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Quelli con la valigia di cartone [ di Rosa Ventrella ]

Sono sempre i migranti a creare nuove nazioni e nuovi destini, intrecciando il vecchio e il nuovo, il conosciuto e l’ignoto in storie e vite nuove. La storia delle tante migrazioni del popolo italiano ce lo insegna. Straordinario fu l’esodo seguito proprio all’unificazione del Paese.

Subito dopo l’unificazione nazionale le migrazioni all’estero rappresentano un fenomeno caratteristico dell’evoluzione demografica, economica e sociale del Paese; la drastica riduzione delle opportunità lavorative( causate da uno squilibrio fra crescita demografica e sviluppo economico), le tensioni sociali scatenate dal nuovo assetto politico- istituzionale del Regno unito ( si pensi al brigantaggio, per esempio), la miseria diffusa, creano le condizioni per un grande esodo di massa.
Le trasformazioni delle strutture produttive poi creano la scomparsa di vecchie professioni e un eccesso di manodopera.
Nel 1876, sotto la direzione di Luigi Bodio, si cominciano a rilevare ufficialmente i dati; in circa un ventennio ( dai primi anni Ottanta fino al primo conflitto mondiale), si stimano circa otto milioni di espatri.
Il fenomeno, quindi, assume dimensioni notevoli che richiedono, ai primi del Novecento, l’istituzione di un Commissariato Generale delle emigrazioni, con lo scopo di regolare i flussi e tutelare gli emigranti da eventuali soprusi.
Gli interventi delle Stato tuttavia non sono molti: la sola legge varata dal Parlamento nel 1888 si limita a sancire quasi esclusivamente norme comportamentali, affidando alla polizia il controllo, al fine di arginare gli abusi molteplici, ad opera di chi si occupa di reclutare manodopera a basso costo.
Fino a questo momento l’emigrante viene considerato un soggetto pericoloso; il controllo dei suoi movimenti rientra in una normativa poliziesca di gestione dell’ordine pubblico. Ora la legge almeno riconosce la libertà di emigrare!

Mamma mia dammi cento lire!
Soprattutto nelle zone più povere del Paese agiscono gli “agenti di emigrazione”, privati cittadini che lavorano per conto dei Paesi stranieri che hanno bisogno di operai.
Gli agenti spingono i contadini a partire, promettendo poco lavoro e molti guadagni; sono loro ad occuparsi, poi, quasi sempre, delle pratiche necessarie per partire, anche perché i contadini analfabeti non sono in grado.
Dopo viaggi lunghi ed estenuanti, durante i quali è facile ammalarsi e spesso morire, gli emigrati giungono nella terra straniera dove non c’è alcuna organizzazione ad assisterli.
Basta leggere alcune pagine del romanzo scritto da E. Edmondo de Amicis nel 1884, “Sull’Oceano” ( il diario di bordo della traversata oceanica da Genova all’Argentina compiuta dall’autore), per avere un quadro preciso del mondo che emigra: contadini del Mantovano, mondatori di riso della bassa Lombardia, bifolchi della Basilicata, anche piccoli proprietari terrieri, ridotti, dal peso delle imposte, ad una condizione più infelice di quella dei proletari. La povertà si manifesta nell’ aspetto macilento dei passeggeri, ai quali le privazioni avevano strappato la carne!
La testimonianza lasciata dai protagonisti del viaggio di speranza è drammaticamente rappresentativa di un sentire comune nell’Italia post- unitaria: la consapevolezza dello scacco tra le aspettative e le speranze nutrite nell’unificazione nazionale e l’acquisita consapevolezza del loro fallimento. Lo Stato chiede dei sacrifici al popolo ma non dà nulla in cambio. Si emigra per mangiare, per sopravvivere.
Fra il 1876 e il 1885 la meta principale degli emigranti sembra essere l’Europa centrale; qui si dirigono soprattutto gli emigranti del Nord, con una specializzazione professionale e migliori opportunità di lavoro.
Dal 1885 assumono un ruolo maggiore le destinazioni transoceaniche: Brasile, Argentina e Stati Uniti ed è qui che l’emigrazione diventa più stabile, con pochi rimpatri. Sono soprattutto gli emigranti del Sud e delle campagne del Nord- est a scegliere queste mete. Questi Paesi attraggono manodopera perché scarsamente abitati; in Brasile invece la soppressione della schiavitù nel 1888 obbliga i possidenti a colmare il vuoto di forza-lavoro.
I primi emigranti italiani vengono impiegati per lo più nella costruzione di strade e di ferrovie, in fabbrica o in miniera. Negli Stati Uniti si concentrano soprattutto nelle grandi città del Nord-est; in Argentina intervengono nella lavorazione e poi nella colonizzazione delle terre.
Numeroso, anche se meno noto, l’esodo verso il Magreb, particolarmente in Tunisia, dove tra fine Ottocento e primi del Novecento si riversano numerosi braccianti agricoli del sud Italia. Si stabiliscono alla Goletta, a Susa, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa; nel 1911 la presenza italiana si stima in 11.000 unità. Alla Goletta e a Tunisi si formano popolosi quartieri, chiamati “ Piccola Sicilia” o “ Piccola Calabria”; si aprono scuole, istituti religiosi, orfanotrofi, ospedali italiani.
Si sa di vari episodi di naufragi , di perdite di vite umane nell’attraversamento del canale di Sicilia su mezzi di fortuna: la storia si ripete nelle sue tristi dinamiche e negli effetti!

Geografia dell'emigrazione
Dati sull’emigrazione per regione:

Regioni del Regno: emigrazione dal 1887 al 1900
Piemonte 27.447
Liguria 4.325
Lombardia 21.660
Veneto 98.107
Emilia 11.866
Toscana 13.764
Marche 4.621
Umbria 608
Lazio 1.104
Abruzzo-Molise 14.320
Campania 29.405
Puglia 3.106
Basilicata 9.245
Calabria 15.355
Sicilia 14.596
Sardegna 501
Totale nel Regno 267.670

Regioni del Regno: emigrazione dal 1901 al 1909
Piemonte 55.076
Liguria 6.793
Lombardia 50.178
Veneto 98.765
Emilia 33.209
Toscana 30.700
Marche 21.907
Umbria 9.824
Lazio 12.273
Abruzzo-Molise 48.744
Campania 70.766
Puglia 20.906
Basilicata 14.460
Calabria 43.297
Sicilia 75.265
Sardegna 5.101
Totale nel Regno 597.246

Quasi tutte le regioni contribuiscono ai grandi esodi, ma appaiono maggiormente penalizzate da una politica economica squilibrata, che non tiene conto delle economie locali, quelle del sud e in particolare del nord-est. Queste zone infatti vengono utilizzate come serbatoio di manodopera, utile per calmierare i salari dei lavoratori delle zone più “ spinte” sulla via dello sviluppo.
Molteplici sono gli effetti negativi del processo di piemontesizzazione forzata, avviato dopo l’unificazione: distribuzione del debito del Piemonte tra i territori annessi, vendita dei beni privati dei Borbone e degli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due Sicilie. Tutte le spese per la “liberazione” e per i lavori pubblici vengono addebitate alle regioni “liberate”.
A ciò si aggiunge un incremento notevole di tasse, soprattutto nel Sud, abituato ad avere un sistema fiscale tutto sommato abbastanza mite e razionale( si parla di aumento di oltre il 30%).

I rapporti con la questione agraria
Gli emigranti sono quindi, nella maggior parte dei casi, gli esclusi dal processo di industrializzazione, che si concentra per lo più nel nord-ovest della penisola.
Sono questi, infatti, gli anni in cui cambiano volto le figure agricole: ci si avvia verso la proletarizzazione, l’introduzione di nuove tecniche e nuovi mezzi per la produzione agraria, fenomeni questi che portano ad un crescente aumento del numero dei braccianti( manodopera agricola utilizzata all’occorrenza o per lavori stagionali).
Costretti a spostarsi a nord da una cascina all’altra, non radicati in un’unica realtà lavorativa, stabile e duratura, si sentono sempre più lontani dal loro conduttore, con il quale un tempo, c’era quasi una sorta di legame paternalistico, e condividono invece il senso di una comunanza di destini con gli altri braccianti.
L’emigrazione è quindi una vera e propria valvola di sfogo a questa crisi agraria. Sembra incomprensibile come i nostri contadini scelgano di partire verso terre lontane quando in patria ci sono ancora molti terreni incolti; in realtà le Americhe e l’Australia offrono a poco prezzo terre sterminate e fertili, che si lasciano subito sfruttare, mentre in Italia i contadini dovrebbero lottare contro terre incolte o infestate dalla malaria.
A ciò si aggiunge la piaga devastante della pellagra, conseguenza anch’essa dei profondi mutamenti strutturali che investono le campagne, soprattutto del nord, come già detto. Il regime alimentare delle classi agricole si riduce ad un uso quasi esclusivo di mais, coltura questa che si inserisce bene nelle rotazioni agrarie, non ha bisogno di trattamenti particolari, viene largamente usata come salario in natura. Si impoverisce notevolmente quindi l’apporto di altri alimenti e soprattutto di vitamine essenziali per l’organismo( il mais è poverissimo in particolare di vitamina PP).
Le zone più colpite dalla malattia sono la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna; la geografia di diffusione della pellagra segue la geografia di diffusione della coltura maidica. Le classi più esposte sono quelle dei contadini avventizi, dei braccianti, oltre che figure che vivono ai margini della società, in condizioni di assoluta povertà.
I sintomi della pellagra sono devastanti: alterazioni cutanee, soprattutto su mani, viso e collo, desquamazioni, dimagrimento, forti squilibri nervosi e mentali, fase quest’ultima in cui la malattia diventa incurabile.
Un’inchiesta svolta dalla Direzione dell’Agricoltura del Regno Unito, nel 1881, rivela la presenza di 104.067 casi di pellagrosi, con il 56% dei casi in Veneto, nonostante si tratti di una delle regioni dove l’agricoltura subisce un forte impulso verso la modernizzazione. Questo rivela gli enormi contrasti che caratterizzano la società italiana di fine Ottocento: lì dove si sviluppano nuove tecniche agricole, sorgono aziende agrarie di tipo capitalistico si muore di denutrizione!
Le autorità non riconoscono da subito le cause della malattia, che viene fatta risalire all’uso di mais marcio o mal cotto; ci si limita ad aumentare il numero di ricoveri per i “pazzi” pellagrosi!
E’ da questa realtà devastante che si fugge; in molti casi la fuga si conclude con la morte prima dell’arrivo, perché il morbo ha già intaccato i fragili corpi denutriti e piegati dalle fatiche!

Condizioni degli emigranti
Si ripete, per quei fortunati che approdano, la stessa sorte di sfruttamento, emarginazione, umiliazione che accomuna i fuggiaschi di tutti i tempi.
Anche gli emigranti italiani di un secolo fa subiscono il medesimo destino: spesso raggirati e truffati dai loro stessi concittadini, altre volte invece vittime di veri e propri episodi di xenofobia.
Alcuni dei casi più significativi: quello di Aigues Mortes, in Francia, dove nel 1893 una cinquantina di italiani vengono linciati a causa della loro disponibilità ad accettare paghe più basse o l’episodio di New Orleans, che vede il linciaggio di 11 italiani, nel 1901, con l’accusa di appartenere alla mafia.
Più famosa la storia dei due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, condannati a morte e uccisi sulla sedia elettrica, nel 1927, nonostante la presenza di prove schiaccianti che li scagionavano.
A questo si uniscono atti discriminatori, come quello adottato, nel 1917, negli Stati Uniti, che impone un controllo sull’emigrazione indiscriminata straniera, vietando l’ingresso agli italiani analfabeti( gli emigranti sono sottoposti a dei test una volta approdati in America).
Con il tempo si diffondono anche gli stereotipi dell’italiano violento(“ il popolo dello stiletto”) o malavitoso( “ mafioso”), ma prima ancora viene a lungo lanciata l’accusa che si tratti di una “ etnia arretrata”, incline al degrado igienico e morale: lo attestano le cronache giornalistiche dell’epoca, che periodicamente denunciano le pessime condizioni igienico-sanitarie dei quartieri italiani.
Gli italiani vengono anche accusati di essere i principali protagonisti della cosiddetta “ tratta delle bianche”: veri e propri “ traffici umani” che vedono come vittime bambini innocenti, venduti a padroni e costretti a mendicare o spesso ceduti poi a girovaghi o a tenutari di bordelli; in molti casi accompagnano i cantastorie ambulanti come suonatori di organetto.
A queste forme di umiliazione si aggiungono le grandi difficoltà di integrazione: difficoltà linguistiche, di integrazione sociale difficoltà nel trovare lavoro, mancato inserimento sociale. Questo processo poi non viene affatto facilitato dal fatto che gli emigranti italiani frequentino quasi esclusivamente loro concittadini, per buona percentuale proveniente anche dallo stesso paese. Si determina così una chiusura verso il paese ospitante, che lascia ancorati gli emigranti all’uso della loro lingua d’origine, il dialetto quindi.
C’è spesso un rifiuto a cercare qualsiasi forma di integrazione in una società ritenuta diversa, troppo moderna, ostile o anche perché così facendo si teme di tradire la propria identità culturale.
L’America, per esempio, ancora oggi, è piena di città dove si ritrova l’Italia di cento- centocinquanta anni fa, e dove si è conservata, integra, un’identità che forse noi non abbiamo più.
C’è per esempio una strada di East Harlem, dove un tempo abitavano i più noti italoamericani( tra cui Fiorello la Guardia, divenuto poi uno dei più amati sindaci di New York), dove c’è un santuario che celebra l’immagine di una Madonna proveniente da Polla( in Campania), un paese che a fine Ottocento si era quasi totalmente trasferito in America. Quella Madonna era diventata un punto di riferimento per tutti gli italiani della zona.
Oggi, a distanza, di un secolo, gli italiani si sono trasferiti in quartieri più eleganti ma, in luglio, in occasione della festa della Madonna, tornano tutti lì, a seguire una straordinaria processione, che, nel frattempo, si è contaminata con elementi caraibici, un mirabile esempio di integrazione culturale.
Il legame con le proprie tradizioni rimane quindi molto forte, anzi si rafforza proprio perché diventa una forma di difesa identitaria in un paese straniero.
Dalle lettere inviate in patria dagli emigranti emerge il dramma della nostalgia che attanaglia chi è lontano.
Si rimane all’estero per necessità di tipo economico, pensando continuamente al rientro in patria. La consapevolezza poi del ritorno alleggerisce le pene della lontananza; il ricordo di tutto ciò che è legato alle proprie origini permette di trovare un po’ di serenità. Il rientro in patria viene vissuto spesso come un dovere per ristabilire il contatto con le proprie radici. La visita ai luoghi dell’infanzia, agli amici, alla casa natia, sono le tappe obbligate che rappresentano per l’emigrante la possibilità di ricongiungersi con il proprio mondo interiore.

L’imprenditoria italiana all’estero
Nei paesi ospitanti l’imprenditoria dell’immigrazione italiana dà i suoi frutti: sorge prevalentemente intorno alla cucina etnica e si allarga ad altri settori; si tratta di quella che è stata definita una economia italiana “ parallela”, inizialmente centrata sul “ mangiare italiano”, si rafforza mettendo radici anche in altri settori, come, per esempio quello della musica( gli italiani si rivelano abili musicisti di fisarmonica, chitarra, zampogna, organetto, specializzandosi, oltre che nell’esecuzione musicale anche nella costruzione di strumenti musicali).
Tale economia non muta però i suoi tratti peculiari: forte presa dei legami familiari e comunitari, controllo del mercato del lavoro tramite catene di reclutamento mantenute all’interno della rete di parenti, amici e paesani, diffuso ricorso alle relazioni parentali sia per ampliare la rete commerciale che per rispondere al bisogno di finanziamenti; dominante è quindi il ruolo dell’impresa familiare o, al limite, creata tra compaesani.
Il ricordo della propria terra-madre accompagna costantemente l’emigrante, una terra rimasta senza i suoi figli, una terra che non dà più da sfamare “ Non c’è più cibo qui per loro, e mesta la terra e freddo è il cielo”. Così i suoi figli sono costretti a fuggire verso terre lontane e anche loro, un secolo prima, anticipando i “ vu cumprà” dei nostri giorni, ad aggirarsi per le strade, giorno e notte, al grido “ Will you buy”( “…per terre ignote con un grido straniero in bocca”).
Documento inserito il: 04/01/2015
  • TAG: unità italia, emigranti, valigia cartone, america, evoluzione demografica, riduzione lavoro, economia, tensioni sociali, geografia emigrazione, questione agraria, condizioni emigranti, imprenditoria italiana estero

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