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Fede religiosa e fisica celeste: Boscovich e l’astronomia gesuitica fra Italia e Austria nel Settecento

di Davide Arecco


Lo spazio geometrico, fisico ed astronomico (e planetario e siderale) è al centro, nel corso del XVIII secolo, della scienza del gesuita dalmata Ruggero Giuseppe Boscovich (1711-1787), filosofo naturale croato nato a Ragusa che fu anche diplomatico oltre che protagonista della vita accademica italiana ed europea settecentesche. Tipica figura di intellettuale cosmopolita del secolo dei Lumi, lo studioso ignaziano soggiornò in diverse capitali e città europee (Varsavia, Londra, Vienna, Torino e San Pietroburgo, oltre a Costantinopoli).
Formatosi presso il Collegio romano, punta di diamante della cultura scientifica europea, dalla seconda metà del secolo XVI,(1) Boscovich vi scoprì, con entusiasmo, il newtonianesimo nel 1738 e, due anni più tardi, divenne docente di matematiche, ascritto, pochi anni dopo, anche alla Accademia toscana di scienze e lettere. Nel 1759, intraprese il suo Grand Tour, che lo vide fra l’altro in Francia e Inghilterra, ove divenne fellow della Royal Society. Rientrato in Italia, dopo un viaggio nelle zone centro-orientali dell’Europa, per osservarvi il transito di Venere,(2) Boscovich passò ad insegnare nel 1763 presso lo Studio di Pavia e fu al contempo tra i fondatori dell’Osservatorio astronomico presso Brera, da lui inizialmente diretto. Nella Lombardia austriaca, fece amicizia con il gruppo illuminista milanese e scrisse per Il Caffè dei fratelli Verri. All’abolizione del suo Ordine religioso, si trasferì, nel 1773, a Parigi e fece ritorno in Italia solo nel 1782, pubblicando a Bassando per il Remondini la sua Opera pertinentia ad opticam et astronomiam in cinque tomi (1785).(3) Insieme all’amico Anton Mario Lorgna (1735-1796), ingegnere e matematico, Boscovich fu tra i membri fondatori, nel 1782, della Società dei Quaranta, prima accademia scientifica italiana sovra-nazionale e ubiquitaria.(4)
Boscovich rivolse la sua attività scientifica soprattutto alla fisica matematica, alla meccanica celeste e all’ottica geometrica. Studiò, sulla scia di Newton e Maupertuis, la forma della Terra e ne minimizzò la somma dei valori assoluti delle deviazioni. Fornì sistemi e procedure, per il calcolo di orbite planetarie, a partire da osservazioni celesti, interessandosi anche del metodo per determinare l’equatore di un pianeta. In ambito fisico, egli studiò il problema dell’elasticità e diede le basi per la definizione di corpo rigido. A partire già dalle sue prime ricerche, Boscovich cominciò ad elaborare una teoria scientifica generale sulla struttura del mondo – inteso in termini newtoniani: l’ignaziano, dal 1738 al 1748 almeno, introdusse l’astronomia gravitazionale newtoniana nella Roma cattolica, e sul continente –, fondata su particolari leggi delle forze naturali: teoria già presente nel De viribus vivis (1745), nel De lumine (1748) e nel De centro gravitatis (1751), sistemata e esposta in maniera definitiva nella corposa Philosophiae naturalis theoria, stampata, a Vienna, nel 1758, e riedita, più volte, tra il 1760 e il 1763.(5) Di quest’ultima Nietzsche fornì un secolo dopo una sua rielaborazione, dimostrandosi con ciò assai influenzato dal filosofo naturale raguseo.(6)
Boscovich fu autore di oltre settanta pubblicazioni, scientifiche e accademiche. Si interessò, in prevalenza, come detto alle scienze esatte e alle loro applicazioni pratiche: studi su luce e colori (in direzione newtoniana), ricerche d’astronomia gravitazionale (ancora ovviamente lungo la tradizione del newtonianesimo anglo-britannico), meteorologia (una scienza nuova, nel Settecento, principiata dal galileiano Toaldo, a Padova), trigonometria piana e sferica (senza dimenticare qui il Tolomeo da lui studiato negli anni di apprendistato scientifico presso i dotti del Collegio romano), architettura e scienza delle costruzioni (Boscovich lavorò, nel 1742, su cupole e guglie), idraulica fluviale e porti, analisi (nel 1741 scrisse su natura ed uso degli infinitesimali), ed oceanografia (Dissertatio de maris aestu, 1747).
Boscovich fu tra coloro che, nell’età dell’Illuminismo, seppero unire scienza e fede, tradizione cattolica e filosofia sperimentale di età moderna. I precedenti, del resto, non mancavano: il medico Giorgio Baglivi nella Roma del secondo Seicento (anche lui gesuita, nativo di Ragusa e fellow della Royal Society), il newtoniano Pope a Londra, il cardinale Davia (stimatissimo da Montesquieu), e il naturalista Giovanni Bianchi a Rimini, nel primo Settecento. Da parte sua, Boscovich respirò e fece suo il nuovo clima culturale, aperto ed illuminato, instaurato, in seno alla Chiesa, da Benedetto XIV durante il suo pontificato (1741-1758). Al pari del confratello e teologo inglese Christopher Maire (1697-1767), gesuita britannico, morto a Gand, Boscovich non vide mai conflitto alcuno tra scienza e fede. Pure qui in linea con Newton, egli colse sempre nella prima uno strumento per confermare le verità religiose e scritturali della seconda, ritrovando Dio nella natura. Semmai, Boscovich ebbe dei seri contrasti con matematici e fisici appartenenti agli ordini rivali, come il cosmografo e studioso di idraulica Paolo Frisi (1728-1784), legato a differenti tradizioni di ricerca e ad una diversa immagine del newtonianesimo, ma soprattutto avversario sul piano politico in quanto leader dei Barnabiti, che durante la seconda metà del XVIII secolo furono certo i più tenaci oppositori, all’interno del mondo cattolico, della Compagnia di Gesù. Uno scontro che non fece bene alla vita e religiosa e scientifica italiana settecentesca.
Boscovich tenne a battesimo sul piano scientifico valenti allievi e collaboratori. Tra questi, va ricordato il lucchese Francesco Puccinelli (1741-1809), che, dopo avere studiato logica e fisica, nel Collegio romano, lo raggiunse a Milano e, con lui, dal 1770 al 1772, effettuò osservazioni celesti a Brera e rilievi idrometrici nelle acque lombarde. Anche il padre emiliano Angelo Secchi, durante il secolo XIX, riprese in astronomia, geodesia e teologia le vedute scientifiche di Boscovich. Questi fu inoltre maestro, collega e corrispondente di Giovan Stefano Conti (1720-1791).(7)
Boscovich pubblicò otto dissertazioni scientifiche, prima di venire ordinato presbitero – e poi, nel 1744, nominato professore – ed altre quattordici successivamente. Fu un poligrafo instancabile e scrisse moltissimo, tra volumi e singoli contributi (nel 1772, benvoluto da Luigi XV, un suo articolo uscì anche sui Mémoires della Reale Accademia delle Scienze parigina).
Boscovich è stato visto quasi sempre come uno studioso di meccanica razionale e di statica,(8) ma un esame attento della sua vasta produzione scientifica ci riporta ad un profondo interesse, sulla scia di Newton, nei riguardi di cosmologia ed astronomia. Anche la teoria dello spazio del gesuita di Ragusa ci riconduce a una marcata attrazione verso fisica celeste e geometria dell’universo.(9)
Boscovich s’occupò infatti, in maniera dettagliata ed approfondita, di macchie solari (1736, in linea con Galileo), del transito di Mercurio nel disco solare (1737), di aurore boreali (1738), della indispensabile centralità di continue e costanti osservazioni al telescopio per determinare la realtà di astri e di corpi celesti (1739), del moto planetario nello spazio cosmico (1741), della forza di gravità newtoniana (1741), di aberrazione delle stelle fisse (1742, accettando e portando avanti i risultati di Bradley), di osservazioni astronomiche e sistema del cosmo (1742), di eclissi lunari, sul versante sia della geometria, sia dell’astronomia (1744), della cicloide di Torricelli (1745, prima di Lambert), di comete (1746: ispirato qui dalla lettura di Halley, Newton e Gregory), di moduli per determinare le orbite dei pianeti (1749), di atmosfera lunare (1753), di lenti e cannocchiali diottrici (1755), delle congiunzioni di Saturno e Giove (1756), ancora delle eclissi di Sole e di Luna (1760), di cartografia e misure longitudinali (Voyage astronomique et geographique, 1770), nonché della costruzione dei tubi ottici (1771). Alla matematica, pura ed applicata, dedicò solo un trattato latino, la non di meno ponderosa dissertazione in tre volumi dal titolo Elementorium universae matheseos, alla cui stesura si dedicò per un lustro e con vari ampliamenti del progetto editoriale originario, dal 1752 al 1757. A temi di geodesia, interessato alle speculazioni di Newton e alle misurazioni di Maupertuis, il gesuita dalmata dedicò due opere latine a stampa, del 1739 (i rilevamenti lapponi di Maupertuis erano usciti meno di un anno prima, il che conferma il grado di aggiornamento della scienza di Boscovich), dal titolo De veterum argumentis pro Telluris sphaericitate e Dissertatio de Telluris figura: la prima in sostanza un erudito florilegio di citazioni classiche e la seconda un’opera di carattere più generale e scientifico nel medesimo tempo.
Vero enciclopedista del Settecento, Boscovich si interessò a pressoché ogni ramo del sapere, incluse ingegneria civile, teoria degli errori, archeologia e letteratura. Egli si adoperò, a lungo, pure sul fronte didattico, per modernizzare le idee scientifiche dell’ordine gesuitico e organizzò inoltre la Specola di Brera, da lui portata al più avanzato livello degli altri Osservatori astronomici europei, anche grazie al suo lavoro di progettazione e di perfezionamento degli strumenti, tanto ottici, quanto telescopici.
Pur essendo in prevalenza soprattutto un newtoniano, per quanto eclettico ed originale, egli si adoperò altresì per tentare, sul piano della teoria fisica, una sorta di sintesi, tra la scienza di Newton e la filosofia di Leibniz. In linea con il corpuscolarismo di epoca barocca, Boscovich riteneva che la materia fosse costituita da atomi, privi di estensione e fra loro interagenti, con una forza repulsiva a piccole distanze e attrattiva con l’aumentare di queste ultime. Per le distanze massime dell’universo, valeva, per lui, la forza di gravitazione. Newtonianamente, con questa sola forza Boscovich univa la dinamica terrestre di Galileo (e Leibniz) e la meccanica celeste di Keplero. Con la gravitazione, per lui, si potevano spiegare tutti i fenomeni naturali, compresi quelli affrontati dalle due nuove scienze post-newtoniane del suo secolo: l’elettricità e la chimica. Il newtonianesimo poteva, pertanto, essere rivisto ed aggiornato – diversamente dalla cristallizzazione di esso, in cui si era adagiata la scienza inglese settecentesca – come Boscovich ebbe a chiarire ed auspicare, nella discussione in appendice al De spatio et tempore, le due dimensioni che Newton aveva concepito, nei Principia mathematica, che i religiosi continentali conobbero nella versione ginevrina commentata da Le Seur e Jacquier, in termini come detto in precedenza assoluti e non relativi.(10)
L’influenza storica della scienza professata da Boscovich si fece sentire, anche nel corso della prima metà almeno dell’Ottocento, sino a Faraday e Maxwell, durante l’età vittoriana, passando per Priestley, a Birmingham. Un tratto che invece distingue Boscovich e il suo personale approccio alla ricerca scientifica è senz’altro la preferenza da lui accordata alla forma geometrica della matematica piuttosto che al calcolo infinitesimale, quest’ultimo la grande frontiera delle scienze esatte durante il XVIII secolo (con Eulero in Prussia e i Bernoulli in Svizzera sugli scudi). Un altro motivo di grande distanza dal rivale Frisi, a Milano. Nella sua dura polemica con Boscovich, portata avanti con mezzi anche scorretti o discutibili, Frisi utilizzò argomentazioni di scuola francese, desunte, in particolare, dai philosophes e d’Alembert, che Lomellini aveva frattanto tradotto per la prima volta in italiano, a Genova.(11) Boscovich, che non reputava invece sempre necessario il ricorso all’analisi, nell’indagine fisica, era abbastanza lontano dall’Illuminismo francese, sul piano dei valori. La cosa non significa, peraltro, che Boscovich non fosse un uomo di cultura europeo. Al contrario: egli lo fu per interessi, viaggi, contatti e pubblicazioni, a tutti gli effetti ed a pieno titolo un nome di punta della Repubblica delle Lettere settecentesca, dalla mente geniale e dal carattere difficile.
Nel corso del XIX secolo, oltre alla stima di Kelvin e di Russell, Boscovich esercitò notevole influenza sul (misconosciuto) Ambrogio Fusinieri (1775-1852), scienziato ed astrofisico, il quale, in aperto dissidio con la meccanica razionale dei francesi, vide, nell’universo, uno spazio occupato da una sola sostanza, continua ed attiva, newtonianamente. In tale concezione, rientravano (e potevano trovare spiegazione) fenomeni molecolari, analizzati per via sperimentale (tra cui capillarità, osmosi ed attività catalitiche). Come Newton e Boscovich, anche Fusinieri finiva per rifiutare e mettere da parte il vecchio modello meccanicistico seicentesco, nonché i fluidi immaginari della tradizione di epoca precedente (il calorico e lo stesso etere). Contro Beccaria e Barletti, Fusinieri dimostrò che, in materia di elettricità, è ad esempio errato parlarne in termini di fluido. Al pari di Boscovich, anche a parere di Fusinieri teoria scientifica e risultati sperimentali dovevano andare assieme, con la prima fondata dai secondi. Più di tutto, Fusinieri si impegnò quindi a trasferire sul piano scientifico di tipo teorico i ritrovati della pratica sperimentale. A ragione, la scienza francese coeva ed in particolare la fisica matematica gli sembravano essere rimaste prigioniere del meccanicismo. Un’osservazione, in esplicita antitesi con il cartesianesimo, che, prima Newton e poi Boscovich, avevano già formulato: per risultare davvero universale, la scienza non poteva, né doveva, limitarsi a matematizzare l’hic et nunc, ma saper guardare oltre, soprattutto nella direzione degli spazi celesti indicati dall’astronomia e dalla cosmologia. Solo così terra e cielo si potevano, realmente, incontrare: ideale, a ben guardare, non solo scientifico, ma anche e soprattutto religioso (condiviso a Londra e ad Oxford dai rimanenti Boyle Lecturers e a Manchester da Faraday nel suo laboratorio).
Al tempo di Boscovich, e nella storia della scienza cattolica italiana anche successivamente, la filosofia naturale newtoniana poteva rivelarsi un utile strumento teologico per contrastare, infatti, la tradizione meccanicistica (cartesiana, e post-cartesiana). Un altro presbitero dalmata, nato al pari di Boscovich a Ragusa, Benedetto Stay (1714-1801), anche lui educato alle lettere latine ed alla poesia dai Gesuiti, nei favori a Roma di ben quattro pontefici (Clemente XIII, Clemente XIV, Pio VI e Pio VII), nei Philosophiae recentioris versibus traditae Libri – stampati, a Roma, da Niccolò Pagliarini, nel 1755 – contrappose alle dottrine di Cartesio quelle di Newton, vicino a Boscovich e nello stile e nella sensibilità intellettuale di fondo, aggiungendovi larvati tocchi lucreziani, non sfuggiti, di lì a breve, a Cesarotti. D’altra parte, si sa, la storia della scienza vede effettivamente tra Sei e Settecento un passaggio dalla tradizione cartesiana a quella newtoniana: ripensiamo soltanto a Conti a Venezia, Vallisneri a Padova, Giannone a Napoli e Torino ed infine Grandi a Pisa (complice la mediazione di Galiani).
Non solo. La storia della scienza italiana del Settecento – e proprio Boscovich ne è artefice e testimone, congiuntamente – è anche storia di complessi ed articolati rapporti, fra filosofia naturale, religione e Lumi. L’astronomia moderna, che in Italia era stata inaugurata da Galileo uscì, infine, a Vienna soprattutto e per mano primariamente proprio dei Gesuiti, dalla sua prigione di silenzio e di condanna. Vienna era del resto la capitale del Sacro Romano Impero e la seconda città cattolica più importante d’Europa dopo la Roma del papa e prima di Madrid.
L’atteggiamento della Chiesa cattolica verso Galileo e verso la cosmologia copernicana iniziò a mutare a partire dal 1740. Il cattolicesimo illuminato italiano – se a qualcuno pare ancora essere un ossimoro storico parlare di Illuminismo cattolico – era presente, negli spazi della nostra penisola, da almeno tre decenni: nel 1710 era stata pubblicata – a cura di religiosi eterodossi, come Celestino Galiani, allora cappellano maggiore del Regno di Napoli – la prima stampa clandestina del Dialogo galileiano; la grande sintesi esposta da Newton, nei Philosophiae naturalis principia mathematica, apertamente eliocentrica nei suoi assunti fisici di base, non era mai stata posta all’Indice, ed anzi lo stesso Galiani se n’era fatto, con altri sodali, attivo apologeta e propagandista; l’opera kepleriana, scampata alla condanna, continuava poi a essere letta ed utilizzata; sempre dal 1710 aveva iniziato a uscire, regolarmente, il Giornale de’ letterati d’Italia, il frutto degli sforzi culturali congiunti di tre ferventi ammiratori di Galileo (Apostolo Zeno, Lodovico Antonio Muratori e Scipione Maffei).
Dimenticati i trascorsi libertini precedenti, lo stesso Maffei s’era non poco adoperato, presso i Gesuiti, dei quali era tornato nuovamente amico, affinché le cose, riguardo alla memoria del grande pisano, finalmente mutassero, almeno un poco. I frutti di tutte quelle fatiche non tardarono presto a maturare, non solamente negli antichi Stati italiani, la cui cultura si rivelava sempre più sensibile ai fermenti illuministici, i quali giungevano da oltre i monti, sia nei riguardi di quelli più conservatori anglo-britannici, sia nei confronti di quelli francesi radicali (il cardinale Domenico Passionei entrò in corrispondenza con Voltaire, tra gli altri). A Roma, dal 1738 al 1748, prima di passare a Torino ed a Vienna, Boscovich si convertì e in via definitiva al newtonianesimo, approfondendo la new theory about light and colours degli inglesi. Altri newtoniani di vaglia – su tutti, come detto il matematico, cosmografo e studioso di idraulica galileiana Paolo Frisi – finì presto per annoverare al suo interno l’Ordine dei Barnabiti, tenace rivale di quello gesuitico nella gestione della politica culturale e della didattica scientifica, segnatamente nella Lombardia austriaca, sotto Maria Teresa (1740-1780) ed il principe Kaunitz. Frisi fu inoltre uno storico e biografo. Le sue vite di Galileo e di Cavalieri, visti e celebrati, soprattutto, come matematici e fisici, apparvero, in forma di elogio, a Milano, per i tipi del Galeazzi, nel 1778. La tradizione settecentesca degli elogi scientifici – inaugurata a inizio secolo, in Francia, dal cartesiano Fontenelle – venne accortamente impiegata da Frisi, per rivalutare-riabilitare Galileo e per ricollocare Cavalieri e i suoi notevoli contributi all’analisi moderna nella storia delle matematiche italiane. L’impostazione, avallata dalla politica culturale perseguita in Lombardia dalla maison d’Autriche, nel quadro delle più ampie riforme teresiane, era scopertamente illuministica e non temeva più le reazioni dei Gesuiti come Boscovich, oramai sciolti, dopo avere combattuto negli ultimi anni battaglie sempre più di retroguardia.
Dopo Roma, anche nella seconda città ufficiale della tradizione cattolica europea, la Vienna asburgica, il clima intellettuale crebbe e maturò, facendosi più tollerante e disponibile, nei confronti della nuova scienza di matrice galileiana. Erano insomma assai lontani i tempi della strenua e feroce opposizione mostrata a Galileo da Orazio Grassi e Christoph Scheiner (in privato peraltro critico del geo-centrismo), nel primo Seicento, all’indomani della stampa romana, ad opera del Mascardi, della Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari (1613). La figura cardine, nell’opera di implicita accettazione del galileismo nell’Austria settecentesca, fu quella, prossima a Boscovich ed oggi assai poco conosciuta del gesuita Maximilian Hell.
Quest’ultimo, come pressoché quasi tutti gli astronomi e filosofi naturali, nel secolo dei Lumi, arrivò a Galileo attraverso la fisica gravitazionale newtoniana, portata a Vienna da Boscovich. Nato in Ungheria, nel 1720, da genitori tedesco-slovacchi, scomparso, nella capitale del Reich, nel 1792, Hell diventò, nel 1756, direttore dell’Osservatorio astronomico viennese, lavorandovi assiduamente alla redazione delle sue Ephemerides ad meridianum Vindobonensem, serie di tavole astronomiche, contenenti dati celesti che si guadagnarono presto fama in Europa centrale, lette e ristampate. Figura di punta del Collegio teresiano, nel XVIII secolo l’ultimo grande avamposto della scienza gesuitica, Hell vi fu collega, fra gli altri, del medico e fisico Peter Holler (poi un suo corrispondente, duranti i viaggi scientifici nei paesi nordici), e in particolare del matematico e naturalista ignaziano Christian Mayer (1719-1783), nonché dell’astronomo Franz von Zach (1754-1832), allora membro straniero della Reale Accademia delle Scienze di Torino, in contatto con padre Giambattista Beccaria (1716-1781), ed anello di congiunzione fra il microcosmo della scienza austriaca ed il milieu illuministico che, nel Piemonte dei Savoia, faceva corte attorno al re sabaudo Vittorio Amedeo III (un attivissimo circolo accademico composto da massoni, aristocratici, illuministi e tecnocrati, devoti all’uso delle nuove scienze in campo pratico ed applicativo).
Nel 1769, oramai convinto sostenitore e continuatore dell’astronomia galileiano-newtoniana – e di essa strenuo difensore – Hell si recò per otto mesi in Europa settentrionale, prima in Finlandia – dove si dedicò allo studio, cominciato solo pochi decenni prima, da Linneo, di lingua, costumi, flora e fauna dei Lapponi – ed in seguito in Norvegia, a Vardo, al fine di osservarvi il transito di Venere, l’evento astronomico del secolo, che appassionò anche Boscovich e che restò oggetto di discussioni scientifiche animate ancora nell’Ottocento, nel Regno Unito con Simon Newcomb.
Al principio di ottobre di quello stesso 1769, Hell fu nominato membro straniero della Reale Accademia delle Scienze danese, che, l’anno successivo, coprì le spese di stampa del resoconto che Hell ricavò, da quelle osservazioni celesti, ad uso della Repubblica delle Lettere: la sua Observatio transitus Veneris ante discum Solis venne infatti stampata, a Copenhagen, nel 1770. Come Galileo, anche Hell riponeva grandissima fiducia nelle capacità ostensive degli strumenti astronomici, primo fra tutti, naturalmente, il cannocchiale. Nel 1771, per i suoi meriti scientifici ed i successi a stampa, inoltre, Hell fu ascritto anche alla Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma. Passato in Svezia, vi raccolse notizie ed informazioni scientifiche sulle zone artiche, che nelle sue intenzioni sarebbero dovute andare a formare una grande ed esauriente enciclopedia di scienze naturali, fondate in quegli anni in via definitiva da Lamarck in Francia.
La grande impresa editoriale – di fatto una rilettura, in chiave e religiosa e cattolica (evidente, qui, è l’influenza della natural theology newtoniana anglo-britannica) di quelle scienze celebrate, in Francia, dai philosophes con l’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert – non si concretò e finì per non vedere mai la luce, anche e soprattutto a seguito della soppressione dell’Ordine gesuitico.
Anche un’analoga operazione editoriale di Hell relativa a astronomia e cosmografia naufragò, stavolta per l’invidia e per la gelosia di diversi colleghi. Come Galileo, Hell era convinto che fare scienza fosse studiare, fenomenicamente e con l’ausilio dei mezzi geometrico-matematici, il regno di Dio sulla terra e negli spazi celesti: una opportunità imperdibile, allo scopo di gettare un colpo d’occhio scientifico sulla saggezza divina, dispiegatasi nel Creato. A differenza, però, di Galileo – e ancora in linea, da questo punto di vista, perlomeno, con la cultura gesuitica barocca, di Kircher e di Schott – Hell coltivò anche alcuni interessi esoterici, come quello per la magneto-terapia di Mesmer e della Massoneria austro-francese più teosofica e spiritualista, mistica e legata alle scienze occulte, resa popolare a Parigi nel tramonto dell’ancien régime pure da Cagliostro.
In definitiva, quindi, pure grazie all’azione gesuitica europea e ai ripensamenti degli ignaziani al tempo dell’Illuminismo settecentesco, la sintassi galileiana del cielo ebbe la sua vittoria postuma, poco dopo la metà circa del XVIII secolo. Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo – che pochi se non quasi nessuno lessero al suo apparire in prima edizione – poté entrare nelle biblioteche private dei filosofi naturali, dei matematici e degli astronomi, oramai senza più difficoltà, o timori di sorta. Boscovich e Hell ne sono exempla storici illustri.


Nell'immagine, ritratto settecentesco di Ruggero Giuseppe Boscovich.


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Documento inserito il: 19/06/2026
  • TAG: meccanica celeste, storia dell’astronomia di osservazione, XVIII secolo, Torino, Vienna, Roma, età dell’Illuminismo, storia della scienza e della tecnica, cultura ignaziana

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