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Non solo brigantaggio: I moti de 'la boje' e il grido dei contadini [ di Rosa Ventrella ]

Le novità che irrompono nelle campagne italiane, soprattutto del nord, tra fine Ottocento e inizi del nuovo secolo sono evidenti sia sul piano tecnico- produttivo sia sul piano dei rapporti sociali e contrattuali.
Nuovi mezzi meccanici per la lavorazione del terreno e per la raccolta dei prodotti, nuovi concimi e antiparassitari per difendere le colture si diffondo nelle campagne lombarde, venete, emiliane, superando ostacoli che sembravano insormontabili, come la diffidenza dei contadini e le loro tradizioni. Basti pensare che la comparsa della trebbiatrice a vapore a fine Ottocento provoca molte reazioni ostili tra i braccianti del Cremonese e del Mantovano, per esempio, sia per l’irrompere di attrezzi sino ad allora sconosciuti, e quindi accolti con reticenza, sia, e soprattutto nel caso dei braccianti, perché viene a mancare una consistente parte di lavoro prima compiuto manualmente.
Il fenomeno più rilevante verificatosi in questi anni è quello della crescente proletarizzazione agraria.
I proprietari terrieri, già in crisi per il crollo dei prezzi sul mercato, non possono permettersi di continuare ad assumere, come già detto, contadini sotto il regime di compartecipazione o di remunerazione in natura e sfruttano manodopera, nella misura minima indispensabile, ricorrendo più spesso a lavoratori avventizi, pagati interamente in denaro e disposti ad offrire il lavoro delle loro braccia solo nei periodi di reale necessità, con contratti a breve termine.
L’altro cambiamento rilevante si ha nell’ambito delle colture, nelle quali si assiste a una riduzione nella produzione di cereali e a un aumento della superficie adibita a prato o a foraggiere. In alcune zone della Pianura Padana questo significa intensificare l’indirizzo zootecnico, con conseguente cambiamento dell’intero paesaggio agrario.
Mutano gli assetti fondiari e questo crea profonde lacerazioni anche nell’assetto sociale, mettendo in crisi l’antico paternalismo tra proprietari e lavoranti e creando delle fratture profonde in quel sistema di abitudini e tradizioni da generazioni radicate nelle famiglie contadine.
Se i rapporti non sono più continuativi, in molti casi questo significa vedere il proprietario come un semplice “padrone” dai cui soprusi è necessario tutelarsi.
Per non parlare delle conseguenze sociali provocate dall’introduzione delle macchine che, in alcune fasi del processo di coltivazione e lavorazione del prodotto, sostituendosi al lavoro dell’uomo, eliminano tutta una serie di rituali comunitari e legami solidaristici che legavano il lavoro alla vita e ai sentimenti dei contadini!
I ritmi lavorativi si sposavano con i ritmi della vita sociale, scandendo ogni giornata ed ogni stagione con le consuetudini e le credenze che ogni lavoro portava con sé.
Sono frammenti di vita che progressivamente, a partire da questo particolare momento storico, vengono a perdersi.
Non c’è più il tempo in cui il padrone assisteva il contadino, lo sorreggeva nelle annate di cattivo raccolto, lo aiutava e confortava nelle malattie e nelle avversità familiari.
Questo cambiamento sociale profondo è molto evidente soprattutto nella categoria dei braccianti, nei quali si assiste addirittura anche a un cambiamento nelle abitudini di vita e nelle relazioni sociali.
Il contadino salariato, infatti, sembra cambiato sia verso il padrone sia verso la proprietà: è meno rispettoso delle regole, facilmente si abbandona a comportamenti lascivi, a furti campestri, frequenta più spesso osterie ed è molto più svogliato al lavoro. Si rafforzano, di contro, i legami solidaristici tra braccianti, che devono tutelarsi dai padroni e dalla concorrenza degli altri contadini che cercano di assicurarsi qualche giornata di lavoro. Essi, pur se costretti a spostarsi da un villaggio all’altro e pur se non radicati in un’unica realtà lavorativa, stabile e duratura, mantengono saldo però lo spirito del lavoro di squadra, il senso di una comunanza di destini, che avvicina tutti e che spinge a lottare per gli stessi diritti, a contrattare i prezzi delle proprie prestazioni sulla base della consapevolezza delle proprie capacità lavorative. Con il passare del tempo legami prima spontanei, spinti dalla volontà di autotutelarsi, diventano legami sindacali e politici a partire dalle numerose associazioni di braccianti, che si costituiscono un po’ ovunque nella bassa padana dal 1883, anno di fondazione dell’Associazione Ravennate.
La crisi dilagante sfocia in veri e propri movimenti di rivolta che nascono proprio dall’aumentato senso di unione e solidarietà tra i lavoratori precari delle campagne.
A partire dal 1880 si verificano diversi episodi di protesta che confluiscono nei cosiddetti moti de “la boje”del 1884- 85, sviluppatisi nella fascia territoriale che si estende lungo il corso del Po, dal Polesine a Cremona.
La geografia dello sviluppo dei moti dimostra come questi rispondano alle pressioni e alle esigenze di due realtà differenti: quella delle cascine lombarde e dei luoghi dove la rottura dei precedenti contratti colonici aveva messo in crisi i vecchi rapporti paternalistici e quella del bracciantato della bassa pianura.
Una delle aree più tese è quella del Polesine, dove nel 1884 la drammaticità delle condizioni di vita dei braccianti, per i contraccolpi causati dall’inizio delle bonifiche, li porta ad unirsi in schiere di disperati che vanno in giro chiedendo pane e lavoro.
La tensione cresce all’avvicinarsi della mietitura del 1884, quando la pressione contro chi non partecipa al movimento arriva sino alla cacciata dai campi e allo scontro fisico. Comincia a diffondersi il grido che raggiungerà altre campagne, da quelle mantovane a quelle del basso Veneto: “la boje, la boje e de boto la va de sora”, (bolle, bolle e presto trabocca). La repressione delle forze dell’ordine si fa molto dura. Nel frattempo nel Mantovano si intensifica il lavoro di organizzazione dei lavoratori agrari. Sorgono due associazioni: la Società di Mutuo Soccorso tra i contadini di Mantova e l’Associazione Generale dei Lavoratori di Mantova. Dagli inizi del 1885 tutto il Mantovano è scosso da manifestazioni e scioperi che chiedono l’aumento delle tariffe al livello fissato dalle associazioni bracciantili; ben presto però le forze padronali organizzano la controffensiva per indebolire il movimento. Nonostante l’attacco dei padroni gli scioperi e i tumulti continuano a percorrere per tutto l’anno il Veronese, il Parmense, il Cremonese, anche se le battaglie più dure sono quelle portate avanti soprattutto dai braccianti, nella zona mantovana, che più di altri risentono delle conseguenze della crisi agraria. E’ indubbio che gran parte delle agitazioni è provocata dal clima di diffusione delle idee socialiste, che creano questa volontà di rivendicazione di classe.
La reazione delle forze dell’ordine è però repressiva; si pensa che eliminando i sobillatori si risolva il problema ma è necessario scardinare le ragioni della protesta, che risiedono essenzialmente nell’aumentata miseria e povertà.
La risposta dei padroni si fa più cruenta a partire dai primi del Novecento e continua per tutta l’età giolittiana.
L’area dove la reazione è più violenta è quella della bassa pianura padana, la patria della cascina, quindi, dove tutto sommato, le rivolte contadine sono state più moderate che nelle zone del Polesine e del Mantovano tutto.
Nell’area delle cascine molti residui del vecchio paternalismo agrario resistono. Le stesse compartecipazioni, cadute ormai in disuso con il crescere degli investimenti del conduttore, rimangono qui ancora in vita in quelle forme che riguardano il lavoro delle donne e di ragazzi.
C’è il permanere di un atteggiamento ambiguo sia dei conduttori sia dei lavoratori: per i primi la compartecipazione è ancora un mezzo di pressione e di controllo efficace sui lavoratori, per i secondi è una maniera per impiegare tutta la forza lavoro della famiglia e raggiungere un reddito necessario per sopravvivere.
Qui riescono a inserirsi con la figura di mediatori o come guide, i parroci e i militanti cattolici, che possono far presa sulla forte credenza religiosa dei contadini.
Molte leghe cattoliche si vanno affermando con forza, sempre più, dopo il 1904. Ci sono, in realtà, molte rivendicazioni che le leghe bianche condividono con quelle rosse, come il riconoscimento delle organizzazioni sindacali, la regolamentazione e il pagamento del lavoro delle donne e maggiori diritti in genere per i contadini tutti.
Numerosi sono, però, anche i punti di scontro, soprattutto sul tema delle compartecipazioni, poiché i socialisti vorrebbero un aumento della paga monetaria e l’eliminazione del salario in natura e delle stesse compartecipazioni.
I cattolici invece insistono sul loro mantenimento. Il fatto però che le leghe bianche siano disposte alla rottura con i mezzi legali, alle agitazioni, alle rivolte vere e proprie, rende molto difficile il mantenimento duraturo di un legame con il cattolicesimo tradizionale. Il sindacalismo di Miglioli diventa motivo di rottura con la Chiesa, soprattutto quando il conflitto sociale si va profilando sempre più come unica strada per risolvere i problemi agrari.
Un articolo di Miglioli, pubblicato nel 1912, con il titolo “Il patto colonico dell’alto Cremonese è concluso” inizia con queste parole:
(…) Chi è stato, come noi, in mezzo ad una agitazione dove ha profuso tutta l’anima in ogni momento e davanti a qualsiasi pericolo, ed ha quindi sentito il fascino di una folla che si riscuote e ha toccato con mano i vantaggi morali di questo risveglio di energie proletarie, anche se ha raggiunto la meta e si sofferma a termine della tappa, prova quasi la nostalgia della lotta per cui riprenderebbe volentieri il cammino”.
Fino alla vigilia del primo conflitto mondiale gli scioperi e le agitazioni si intensificano seguendo un ritmo altalenante, con periodi più acuti e periodi più tranquilli. Spesso le rivendicazioni delle leghe bianche si uniscono a quelle dei braccianti e allora sembra davvero che il grande popolo della terra si muova all’unisono.


Nell'immagine, una trebbiatrice a vapore di fine '800.
Documento inserito il: 02/01/2015
  • TAG: italia unita, campagne, evoluzione tecnica, produttività, rapporti sociali, contrattualità, agricoltura, allevamento, assetti fondiari, moti de la boje, patto colonico

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