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Paolo di Tarso e la cristianizzazione della Grecia [ di Yuri Leveratto ]

La Grecia è stata il centro culturale per eccellenza del mondo antico. A partire da Talete, (624-546 a.C), i filosofi greci si erano posti il problema della “causa prima”, l’elemento primordiale da cui tutto si è originato.
Talete, ma anche Anassimandro e Anassimene avevano analizzato il concetto di Logos indicandolo come il mezzo attraverso cui l’essere umano arriva ad avere una conoscenza stabile delle continue trasformazioni che avvengono in natura.
Nel corso dei secoli successivi, molti altri fiolosofi hanno dominato l’universo culturale ellenico e la ricerca dell’elemento primordiale dell’universo, come per esempio Pitagora (570-495 a.C.), Eraclito di Efeso (535-475 a.C), Parmenide di Elea (510-450 a.C.).
Anche Eraclito e Parmenide descrissero un Logos insito nella natura, cioè un progetto razionale che governa le cose e dà loro le leggi cui sono sottoposte. Per Eraclito tale progetto era l’armonia dei contrari, che vanno sempre insieme, giorno/notte, buono/cattivo, e la realtà è un continuo fluire, scorrere, ma ciò che permane stabile è il Logos, tale armonia. Parmenide, concepisce il Logos come il tutto, stabile, immobile, eterno, la vera realtà, mentre tutte le cose che si trasformano sono solo illusione dei sensi.
Fu però con Socrate (469-399 a.C.), Platone (427-347 a.C.) e Aristotele (384-322 a.C.), che la filosofia greca raggiunse il suo culmine, nell’età classica. Platone individuò l’anima come immortale ed incorporea, ed Aristotele individuò Dio come “motore immobile”, o “ultimo atto puro”.
A partire dal 146 a.C. la Repubblica romana conquistò militarmente la Grecia. Lentamente la cultura latina si fuse con quella ellenistica. Anche se Roma dominava il mondo mediterraneo dal punto di vista militare ed economico, la Grecia rimaneva sempre il centro culturale dell’impero ed inoltre la lingua greca era considerata la lingua franca dell’impero romano. Nel I secolo d.C. Atene non era più il centro culturale del Mediterraneo, ma erano sorti nuovi poli d’attrazione, come Efeso e Alessandria d’Egitto. Proprio ad Alessandria l’ebreo ellenizzato Filone contribuì a sviluppare una sintesi tra l’Antico Testamento e la filosofia ellenistica. Per Filone il Logos era inteso come il progetto di Dio prima della creazione. Il Logos era pure la parola di Dio che fa essere, che crea, che parla, è la parola dotata di senso profondo e sostanziale, una parola mediatrice che avvicina cielo e terra, divino e umano.
Proprio in quello stesso periodo storico, in Galilea, in Giudea ed infine a Gerusalemme accadde l’avvenimento fondamentale della civiltà occidentale: la predicazione e la morte in croce di Gesù Cristo, che i suoi seguaci individuarono come il Messia, il Figlio di Dio, il Logos incarnato.
Già nei primi tre anni successivi alla missione di Gesù Cristo sulla terra, i suoi seguaci lo invocavano come Signore (1 Cor. 16, 22). Fu proprio in quegli anni che Saulo di Tarso portò a termine durissime persecuzioni contro i seguaci di Gesù Cristo, che culminarono nel martirio di Stefano. Ma fu dopo questo evento scioccante che Saulo si convertì a Gesù Cristo, sulla via per Damasco, (possibilmente nel 36 d.C.).
Dopo tali fatti Saulo, che da allora si fece chiamare Paolo, si diresse a predicare in Arabia (attuale Giordania) e quindi ritornò a Damasco (Lettera ai Galati 1, 17). In seguito visitò Gerusalemmme dove rimase per quindici giorni e conobbe Pietro e Giacomo, fratello di Gesù (Lettera ai Galati 1, 18-20). E’ possibile che in questo breve ma intenso periodo Pietro narrò a Paolo molti fatti e detti di Gesù Cristo, anche se da un punto di vista fidestico si ammette che la gran parte degli insegnamenti e dei fondamenti dottrinali della missione di Gesù Cristo sulla terra siano stati rivelati direttamente dal Signore a Paolo durante la sua conversione. Quindi Paolo partì per Tarso da dove proseguì per un periodo di predicazione in Siria e Cilicia. In seguito raggiunse Antiochia, dove si fermò un anno (44 a.C.). Quindi vi fu una seconda visita a Gerusalemme, insieme all’apostolo Barnaba ed il successivo ritorno ad Antiochia.
Nel 47-48 d.C. Paolo, insieme a Barnaba e al futuro evangelista Marco, intrapresero il primo viaggio con lo scopo di cristianizzare l’Asia minore (odierna Turchia), che faceva parte del mondo ellenistico. Le tappe del viaggio furono l’isola di Cipro, il porto di Attalia, e quindi le città dell’Asia Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra, Derbe. Il ritorno fu effettuato nuovamente dal porto di Attalia fino a Seleuce per poi raggiungere nuovamente Antiochia. Nel 50 d.C. Paolo si diresse nuovamente a Gerusalemme, dove partecipò al Concilio, insieme agli Apostoli (Lettera ai Galati, 2, 1-9). Nel Concilio si sancì definitivamente la possibilità di portare la parola del Signore anche ai non ebrei.
Dopo il Concilio di Gerusalemme Paolo partì per il suo secondo viaggio evangelizzatrice. Questa volta era deciso a portare il Vangelo nel cuore della Grecia, quella che era stata la culla della filosofia antica. Come fu possibile per Paolo di Tarso, iniziare con successo quel processo che avrebbe portato nel corso di un secolo alla cristianizziazione della Grecia? Come fu possibile che un uomo solo riuscì ad evangelizzare i Greci, eredi della filosofia platonica e seguaci della ferrea logica aristotelica?
Paolo partì insieme a Sila e Timoteo per Antiochia e quindi per Tarso. Da Tarso procedette per Antiochia di Pisidia da dove continuò il viaggio fino a Troade, presso lo stretto dei Dardanelli. Da quel punto s’imbarcò per la Macedonia e quindi giunse a Filippi. Dopo essere passati per Anfipoli ed Apollonia giunsero a Tessalonica. Ecco il passaggio corrispondente degli Atti degli Apostoli, (17, 1-7):

Dopo essere passati per Amfipoli e per Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c'era una sinagoga dei Giudei; e Paolo, com'era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture, spiegando e dimostrando che il Cristo doveva morire e risuscitare dai morti. «E il Cristo», egli diceva, «è quel Gesù che io vi annuncio». Alcuni di loro furono convinti, e si unirono a Paolo e Sila; e così una gran folla di Greci pii, e non poche donne delle famiglie più importanti. Ma i Giudei, mossi da invidia, presero con loro alcuni uomini malvagi tra la gente di piazza; e, raccolta quella plebaglia, misero in subbuglio la città; e, assalita la casa di Giasone, cercavano di trascinare Paolo e Sila davanti al popolo. Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c'è un altro re, Gesù».

Dopo una sosta a Berea, Paolo si diresse ad Atene, dove tenne il famoso discorso all’Areopago, davanti ai filosofi neo-platonici. Fu realmente la prova più difficile in quanto Paolo si scontrava per la prima volta con un muro quasi impenetrabile, giacché la Risurrezione del Signore da lui predicata non faceva presa nelle menti neo-platoniche dei saggi dell’Areopago. Infatti gli eruditi greci vedevano la morte come una liberazione dell’anima dal corpo e l’idea di una risurrezione nella carne, sembrava loro un ritorno alla prigionia del corpo.
Paolo comunque non si perse d’animo, ma si diresse a Corinto, dove si fermò almeno un anno e mezzo. Fu proprio a Corinto che sorse la prima comunità di cristiani di Grecia e fu proprio da quella città che Paolo iniziò a scrivere le sue Lettere, dove cominciò a delineare i fondamenti dottrinali della missione salvifica di Gesù Cristo, nonché il concetto della Divinità di Gesù Cristo. Le prime due Lettere di Paolo di Tarso furono scritte da Corinto ai Tessalonicesi nel 51-52 d.C.
Paolo che era un ebreo ormai ellenizzato, scriveva in greco, ben consapevole che la diffusione dei suoi scritti sarebbe stata più agevole nella lingua franca dell’impero romano.
Quindi Paolo decise di tornare in Asia e salpò per Efeso da dove poi continuò il viaggio via mare per Cesarea, visitando poi Gerusalemme e giungendo infine ad Antiochia.
Presto Paolo decise di iniziare il suo terzo viaggio con lo scopo di portare il Vangelo ancora una volta in Grecia. Aveva compreso che la Grecia da un punto di vista culturale era estremamente importante per la futura cristianizzazione del mondo. Se la Grecia avesse accettato Gesù Cristo, tutto il mondo l’avrebbe successivamente accettato.
Il terzo viaggio ebbe inizio da Antiochia. Ancora una volta Paolo percorse le strade polverose della Cilicia, della Galazia e della Frigia, giungendo quindi ad Efeso, importante capitale della cultura ellenistica. Ad Efeso Paolo si fermò almeno due anni e da quella città scrisse varie lettere (Prima Lettera ai Corinzi, Lettera ai Galati, Lettera ai Filippesi).
Vediamo un importante passaggio della Prima Lettera ai Corinzi, (15, 1-8):

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

In questo passaggio Paolo proclama il kerygma del Vangelo, ossia il messaggio centrale che vuole trasmettere ai suoi ascoltatori. Gesù Cristo è morto con il fine di togliere il peccato del mondo, ossia espiare tutti i peccati, e quindi il terzo giorno è risorto dai morti. Quindi Paolo descrive le apparizioni di Gesù ai suoi seguaci.
Vediamo ora un passaggio fondamentale della Lettera ai Filippesi (53-55 d.C.), dove vi è un importante inno all’umiltà, dedicato a Gesù Cristo (2, 3-11):

Non fate niente per ambizione ne per vanagloria, ma con umiltà ritenete gli altri migliori di voi; non mirando ciascuno ai propri interessi, ma anche a quelli degli altri. Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù:
il quale, essendo per natura Dio,
non stimò un bene irrinunciabile
l’essere uguale a Dio
ma annichilì se stesso
prendendo natura di servo,
diventando simile agli uomini;
e apparso in forma umana
si umiliò facendosi obbediente
fino alla morte
e alla morte in croce.
Per questo Dio lo ha sopraesaltato
ed insignito di quel nome,
affinché, nel nome di Gesù,
si pieghi ogni ginocchio
degli esseri celesti
dei terrestri e dei sotterranei
e in ogni lingua proclami,
che Gesù Cristo è Signore
a gloria di Dio Padre.


Leggendo questo importante brano ritmico, vediamo che, al sesto passo Paolo scrive: “il quale, essendo per natura Dio”. Quindi Paolo scrive chiaramente che Gesù è Dio, per natura. Però Paolo aggiunge che Gesù Cristo “annichilì se stesso prendendo natura di servo” e “si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce”. Qui Paolo esprime pertanto il concetto dell’incarnazione di Dio in una persona umana e per la prima volta, ribadisce il concetto dell’umiltà del Signore, che avrebbe potuto venire in piena potenza, ma venne “prendendo natura di servo”, umiliandosi fino alla morte in croce. Ecco che pertanto, Paolo di Tarso esprime in poche righe vari concetti cardine del Cristianesimo: Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, ed è morto in croce.
Inoltre nell’undicesimo passo scrive: “e in ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre”. Paolo non scrive “Dio”, ma bensì “Dio Padre”. Così facendo, ricollegandosi al sesto passo, certifica la Divinità del Figlio.
In altri passaggi delle sue Lettere svilupperà il concetto dell’atto salvìfico attuato da Gesù Cristo sulla croce e descriverà la sua Risurrezione, come certificazione della sua vittoria sul peccato e sulla morte.
Dopo il lungo soggiorno ad Efeso Paolo di Tarso procedette per Tessalonica, in Macedonia, da dove scrisse la Seconda Lettera ai Corinzi. Quindi proseguì per Corinto dove rimase per circa tre mesi e da dove scrisse la sua Lettera ai Romani.
Anche in questa Lettera vi è un importante passaggio dove Paolo certifica la piena Divinità di Gesù Cristo: (9, 4-5):

Essi sono Israeliti, loro è l’adozione a figli, la gloria le alleanze, a loro è stata data la legge, il culto le promesse, i patriarchi, da loro proviene Cristo secondo la sua natura umana, egli che domina tutto è Dio, Benedetto nei secoli, amen.

Quindi Paolo di Tarso decide di rientrare in Asia passando per la Macedonia.
Da Neapolis (il porto di Filippi) s’imbarca per la Troade da dove poi raggiunge via mare Mileto. Da Mileto s’imbarca per il viaggio che lo porterà a Gerusalemme, dove verrà arrestato, con l’accusa di aver predicato contro la legge mosaica. In realtà Paolo di Tarso non aveva affatto predicato contro la legge, ma aveva predicato il Vangelo di Gesù Cristo, che non era venuto al mondo per abolire la legge, ma per completarla. In ogni caso Paolo fu imprigionato per circa due anni nella città di Cesarea. Durante il periodo in carcere vari giudei lo accusarono formalmente di fronte al governatore romano Felice, ma quest’ultimo non decise ne per una condanna ne per una immediata scarcerazione.
I governatori romani esitavano infatti a pronunciarsi sulle questioni religiose dimostrando invece una certa prudenza e moderazione. Anche il governatore successivo Porcio Festo (59-60 d.C.) attuò con prudenza evitando di condannare Paolo di Tarso. Ma Paolo, essendo cittadino romano, si appellò all’imperatore ed ottenne così di poter essere giudicato direttamente a Roma. Perché Paolo chiese di essere giudicato a Roma quando godeva di un certa benevolenza sia da parte di Porcio Festo che da parte del re Agrippa? Sicuramente in lui vi era ancora una potente fiamma evangelizzatrice, e voleva poter raggiungere Roma, la capitale dell’impero, in modo da poter espletare colà la sua missione finale.
Iniziò così il suo viaggio verso Roma, accompagnato dal suo discepolo Luca, autore successivo del Vangelo di Luca e degli Atti degli Apostoli, sotto la custodia di Giulio, probabilmente un incaricato di Porcio Festo. Il viaggio fu effettuato via mare toccando vari porti del Mediterraneo orientale quali Sidone, Mira, l’isola di Creta e l’isola di Malta. Quindi Siracusa, Reggio e Pozzuoli, da dove Paolo procedette via terra verso Roma.
Paolo rimase agli arresti domiciliari a Roma per circa due anni. Durante questo periodo scrisse altre lettere (Lettera ai Colossesi, Lettera agli Efesini, Lettera a Filemone).
La Lettera ai Colossesi è importante perché vi è un passaggio dove ancora una volta Paolo attesta la piena Divinità di Gesù Cristo (2, 9):

È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità

Paolo afferma che in Cristo si ha “tutta la pienezza della divinità” (1), cioè l'Essenza divina. Per Paolo di Tarso Gesù Cristo è Dio.
Egli, in quanto Persona, si distingue dal Padre per la relazione che ha con il Padre essendo lui il Figlio Unigenito, ma una sola è l'Essenza. Tutta la pienezza della divinità “abita corporalmente” in lui, cioè non per via di semplice azione della divinità su di un corpo umano, ma per l'unione ipostatica delle due nature, quella divina e quella umana. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
Quando Paolo fu rilasciato, presumibilmente nel 62 d.C., iniziò un periodo di predicazione a Roma, durante il quale scrisse altre lettere (Prima Lettera a Timoteo, Lettera a Tito, Seconda Lettera a Timoteo).
Nella Prima Lettera a Timoteo vi è un altro passaggio importante (2), dove Paolo sottolinea ancora una volta la Divinità di Gesù Cristo (3, 16)

Senza alcun dubbio, infatti, è grande il mistero della pietà:
Dio si è manifestato nella carne
Fu giustificato nello spirito
Apparve agli angeli
Fu predicato alle nazioni
Fu creduto nel mondo
Fu assunto nella gloria


Durante il periodo passato a Roma, Paolo di Tarso continuò a predicare il Vangelo, e in special modo la Divinità di Gesù Cristo, e la sua morte in croce con il fine salvìfico di togliere il peccato del mondo. Vediamo a tale proposito un passaggio Lettera ai Galati, nella quale ci sono riferimenti all’azione salvifica di Gesù (1, 3-5):

grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Naturalmente Paolo continuava anche a divulgare la gloriosa Risurrezione di Gesù Cristo dai morti, vediamo a tale proposito due passaggi delle sue Lettere:

Prima Lettera ai Corinzi (15, 12-14):
Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.

Lettera ai Romani (6, 9-10):
sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio.

Sotto l’impero di Nerone i cristiani furono perseguiti duramente, in quanto non riconoscevano la “divinità” dell’imperatore e predicavano il Vangelo di Cristo, affermando che solo la fede in lui e il pentimento dei propri peccati avrebbero portato alla salvezza e quindi alla vita eterna. Tutto ciò era in forte contraddizione con la religione e con la cultura romana, la quale vedeva l’essere umano come un semplice animale sviluppato e non un essere sacro, al centro del progetto divino.
La credenza cristiana era pertanto vista come ostile alla cultura e alle tradizioni romane. Chi non sacrificava al genio dell’imperatore, era visto come sedizioso e ribelle in quanto detti sacrifici propiziavano anche le vittorie militari. I cristiani erano così visti come scomodi, a volte pericolosi e contrari al costume e alla morale romana. Fu in questo periodo che Paolo fu sentenziato alla pena capitale. Ovviamente Paolo di Tarso fu fedele fino all’ultimo ai precetti di Gesù Cristo, dimostrando con l’estremo sacrificio l’assoluta veridicità e affidabilità dei suoi insegnamenti.
Abbiamo varie fonti storiche (3) del suo martirio, avvenuto probabilmente nel 67 d.C., vediamone alcune:

Lettera di Ignazio di Antiochia agli Efesini (110 AD)
XII. So chi sono e a chi scrivo. Io sono un condannato, voi avete ottenuto misericordia. Io in pericolo, voi al sicuro. Voi siete la strada per quelli che s'innalzano a Dio. Gli iniziati di Paolo che si è santificato, ha reso testimonianza ed è degno di essere chiamato beato. Possa io stare sulle sue orme per raggiungere Dio; in un'intera sua lettera si ricorda di voi in Gesù Cristo.

Lettera ai Romani di Dionigi, vescovo di Corinto (166-174 AD), in Eusebio di Cesarea - Storia Ecclesiastica 25-8
“Con una tale ammonizione voi avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacchè entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo”

Tertulliano –Prescrizione contro le eresie (200 AD)
Come felice è la sua chiesa, su cui gli apostoli riversano tutta la loro dottrina insieme con il loro sangue! Dove Pietro subisce la passione come il suo Signore! Dove Paolo vince la corona in una morte simile a quella di Giovanni, dove l'apostolo Giovanni fu immerso, illeso, in olio bollente, e quindi rimandato in esilio nella sua isola! Vedete ciò che ha imparato, ciò che ha insegnato, e quello che ha avuto comunione con le nostre chiese in Africa!

Lattanzio, De Mortibus Persecutorum (318 AD)
I suoi apostoli erano allora undici di numero, al quale sono stati aggiunti Mattia, al posto del traditore Giuda, e poi Paolo. Poi si dispersero per tutta la terra a predicare il Vangelo, come il Signore loro Maestro gli aveva ordinato; e durante venticinque anni, e fino all'inizio del regno di Nerone, si occuparono di gettare le fondamenta della Chiesa in ogni provincia e città. E mentre Nerone regnava, l'apostolo Pietro è venuto a Roma, e, attraverso la potenza di Dio che gli fu affidata, fece certi miracoli e, convertendo molti alla vera religione, costruì un tempio fedele e saldo al Signore. Quando Nerone sentì parlare di queste cose, e osservò che non solo a Roma, ma in ogni altro luogo, una grande moltitudine di persone abbandonava ogni giorno il culto degli idoli, e, condannando le loro vecchie abitudini, si avvicinava alla nuova religione, lui, un esecrabile e pernicioso tiranno, decise di radere al suolo il tempio celeste e distruggere la vera fede. Fu lui che per primo ha perseguitato i servi di Dio; lui ha crocifisso Pietro e ha fatto uccidere Paolo.

L’opera di evangelizzazione del mondo ellenico è continuata, in particolare con altri tre Apostoli del Signore. Contemporaneamente a Paolo di Tarso, anche Andrea divulgò la Parola del Signore nel mondo ellenistico. Secondo Eusebio di Cesarea, Andrea predicò in Asia Minore, Scizia, e fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (il secondo vescovo fu Stachys a partire dal 38 d.C.). Andrea fu quindi martirizzato a Patrasso, (provincia greca dell’Acaia), nel 60 d.C.
Il terzo Apostolo del Signore che predicò nel mondo ellenistico fu Filippo. Secondo Policrate di Efeso, che fu vescovo dell’omonima città ellenistica sul finire del secondo secolo, Filippo predicò a lungo in Frigia, morendo a Gerapoli nell’anno 80 d.C.
Il quarto Apostolo del Signore che predicò nel mondo ellenistico fu Giovanni, autore del quarto Vangelo, di tre Lettere e dell’Apocalisse.
Gli scritti di Giovanni sono stati immensamente importanti per la diffusione del Cristianesimo. Giovanni si inserisce in modo diretto nel substrato ellenistico ma anche in quello prettamente asiatico, dominato dal dualismo tra luce e tenebre, tra verità e falsità e riporta alcuni detti di Gesù Cristo che toccano i cuori di quelle popolazioni.
Come abbiamo visto la piena Divinità di Gesù Cristo era già stata divulgata fin dagli anni immediatamente successivi alla Resurrezione di Gesù da Paolo di Tarso, ma Giovanni introduce un concetto nuovo: il Logos, il Verbo di Dio, si è incarnato in un essere umano. Inoltre Giovanni svela la Verità ultima: il “Logos è Dio”.
Dopo la morte di Giovanni il Cristianesimo è già abbastanza radicato in Grecia e nel mondo ellenistico. Importante fu l’opera di Ignazio di Antiochia (35-107 d.C.), che dopo essere stato imprigionato e inviato a Roma scrisse sette lettere con le quali divulgava il Vangelo. L’opera evangelizzatrice di Giovanni fu continuata da Policarpo di Smirme (69-155 d.C.), il quale ci ha lasciato una Lettera ai Filippesi. Policarpo fu martirizzato nel 155 d.C. per essersi rifiutato di sacrificare all’imperatore.
Ma nel secondo secolo dopo Cristo la fede cristiana era già diffusa nel cuore della Grecia e anche in tutto il mondo ellenistico. Uno dei primi apologisti cristiani greci fu Atenagora di Atene (133-190 d.C.). Nella sua opera principale, Supplica intorno ai cristiani (177 d.C.), Atenagora cercò di divulgare la credenza cristiana rivolgendosi agli imperatori Marco Aurelio e Lucio Aurelio Commodo, e tentò di difendere il Cristianesimo da false accuse di ateismo (chi non adorava gli dei pagani era accusato di ateismo), incesto (l’amore fraterno era visto a volte dai romani come incesto), e cannibalismo, (il rito dell’eucarestia era a volte scambiato per cannibalismo). Inoltre, in alcuni passaggi di quest’opera Atenagora ribadisce il fondamento del credo cristiano, la fede in Gesù Cristo, e addirittura individua la Trinità, nominando il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Vediamo il passaggio corrispondente della Supplica intorno ai cristiani, Prologo del capo X:

Non siamo atei, perchè affermiamo un Dio unico e perfetto. Inoltre noi riconosciamo il Figlio di Dio, il suo Verbo, per cui il Padre ha fatto ogni cosa, e lo Spirito Santo, emanazione di Dio. Ammettiamo ancora una moltitudine di angeli e ministri di Dio.

Sul finire del secondo secolo l’opera evangelizzatrice di Paolo di Tarso, iniziata circa 160 anni prima, aveva dato molti frutti e continuava ad espandersi. Altri apologisti ed autori cristiani continuarono a diffondere il Vangelo, che lentamente si stava affermando tra le persone umili, tra gli ultimi, nell’intimità del popolo greco ed ellenistico e in tutto l’impero.


Note:

1-Textus Receptus in greco: ὅτι ἐν αὐτῷ κατοικεῖ πᾶν τὸ πλήρωμα τῆς θεότητος σωματικῶς - che tradotto nella King James del 1611 è: “For in him dwelleth all the fulness of the Godhead bodily”. O nella Reina Valera in spagnolo è: “Porque en el habita corporalmente toda la plenitud de la Deidad”. E in italiano: “È in lui che dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”.

2-Textus Receptus, King James, Reina Valera

3- Vi sono poi altre fonti sul martirio di Paolo, come la Lettera ai Filippesi di Policarpo e la Storia Ecclesiastica Eusebio di Cesarea, Libro II cap. 25 5-7
Documento inserito il: 12/01/2016

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