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Il conte di Saint Germain: il più grande adepto orientale?

di Francesco Servetto


Chi facesse la conoscenza di un personaggio della caratura del conte di Saint Germain al giorno d’oggi rimarrebbe stupito, quantomeno perplesso, visto il peculiare stile di vita e il convincente carisma. Nel XVIII secolo le cose non dovevano essere poi così differenti e i numerosi biografi che si sono cimentati con la narrazione delle sue gesta, giocoforza, si sono divisi in due fazioni: i sostenitori e i denigratori. Ciarlatani hanno occupato il palcoscenico della storia a più riprese, seguendo un fil rouge comune che si è nutrito dello stupore degli sprovveduti e del loro bisogno di cullarsi in quello che la psicologia definisce «pensiero magico». Se la magia ha assunto nei secoli contorni labili, fumosi e talvolta insozzati da silhouette volutamente ingannatrici, tuttavia chi si occupa di storia della cultura può affermare senza ombra di dubbio che una forma di magia degna di rilievo e di studio, inquadrabile in una cornice a metà tra la fisica e la metafisica, è stata presente durante la prima età moderna, sopravvivendo sottotraccia anche oltre, e si è occupata di tentare di scoprire metodi di gestione della natura e delle forze ad essa collegate.
La scienza ha maturato i propri meriti affondando le radici nella magia colta cinquecentesca, come giustamente fu fatto notare per la prima volta dalla grande storica inglese Frances Yates, la quale ha svelato la dignità di una disciplina che cercava delle risposte per i grandi quesiti irrisolti su scala macro e microscopica, restituendo i giusti meriti a personaggi del calibro di Giordano Bruno e di Pico della Mirandola. Se il XVIII secolo è comunemente conosciuto come il periodo dei Lumi e dell’esaltazione della ragione, una certa malinconia verso ciò che sfugge ai sensi si mantiene viva affiorando nel sentimento popolare, con la sua accozzaglia di superstizione e tradizione a cui non deve essere per forza negata dignità – si pensi ai rimedi curativi derivanti da piante e sostanze reperibili in natura, in taluni casi efficaci e privi di effetti collaterali- ma anche nell’operato di figure che si occupano di comprendere certe manifestazioni che sfuggono alle leggi della materia, pur generando effetti. Ecco che lo studio e gli esperimenti sul magnetismo, sull’elettricità e, in futuro, sulle onde radio si stagliano come moniti non trascurabili verso chi si affidi al puro materialismo persino in ottica conoscitiva.
Se un personaggio del calibro del Conte di Cagliostro ha diviso la critica per via delle proprie abitudini e dei propri intenti spesso non esemplari né encomiabili, lasciando tracce sul proprio percorso che si sono fatte solchi tramite gesta stupefacenti – degne di un prestigiatore o di un adepto in possesso di conoscenze non alla portata di tutti, chissà- l’impatto che ebbe il Conte di Saint Germain sui contemporanei e sui posteri fu come l’effetto prodotto dalla deflagrazione di una stella in un cielo notturno i cui spettatori sono ivi convenuti armati di plaid e cannocchiale per romantiche osservazioni con tutt’altre aspettative.
Di lui sappiamo poco, pur avendo una serie di resoconti che lo inquadrano in una cornice temporale tra il 1743, prima menzione che lo riguarda, e il 1784, anno della morte ufficiale, avvenuta per polmonite il 27 di febbraio. Appare molto interessante ciò che viene narrato su di lui dal diario della contessa d'Adhemar, intitolato Souvenirs sur Marie Antoinette, opera pubblicata nel 1836, dodici anni dopo la morte della nobildonna. Donna legata alla corte, molto vicina alla sovrana che anni dopo sarebbe stata decollata, nelle sue memorie si respira un’aria di aristocratica etichetta, ove l’esiguo spazio dedicato al conte risalta come una gemma in un prato d’acqua.
L’enigmatico personaggio spicca per affabulazione e fuoriesce dalle pagine contornato da un’aura di prodigiosa spiritualità, pragmaticamente tradotta in gesta alchemiche e artistiche. Tra il 1883 e il 1884, la celebre H. P. Blavatsky, donna dalle profonde connessioni spirituali, fondatrice del movimento teosofico, secondo quanto sostiene, avrebbe avuto un incontro con una discendente della suddetta contessa nel castello di famiglia, durante il quale avrebbero visionato documenti riguardanti Saint Germain. Secondo quanto riportato nella citata opera della nobildonna, il conte sarebbe stato un uomo di pace, una sorta di individuo mosso da un sentimento di fratellanza e di rispetto per l’umanità. Sarebbe stato a conoscenza in anticipo, per via delle proprie capacità fuori dal comune, dell’imminente stravolgimento sociale che la Rivoluzione avrebbe portato sul finire del secolo in Francia. La stessa Maria Antonietta, secondo quanto sostiene la d’Adhemar, che si professa la sua più fidata dama di corte, non avrebbe preso sul serio gli ammonimenti sul proprio futuro, salvo poi pentirsene quando poi era già troppo tardi.
La regina era parte di un sistema, quel famoso Ancien régime combattuto dai rivoluzionari, che emerge come una quotidiana cornice ovattata, avvolta in uno straniante privilegio, rispetto a quanto il resto della popolazione doveva trovarsi ad affrontare. Un’educazione spesso raffinata e volta a creare nella nobiltà individui un domani in grado di amministrare finanza e/o, all’occorrenza, eserciti, pare cozzare con i sentimenti che traspaiono dai resoconti riguardanti la corte. In realtà, ciò non deve stupire poiché esisteva una profonda differenza tra la formazione dei giovani aristocratici e quella delle giovani pari grado: i primi avevano diritto a ricevere un’istruzione il più possibile adeguata, completa, senza tralasciare le materie scientifiche politiche e filosofiche, mentre le seconde erano pur sempre destinate a diventare mogli e madri dinastiche, perfettamente in grado di gestire la casa e la vita in società, seguendo lezioni orientate su musica, danza, disegno e canto, con un’infarinatura a livello letterario. Ciò portava inevitabilmente a tralasciare nella formazione della personalità alcuni aspetti più legati alla capacità di giudizio, che se non venivano in qualche modo colmati dalla frequentazione di individui carismatici e particolarmente saggi, finivano per creare un substrato di faciloneria, come si evincerà, ad esempio, dall’incapacità di Maria Antonietta di ascoltare, evitando un atteggiamento distaccato, le infauste previsioni sul futuro della monarchia, perché talmente spaventose da generare in lei il desiderio di non sentirne nemmeno parlare.
Districarsi tra le notizie che riguardano il Saint Germain appare molto scivoloso, un terreno infido su cui basta un passo falso per far crollare tutta l’impalcatura di aneddoti e racconti sulla sua persona. Tuttavia, è necessario mettere in atto un tentativo, quantomeno per comprendere cosa significasse la sua presenza e quanto pesasse anche la sua assenza per quanti lo conobbero. Un’anziana dama di corte, la contessa Gergy, dichiarava, a distanza di vari decenni, di averlo conosciuto nel 1710 – il che, se degno di essere creduto, antepone la prima notizia di una sua apparizione di una trentina d’anni- e che i suoi connotati non solo sarebbero rimasti invariati nel tempo, ma addirittura sarebbe apparso più giovane. La stessa contessa d’Adhemar dichiara nelle proprie memorie di averlo rivisto dopo la di lui morte nel 1822 e questi le avrebbe confessato che sarebbe tornato in Europa nel 1875. Con molta probabilità, la notizia di una sua amicizia con re Luigi XV sarebbe degna di credibilità: vent’anni sarebbe durato il rapporto tra i due e la confidenza avrebbe raggiunto valori tali da convincere il monarca ad affidargli importanti missioni diplomatiche. Addirittura, il sovrano avrebbe avuto totale contezza delle capacità del suo fidato compare, tanto da difenderlo e pretendere che non fosse deriso da quanti fossero perplessi sul suo conto. Secondo i Souvenirs il conte fece colpo sul re grazie alle proprie doti di chimico, vedendo in qualche modo contraccambiato il proprio apporto da Luigi in persona tramite prodezze gastronomiche, essendo il monarca un ottimo cuoco.
Secondo Malpas, autore dell’opera biografica e storica Count Saint Germain, quando nel 1743 il conte arrivò a Versailles, si sparse la voce che uno straniero molto ricco e dalla figura aristocratica era apparso dal nulla, affabulando lo sguardo di chiunque con la propria fisicità e con le proprie maniere. Alto, dal fisico slanciato, dalle gambe atletiche che riempivano armoniosamente calzoni di seta, era dotato di un sorriso smagliante, di denti bianchissimi che colpivano l’osservatore per la propria lucente perfezione. Lo sguardo era dolce e penetrante, i capelli neri e la bellezza nell’insieme un qualcosa di raramente equiparabile. Con sé portava gemme di straordinaria fattura, che unite alla magnificenza degli abiti lo descrivevano come individuo particolarmente benestante, di un’età compresa tra i quaranta e i quarantacinque anni, la stessa che sarà descritta altrove anni dopo da altre persone che lo conobbero. Sul segreto della sua freschezza fisica mantenutasi nel tempo non esistono teorie che aiutino a dissipare una volta per tutte il velo impenetrabile che lo avvolge, per cui l’indagine non può far altro che raccogliere i dati dotati della maggiore percentuale di avere avuto un qualche ruolo in questa longevità serena e all’apparenza sotto controllo.
Di lui chi lo ha conosciuto dice che nessuno lo vide mangiare qualcosa, come se si nutrisse di un qualche alimento tenuto nascosto per le sorprendenti capacità organolettiche. Per quanto ciò risulti di poco aiuto, tuttavia si tratta di un particolare quantomeno curioso, viste le prescrizioni moderne alimentari fornite dai medici per tenere sotto controllo determinate patologie. Limitatamente a ciò, inoltre, va osservato che nessuno ricevette mai del cibo da lui e che non ero solito invitare persone nella propria dimora, ma era disponibile ad andare a trovare quanti, tra i più altolocati, desideravano un colloquio in sua compagnia.
Se il Malpas aveva connessioni con la Società Teosofica, gli va tuttavia riconosciuto il merito che per redigere il proprio testo, in origine una serie di articoli apparsi sulla rivista The Theosofical Path tra il 1914 e il 1915, si è avvalso di un’analisi approfondita su una serie di documenti, come lettere, diari di corte, documenti diplomatici, risalenti al XVIII secolo, che gli hanno consentito di ricostruire i movimenti del conte in giro per l’Europa. Francia, Inghilterra, Russia, Germania: Saint Germain ha impattato sulle vite dei contemporanei, facendosi conoscere come un saggio individuo in possesso di una cultura smisurata, poliglotta, musicista in grado di padroneggiare qualsiasi strumento musicale, primeggiando col violino in maniera sublime, nonché alchimista e chimico in possesso di conoscenze strabilianti. Nell’arco di tempo che va dal 1740 al 1760 pubblicò opere musicali presso l’editore londinese John Walsh, divise in opere strumentali (sei sonate per due violini e un basso con clavicembalo o violoncello e sette sonate per violino con basso continuo, in cui spiccava tutto il suo virtuosismo di esecutore), e opere vocali e teatrali (A Chosen Collection of Two and Forty English, FreL'Incostanza nch and Italian Songs, 42 arie con accompagnamento strumentale, e The Favourite Songs in the Opera call'd Delusa, tre arie in una miscellanea con altri compositori tra cui si ricorda la fortunata Per pietà bell'idol mio, acclamata dal pubblico londinese).
Se da una parte sosteneva di avere un valletto dell’età di cinquecento anni, d’altro canto sulla propria era piuttosto vago, lasciando intendere che un qualcosa di straordinario lo caratterizzasse per longevità. Al giorno d’oggi appare molto improbabile che qualcuno possa credere di avere a che fare con un individuo la cui esistenza si dipana per più secoli; lo stesso Voltaire, in effetti, in una lettera indirizzata a Federico II ne parla come di un uomo che si è preso gioco della corte di Francia definendolo «un comte pour rire», un conte da ridere. Lo descrive come un avventuriero che si fa passare per immortale, che sostiene di aver assistito alle vicende di Cristo e di aver cenato con i padri conciliari a Trento.
La corte transalpina, con i suoi sfarzi e con i suoi eccessi è per l’Arouet, campione del razionalismo e della lotta alla ciarlataneria, un covo di boccaloni sempre pronti a credere alle panzane più clamorose. Ecco che Madame de Pompadour, ammaliata dalla padronanza linguistica anche degli idiomi morti da parte del conte, afferma che il suddetto allietava il sovrano con gli aneddoti dei propri viaggi in giro per il mondo, tra Africa, Russia e Turchia; narrava di incontri a tu per tu con Cleopatra e con re Salomone, condendo il tutto con un carisma tale da spingere l’uditorio a credere alla verità delle sue parole. Dalle Mémoires di Madame du Hausset, prima cameriera personale della nobildonna, sappiamo che il conte aveva dichiarato di divertirsi parecchio a lasciar credere alle persone che i fatti riguardanti la sua età fossero reali, tanto che la stessa de Pompadour non si lasciò fuorviare al punto da crederlo davvero così vecchio da aver vissuto per migliaia di anni. Per lei era un uomo affascinante, dall’erudizione fuori dal comune, le cui competenze chimiche erano evidenziabili dai composti di cui egli stesso si serviva per il proprio benessere, quali ricette per la tintura e per la cosmesi.
Che egli fosse in possesso di un elisir di lunga vita appare alquanto improbabile, anche perché si rifiutò di concederlo persino a re Luigi XV, quando la dama glie lo chiese in sua vece, liquidando la richiesta con un secco «Sarei pazzo a dare al Re un farmaco del genere», che letto tra le righe può apparire una confessione velata di completa estraneità. Tuttavia, è piuttosto innegabile che il conte si occupò di tinture sia destinate alla cosmesi del corpo, sia all’industria tessile. Che fossero capelli incanutiti o abiti, la tecnica in suo possesso doveva essere un qualcosa di innovativo per l’epoca, tanto che persino Luigi XV si interessò dell’argomento, concedendogli un intero appartamento nel castello di Chambord per allestire un laboratorio, nel quale il sovrano stesso finì per condividere ore liete di esperimenti in sua compagnia. Nella fase finale della propria esistenza, il conte visse in Germania, sotto l’ala protettiva del principe Carlo d'Assia-Kassel, il quale gli mise a disposizione una struttura a Eckernförde, con l’intento di avviare una produzione a livello industriale. I colori sugli abiti risultavano particolarmente lucenti e si mantenevano a lungo, grazie alla composizione chimica che coinvolgeva metalli e minerali in percentuale inedita e, molto probabilmente anche a livello di formula, tanto che alla luce delle candele i vestiti si distinguevano rispetto agli altri per la luminosità che riflettevano.
La contessa di Gergy affermava di essere rimasta particolarmente compiaciuta dall’«acqua di giovinezza del conte», un liquido che preservava la pelle dall’invecchiamento e dalle rughe, donando un pallido colorito tanto apprezzato all’epoca. Lo storico francese Jean Overton Fuller ha ricostruito la ricetta del sorprendente ritrovato, servendosi di manoscritti dell’epoca, andando a pescare in fonti come i diari d'archivio dei contemporanei e le carte dei duchi tedeschi presso cui il conte trascorse l’ultimo periodo della sua vita, concentrando l’attenzione in particolare sul Langravio Carlo d'Assia-Kassel, suo ultimo protettore, erborista e compagno di esperimenti alchemici. Accanto al cardo benedetto, conosciuto per le proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti e ottimo per uniformare il colorito, utilizzava una polvere di legno di sandalo bianco, schiarente naturale che consentiva di raggiungere il grado di pallore tanto ricercato dalle dame; ai suddetti ingredienti univa acqua di rose e distillato di sambuco, il cui scopo era di purificare i pori donando un effetto di levigatezza nelle zone soggette alle rughe, quindi succo di ninfea e di cetriolo, che con la loro proprietà idratante concorreva a mantenere la pelle morbida, evitando arrossamenti.
Incrociando i dati riportati sui trattati di chimica e sui ricettari settecenteschi come il Dictionnaire universel de matière médicale di François-Alexandre de Garsault, è possibile risalire agli elementi chimici che producevano effetti legati al mantenimento della pelle, e si scopre che il magistero di bismuto era diffuso nella preparazione di creme e pomate per le dame, per via della proprietà sbiancante, così come l’allume di rocca, astringente, emostatico e antibatterico, ottimo per combattere il rossore. Il conte era conosciuto, si diceva, per mantenere uno stretto riserbo sulla propria alimentazione, elemento che incuriosiva i contemporanei, sempre pronti a fantasticare su ciò che sfuggiva alle logiche comuni. Di lui si diceva consumasse un tè speciale che preservava gli organi interni dall’invecchiamento, composto, secondo quando riscostruito dallo storico Paul Chacornac – a differenza di altri composti, il suddetto era stato divulgato dal suo celebre produttore – da foglie di séné o cassia, vero e proprio lassativo, fiori di sambuco, stimolanti la sudorazione, nonché vera manna per i reni e per la regolazione della temperatura corporea, semi di finocchio e di anice verde che aiutavano a sopportare l’effetto lassativo, proteggendo da dolori e da crampi addominali, oltre che conosciuti per le proprietà digestive e carminative, e bitartrato di potassio o cremore di Tartaro che aumentava l’effetto rinfrescante e depurativo del séné. Abile chimico in un’epoca in cui l’alchimia ancora serpeggiava per i laboratori dei più oscuri ricercatori, la sua opera di trasmutazione di pietre, di pulitura e di fusione gli valse l’attenzione degli aristocratici, ancora volta uno su tutti re Luigi. Il conte era infatti in grado di pulire da imperfezioni le pietre senza che queste perdessero peso, come quando sorprese il sovrano donandogli un diamante purificato da precedenti imperfezioni, la cui caratura non ne era rimasta inficiata, consentendo così di aumentare il valore per migliaia di corone.
Uno degli aspetti più sorprendenti riguardo il conte è quello legato alle apparizioni che sarebbero avvenute dopo la morte, come riportato dal Malpas nella propria ricerca. Analizzando le fonti documentarie, lo storico ha individuato sei eventi riportati dalla contessa d’Adhemar – nel 1789 alla vigilia della Rivoluzione, per avvertire Maria Antonietta dei pericoli imminenti, nel 1793 subito dopo la decapitazione della regina, nel 1804 durante l'ascesa al potere di Napoleone Bonaparte, nel 1813 poco prima della campagna militare in Russia, nel 1820 alla vigilia dell'assassinio del Duca di Berry e nel 1822 poco prima che la contessa morisse-, e altri quattro di altra natura -nel 1784 pochi mesi dopo la morte del conte l’incontro con l’esoterista e cartomante francese Etteilla, nel 1785 al Raduno Massonico di Wilhelmsbad, 1788 uno scambio di vedute col Conte di Chalons a Venezia, quando il Saint Germain esortò l’interlocutore a fuggire da un’Europa in profondo stravolgimento, e nello stesso anno o poco dopo con gli esuli francesi in Germania, tra cui il cardinale de Rohan.
Londra per lui non significò solo arte e successo: ivi subì un arresto con l’accusa di essere una spia, come documentato dalle lettere di Horace Walpole. Il clima politico in terra d’Albione all’epoca risentiva della seconda ribellione giacobita, un tentativo da parte di Carlo Edoardo Stuart di rovesciare il legittimo sovrano Giorgio II di Hannover. Preziose a livello di documentazione storica le parole del grande letterato inglese: «L'altro giorno hanno arrestato uno strano uomo che si fa chiamare Conte di Saint-Germain. Vive qui da due anni e non vuole dire chi sia o da dove venga, ma dichiara due cose bizzarre: la prima, che non usa il suo vero nome; la seconda, che non ha mai avuto a che fare con nessuna donna. Canta, suona il violino in modo meraviglioso, compone, è pazzo e non molto giudizioso. Lo dicono italiano, spagnolo, polacco, o uno che ha sposato una grande fortuna in Messico ed è scappato a Costantinopoli con i suoi gioielli...».
Incerte le origini, deflagrante l’impatto sulla società, di lui sappiamo, tramite il Glossario Teosofico , opera monumentale pubblicata postuma nel 1892 dalla celebre esoterista e filosofa russa Helena Petrovna Blavatsky, che un barone lituano all’epoca ottuagenario che lei stessa avrebbe conosciuto, udito suonare il grande Niccolò Paganini, si lasciò scappare con un innegabile moto d’entusiasmo «È Saint-Germain resuscitato che suona il violino nel corpo di uno scheletro italiano». Suggestione, probabile esagerazione, quel che conta non è tanto l’iperbolica tesi, quanto l’impatto che il conte ebbe anche in qualità di virtuoso sui contemporanei, in un’epoca in cui, è bene ricordare, ancora c’erano sopravvissuti dotati di un sapere enciclopedico come quello proprio dei grandi intellettuali cinquecenteschi, ma difficilmente qualcuno di essi primeggiava in più ambiti dello scibile, dell’arte e della tecnica.
Come altri grandi personaggi della storia, di lui si è tramandato che praticasse la meditazione, una meditazione che nel suo caso significava ritirarsi per parecchie ore, tra le trentasette e le quarantanove senza destarsi: è per questo motivo, secondo la Blavatsky, che diventava per lui possibile predire il futuro senza commettere errori.
La difficoltà della ricerca storica spinge a restare prudenti quando si tratta di argomenti di tale spessore metafisico, tuttavia, chi scrive ha effettuato studi teorici e pratici sulla meditazione tantrica e su quella taoista, che lo spingono a tentare una spiegazione per queste lunghe assenze, al di là della reale capacità di predire il futuro. Derivate da arcaiche conoscenze, le suddette discipline svelano altri riferimenti a livello di percezione della realtà rispetto a quanto normalmente ci si aspetti, andando a svelare una profonda connessione, di cui in psicologia sono state date delle spiegazioni, come ad esempio nell’opera di Jung, con la coscienza cosmica. Essa nelle tre scuole di pensiero descrive una realtà ultima in cui la frammentazione dell'ego individuale si dissolve per rivelare l'interconnessione fondamentale di tutto ciò che esiste, fondandosi su due pilastri fondamentali, la dissoluzione della frammentazione dell’ego, che avviene quando l'ego smette di percepire se stesso come un'entità isolata, rigida e separata dal resto del mondo e viene meno, dunque, l'illusione dell’«io contro il mondo», e la rivelazione dell'interconnessione fondamentale, detto in altri termini la sperimentazione dell'unità intrinseca della realtà (Unus Mundus per Jung, l'intreccio energetico per il Tantra, la fluidità del Tao). Il concetto non si traduce in una comprensione solo intellettuale, ma in un'esperienza diretta in cui il soggetto e l'oggetto diventano una cosa sola. A questo punto, mantenendo i piedi saldi su un terreno accidentato e di cui ancora poco sappiamo con certezza, ma di cui la speculazione intellettuale rivela interessanti e probabili verità, una capacità di connettersi alla coscienza cosmica da parte del Saint Germain potrebbe essere una spiegazione di alcune sue sorprendenti capacità spirituali.
Origini oscure, per la Blavatsky il nome Saint Germain sarebbe lecito, poiché avrebbe comprato il titolo nel Tirolo, pagandone i diritti di utilizzo al papa, ma tale affermazione contrasta con la realtà documentale e storica, poiché all’epoca il Tirolo era un possesso della corona asburgica; sappiamo dal suo ultimo protettore, il langravio Carlo d'Assia-Kassel che il conte stesso confessò di aver scelto il nome Sanctus Germanus, inteso come «Santo Fratello» (un chiaro riferimento alla fratellanza massonica o templare) come sorta di nome protettivo se non semplice gioco di parole, ma confessò anche un'altra interpretazione, dinastica, come «Comte de San Germano» per ricordare la sua presunta e segreta origine regale come figlio del principe transilvano Francesco Leopoldo Rákóczi, la cui famiglia era imparentata con le più importanti casate tedesche. In vita assunse alcuni pseudonimi, in Italia e in Francia era conosciuto come Marchese de Montferrat e Marchese Balletti, in Germania come Conte Welldone, in Olanda come Cavaliere Schoening.
Dalle memorie di Casanova, il quale lo considera un camaleontico e abile imbroglione, veniamo a conoscenza dello pseudonimo di Graf Tzarogy che avrebbe utilizzato in Russia, il quale è una sorta di anagramma non perfetto, ma foneticamente funzionale del nome Ragoczy (Rákóczi). Un altro nome utilizzato per muoversi nell’Europa settecentesca fu l’altisonante Conte Soltikoff, cognome tra i più importanti dell’aristocrazia russa che gli avrebbe consentito di muoversi nell’Europa Occidentale senza destare sospetti durante le proprie missioni politiche.
Spia (due le missioni principali, in terra olandese con un ruolo segreto di cui era al corrente solo Luigi XV e, soprattutto, in Russia durante il colpo di stato che rovesciò Pietro III a favore di Caterina II), letterato, musicista, compositore, alchimista, chimico, affabulatore e diplomatico: il Saint Germain probabilmente non sarà mai conosciuto a fondo per ciò che è realmente stato e, forse, se al giorno d’oggi avesse l’opportunità di vedere in quali termini si parla di lui, sarebbe decisamente soddisfatto. Chiudendo gli occhi, quasi pare di vederlo seduto su una poltrona con i propri gioielli e gli abiti di raffinata fattura mentre osserva sornione il mondo intorno che, attonito, continua a interessarsi a lui, a distanza di quasi 250 anni.


Nell'immagine, Il conte di Saint Germain.


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Parole Chiave:

Conte di Saint Germain, iniziatismo, magia naturale, poliglottismo, Massoneria, alchimia, virtuosismo, Ancien Régime, storia dell'esoterismo, psicanalisi, Carl Gustav Jung, coscienza, tantra, Tao.

Documento inserito il: 11/09/2026
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