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La storia sacra della Terra di Thomas Burnet e la comunità scientifica inglese (XVII-XVIII secolo)

di Alessandra Parodi


All’alba dei Lumi anglo-britannici: da Whiston a Woodward

Nel contesto storico-culturale della scienza inglese ad inizio Settecento non solamente Isaac Newton e Thomas Burnet si avvicinarono, con altri, al millenarismo, senza peraltro alcuna nostalgia politica verso l’epoca puritana; anche William Whiston, newtoniano e world maker, ne fu inesorabilmente affascinato, nonché ispirato dalla lettura proprio dell’opera biblico-teologica di Burnet.
William Whiston (1667-1752), fu teologo, filosofo naturale, matematico, oratore per le Boyle Lectures nel 1709 e successore di Newton in qualità di Professore Lucasiano di Matematica all’Università di Cambridge, cattedra che perse nel 1710 poichè espulso dall’istituzione universitaria a causa delle sue posizioni religiose. Autore nel 1696 di A New Theory of the Earth, un’opera dedicata a Newton con la quale anch’egli si cimentava nell’elaborazione di una teoria cosmogonica. In quanto newtoniano, Whiston considerava la storia della Terra nei termini delle leggi newtoniane del moto e sviluppava la sua cosmogonia in tre fasi. In un primo momento il pianeta si era formato a partire da una cometa nebulosa, aveva iniziato a ruotare intorno al Sole e gli elementi che lo componevano si erano disposti intorno al nucleo in strati successivi, disposti in ordine di peso (terra, acqua e infine fluidi). Come per Burnet, anche nell'ipotesi whistoniana la Terra primigenia godeva di condizioni particolarmente felici, muovendosi in un’orbita perfettamente circolare intorno al Sole, giorno e anno coincidevano e vigeva un perenne equinozio che garantiva perfette condizioni atmosferiche. Diversamente da ciò che sosteneva Burent, la prima versione della Terra secondo Whiston aveva una struttura molto simile all’attuale, quindi sulla sua superficie vi erano montagne e mari. La seconda fase della Storia della Terra vedeva come centrale l’evento del Diluvio, il quale si era verificato a causa delle maree e delle acque sotterranee. Queste si erano riversate sulla superficie terrestre poiché il pianeta aveva attraversato la coda d'una cometa e il suo campo gravitazionale, causando la spaccatura della crosta terrestre e la loro conseguente fuoriuscita. Infine, anche Whiston prevedeva una futura conflagrazione, che avrebbe riportato la Terra alle sue condizioni originali, provocata anch’essa dall’avvicinamento di una nuova cometa che avrebbe causato la scomparsa delle acque in tutto il globo.
Whiston, con la sua Theory, «tenta una ricomposizione della teoria sacra della terra con la meccanica celeste di Newton e formula una teoria della formazione della terra inserita nella cosmologia newtoniana e compatibile con la cosmologia biblica». Inoltre egli cercava di ampliare e approfondire la teoria di Burnet, mettendo al centro della narrazione l’idea che l’incontro da parte della Terra con una cometa potesse provocare grandi sconvolgimenti; idea che era già stata avanzata da Edmond Halley, ma egli la estese fino a creare un’ipotesi più complessa che si intrecciava con il racconto mosaico.
L’autore della New Theory nei confronti del testo sacro manteneva un atteggiamento lontano sia dall’interpretazione letterale sia da quella allegorica; probabilmente conosceva il contenuto della lettera che Newton inviò a Burnet ma non siamo in grado di chiarire quanto fosse in accordo con il primo; riteneva che il secondo si fosse spinto un po’ troppo oltre nel ritenere il Testo Sacro solo un insieme di verità generali e fondamentali. Whiston, come altri world makers, nella sua opera si era cimentato in una ricostruzione delle origini degli antichi popoli e delle civiltà ed era concorde con loro e con alcuni deisti (ad esempio, Toland) nel ritenere la stirpe ebraica rozza e primitiva. Probabilmente riteneva che Mosè, in quanto legislatore, con il suo racconto della creazione volesse impartire una serie di insegnamenti al fine di domare un popolo che rischiava la deriva morale e garantirsene conseguentemente l’obbedienza. Aspetto nuovamente deistico.
L’opera di Whiston, come quella di Burnet, venne travolta dal dibattito cosmogonico che durò decenni e che si analizzerà più in dettaglio a breve. Una delle questioni controverse riguardava il ruolo della Provvidenza divina nel corso della Storia della Terra. Secondo i due autori la perfezione era appartenuta solamente alla Terra primordiale e alla mitica età dell’oro ed era venuta meno per volere appunto della volontà divina; diversamente, secondo i detrattori dei world makers la perfezione non si era limitata alla primissima fase dell’evoluzione del pianeta, ma tutt’ora si manifestava nell’attualità, contemporaneamente alla saggezza provvidenziale.
Altro inventore di mondi fu John Woodward (1665-1728), di cui si è brevemente accennato nel precedente capitolo e che pubblicò nel 1695 An Essay Toward a Natural History of the Earth. In quest’opera esponeva non solo la sua teoria cosmogonica ma anche le ipotesi che aveva elaborato in merito all’origine dei fossili, classico tema della geologia settecentesca, anche in Italia (con Vallisneri e Moro).
Woodward era medico di formazione, socio della Royal Society dal 1693 e successivamente dal 1702 del Royal College of Physicians. Noto, non solamente sull’isola britannica, ma in tutto il continente, per la sua vasta e variegata collezione di fossili che aveva iniziato all’età di venticinque anni quando, durante un’escursione in campagna, trovò una conchiglia incastrata nella roccia, per poi scoprire che i terreni inglesi ne erano pieni. Da quel momento divenne un vero e proprio ricercatore di fossili, esplorava cave, colline, canali e si faceva inviare esemplari dai suoi corrispondenti in Nord America, infine attirò l’attenzione di naturalisti come John Ray (altro campione dell’alleanza scienza-fede) e Martin Lister (medico tra i maggiori del primo ‘700 inglese).
Woodward rifiutava l’idea della forza plastica quale generatrice di fossili e riteneva che questi fossero effettivamente vere conchiglie e che avessero un’origine organica. Inoltre, secondo il medico inglese, il Diluvio spiegava perché resti fossili venissero rinvenuti sulla terraferma in luoghi molto lontani dal mare. Come Burnet, riteneva che la catastrofe diluviana si fosse abbattuta sull’intero pianeta e non solamente su una regione particolare, oltre a ciò condividevano l’idea secondo la quale le montagne e le irregolarità della superficie terrestre si formarono a seguito di quell’evento, che sconvolse l’ordine della Terra primigenia, riducendola ad un ammasso di rovine. L’influenza di Burnet sul lavoro di Woodward appare indubitabile, ma diversamente dal primo egli non riteneva la Terra antidiluviana una sfera perfetta: essa presentava oceani e cambiamenti stagionali dovuti all’asse terrestre inclinato come è attualmente. Inoltre il medico inglese riteneva che la Terra attuale fosse il compimento del disegno divino, adatta ad ospitare l’umanità dopo il peccato, mentre quella delle origini era idonea ad un genere umano innocente e puro. In questo modo l’autore di An Essay ricomponeva in maniera più armonica e accettabile la storia naturale della Terra e quella dell’uomo. Paolo Rossi ricorda che il sistema ipotizzato dal medico inglese si basava sulla stratificazione delle Terra superficiale ma anche profonda, sull'originaria liquefazione della Terra primigenia e sulla presenza di un grande Abisso all’interno della Terra contenente una grandissima quantità d’acqua, che, tramite una serie di fenditure, sarebbe in contatto con gli Oceani. Woodward spiegava il Diluvio universale secondo le leggi newtoniane del moto, infatti secondo la sua teoria prima della catastrofe si era verificata una momentanea interruzione della gravità - quella dei Principia newtoniani, naturalmente - che aveva causato il deterioramento in milioni di atomi di tutta la materia solida. L’intero globo era divenuto una enorme massa di acqua, terra e sabbia, la quale tornò a solidificarsi quando Dio ristabilì la forza di gravità. La teoria woodwardiana non solamente dava una spiegazione scientifica del diluvio facendolo coincidere con il racconto biblico, ma risolveva l’enigma delle conchiglie fossili e degli strati rocciosi: nel momento successivo alla catastrofe, quando i materiali si disposero nuovamente in ordine lo fecero seguendo la legge della gravitazione universale, dal più pesante al più leggero. Un esempio di newtonianesimo geologico, o di geologia newtoniana, il che è lo stesso.
Woodward e la sua opera non furono risparmiati dalle critiche, in particolare la questione dell’origine organica delle conchiglie fossili generava opinioni discordanti. Sicuramente il suo più accanito detrattore fu il matematico scozzese John Arbuthnot (medico della Regina Anna e amico di Swift) che lo accusò di aver fatto passare come sue idee originali quelle che Stenone aveva illustrato nel suo Prodromus e, come si è detto nel capitolo precedente, si premurò di dare alle stampe un opuscolo nel quale illustrava chiaramente i passaggi in comune.
Considerando il lavoro woodwardiano nel contesto dei world makers della fine del XVII secolo, sicuramente si può affermare che il suo tentativo fu quello che collegava maggiormente e più accuratamente l’osservazione empirica delle realtà con lo sperimentalismo newtoniano e la storia sacra, cercando una soluzione che non solo salvasse il racconto biblico, ma che diventasse prova e spiegazione di quanto affermato nella Scrittura.


Il dibattito sull’opera burnetiana in Inghilterra e in Europa

La cosmogonia di Burnet, già all’indomani della pubblicazione della prima parte della Sacred Theory, generò una serie di reazioni da parte di naturalisti, filosofi naturali e teologi che indusse lo scrittore anglicano ad astenersi dalla pubblicazione di altri scritti potenzialmente compromettenti, che potevano essere fonte di ulteriori attacchi e accuse nei suoi confronti.
Il dibattito circa la Storia della Terra, il racconto biblico e l’origine dei fossili venne del resto alimentato non solamente dalle opere degli altri world makers, ma anche dalle molteplici pubblicazioni redatte dai loro detrattori, i quali volevano screditare le loro teorie cosmogoniche, proporne di alternative, ribadire la centralità e la veridicità delle Sacre Scritture e ripulire il panorama filosofico-scientifico da quelle aberrazioni teologiche che i creatori di mondi erano stati capaci di ideare. Inoltre, è necessario ricordare che le pubblicazioni di questi oppositori non si limitarono solo al periodo immediatamente successivo alla realizzazione a stampa delle opere cosmogoniche, ma si protrassero fino alla metà del XVIII secolo, quindi in piena età dei Lumi.
Il vescovo Herbert Croft (1603-1691) nel 1685 pubblicò Some Animadversions, che può essere considerata la prima risposta critica al testo burnetiano, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti religiosi. Il vescovo riconosceva che Burnet teneva in grande considerazione le Scritture, ma lo accusava di averle sfruttate e manipolate per la dimostrazione delle sue teorie, finendo per interpretare il racconto biblico in maniera troppo fantasiosa e allegorica, fecendogli altresì perdere il loro valore di autentica testimonianza.
Nel 1690 Erasmus Warren (?-1718) pubblicò Geology or a Discourse concerning the Earth before the Deluge, in cui accusava Burnet di aver riservato alle Scritture un atteggiamento sprezzante. Il suo fu un attacco diretto e ad ogni affermazione dell’autore della Sacred Theory contrapponeva passi del testo biblico; egli insisteva affinché la Genesi venisse presa alla lettera, ribadiva il fatto che dalla creazione si fosse generata la Terra attuale e difendeva la bellezza del creato, montagne comprese. Warren tentò anche alcune speculazioni scientifiche per dimostrare che le ipotesi di Burnet non erano sostenibili anche dal punto di vista delle leggi meccaniche.
Jean Graverol (1647-1718), pastore protestante francese, costretto all’esilio - come altri ugonotti - prima ad Amsterdam e poi a Londra, nel 1694 con il Moses Vindicatus accusava Burnet di socinianesimo e di spinozismo, ribadendo altresì che il racconto mosaico è strettamente una storia e non un’allegoria. Nel 1694, Archibald Lovell, con A Summary of Material Heads which may be enlarged and improved into a complete Answer to Dr. Burnet’s Theory of the Earth, accusava Burnet di essere un libero pensatore ed era preoccupato, come molti altri religiosi conservatori, per gli effetti che la sua opera poteva provocare tra le nuove generazioni. Del resto, in Burnet vi era un malcelato fondo deista che poteva farlo accostare ai free-thinkers.
Il matematico scozzese, allievo di Newton e professore di fisica newtoniana a Oxford, John Keill (1671-1721) pubblicò nel 1698 An Examination of Dr. Burnet’s Theory of the Earth. Questa pubblicazione giunse quasi un decennio dopo quella dell’opera burnetiana, quando i libri cosmologici di Whiston e Woodward erano già in circolazione e la polemica continuava ad alimentarsi e a diffondersi. Keill si scagliò duramente contro i world makers, definiti anche flood makers, i quali scrivevano, secondo la sua opinione, romanzi di fantasia, ma commettendo il più grave dei delitti nei confronti della nuova filosofia scientifica: furono approssimativi, trascurarono l’osservazione e l’esperienza. Keill difendeva non solo un modo rigoroso di fare scienza contro le speculazioni troppo ardite, ma anche le leggi newtoniane, delle quali alcuni autori di opere cosmogoniche avevano dato un’interpretazione troppo libera. L’attacco del matematico scozzese non era rivolto solamente ai creatori di mondi, ma anche a quelli che luì definì filosofi moderni, che ebbero la presunzione di spiegare come Dio avesse creato il mondo e che pretendevano di ricondurre tutta la Storia della Terra al nesso semplicistico di causa-effetto. I moderni a cui si riferiva Keill, come sottolinea Paolo Rossi, erano Spinoza, Hobbes, More e Malebranche, tutti incoraggiati nelle loro speculazioni da Cartesio, il primo che volle spiegare la genesi del mondo sulla base di regole meccaniche. La colpa dei world makers fu quella di aver basato le loro cosmologie su una filosofia meccanica, che proprio le leggi newtoniane avevano dimostrato la sua falsità. Come altri newtoniani, Keill accusava Burnet di aver negato il disegno divino compreso non solo nella creazione, ma in tutta la Storia del pianeta, riducendola ad una inesorabile grande rovina.
Keill, con il suo attacco alle fantasiose cosmogonie dei suoi colleghi inglesi, voleva ribadire la veridicità del racconto biblico, che non poteva essere messa in discussione. Inoltre, affermava che la Storia della Terra non era del tutto spiegabile sulla base di leggi scientifiche: la componente miracolosa era innegabile e volendo spiegare il Diluvio universale per mezzo delle sole leggi meccaniche si negava l’azione del potere divino sul mondo e sull’umanità. Lo stesso Newton metteva in quel periodo anche lui in guardia dagli eccessi del meccanicismo e dalle sue derive (quelle materialiste, impiegate dai deisti).
É necessario anche aggiungere che Keill, come Ray e successivamente Buffon, riconosceva che l’opera di Burnet era scritta in uno stile piacevole e per questo la considerava un romanzo piuttosto che un prodotto di scienza; oltre a ciò essi consideravano che la Terra, con tutte le sue imperfezioni, non era un rovinoso prodotto del caos, ma il frutto della sapienza divina.
La Sacred Theory of the Earth venne duramente criticata anche perché, da diverso tempo, era oggetto di discussione proprio per quanto riguardava il concetto di miracolo. Nel 1683 Charles Blount (1654-1693), deista e discepolo di Hobbes, nella sua Miracles no Violation of the Laws of Nature, aveva ampiamente citato l’opera di Burnet, per sostenere che l’ordine della natura e quello divino coincidono e che spesso vengono considerati miracolosi fatti che sono spiegabili alla luce delle leggi naturali. Blount difese le posizioni di Burnet anche negli Oracles of Reason, opera in cui sosteneva le tesi contenute nelle Archaeologiae. Riteneva che il teologo avesse scritto un’opera assai ingegnosa ed acuta, in cui dichiarava che il racconto mosaico assomigliava maggiormente ad una allegoria, piuttosto che ad un prodotto della ragione e della filosofia. L’appoggio da parte di un deista probabilmente non era nelle speranze di Burnet, che a partire da quel momento venne coinvolto nella polemica appunto contro il deismo. Quest’ultimo, peraltro, lo aveva nascostamente influenzato, andando a smussare gli spigoli di un anglicanesimo in fondo eclettico e poco ortodosso.
Nel XVIII secolo le critiche alle opere cosmogoniche arrivarono da parte del medico e biologo galileiano Antonio Vallisneri(1661-1730) e del naturalista Anton Lazzaro Moro (1687-1764). Entrambi più interessati ai fossili, agli strati rocciosi e alle modalità con cui si formarono le montagne, si concentrarono maggiormente sulle questioni scientifiche.
Vallisneri accusava Burnet di aver esagerato con le iperboli e di preferire Woodward, il quale evitava ardite speculazioni, riconoscendo a Dio e alla sua volontà alcuni misteri della creazione, che sono difficilmente spiegabili dalla ragione umana e soprattutto dalle leggi naturali. Da uomo di scienza, il medico e naturalista italiano utilizzava l’arma dell’osservazione diretta contro le ipotesi dei world makers. Gli strati presenti nel terreno e nelle rocce dei monti raccontavano di diversi eventi geologici e inondazioni; probabilmente Vallisneri aveva ben in mente la lezione del De Solido e faticava a considerare come solamente possibili le tesi di Burnet, Whiston e Woodward, i quali avevano dato alle stampe le loro opere privi di solide basi fornite dall’esperienza e dall’osservazione. Egli vedeva nella stratificazione della crosta terrestre la prova della perfezione della creazione. Nella sua visione gli strati erano ordinati, collocati nei luoghi opportuni ed erano prove della saggezza divina; anche i cambiamenti che avvengono nel tempo erano da intendere come meccanismi previsti e non intaccavano la perfezione del disegno divino.
Vallisneri inoltre riconosceva che quando uno studioso pone l’attenzione sul lontano passato della Terra rischia di azzardare ipotesi, ma nella sua ottica questo deve essere fatto umilmente, ricordandosi che quanto viene affermato riguarda la sfera del “possibile” e non della verità.
Moro, che definiva Vallisneri suo maestro, nel De’ Crostacei riaffermava che il problema dei fossili di conchiglie ritrovati sulle montagne andava affrontato contemporaneamente a quello dell’origine della Terra e della sua struttura. L’opera si compone di due volumi, il primo è dedicato a confutare le cosmogonie di Burnet e Woodward, mentre nel secondo affronta questioni metodologiche e propone una propria soluzione del problema.
Moro criticava ogni tesi burnetiana, considerandole tutte errate. Il teologo anglicano aveva sbagliato in merito all’iniziale forma ovale della Terra, al calcolo della quantità delle acque dell’Abisso e di quelle che causarono il Diluvio universale. Inoltre sosteneva che le spiegazioni fornite dall’autore in merito ai cambiamenti subiti dal pianeta nella suo lontano passato erano insufficienti e non si accordavano con il suo stato attuale. Moro sosteneva che l’autore della Sacred Theory in molte parti risultava in disaccordo con il racconto contenuto nel libro della Genesi, spesso piegato e adattato alle sue esigenze. Cosa in effetti vera.
Tra tutte le proposizioni di Burnet quella che Moro trovava più inaccettabile era quella che faceva derivare il mondo dal Caos originario. Come per Vallisneri, e anche secondo i newtoniani, la Terra era uno schema ordinato di parti, le quali sono state disposte secondo un preciso disegno e con una specifica funzione. La Natura è l’arte mediante la quale Dio opera, è una forza positiva che non può aver avuto origine dal Caos e non può esaurirsi in una “grande rovina” per Moro.
Inevitabilmente nel mirino del naturalista italiano finì anche Woodward, il quale aveva proposto un sistema non meno fantasioso di quello di Burnet. Entrambi i creatori di mondi avevano lavorato di fantasia, non avevano basato le loro ipotesi sull’osservazione e non avevano fornito prove accettabili di ciò che affermavano. Moro, che aveva fatto sua l’eredità galileiana facendola confluire nel suo lavoro, e che, come Stenone, compì escursioni naturalistiche in luoghi la cui conformazione geologica offriva spunti di riflessione, non poteva accettare né le modalità con cui i world makers volevano fare scienza né i risultati delle loro speculazioni.
Moro era altresì convinto che il Diluvio universale non potesse spiegare la presenza di crostacei e conchiglie fossili sui monti e nella seconda parte del De’ Crostacei illustrava la sua soluzione al problema. Questa partiva da un avvenimento che si verificò nel Mar Egeo nel 1707. Vicino a Santorini, nel marzo di quell’anno, apparve all’improvviso un’isola, che continuò a crescere di dimensione fino al mese di giugno. Moro collegò questo fatto ai fossili trovati nelle rocce delle montagne e propose che tutte le isole presenti sul pianeta avessero questa origine, aggiungendo che la forza che permetteva a queste di affiorare sulla superficie dei mari fosse quella del fuoco sotterraneo presente all’interno della Terra. Il naturalista allargò questo ragionamento anche ai continenti, che nella sua visione non erano altro che grandi isole o penisole. Inoltre Moro sosteneva che i vari strati visibili nelle rocce fossero depositi di materiale lavico e non strati di sedimenti lasciati dal susseguirsi di inondazioni, come invece affermavano Vallisneri e ancor prima di lui Stenone.
Il sistema proposto dal naturalista italiano doveva spiegare la presenza di fossili in luoghi molto lontani dal mare, la formazione delle catene montuose e anche la stratificazione delle rocce. Anch’egli aveva proposto una sua soluzione e di fatto aveva “inventato un mondo”, ma, diversamente dai world makers inglesi, nella sua opera era del tutto assente la necessità di far coincidere il racconto e le tempistiche della narrazione biblica con quelle della natura, benché nel De’ Crostacei vi fossero richiami alla volontà divina, ad esempio per quanto riguarda l’accensione dei fuochi sotterranei.
George-Louis Leclerc de Buffon (1707-1788), sodale e collaboratore dei philosophes, alla metà del XVIII secolo, nella Histoire naturelle générale et particulière criticò aspramente tutte e tre le cosmogonie inglesi e i loro autori. Egli riteneva che questi avessero elaborato ipotesi bizzarre, mescolando il racconto della creazione con le leggi della fisica, inserendovi alcuni fenomeni del tutto inventati. Per Buffon, Burnet aveva scritto un romanzo molto piacevole da leggere, con una prosa più che gradevole, ma sicuramente non un’opera con la quale informarsi circa la storia della Terra e la scienza in generale. Le ipotesi di Whiston gli apparivano un’unione male assortita di fatti divini e naturali, mentre Woodward aveva costruito un’ipotesi molto articolata su basi alquanto incerte. Secondo Buffon, se la Terra originaria era stata abitata dalle stesse specie umane e animali che popolano oggi il pianeta, questo non poteva essere molto diverso dall’attuale; inoltre egli sosteneva che tutti e tre gli autori di cosmogonie avessero sbagliato nell’individuare nel Diluvio universale l’unico catastrofico avvenimento che sconvolse il mondo nel suo aspetto e nella sua struttura.
L’idea proposta da Buffon per la storia della Terra e per la sua evoluzione era molto diversa da quella dei world makers. Nella sua visione la natura era costante e governata da leggi immutabili, i cambiamenti che la interessavano erano lenti e non vi era bisogno di fare appello ai miracoli, a cataclismi improvvisi o all’apparizione di comete per spiegarne i mutamenti, i quali avvengono naturalmente e naturalmente.
Analizzando il modello proposto dal naturalista francese, è inevitabile ripensare ad alcune intuizioni avanzate quasi un secolo prima da Stenone. Stratificazione, sedimentazione, erosione, ma soprattutto l’idea dei processi lenti e costanti che regolano i cambiamenti della Terra, i quali si susseguono e possono essere “letti” negli strati delle rocce, erano concetti già contenuti nel De Solido pubblicato dal medico danese nel 1669. Probabilmente Buffon aveva letto l’opera di Stenone ed entrambi propendevano per un sistema in cui l’evoluzione della Terra e i cambiamenti della crosta terrestre avvenivano in tempi lunghi per l’azione di forze che agivano graduali ma costanti.
L’opera di Buffon risale al 1749 e sembrò chiudere, almeno per il momento, fino al 1779 quando venne riscoperto il mito atlantideo, la querelle relativa alle cosmogonie inglesi, iniziata con la pubblicazione della Sacred Theory of the Earth. In quei decenni sembrò che il dibattito si fosse organizzato su due posizione distinte: quella dei creatori di mondi, catastrofisti che prevedevano un futuro di rovina per il mondo e per l’umanità; e quella degli anticatastrofisti, che leggevano l’evoluzione del pianeta in chiave più positiva e che vedevano nel risultato della creazione la perfezione della saggezza divina. Le discussioni intorno ai tre sistemi proposti dai world makers inizialmente, e soprattutto nell’ambiente inglese, riguardarono prevalentemente questioni teologiche e l’interpretazione letterale o allegorica delle Sacre Scritture. Nel momento in cui le tre opere iniziarono a circolare al di fuori dell’Inghilterra e nella discussione vennero coinvolti altri intellettuali, il focus del dibattito si spostò anche su questioni di tipo metodologico: infatti, come si è visto analizzando le critiche degli italiani Vallisneri e Moro e del francese Buffon, una delle considerazioni critiche più dure fatte alle cosmogonie e ai loro autori riguardava il metodo con il quale erano giunti a formulare i loro sistemi, e all’unisono si rimproverava loro di aver formulato teorie fantastiche senza basarsi sull’osservazione e sulla sperimentazione.
La Sacred Theory of the Earth non fu l’unica opera burnetiana che accese ed animò le discussioni di carattere religioso. Burnet illustrò le sue opinioni teologiche, in parte già emerse nel suo racconto cosmogonico, in altre due opere: il De Fide et officiis Christianorum e il De Statu mortuorum et resurgentium. A seguito delle polemiche contro la Sacred Theory e le accuse di deismo, Burnet preferì far stampare questi due lavori in poche copie, farle circolare solo tra pochi selezionati conoscenti e decise, dopo aver ricevuto il consiglio di alcuni teologi, di non pubblicarle. Solamente nel 1727, dopo la sua morte, queste due opere vennero date alle stampe.


Burnet a Roma: brevi cenni su teologia, scienza e pratiche censorie

Negli anni ‘30 del XVIII secolo Burnet e i suoi lavori arrivarono all’attenzione del mondo cattolico, in particolare della censura della Santa Sede. Prima il De Statu e il De Fide e infine la Sacred Theory furono sottoposti al giudizio della Congregazione dell’Indice. Gustavo Costa ricorda che tra XVII e XVIII secolo Roma, per motivi religiosi ma anche politici, si aprì al mondo inglese, con il quale aveva cessato ogni tipo di relazione e condivisione dai tempi della Controriforma. Costa sottolinea anche come la censura pontificia abbia avuto forti effetti negativi sulla cultura della penisola, poiché l’ha inevitabilmente privata di opere letterarie e di una pluralità di opinioni, riflessioni e correnti di pensiero.
Le opere burnetiane, già fortemente problematiche in patria, non potevano superare l’esame della censura cattolica. Nel dicembre del 1731 il De Statu venne affidato dalla Congregazione dell’Indice al censore Gianfrancesco Baldini, al quale successivamente venne consegnata anche la valutazione del De Fide. Egli, padre all’ordine dei Somaschi, era un teologo e in qualità di difensore dell’ortodossia pontificia esaminò le opere di matrice protestante e il 18 novembre 1732 presso il Palazzo apostolico del Quirinale lesse la sua relazione davanti ai cardinali Giovanni Antonio Davia (1660-1740, importante figura per la diffusione in Italia della nuova scienza newtoniana, ammirato da Montesquieu), Lodovico Pico delle Mirandola (m.1743), Vincenzo Lodovico Gotti (1664-1742), Leandro Porcia (m.1740), Pier Luigi Carafa (1677-1755) e ai domenicani Giovanni Benedetto Zuanelli (1608-1738) e Niccolò Ridolfi (m.1749). Diversi altri cardinali non si presentarono alla seduta pur avendone ricevuto l'annuncio.
È interessante ricordare che Davia era stato nominato protettore dei cattolici in Inghilterra e difensore della causa Stuart. Frequentò gli ambienti scientifici parigini e londinesi e nel 1681, grazie ad una raccomandazione di Marcello Malpighi, venne accolto dalla Royal Society dove fece la conoscenza, tra gli altri, di Hooke.


Nell'immagine, ritratto di Thomas Burnet.

Documento inserito il: 08/08/2026
  • TAG: storia della scienza, Illuminismo, geologia, fede cristiana

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