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Vita e morte nell’Italia di fine Ottocento [ di Rosa Ventrella ]

Natalità e mortalità
Nell’Ottocento si verifica un generale aumento della popolazione italiana, dovuto soprattutto al calo della mortalità, nonostante questa si mantenga ancora molto elevata soprattutto per la forte incidenza delle malattie infettive e parassitarie, come morbillo e scarlattina, e del sistema respiratorio e digerente. Si passa dai 25.017.000 abitanti al momento dell’unificazione nazionale ai 34.671.000 nel 1911, con un incremento annuo oscillante tra lo 0.6 e lo 0.8.
Le malattie infettive, nell’ultimo ventennio del XIX secolo, provocano da un terzo ad un quinto delle morti. Molto alti sono inoltre i costi in termini di vite umane della tubercolosi, che provoca numerosi decessi ancora ai primi del Novecento.
Maggiori cause di decessi sono comunque le malattie bronco- polmonari e gastro- enteriche. Si intende che vi è una notevole differenza tra il nord e il sud del Paese, per cui il picco di mortalità raggiunge punte massime nell’Italia settentrionale nel periodo invernale, a causa di malattie alle vie respiratorie, nell’Italia meridionale in estate, quando le temperature elevate provocano un più rapido deterioramento del cibo e quindi maggiore incidenza di malattie dell’apparato digerente.
Se la mortalità si mantiene, però, molto elevata fino ai primi anni Ottanta dell’Ottocento, comincia poi a decrescere, attestandosi al di sotto del 30% e intorno al 20% ai primi del Novecento. Per cui, nonostante il crescente calo della natalità, nello stesso arco di tempo, l’incremento della popolazione italiana è notevole, grazie al calo del numero dei morti all’anno. La mortalità è più alta, comunque nelle regioni del Sud, ma se si prendono in esame i dati sulla mortalità infantile la situazione cambia e le regioni più colpite diventano Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.
La ragione di questa contraddizione va ricercata in una concomitanza di diversi fattori, tra cui quello climatico, come già detto, svolge un ruolo determinante, tant’è che in generale, nelle regioni settentrionali, il picco di mortalità infantile si ha in febbraio, quando il freddo pungente facilita l’insorgere di malattie respiratorie, tanto più deleterie per dei bambini piccoli
. Dal 1861 al 1870 per ogni mille bambini nati vivi se ne hanno ben 224 morti entro il primo anno di vita, scesi a 214 nel periodo 1871- 1880.
Il rischio di morte è quindi altissimo nel primo anno di vita. Dopo il parto il periodo più pericoloso sembrerebbe essere quello tra il quarto e il nono mese, momento in cui, per la crescita di un bambino, subentrano fattori importanti come le condizioni igieniche e l’allattamento.
Entro il mese di vita, principali cause di morte sono l’astrofia infantile, l’anemia o problemi nella crescita del neonato, mentre fino a due anni sono soprattutto le malattie gastro- enteriche e quelle bronco- polmonari ancora una volta a mietere vittime.
Man mano che i piccoli crescono, dopo il secondo anno di vita, incidono fortemente le malattie infettive: vaiolo, morbillo, scarlattina, difterite sono spesso mortali.
Molti studiosi hanno cercato di trovare un collegamento tra abitudini di allattamento e mortalità infantile.
È opinione diffusa che i bambini non allattati siano più esposti a causa di morte.
Dati statistici rivelano come l’allattamento sia più frequente, a fine Ottocento, nelle regioni meridionali e nei comuni rurali più che in quelli urbani.
Magari questo può avere un collegamento con la minore incidenza della mortalità infantile proprio nel sud.

L’infanzia abbandonata
Certamente una delle principali cause di morti premature risiede nell’alta incidenza dell’abbandono dell’infanzia. Nonostante ospizi e strutture di beneficenza fossero presenti sin dal tardo Medioevo, è dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento che il fenomeno assume dimensioni enormi.
Le cause di questo vertiginoso aumento delle esposizioni non sono del tutto chiare. Da una parte c’è sicuramente l’accresciuta pressione demografica rispetto alle risorse disponibili; dall’altra l’aumento dei maschi celibi( soprattutto militari) e quindi il proliferare di più rapporti occasionali; in ultimo non si può dimenticare il ruolo trainante che il sistema stesso della ruota svolge. Si sa che esiste e questo spinge a usarlo, tant’è vero che, per esempio, in Sardegna, dove nell’Ottocento troviamo il numero minore di ruote, la percentuale di esposizioni è la più bassa in rapporto ai nati.
I bambini vengono lasciati in assoluto anonimato, introdotti, all’ingresso del brefotrofio, in un congegno girevole dotato di culla, che garantisce l’ingresso della creatura all’interno dell’edificio, senza che il consegnatario venga visto. Una volta depositato il bambino, deve solo suonare un campanello per avvisare e poi può scappare.
Qui vengono accolti da un commesso, un “ baliere”, che conduce i piccoli nel baliatico, dove vengono nutriti e, il giorno dopo, fatti battezzare, se non si trovano segni dell’avvenuto sacramento.
Non vi è differenza alcuna di trattamento tra bambini illegittimi e legittimi partoriti magari all’interno della struttura che poteva ospitare anche un ospizio per le partorienti.
Per il riconoscimento viene applicato al collo dei bambini un nastro di seta, entro cui gira infilata una medaglia di piombo, che ha impresso, da un lato, l’anno dell’esposizione, dall’altro, il numero progressivo del bambino raccolto.
Nel baliatico i neonati vengono allattati dalle balie. Anche questa abitudine contribuisce a diffondere parecchie malattie infettive. Succede spesso che le balie vengano trattenute nel brefotrofio per una settimana intera, ricevendo il vitto, ma non la paga; viene data loro anche la possibilità di scegliere un bimbo da portare con sé a casa in balia e da allevare, senza doversi così più spostare dalla propria abitazione all’ospizio.
Nel frattempo sono sorvegliate a domicilio e visitate dalle “ mammane” e dai medici dell’ospizio.
Le balie esterne ricevono un salario più basso delle “ interne”, in più viene loro consegnato un corredino per il bimbo preso in consegna: una fascia, un drappo di lana bianco, un telo, un paio di scarpe, da utilizzare per la durata dell’allevamento del neonato, che è di circa un anno.
Alla fine dell’Ottocento il sistema della ruota viene progressivamente eliminato; a partire dal 1903, inoltre, è richiesto pure, all’atto di consegna del neonato, un certificato che notifichi che la madre non sia affetta da sifilide, una delle malattie a cui nei brefotrofi si è più esposti, e abbia quindi contagiato il piccolo.
Questi infatti sono ambienti nei quali i casi di morte infantile sono elevatissimi. Le cause sono diverse: il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e, spesso, è anche per via di una crudele legge di selezione, che porta ad abbandonare i bambini più deboli, gli handicappati, i più infelici, già per loro sventura predisposti a morti premature.
In molti casi questi bambini sono frutto di nascite illegittime, di rapporti che si consumano fuori dal matrimonio, di gravidanze premature, di atti incestuosi. Sono macchiati e condannati per un peccato che non hanno commesso ma per cui pagheranno per tutta la loro vita. In altri casi, invece, si tratta di nascite legittime, ma le famiglie vivono in condizioni tali di indigenza e povertà da non potersi permettere di allevare un altro figlio o di prendersi cura di un bambino malato o con problemi fisici e mentali gravi. Il loro destino è così l’abbandono che spesso si conclude con la morte precoce, anche perché le condizioni, come già detto, nei brefotrofi sono molto precarie.
Accade spesso poi che , la morte per parto della madre, conduca il padre a decidere di abbandonare il piccolo al momento della nascita. In questo caso la morte sopraggiunge spesso rapida perché si tratta di bambini consegnati appena nati!
In alcuni casi accade, fortunatamente, che dopo qualche tempo i genitori desiderino riprendere il bimbo con sé. Altre volte sono coppie che si impegnano a riconoscere i bambini accolti come figli legittimi. Si tratta dell’unica speranza di vita normale per questi piccoli, anche se a volte la richiesta arriva per bambini oramai troppo grandi, che non dimenticheranno mai, comunque, la terribile esperienza del brefotrofio.
Questi genitori “adottivi” si impegnano a rispettare alcuni oneri; se si tratta di una bambina, per esempio, devono mantenerla, vestirla ed educarla nella religione cattolica, istruirla nei mestieri, non renderla più all’ospizio salvo in cui venisse riconosciuta e richiesta dai suoi legittimi genitori, fornirle un conveniente corredo dotale nel caso dovesse maritarsi.


Nell'immagine, la storica "ruota degli esposti" della Santa Casa dell'Annunziata, nella quale venivano abbandonati i figli che le madri non erano in grado di accudire, oppure perchè frutto di rapporti illegittimi.
Documento inserito il: 03/01/2015
  • TAG: vita, morte, italia ottocentesca, calo mortalità, malattie infettive, infanzia abbandonata, adozioni, religione cattolica

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