di forza, bellezza, salute senza che questo implichi un estetismo decadente; fino a prova contraria, i decadenti, gli alfieri della decadenza, sono loro, i cristiani.
Se avremo capito tutto questo, allora comprenderemo che quando parliamo di paganesimo e di druidismo, parliamo del passato, ma forse è ancor più del futuro che stiamo parlando.


>Per gentile concessione dell’Associazione Culturale Bibrax>.Documento inserito il: 19/12/2014

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