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Il Grande Risveglio: religione, società e scienza dei Lumi in Nuova Inghilterra e Pennsylvania nel XVIII secolo

Davide Arecco


Un nuovo Sacro: Jonathan Edwards e la religiosità nelle colonie americane del Settecento

L’età dell’Illuminismo vide, nel mondo atlantico, una fervente stagione di riformatori religiosi. In Inghilterra il maggiore fu, senz’altro, come ricordato da Salvatore Rotta, John Wesley (1703-1791), teologo anglicano e fondatore del metodismo. Un movimento evangelico di rinnovamento religioso coinvolse le chiese protestanti, tanto in Europa, quanto nell’America britannica, in particolare nelle colonie inglesi, dal 1730 al 1740. Passato alla storia come Grande Risveglio, tale corrente teologica lasciò impronte permanenti nel cristianesimo protestante d’oltre oceano, conseguenza di predicazioni improntate ad una fervida e solenne rinascita di cristologia e soteriologia, lontana da riti, cerimonie e gerarchie ecclesiastiche preferendo una religiosità basata sul profondo senso introspettivo di convinzione spirituale, redenzione e moralità individuale. Fortissimo fu l’impatto sociale, nel New England puritano, contro il dogmatismo del protestantesimo americano seicentesco. Ne vennero letteralmente ridisegnate la chiesa congregazionale e quella presbiteriana, l’ecclesiarchia riformata olandese e quella evangelica, non senza l’arrivo di battisti centro-europei e metodisti wesleyani inglesi. Minore fu l’impatto, presso luterani, anglicani e quaccheri americani. Fu un autentico movimento religioso di stampo revivalista. I cristiani del Nuovo Mondo posero l’accento sull’azione dello Spirito Santo e si distinsero per il proselitismo e le tante conversioni di indiani e schiavi africani, lungo tutto il Settecento. Il loro discorso non era razziale, censitario o altro. La seconda chiesa presbiteriana di Filadelfia, pura espressione istituzionale del Great Awakening, sorse tra il 1750 e il 1753 per mano degli esponenti della Nuova Luce.
La dimensione del Grande Risveglio fu internazionale e soprattutto atlantica. La rinascita evangelica coinvolse i protestanti di Bristol e Londra già nel 1737, ed i minatori inglesi dal 1739. Versione del pietismo tedesco (e tra le fonti di quest’ultimo), il revivalismo aveva radici antiche, risalendo all’azione dei presbiteriani scozzesi e dei predicatori itineranti, attivi, nel mondo anglo-britannico, già nel 1620. Il movimento si impose come detto specie nella Nuova Inghilterra settecentesca, reimpostando di fatto la religione nelle colonie americane. Il fine era capire Dio e se stessi, la natura e la fede. Battisti, metodisti e presbiteriani fecero registrare moltissime conversioni, tra le nazioni indigene locali, accogliendo, tra l’altro, diaconi neri in seno alla loro chiesa. Molti esponenti delle tradizioni religiose africane, nel Nord America, passarono al cristianesimo protestante e alla lettura della Bibbia, in gran numero. Fu l’origine, nel Nuovo Mondo, delle successive battaglie anti-schiaviste. Il Grande Risveglio poneva uguale accento sulla pratica dell’istruzione, e nelle congregazioni vi era una diffusa libertà, nella lettura delle Sacre Scritture. Presto, dal New England, il movimento si diffuse in Virginia, South Carolina e Georgia, con nuove chiese aperte anche ai neri fondate a Petersburg.
Tra le maggiori guide spirituali del Grande Risveglio, vi fu Jonathan Edwards (1703-1758), attivo in particolare a Northampton, nel Massachusetts puritano e calvinista. Nato a East Windsor, scomparso a Princeton, il pastore evangelico americano manifestò sin dalla giovinezza eccezionali doti intellettuali di grecista e latinista. Entrò all’Università di Yale, nel 1716, approfondendovi studi teologici incentrati su Cristo, la redenzione e la salvezza dell’anima. Svolse il suo ministero pastorale a New York prima di entrare quale docente a Yale. A partire dal 1724, sino al 1729, fu attivissimo, negli spazi del New England, alfiere del Grande Risveglio che interessò la vita delle colonie soprattutto dal 1735 al 1741, amico, fra l’altro, del ministro e predicatore itinerante George Whitefield. Nel 1751, Edwards si trasferì poi a Stockbridge, città di frontiera in cui fu missionario cristiano presso i nativi americani. Nel 1757 venne anche nominato rettore della neo-costituita Università di Princeton.
Edwards sottolineava – in maniera barocca e immaginifica, solenne e pomposa, non senza risvolti misticheggianti e talvolta pessimistici – l’importanza dell’esperienza religiosa, immediata e personale, lontana da dogmi e catechismi. I suoi sermoni possedevano una portata lirica e quasi miltoniana, che gli attirò un folto pubblico. Whitefield diede seguito al suo movimento, una volta arrivato dall’Inghilterra, viaggiando di continuo nelle colonie del New England, e predicando con toni spesso drammatici. Forte, in entrambi i teologi, era la portata millenarista ed escatologica del discorso religioso, che moderava, in ogni caso, il precedente entusiasmo dei puritani di Boston. Lo attestano, di Edwards, la History of the work of redemption (stampata per la prima volta nel 1737) e il celebre sermone Sinners in the Hands of an Angry God (1741).
Edwards si inseriva, convinto, nella tradizione calvinista della Nuova Inghilterra puritana e della teologia di Westminster. Lettore di Newton, Boyle ed Hobbes, dissertò, in The Freedom of the Will, sui temi del libero arbitrio e della necessità, nell’ordine cosmico, voluto e retto da Dio. Seguace della salvezza per grazie tramite le opere di fede, rimase sempre distante da certi eccessi del Grande Risveglio e dialogò seppur titubante con arminiani e sociniani fuggiti in Nord America. L’approccio di Edwards, in sostanza, era molto agostiniano: univa aspetti religiosi, intellettuali e speculativi, nel quadro di una spiritualità cristo-centrica. Per Edwards occorreva affidarsi, anima e cuore, a Dio. La sua logica era quella, prossima al giansenismo francese, di Port Royal. Fu lui a creare, di fatto, la così detta teologia del New England, influenzando, con i suoi scritti, la successiva opera di Chalmers, Fuller e Hall. Come detto, un grande appoggio materiale gli venne da Whitefield, altro attore storico-sociale cardine, per l’affermarsi del Grande Risveglio in America settentrionale. Preceduto da una reputazione che infervorava gli animi ancora prima delle sue udienze, Whitefield viaggiò per le colonie, soprattutto tra il 1739 e il 1740, ogni volta seguito da un notevole pubblico. Protagonista di conversioni e controversie, costruì la sua parrocchia sul concetto di misericordia divina e accesi ed infuocati proclami. Per Whitefield, uomini e donne non erano predestinati alla dannazione eterna ma potevano salvarsi dai loro peccati pentendosi in modo sincero. Per entrare nella Terra Promessa – linguaggio e fraseologia potevano rievocare quelli puritani del Seicento, ma senza tratti separatisti – era necessaria una rinascita spirituale. La predicazione portata avanti da Whitefield, presto imitato da sostenitori laici e clericali, diffuse il Great Awakening, sia nelle zone interne del New England, sia presso i centri costieri. Nemico dello schiavismo, fautore d’una nuova tipologia di istruzione (religiosa e scientifica, insieme), Whitefield era un apostolo dell’uguaglianza celeste e del cristianesimo evangelico. Franklin, deista e illuminista libertino, fu nondimeno un seguace entusiasta di Whitefield ed incorporò molti suoi insegnamenti nella Massoneria americana, di Filadelfia e Boston (allora, ingrossata anche da esuli giacobiti irlandesi). Ammiratore di Whitefield, Franklin fece stampare diversi suoi sermoni, e ne diffuse l’opera su giornali e riviste (1739-1741), promuovendo così il movimento evangelico in Nord America sino al 1770 e ancora oltre.
Altro capo spirituale del Grande Risveglio fu Samuel Davies, pastore presbiteriano, e professore all’Università di Princeton. Fece proselitismo soprattutto in Virginia, nel 1757, con zelo indefesso. Biblista di rango e dall’ampia preparazione dottrinale, Davies ebbe notevole impatto, sulle persone che, di volta in volta, incontrava e-o convertiva. I suoi sermoni sono un’indubbia attestazione di come la fede religiosa veniva praticata nelle colonie inglesi del Settecento. Predicatore appassionato, ed intenzionato a coinvolgere gli ascoltatori, in maniera non passiva o distaccata, Davies si fece portavoce di una nuova luce interiore, incoraggiando come i luterani del XVI secolo la lettura individuale dei testi sacri. La sua leadership nel movimento evangelico poggiava, a differenza di Edwards, su un acceso entusiasmo, che contagiò l’opera di Hannah Heaton (1721-1794), a North Haven. Tra le prime donne di fede americane, la contadina del New England fu attrice e testimone del Great Awakening, della crescita, sia spirituale, sia culturale, di fattori ed agricoltori, impegnati, secondo l’ottica protestante nord-americana, nella lotta contro Satana anche e soprattutto lavorando i campi al servizio di Dio. Altro personaggio importante, in merito, fu la poetessa Phillis Wheatley, che nei versi di On Being Brought from Africa to America mise in letteratura la transizione dalle tradizioni pagane alla religione cristiana, influenzata da Whitefield e Davies, da lei visti come salvatori di anime. Un ulteriore livello fu raggiunto da Sarah Osborn, maestra di scuola nel Rhode Island, i cui scritti sono testimonianza storica del risveglio spirituale e intellettuale di metà Settecento nel New England. Di lei ci restano un libro di memorie (del 1743), vari diari e molte lettere, nonché la stampa – anonima, ma sua – di The Nature, Certainty and Evidence of True Christianity nel 1753. Un libro dal peso non indifferente nella nascita di nuove chiese e congregazioni presso le colonie dell’America britannica, ad esempio a Uxbridge, nuova città del Massachusetts, che ebbe – dal 1730 al 1760 – un suo edificio di culto, con a capo il pastore Nathan Webb (nativo di Braintree). Il suo migliore allievo e continuatore, Samuel Spring, fu il cappellano della congregazione, durante la Guerra d’Indipendenza, creando la Andover Newton Theological School e la Massachusetts Missionary Society, epifenomeni storici di un accademismo istituzionale teologicamente orientato.
Peraltro, non tutta la Nuova Inghilterra aderì al Grande Risveglio. I tradizionalisti del Connecticut lo combatterono e misero in atto una vera e propria contro-rivoluzione religiosa di tipo conservatore, in opposizione al processo storico, cominciato con l’Halfway Covenant puritano (del 1662). La Saybrook Platform, varata in Connecticut nel 1708, si oppose, dal 1740, al Great Awakening. I congregazionalisti delle New Lights erano, in sostanza, arminiani, e vicinissimi al protestantesimo olandese, mente le Old Lights restavano fedeli al calvinismo ginevrino originario. Si trattava di un problema che finiva con il riguardare anche la gestione politica e legislativa della vita coloniale. Un Act for Regulating abuses and correcting disorder in ecclesiastical affairs venne approvato nel 1742, a salvaguardia dell’ordine sociale e religioso, ripristinato infine con il beneplacito del Regno Unito georgiano nel 1748.


Lineamenti di storia religiosa e istituzionale della Pennsylvania settecentesca

Le idee teologiche di Jonathan Edwards, sia pure con alcuni tratti specifici, legati al contesto del mondo coloniale, si diffusero anche in Pennsylvania. La circolazione si verificò, soprattutto, attraverso due canali di tipo istituzionale, durante il Grande Risveglio degli anni Trenta e Quaranta del Settecento: da un lato, un decisivo apporto venne fornito dalla rete atlantica ed editoriale. Edwards, che predicava a Northampton e nel Massachusetts, divenne presto noto presso le colonie dell’America britannica grazie ai suoi scritti sul risveglio spirituale, in particolare la Faithful Narrative of the Surprising Work of God (1737), più volte stampata insieme ai suoi celebri sermoni, letti e discussi anche dai ministri del culto in Pennsylvania. Dall’altro lato, lo storico deve considerare l’alleanza con i presbiteriani, allora stabilitisi nelle Middle Colonies: in Pennsylvania il movimento del Great Awakening era in parte già presente per via delle attività di figure locali, come il presbiteriano Gilbert Tennent, fondatore della scuola teologica del Log College. I calvinisti della Pennsylvania, allora chiamati New Lights, avevano in comune con le prediche di Edwards la medesima enfasi posta circa la necessità d’una conversione interiore ed emotiva distante dal formalismo rituale e dalla rational religion di origine londinese e lockiana.
Inoltre, la teologia ed i libri di Edwards furono adottati dal predicatore itinerante inglese George Whitefield, che viaggiò a lungo in Pennsylvania, predicando a Filadelfia davanti a folle assai numerose, riprendendo, ed amplificando, i temi chiave della teologia del risveglio inaugurata da Edwards, su scala geografica e culturale. Per intendere appieno la cosa, dobbiamo guardare al contesto della Pennsylvania settecentesca e moderna. Qui, a differenza del New England, in cui operava Edwards, la colonia inglese era stata fondata dai quaccheri, aperti a tolleranza e latitudinarismo, i cui principi pluralisti erano allora condivisi in America settentrionale anche da presbiteriani di origine scozzese, luterani tedeschi e battisti. Le idee fedelmente calviniste ed edwardsiane presero dunque piede in una comunità religiosa fortemente contrassegnata dalla presenza presbiteriana e battista, mentre i quaccheri, seguaci di John Fox, si attestavano su posizioni ecclesiastiche più tradizionaliste, e col tempo conservatrici. Non a caso, questi ultimi venivano denominati polemicamente Old Lights.
Una mappa britannica della Pennsylvania risalente al 1680 ci descrive un territorio contraddistinto dalla presenza di puritani, cattolici, amish del Vecchio Ordine e comunità mennonite, più numerose, queste ultime, nel corso poi del XVIII secolo, assieme agli anabattisti, provenienti dall’Europa centrale e stabilitisi nella Contea di Lancaster. Tra Sei e Settecento, quindi, giunsero in Pennsylvania più gruppi religiosi di coloni europei, con, almeno, centomila immigrati da zone germaniche (Palatinato, Alsazia e Svizzera), che arrivarono a costituire un terzo della popolazione della Pennsylvania. I tedeschi erano, sul piano formale, luterani, ma presso le aree rurali sopravvivevano ancora inclinazioni magiche e culti agrari del passato. Nel 1683 fu fondata Germantown presso l’odierna Filadelfia, il primo vero insediamento tedesco, organizzato in comunità agricole. In precedenza, la zona della Pennsylvania era stata abitata da indiani della tribù dei Delaware (cioè Susquehanna, Irochesi, Eriez e Shawnee). A partire dal 1644, inoltre, numerosi coloni della Nuova Svezia si erano stanziati nelle terre sud-orientali dell’area, il cui controllo – peraltro – era presto passato prima agli olandesi e poi agli inglesi. Nel 1681, Re Carlo II d’Inghilterra e suo fratello (il Duca di York) avevano concesso, al puritano William Penn (1644-1718), l’autorizzazione a creare a una nuova realtà coloniale nella regione, pensata all’inizio soprattutto come rifugio per le minoranze quacchere. Filadelfia fu costruita in quel periodo, capitale della Pennsylvania prima di Harrisburg.
Tra il 1704 ed il 1710, le contee meridionali di New Castle, Kent e Sussex costituirono la colonia del Delaware, presto raggiunta da immigrati dal Nord Europa, in prevalenza tedeschi. La zona prosperò moltissimo. A fine Settecento, Filadelfia sarebbe stata la città di lingua inglese più popolata al mondo, dopo Londra, anche grazie alle attività – scientifiche, tecniche, politiche, massoniche, diplomatiche ed accademiche – di Franklin, sulle due sponde dell’Atlantico. Durante poi la Guerra d’Indipendenza, iniziata nel 1776, la Pennsylvania fu anche teatro di importanti scontri militari, come la ritirata guidata da Washington a Valley Forge. Il 12 settembre del 1787, la Pennsylvania entrò a far parte dell’Unione; dal 1790, Filadelfia fu per dieci anni capitale dei neonati Stati Uniti, prima di conoscere nel XIX secolo un marcato sviluppo industriale e tecnologico, metallurgico e siderurgico.


Illuminismo protestante e radicalismo politico nell’America britannica

A fine Settecento, in concomitanza con le rivoluzioni (e americana e francese), tanto in Europa, quanto nei nascenti Stati Uniti, rifiorirono il freethinking e i dissenters. Priestley, Vaughan, Paradise, Price, Paine e Godwin colorarono, di radicalismo e rivendicazioni nuove, il discorso politico. Alcuni di loro ebbero a che fare anche con le vicende e i rivolgimenti allora in atto in Nord America.
Il chimico, giornalista e pedagogista Joseph Priestley (1733-1804), formatosi nelle Accademie di Daventry e di Warrington, controversista a Leeds dal 1767 al 1773, convertitosi al giacobinismo si vide costretto a lasciare Birmingham, al momento delle sommosse popolari for King and country e fuggì nel Nuovo Mondo. Sbarcato in America, si recò a New York, nel 1794, per stabilirsi a Northumberland, in Pennsylvania. Si prodigò inoltre nella fondazione della prima chiesa unitariana di Filadelfia, ove tenne sermoni. Strinse rapporti con i radicali, tra i quali William Cobbet, John Hurford Stone ed Helen Maria Williams, ed aiutò Jefferson, pure lui deista unitario, nella creazione della Università della Virginia, per la quale furono stesi appositi programmi. In America, Priestley continuò ad occuparsi delle scienze che aveva coltivato nel Regno Unito: in particolare chimica – fu, si sa, un tenace rivale di Lavoisier, nelle diatribe sul flogisto – ma anche esperimenti di ottica ed elettricità, nonché osservazioni mediche.
Vicino a Priestley, fu il gallese Richard Price (1723-1791), tra le fonti più apprezzate da Adams, nonché di Raynal, allorché l’abate francese pubblicò l’Histoire des deux Indes, tra il 1770 ed il 1780 (l’anno della quarta edizione, quella che, ancora oggi, fa testo). Razionalista liberale e neo-platonico, cresciuto negli ambienti del calvinismo post-puritano e del newtonianesimo dissidente, Price si occupò di storia naturale e di matematiche. Nel 1764, pubblicò un saggio sul calcolo delle probabilità – tema senz’altro à la page presso i circoli scientifici dell’Europa di allora, francesi in particolare (coinvolse, tra gli altri, Diderot e d’Alembert) – saggio che gli valse l’aggregazione alla Royal Society nel 1765.
Dopo avere studiato presso le Università di Aberdeen e di Glasgow, Price si rivolse a ricerche di statistica. Nel 1770, a Londra, conobbe Priestley e Franklin. La frequentazione fra i tre fu per Price un punto di non ritorno, confermando la sua indole di libero pensatore illuminista. Avversario tanto del materialismo filosofico-scientifico, quanto dell’assolutismo politico di Hobbes, ostile anche a Burke ed agli Scottish philosophers (come Hume e Hutchinson), Price fu principalmente un moralista, tuttavia in un senso diverso da quello che era stato consacrato da Shaftesbury, nell’Inghilterra augustea: sensibile alle istanze del millenarismo puritano, il gallese intese l’etica come un’estrinsecazione di virtù pratiche presenti nell’individuo. Ispirandosi al Newton dei Principia Mathematica, Price tentò di rintracciare, nella sfera della morale, l’analogo di assiomi e leggi del moto. Nella Review of the Principal Questions in Morals (edita, originariamente, nel 1758), riprese da Newton – ma anche dai platonici di Cambridge, Henry More in testa – la teoria dello spazio come sensorium Dei. Il Dio di Price era lo stesso di Clarke, dello Scholium generale ai Principia di Newton (nella II edizione, 1713), e delle famose quattro lettere a Bentley, appena ristampate: una divinità che crea il mondo volontariamente e ne regge le sorti tramite la legge di gravitazione universale indagata da astronomia e fisica celeste.
Nel 1771, Price presentò alla Royal Society una memoria di astronomia, indirizzata, in origine, a Franklin, dal titolo On the effect of the aberration of light on the time of transit of Venus over the Sun e, nello stesso anno, pubblicò anche le Observations on revisionary payments, on schemes for providing annuities for widows and persons of old age, on the method of calculating the values of assurance on lives and on the national debt, uno scritto fondamentale, per lo sviluppo, su base scientifica, dei sistemi di assicurazione sulla vita. L’opera incorporava due importanti saggi, sui temi attuariali ed assicurativi, presentati alla Royal Society, nel 1770 e 1771. Grazie a quest’opera, la sua fama, in ambito economico, diventò a dir poco enorme, sia nell’Inghilterra hannoveriana sia in Nord America.
Nel 1776, Price pubblicò, quindi, le Observations on the nature of civil liberty, the principles of government and the justice and policy of the war with America. L’opera ottenne un clamoroso successo editoriale, e in patria e nel Nuovo Mondo, dove la sua lettura contribuì in modo notevole alla decisione di dichiarare l’Indipendenza degli Stati Uniti.
Ristampato sette volte nello stesso anno e poi tradotto in francese, tedesco e olandese, il libro vendette nel complesso oltre sessantamila copie. Un record.
Nel 1777, Price pubblicò le Additional observations on the nature and value of civil liberty and the war with America. A partire dalla terza edizione, i due trattati vennero riuniti, sotto il titolo di Two tracts on civil liberty, the war with America and the debts of finances of the Kingdom. Nel 1778, Price pubblicò A free discussion of the doctrines of materialism and philosophical necessity, che conteneva la sua corrispondenza con Priestley sul tema della libertà e del determinismo.
Nel 1781, Price ricevette la laurea honoris causa in Legge, dall’Università di Yale: il segno che in America era divenuto un autore di riferimento, popolarissimo ed influente. L’anno seguente venne fatto membro della American Academy of Arts and Sciences di Boston. Nel 1784, pubblicò le Observations on the importance of the American Revolution and the means of making it a benefit to the world, opera programmatica sin dal titolo, nella quale studiò, in maniera comparata, l’introduzione del cristianesimo, la rivoluzione americana e temi illuministici legati allo sviluppo del sapere umano.
Il libro, che, nelle successive edizioni, sarebbe stato accompagnato anche da una lettera di Turgot a Price, venne presto tradotto, in francese, tedesco ed olandese, ed incontrò una diffusione molto ampia, sia in Europa sia negli Stati Uniti. In questo periodo Price affidò a William Pitt ed al Duca di Shelburne il tentativo di far approvare riforme costituzionali, sopprimendo i collegi elettorali che si erano corrotti, ridistribuendo i seggi alle contee ed alle altre aree metropolitane, estendendo il suffragio e prevedendo elezioni più frequenti, allo scopo di migliorare la capacità del sistema politico: riforme che furono però a più riprese respinte dalla Camera dei Lords, fino ad arenarsi.
In questi anni, Price fu uno degli intellettuali più rispettati in Gran Bretagna, in corrispondenza con Mary Wollstonecraft, John Howard, John Quincy Adams, Franklin ed Adam Smith. Nel 1785, fu eletto membro della Society of Philosophy di Filadelfia: un’operazione accademica, dietro la quale non è difficile scorgere la mano dell’amico Franklin, sempre pronto a cooptare, in America, le menti più brillanti del Vecchio Continente. Nel 1791, assieme a Priestley, Price fu tra i fondatori della Unitarian Society, un movimento caratterizzato dalla assenza di un insieme definito di rigide credenze religiose, e dall’enfasi posta sulla libertà di professare la fede, in accordo con la propria coscienza. Il gruppo aveva, inoltre, l’ambizione di raccogliere tutte quelle sette protestanti che non si riconoscevano nella Chiesa d’Inghilterra e nell’anglicanesimo ufficiale.
Quando Price morì, a Londra, il 19 aprile 1791, l’amico Priestley tenne l’orazione funebre. La sua scomparsa fu salutata con grande commozione, da parte di tutti i dissenzienti, e politici e religiosi, dai riformatori e dai difensori della libertà civile, sia in Inghilterra ed in Irlanda, sia in Francia e negli Stati Uniti. In America, avevano apprezzato – di lui – soprattutto lo spirito pratico, l’intelligenza concreta e razionale, votata a conoscere, scientificamente, il mondo, e a migliorarlo, mediante nuove modalità di intervento politico-istituzionale, al passo con i tempi e attente alle problematiche d’ordine sociale.
Un’altra grande figura di radicale britannico, che rivestì una funzione di primo piano, nella storia americana tardo-settecentesca, fu quella di Tom Paine. Inventore e polemista, scrisse il manifesto di pensiero dell’ultimo Illuminismo, The Age of Reason (a Londra nel 1794), in cui riallacciò i legami con la tradizione del deismo britannico di inizio secolo, rinvigorendone e i valori e i motivi. La lezione di Toland, Collins e Tindal rinacque, grazie a Paine, a nuova vita. In effetti, a differenza che nel mondo anglo-britannico, dove il deismo concluse, sostanzialmente, la propria parabola (e storico-culturale e filosofico-politica) nella quarta decade del XVIII secolo – volendo trovare un terminus ad quem: nel 1733, con la morte di Tindal – la componente deistica venne introdotta, in America, verso la metà del Settecento, a seguito del Grande Risveglio di metà secolo (dopo la stagione del puritanesimo liberale) e fu uno dei fattori intellettuali che andarono ad alimentare la Rivoluzione, nel 1774-1783: al tempo della Guerra d’Indipendenza, il deismo fu parte integrante ed essenziale della cultura che i Founding Fathers avevano alle spalle, accanto alle repubblicane Cato’s Letters (1720-1723) di Trenchard e di Gordon, a Locke, a Montesquieu, a Blackstone ed a Machiavelli. Il nome di quest’ultimo filtrò, inoltre, attraverso Oceana di Harrington: l’utopia del 1656 riscosse consensi e fortuna presso i repubblicani d’America, il che ci conferma come sia stato il pensiero politico neo-machiavelliano del Seicento inglese a mediare storicamente fra la tradizione dell’umanesimo civico fiorentino e l’età delle rivoluzioni settecentesche.


Nell'immagine, ritratto settecentesco di Jonathan Edwards (1703-1758)


Fonti primarie a stampa

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Sitografia

D. Arecco, Cripto-cattolici e Figli della luce: Re Giacomo II Stuart, William Penn e le colonie inglesi d’America (1682-1718), tuttostoria.net, 2023, pp. 1-7 (https://www.tuttostoria.net/storia-moderna.aspx?code=1514).


Parole chiave

Storia del Nord America, teologia calvinista, chiesa evangelica, metodismo, protestantesimo, Nuova Inghilterra, storia moderna, Pennsylvania, età dell’Illuminismo, socinianesimo, tradizione universitaria

Documento inserito il: 15/09/2026
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