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Thomas Burnet e le origini anglicane della moderna geologia nel primo Settecento

di Alessandra Parodi


Un teologo prestato alle scienze della Terra

Le notizie biografiche su Thomas Burnet sono estremamente scarse, nacque probabilmente nel 1635 a Croft-on-Tees, nel Richmondshire, distretto del North Yorkshire. Studiò alla Northallerton Grammar School, per poi spostarsi al Clare College di Cambridge, dove fu allievo dell’arcivescovo anglicano John Tillotson. Infine fu al Christ’s College, del quale rimase membro dal 1657 al 1678, anche in qualità di censore. In seguito, lavorò con Lord Wiltshire, figlio di Charles Paulet e sesto marchese di Winchester, e come tutore di Lord Ossory, nipote di James Butler, primo duca di Ormonde. Questi incarichi garantirono a Burnet una sicura sistemazione e l’opportunità di viaggiare: probabilmente, durante uno di questi viaggi concepì l’idea dalla quale nacque in seguito la Sacred Theory of the Earth. Egli visitò il continente e la regione alpina e quando vide le Alpi per la prima volta ne rimase al contempo affascinato e terrorizzato. Per un pastore anglicano proveniente dalla verde e collinare Inghilterra, dove la cima più alta supera di poco i 1300 metri di altitudine, le vette alpine, rocciose, aspre e acuminate dovettero sembrare inospitali e incomprensibili agglomerati di terra e roccia.
Grazie all’influenza del duca di Ormonde, che ne era uno degli amministratori, Burnet ottenne il rettorato della Charterhouse, una delle più grandi public schools inglesi, fondata a Londra nel 1611 e che oggi ha sede a Godalming nel Surrey. Qui vi rimase, ad eccezione del periodo successivo alla rivoluzione in cui fu cappellano e segretario di gabinetto di Guglielmo III, tutta la vita dal 1685 al 1715, l’anno della sua morte.
Diversamente dalla biografia dell’errante e inquieto Niccolò Stenone, nella vita di Thomas Burnet non si registrano fatti particolarmente inconsueti o rilevanti, ad eccezione di un episodio che coinvolse il re Giacomo II. Il sovrano cercò di far ammettere il cattolico Andrew Popham alla Charterhouse, contravvenendo alle regole dell’istituzione. Alcuni componenti dell’amministrazione erano favorevoli all’ammissione del nuovo membro, forse per evitare ripercussioni da parte del sovrano e dell’autorità regia, ma Burnet, in quanto massima carica all’interno dell’istituto, si oppose e riuscì a portare la maggioranza dalla sua parte e a farle esprimere un voto negativo.
Giacomo II successe al trono del fratello Carlo II nel 1685 senza troppe scosse, ma si inimicò il Parlamento a causa della sua politica autocratica e filo-cattolica. Sospese il Test Act, risalente al 1673 e sottoscritto dal suo predecessore, che di fatto interdiva alcune cariche politiche ai cattolici e ai non conformisti poiché prevedeva l’obbligo di giuramento di fedeltà alla Chiesa Anglicana per chiunque volesse rivestire un incarico pubblico civile o militare. Inoltre, il sovrano emanò una Declaration for the Liberty of Conscience, con la quale concedeva indulgenza e libertà di culto a tutti, cattolici compresi. Azioni per le quali il sovrano Stuart si alienò anche le simpatie del partito tory. L’intromissione del sovrano negli affari della Charterhouse rientrava nel suo più ampio disegno di sottomettere le scuole e le università alla sua autorità, ma così facendo si inimicò anche i membri delle istituzioni anglicane, che fino a quel momento si erano dimostrate favorevoli alla dinastia reale.
Probabilmente la politica del sovrano Stuart nei confronti delle organizzazioni scolastiche inglesi fu uno dei fattori che contribuirono a mutare l’atteggiamento dei membri più influenti della Chiesa anglicana, portandoli in seguito a richiedere l’intervento di Guglielmo d’Orange.
L’episodio che coinvolse il Burnet rettore risale al 1687, solamente un anno prima della Gloriosa rivoluzione: in apparenza potrebbe sembrare di scarsa importanza in quanto evento di mera e ordinaria amministrazione accademica; in realtà, benché la vicenda venne sicuramente enfatizzata dopo la caduta degli Stuart, rivela un aspetto interessante non solo dell’indole di Burnet, ma soprattutto circa la sua posizione politica ed ideologica durante un periodo particolare della storia inglese come quello della Restaurazione Stuart.
Le informazioni sul teologo inglese durante il periodo rivoluzionario sono assai limitate e non si hanno notizie relative ad una sua attiva partecipazione politica; è però nota la sua vicinanza alla cerchia del duca di Ormonde, sostenitore della causa orangista, inoltre dopo l’insediamento sul trono di Guglielmo d’Orange Burnet venne nominato cappellano di corte.
Thomas Burnet fu tra gli ecclesiastici oratori delle Boyle Lectures nel 1724-1725, le note conferenze istituite alla fine del XVII secolo per volontà e grazie al lascito testamentario dello stesso Boyle per contrastare il proliferare di idee anticristiane. La Sacred Theory of the Earth è la prima e la più famosa opera di Burnet. La prima parte, formata da due volumi, venne pubblicata nel 1681 a Londra e si concentra sui temi dell’origine della Terra e dei mutamenti da essa subiti. La seconda parte dell’opera, edita nel 1689, analizza le sorti future della Terra e il tema escatologico. Tra la pubblicazione di queste due parti vi è l’edizione della versione inglese della prima parte nel 1684, che non fu solamente una traduzione del testo latino in inglese, ma di fatto una nuova edizione, in quanto l’autore vi apportò importanti modifiche e aggiunte. Anche la versione a stampa della seconda parte in inglese del 1690-91 presentava notevoli cambiamenti rispetto all’originale latina e quindi è considerata da molti un’opera con una propria autonomia.


Fra teologia e scienza

Definire l’opera burnetiana una cosmogonia potrebbe apparire riduttivo, in quanto egli non soltanto cercava di conciliare storia sacra e storia del mondo ma desiderava tracciare una linea che unisse la storia della Terra e quella dell’uomo dalla sua origine sino al suo compimento. Nella prima parte della Sacred Theory of the Earth dominano gli interessi scientifici, mentre nella seconda si tenta di delineare un possibile futuro per la Terra e per il genere umano. Alla luce di questo è giusto considerare l’opera burnetiana non solamente un tentativo di elaborazione scientifica, ma piuttosto una attenta riflessione religiosa, che si inseriva perfettamente nel dibattito e nelle controversie dell’epoca; ciò spiega anche perché l’opera di Burnet rimase al centro di una accesa disputa tra intellettuali più o meno catastrofisti per molti decenni.
Come si è detto nelle pagine precedenti, Burnet elaborò le sue teorie senza basarsi sull’osservazione o l'analisi degli strati rocciosi o dei fossili, ma unendo lo studio delle Sacre Scritture alla nuova fisica cartesiana. Utilizzò il racconto biblico come fonte primaria ed sviluppò un’ipotesi «presentata più come una elaborazione teorica, che prendendo come coordinate generali gli elementi della tradizione sacra ne costituisce un’interpretazione razionale.
Il teologo anglicano individuò tre momenti chiave nella storia della Terra: creazione, diluvio e conflagrazione. Nella visione burnetiana lo studioso aveva il compito di studiare e spiegare, utilizzando il metodo razionale, come e con quali conseguenze queste tre fasi si fossero susseguite, individuando anche le cause dei fenomeni naturali. Analizzando l’opera burnetiana è necessario tenere presenti alcuni presupposti fondamentali sui quali si basa tutto il suo impianto teorico. Innanzitutto, il Diluvio fu un evento fondamentale nella storia della Terra, poiché sconvolse del tutto un pianeta che era completamente diverso da quello attuale, nella forma, nell’assetto e anche nell’aspetto superficiale, «[...] the form of the antediluvian earth, or the earth that rose first from the chaos, was different from the form of the present earth». Secondo il teologo inglese la Terra ebbe origine dal Chaos, una massa fluida.
Il Chaos si trasformò nella terra originaria in diverse fasi, che Burnet spiega e descrive con precisione, utilizzando ampiamente le regole della fisica e della nascente chimica per dimostrare la validità e suffragare ulteriormente le sue teorie. La massa fuoriuscita dal Chaos aveva tre componenti, una parte interna solida, una intermedia formata da liquidi e una terza parte esterna chiamata regione dell’aria, densa e buia poiché non veniva raggiunta dai raggi del Sole, composta da elementi leggeri che potevano muoversi liberamenti e quindi occupavano più spazio rispetto alle altre componenti. Successivamente, i liquidi iniziarono a dividersi in base alla loro consistenza e anche le parti più leggere incominciarono a depurarsi. Le tre parti, solida, liquida e aeriforme si mescolarono e si inglobarono a vicenda fino ad arrivare alla formazione di un limo ricco, grasso e oleoso, il quale, anche grazie al calore del sole e al soffiare dei venti, risultò particolarmente adatto e fertile allo sviluppo della natura terrestre.
Si formò così la terra primigenia, una primitiva Terra abitabile formatasi dal «consolidamento di quella sorta di crosta terrestre, che induritasi al di sopra di una massa liquida uniforme dovette essere altrettanto uniforme: conclusione questa a cui si giunge considerando la disposizione degli elementi nello spazio secondo il peso». Secondo Burnet dal Chaos si generò il paradiso terrestre, il quale si presentava in maniera interamente diversa e opposta rispetto al nostro attuale pianeta. In particolare, questa antica versione della Terra aveva forma e struttura simile a quella di un uovo.
Inoltre, questo antico pianeta non presentava voragini, catene montuose, caverne e tutte quelle ‘storture’ che caratterizzano l’attuale crosta continentale. L’asse terrestre era perfettamente perpendicolare, non inclinato, garantendo così una situazione di stabilità e mitezza del clima, giorno e notte avevano la stessa durata come in un costante equinozio, le piogge e i venti erano regolari, non si verificava alcun evento climatico estremo come piogge intense, estati afose o inverni rigidi.
In quel paradiso, secondo il teologo anglicano, gli uomini vivevano felici, in perfetta armonia con la natura, senza dover temere minacce da parte del clima o di animali pericolosi o velenosi; non vi erano infatti belve, fiere o predatori. La terra, grazie al limo originario, che caratterizzava la crosta terrestre, e alle ideali condizioni climatiche, era particolarmente fertile, i semi erano fruttiferi e fecondi. Gli uomini vivevano una straordinaria longevità, non conoscevano la malattia, il loro fisico non era indebolito dai cambiamenti stagionali, dalle malattie e dall’usura.
La conferma della storicità della Terra primigenia e delle fasi fondamentali della sua evoluzione si troverebbe anche nelle tradizioni antiche; inoltre, secondo l’autore il paradiso terrestre non sarebbe stato altro che l’età dell’oro descritta dagli Antichi (Esiodo e non solo).
Il teologo anglicano chiama in causa autori classici, come Virgilio e Ovidio, e della tradizione cristiana ed ebraica quali fonti autorevoli circa l’età dell’oro sulla Terra, le sue ricchezze e bellezze andate perdute. La situazione della terra primigenia era vista da Burnet in netta contrapposizione alla situazione attuale della Terra, contraddistinta da irregolarità della superficie terrestre, da cambiamenti stagionali e fenomeni naturali anche violenti che si abbattono sull’umanità costringendola a subire i capricci del clima e ad abitare un pianeta inospitale, dovendo strappare con grandi sforzi alla natura il necessario per sopravvivere e nutrirsi.
Nella visione burnetiana questa situazione idilliaca non dovette durare a lungo, non era destinata a protrarsi all’infinito; il pianeta Terra e suoi abitanti, infatti, iniziarono ad andare incontro alla catastrofe, al Diluvio. Il teologo anglicano a questo punto descrive come e con quali effetti si verificò l’invasione delle acque che sconvolse il globo. La continua azione dei raggi solari scaldò la parte più superficiale delle acque interne, con l’evaporazione vennero prodotti vapori e gas che occuparono sempre più spazio ed iniziarono ad esercitare sempre più pressione sulle pareti. Contemporaneamente, per le stesse cause, la crosta terrestre divenne sempre più secca ed arida, non più in grado di resistere alla pressione sottostante: si ruppe facendo fuoriuscire le violente acque dell’abisso che travolsero tutta la superficie terrestre. Il Diluvio di Burnet non fu solamente un’alluvione a livello globale, ma una vera e propria distruzione di quel perfetto mondo antico.
Già all’inizio dell’opera, prima ancora di entrare nel dettaglio del racconto relativo alla Terra primigenia e al Diluvio, l’autore volle passare in rassegna e confutare le principali teorie sull’origine delle acque diluviane. Secondo Burnet, non potevano essere le acque marine, perché sarebbero risultate insufficienti, anche sommando tutte le grandi masse d’acqua presenti sulla Terra. Anche le acque piovane non sarebbero bastate, anche se copiose e interrotte per quaranta giorni e quaranta notti. Alcuni studiosi e teologi ipotizzavano che le acque che inondarono il pianeta fossero quelle sovra-celesti, cioè quelle che secondo la Genesi si troverebbero al di sopra del firmamento; altri ancora ritenevano che Dio avesse creato appositamente le acque del Diluvio e che poi le avesse miracolosamente eliminate. Secondo Burnet, questo non era necessario, i miracoli non servivano, poiché la natura aveva già predisposto le condizioni necessarie per far si che l’intero globo venisse allagato, in particolare, la forma della Terra antidiluviana dava la spiegazione e risolveva il dubbio sull’origine delle acque diluviane. Egli aggiunge che gli uomini sbagliano a voler misurare il diluvio utilizzando come metro di paragone e avendo come riferimento le attuali condizioni del globo, poiché esso era in origine del tutto diverso e le caratteristiche dei due mondi, comprese anche la massa e le condizioni dell’idrosfera, non erano paragonabili.
Dopo un periodo di transizione in cui cessarono le piogge e le acque lentamente si ritirarono, dalla catastrofe fuoriuscì il mondo attuale, imperfetto, disordinato e pieno di pericoli. Il giudizio di Burnet sull’aspetto che la Terra acquisì dopo il Diluvio è oltremodo negativo. Si formarono catene montuose più o meno alte, voragini e cavità nel terreno che sembravano non avere fine. La crosta terrestre e i fondali marini erano diventati irregolari, mare e terre si erano uniti in modo discontinuo e frastagliato e le isole formatesi dopo il Diluvio erano frammenti di terra disposti in mezzo alla vastità dei mari e degli oceani. Le montagne elevatissime, che angosciavano il teologo anglicano, non esistevano sulla Terra primigenia e si originarono dalla distruzione quando la superficie terrestre si frammentò. Un’altra conseguenza di quel terribile avvenimento fu lo spostamento dell’asse terrestre. Questo si inclinò, perse la sua perfetta perpendicolarità e comportò la perdita definitiva dello stato di perenne primavera. Iniziarono ad alternarsi le quattro stagioni con tutti i fenomeni naturali che le caratterizzano e dai quali l’uomo dovette imparare a difendersi.
Leggendo questa prima parte dell’opera burnetiana si comprende che nell’ottica dell’autore sia la creazione della Terra sia la sua distruzione causata dal Diluvio erano avvenimenti spiegabili sulla base di fenomeni naturali e regolati da leggi meccaniche. Inevitabilmente, veniva meno la concezione miracolosa della creazione e anche l’idea di un diluvio scagliato da Dio sull’umanità peccatrice sembra perdere il senso consueto che aveva nella tradizione biblica, per diventare un fatto naturale. Nella concezione di Burnet, il peccato non sembra essere la causa scatenante della catastrofe, la natura e le leggi che la regolano sono al centro della storia, non l’uomo e le sue azioni; «la storia della natura e la storia morale dell’uomo coincidono per volere divino, ma l’una non causa l’altra e il fenomeno naturale emerge in primo piano». Come si spiegherà meglio in seguito, proprio la questione dei miracoli e dell’azione diretta di Dio rispetto a quella della natura e delle sue leggi sarà una delle tematiche principali che animerà il dibattito intorno all’opera burnetiana. Lo stesso teologo, con le sue riflessioni, fu per un verso (almeno in apparenza) un anglicano di stretta osservanza e per un altro un illuminista, anche piuttosto radicale. Due aspetti che peraltro, nella cultura inglese tra Sei e Settecento, potevano coabitare.
Nella seconda parte della Sacred Theory viene illustrato il futuro della Terra e dell’umanità; alla prospettiva escatologica sono quindi dedicati gli ultimi due libri dell’opera, che raccontano la conflagrazione e il futuro rinnovamento che ne conseguirà. I mutamenti futuri avverranno anch'essi a seguito di una nuova catastrofe, che a differenza della prima avrà il potere di dare una nuova vita al mondo, ma soprattutto un nuovo ordine; questi rivolgimenti avverranno grazie alla forza distruttrice del fuoco e non più per mezzo di piogge devastanti e inondazioni. Il nuovo mondo che ne uscirà avrà mutato la sua forma, ma non la sua massa e la sua struttura materiale. Secondo Burnet, la conflagrazione non avverrà su un pianeta come quello attuale, in cui sono presenti grandi masse d’acqua e regioni freddissime come quelle polari; infatti egli spiega che la natura si preparerà alla catastrofe con mutamenti ineluttabili, già predisposti dalla Provvidenza. Sulla Terra si abbatterà una terribile siccità, le piogge diminuiranno fino ad esaurirsi. Gli oceani si prosciugheranno. In tali condizioni le fiamme si propagheranno inesorabilmente.
Durante questo cataclisma, il pianeta muterà la sua posizione rispetto al Sole, non si verificherà più l’alternanza delle stagioni, ogni regione sarà riarsa dai raggi solari e il clima risulterà ovunque torrido. L’autore sostiene che Dio avesse già predisposto tutte le premesse per questa seconda calamità; i vulcani e tutti i fenomeni che oggi indichiamo sotto il nome di vulcanismo secondario, quali acque termali, solfatare e fumarole, secondo il teologo inglese non sono altro che indizi del futuro catastrofico che attende la Terra e l’umanità che la abita. Nel capitolo VII del terzo Libro l’autore, prima di descrivere le conseguenze della conflagrazione, passa in rassegna i principali vulcani presenti sul nostro pianeta e ricorda episodi notevoli riguardanti eruzioni vulcaniche e terremoti violenti. Cita anche Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679), matematico, astronomo, scienziato galileiano dal genio poliedrico e membro dell’Accademia del Cimento, che nel 1669 venne inviato a Messina dalla Royal Society per osservare e studiare l’eruzione dell’Etna e suoi effetti.
In questo modo Burnet ribadisce anche grazie al galileiano Borrelli uno dei concetti chiave della sua teoria, concetto secondo il quale non è necessario l’intervento diretto e miracoloso di Dio per mettere in moto i diversi mutamenti, poiché la natura, con le sue leggi meccaniche (ecco qui l’influsso di Cartesio), che gli studiosi possono analizzare e spiegare, è già predisposta, sin dalla sua creazione, a mutare. Già nel primo volume dell’opera, ancora prima di iniziare la descrizione del Diluvio, Burnet con una ingegnosa metafora chiarisce ciò che intendeva per intervento divino e il ruolo della Provvidenza nei processi evolutivi del pianeta, a cavallo tra scienza e fede.
A seguito della gravissima siccità e della mancanza di acqua, il pianeta si scalderà sempre di più, la crosta terrestre si spaccherà in più punti e il calore del Sole penetrerà anche in profondità; tutta la massa interna si riscalderà e inizierà a liquefarsi, brucerà il di dentro e ne scaturiranno vapori caldissimi.
Nel corso dei capitoli VI e VII del Libro III, l’autore analizza le cause e le conseguenza della conflagrazione e ne sottolinea le analogie con il Diluvio universale; entrambe queste catastrofi sono state predisposte da Dio ed è quindi possibile per gli studiosi individuare alcune somiglianze, soprattutto per quanto riguarda le modalità con cui l’acqua e fuoco invasero e invaderanno la Terra. Si verificheranno anche dei terremoti, che spaccheranno ulteriormente la superficie terrestre facilitando la diffusione delle fiamme. Nulla potrà resistere a questa sciagura nessun corpo solido, neanche le montagne più elevate o il genere umano con tutte le sue opere.
Secondo l’autore della Sacred Theory non è però possibile sapere quando si verificheranno questi disastrosi eventi e consiglia di diffidare di chi tenta di fare previsioni, poiché il tradizionale concetto di tempo e le sue unità di misura non possono calcolare le durata delle fasi e delle epoche del mondo: sarebbe come voler conoscere l’ignoto utilizzando percorsi ancora più ignoti. «The bounds of human knowledge are so narrow, and the desire of knowing so vast and illimited, that it often puts mankind upon irregular methods of enlarging their knowledge».
Come sottolinea Mirella Pasini la seconda catastrofe descritta da Burnet sarà però lieta, il fuoco avrà una forza purificatrice, inizierà ad esaurirsi lentamente fino a quando ne emergerà una Terra completamente rinnovata; dopo la calamità e l’ecatombe si avrà un nuovo ordine: il beato millennio. La catastrofe non sarà un evento distruttivo, ma piuttosto creativo; Dio non dovrà creare nuovamente perché lo ha già fatto una volta e gli elementi che compongono il pianeta Terra non andranno persi con la conflagrazione, ma si ricomporranno in una forma diversa e nuova. Durante l’incendio si formerà una spessa coltre di fumo e nebbia, gli elementi infuocati si mescoleranno e successivamente, quando la forza del fuoco inizierà a ridursi, inizieranno a separarsi disponendosi in ordine secondo il loro peso, le componenti più leggere in alto e quelle più pesanti si depositeranno in basso. In sostanza si riprodurranno le stesse condizioni che in precedenza avevano formato la Terra primigenia; secondo Burnet medesime premesse possono portare ad un medesimo risultato. Già al termine del Libro III, dopo aver descritto dettagliatamente il diluvio di fuoco e prima di innestare il tema del beato millennio, egli introduce la similitudine tra il primo Chaos e la Terra rinnovata dal fuoco della conflagrazione, entrambi dotati di una straordinaria forza creatrice.
All’inizio del Libro IV la comparazione tra le due fasi della Storia della Terra continua. Il pianeta futuro sarà nuovamente una sfera perfetta, integra, liscia, senza montagne, cavità o protuberanze, perfettamente posizionato rispetto al Sole e con l’asse terrestre nuovamente perpendicolare. Un vero ritorno all’origine, ma anche una concezione ciclica della storia, in Inghilterra comune negli stessi anni in parte anche a Newton.
La conflagrazione produrrà un rinnovato ed ordinato paradiso, in cui sarà sempre primavera e dominerà un clima perfetto, il terreno sarà ancora fertile e prolifico di piante e frutti, inoltre non vi saranno pericoli naturali, piante nocive o fiere feroci. La Terra così rinnovata sarà la casa di una nuova umanità, una nuova stirpe di uomini giusti, i quali, risorti dalla morte, potranno vivere mille anni di vita pacifica contraddistinta da giustizia e pietà. Nel capitolo III del Libro IV l’autore trova nelle parole di San Pietro le prove per il ritorno dei giusti.
Le Sacre Scritture, in particolare le parole di San Giovanni (fonte prediletta anche da Newton), rivelano chi saranno questi uomini retti destinati a popolare nuovamente la Terra. Nel capitolo successivo del Libro IV Burnet elenca altre prove che confermerebbero la venuta del beato millennio. Come in molte parti del libro conclusivo della Sacred Theory, l’autore preferisce dare spazio alle fonti sacre, per comprovare il tema millenaristico. Le implicazioni teologiche in questa parte diventano preponderanti mentre le teorie, i rimandi scientifici, le ricche descrizioni e le ampie riflessioni, che hanno caratterizzato l’opera fino a quel punto, si diradano; l’autore preferisce passare in rassegna le parole dei profeti e degli apostoli evangelisti, specificando che questi hanno definito il beato millennio in vari modi: regno dei Santi, regno di Cristo o semplicemente Millennio, ma tutti hanno previsto e descritto such and happy state promised to the saints under the conduct of Christ.
Durante il millennio gli uomini non dovranno faticare, non patiranno a causa di carestie o malattie; liberarti da ogni preoccupazione questi esseri beati serviranno solamente Dio, raggiungendo così la perfezione: «The prophet Isaiah seems plainly to point at a paradisiacal state, throughout that chapter, by an universal innocency and harmlessness of animals; and peace, plenty, health, longevity or immortality of the inhabitants». Questo paradiso ha però una data di scadenza, durerà solamente mille anni e alla fine del beato millennio vi sarà l’ultimo avvento di Cristo, si concluderà la storia del nostro pianeta - una storia sacra, come dice il titolo dell’opera di Burnet - e si compirà quella dell'umanità.
Come si è detto sin dall’inizio, Burnet, con la Sacred Theory, mirava a realizzare un’opera scientifica e non di sola e pura speculazione, e cioè è dimostrato anche dal tenore degli interlocutori che egli interpellava per discutere le teorie cosmogoniche e la storia della Terra. Ancor prima della pubblicazione della prima parte dell’opera e del completamento della seconda il teologo anglicano intraprese una breve corrispondenza epistolare con Newton della quale si hanno a disposizione due lettere, la prima scritta dal teologo al grande fisico, e la seconda contenente la risposta di quest’ultimo. Burnet scrisse a Newton una prima lettera il 13 gennaio, in risposta ad una precedente missiva newtoniana del 24 dicembre 1680, la quale sfortunatamente è andata perduta. Una seconda lettera, scritta da Newton in risposta al teologo, non contiene indicazioni circa la data. Un carteggio breve quindi, ma importante ed indicativo.
I temi affrontati nelle due missive riguardano argomenti trattati da Burnet nella prima parte della Sacred Theory, in particolare nel Libro I. Questo perché entrambe vennero scritte in un periodo di poco precedente la pubblicazione dei primi due volumi dell’opera burnetiana; inoltre, i riferimenti che il teologo anglicano inserisce in merito ai capitoli e ai numeri delle pagine si riferiscono alla prima edizione latina.
In entrambe le lettere, gli autori discutono delle irregolarità della Terra, dell’origine delle montagne, delle cavità presenti nel sottosuolo e nei fondali marini, ma anche circa la relazione che vi sarebbe tra le attuali catene montuose e l’Abisso primordiale. Leggendo e confrontando le lettere si possono individuare indizi relativi alle differenze che dividevano i due autori. Newton, nell’esporre le sue ipotesi sulla formazione della Terra a partire dal Chaos e sul limo primordiale ricorre più volte a termini filosofici e scientifici, parlando di elementi, di soluzioni e delle loro reazioni; addirittura, in chiusura della sua lettera, per illustrare la formazione delle colline, ricorre all’esempio del latte cagliato con la birra. La sostanziale differenza tra i due riguardava proprio l’aspetto che assunse la Terra originata dal Chaos; se per Burnet la Terra primigenia era perfettamente liscia, regolare e uniforme, per il famoso scienziato inglese dal processo di assestamento del Chaos ebbe origine un pianeta disomogeneo che presentava delle irregolarità, come le montagne, ed era non troppo dissimile da quello attuale. Questa divergenza di vedute inevitabilmente si rifletteva sul diverso valore attribuito dai due al Diluvio universale. Per l’autore della Sacred Theory esso rappresentava la distruzione della Terra originaria e del paradiso che ospitava; dopo quell’evento disastroso l’aspetto della superficie terrestre si era inevitabilmente compromesso, aveva perso la sua interezza per diventare irregolare nella forma ed inospitale per l’umanità. Per Newton il Diluvio universale fu sì un evento catastrofico, ma solamente temporaneo, la Terra venne sommersa dalle acque e quando queste si ritirarono l’aspetto del pianeta non era mutato, le catene montuose - come tutti gli altri corrugamenti della crosta terrestre - ero presenti prima e dopo la catastrofe. In questo modo, Newton non solo aderiva più fedelmente al racconto biblico, ma con la sua spiegazione della formazione della Terra conciliava meglio l’ipotesi scientifica e il racconto mosaico. Inoltre egli confermava il valore punitivo del Diluvio, da sempre presente nella tradizione ebraico-cristiana.


Nell'immagine, ritratto di Thomas Burnett.

Documento inserito il: 08/08/2026
  • TAG: teologia, geologia, cristianesimo inglese, deismo, Lumi, Settecento

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