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Lo svedese Olaus Magnus, la storia dei popoli settentrionali e le scienze occulte nel XVI secolo

di Davide Arecco


Sapere umanistico, scienze geografiche ed erudizione storiografica nordica

E’ dal secolo XVI che la Svezia e la sua cultura iniziano ad essere conosciuti sul continente. Uno dei primi dotti ed eruditi svedesi il cui nome si impose presso il ceto colto europeo d’età rinascimentale fu Johannes Mansson (1488-1544), teologo e storico, genealogista ed arcivescovo cattolico di Uppsala, latinizzato dai contemporanei in Johannes Magnus. Nativo di Linkoping, figlio di Mans Pedersson, fu il protetto di Re Gustavo I Vasa, che lo volle primate del Regno di Svezia ed arcivescovo di Uppsala (dal 1523 al 1544). Nemico del luteranesimo nordeuropeo, avverso in particolare agli insegnamenti religiosi dei protestanti Olaus e Laurentius Petri, fedele contro di loro all’autorità papale di Clemente VII (1478-1534), Giovanni Magno fu anche un abile diplomatico ed il suo monarca lo inviò nel 1526 in Russia, in veste di ambasciatore della corona svedese presso la Moscovia.
Rimasto sul territorio russo per oltre sette anni, Giovanni Magno scese da Mosca sino a Roma nel 1533, e vi rimase per il resto dei suoi giorni. Visse tra Venezia e Roma, ove scrisse opere storiografiche sulla storia della Svezia, la Historia de omnibus Gothorum Sueonumque regibus e la Historia metropolitanæ ecclesiæ Upsaliensis. La prima venne stampata a Roma nel 1544, e ripubblicata ancora nel 1558, fatta quindi pervenire in quella Svezia di cui raccontava la storia, ai Duchi Erik e Carlo. Moltissime, da allora, furono le edizioni europee del libro, ripubblicato svariate volte e tradotto in svedese per la prima volta, da Ericus Schroderus, nel 1620. La base dell’opera erano i Getica di Giordane (il grande storico goto naturalizzato bizantino e morto nel 560) e i manoscritti medievali di Saxo Grammaticus (lo storico danese vissuto tra il 1150 ed il 1220). A loro Magnus si appoggiò per tratteggiare, in una forma, a tratti, quasi pittorica, la grande ed allora sconosciuta storia della nazione svedese, dei suoi sovrani e dei Goti, in più volumi (quelli dal I al XVI prendevano avvio con Jafet – primo Re di Svezia – per arrivare sino all’anno Mille). In molti punti, il lavoro storiografico di Magno sconfinava nel mito ed incorporava non poche leggende, con una serie di sei monarchi immaginari prima di Erik il Vittorioso e altrettanti prima di Carlo VII. Anche per tale motivo, i figli di Gustavo I Vasa, il dedicatario del libro, regnarono sotto il nome rispettivamente di Erik XIV e di Carlo IX, malgrado fossero cronologicamente il quinto e il terzo con quel nome effettivo. La politica si lasciava quindi in Svezia indirizzare dalla storia, una storia a sua volta imparentata con trame favolistiche e leggendarie. Anche vari Gustavo furono di fatto inventati da Magnus. Quest’ultimo ebbe un fratello, forse ancora più importante di lui, per il ruolo intellettuale che, tra Nord Europa umanistico e rinascimentale e continente, assunse in ambito accademico, diplomatico, storico e religioso.
Anche lui arcivescovo cattolico svedese, Olaus Magnus (1490-1557) si formò a Rostock, dunque in area anseatica e tedesca, compiendo nel 1518 una lunga missione in qualità di legato pontificio, nelle zone settentrionali del Regno di Svezia, in visita presso le comunità cristiane del tempo, convertite alla nuova fede, ma sostanzialmente ancora immerse – sul piano delle tradizioni popolari, di usi e costumi – in un ambiente rimasto, neanche tanto larvatamente, pagano ed intriso di oscure credenze magiche, legate al passato ed a secoli dimenticati. Il viaggio aveva lo scopo, accreditato dal papa stesso, di sradicare in via definitiva tale sistema di superstiziose sopravvivenze d’epoche tenebrose, la cui eco sarebbe comunque rimasta nell’opera storico-erudita del missionario cattolico svedese. Lo vedremo tra poco.
Inizialmente segretario del fratello Johannes, Olaus ebbe come lui anche incarichi di tipo politico e diplomatico nell’area eel Mar Baltico. Per conto di Re Gustavo I scese in Italia nel 1523, per dirimere la vexata quaestio circa la titolarità della nomina dell’arcivescovo uppsaliense, allora contesa fra il Re di Svezia e la Santa Sede. Anche lui nemico della Riforma luterana che andava allora diffondendosi nel ‘gelato Settentrione’, pure Olaus decise quindi di restare a Roma, a fianco del fratello. Nel decennio tra il 1529 ed il 1539 fece con lui diversi e lunghi viaggi a Danzica – transitando per Venezia, qui ospite di Gerolamo Querini (1468-1564), patriarca domenicano che visse anche tra Vicenza e Bologna – dove fu data alle stampe nel 1539 la famosa Carta Marina et descriptio septemtrionalium terrarum, una mappa geografica, disegnata in base ai criteri scientifici della nascente cartografia, alquanto attendibile, circa i territori dell’Europa del Nord, dalla Groenlandia meridionale sino alle coste baltiche della Russia: varie zone che erano allora quasi del tutto terrae incognitae in Europa meridionale. Presso i circoli eruditi e i dotti di quest’ultima, con epicentro politico Roma e tipografico Venezia, l’opera di Olaus Magnus ebbe una funzione storica assolutamente primaria e pionieristica, nel diffondere la conoscenza, prima di tutto geografica e culturale, dei paesi scandinavi.
Rimasto, come detto, in Italia, e qui protégé della curia pontificia, Olaus Magnus partecipò, come metropolita, al Concilio di Trento, nei cui primi lavori di distinse, per il suo ferreo tradizionalismo. Si occupò, inoltre, a Roma, di stampare opere storiche e cartografiche, sue e di altri, mettendo in piedi, per l’occasione, una efficientissima e moderna tipografia, con i migliori torchi e le migliori matrici allora disponibili sul mercato. Conservatore e reazionario, voleva in ogni caso fare e diffondere cultura, nella fattispecie storiografica, scientifica ed etnografica (diremmo oggi con il nostro linguaggio).
Nel 1533, Olaus Magnus pubblicò una biografia di Santa Brigida e nel 1555 il proprio capolavoro – l’opera poi rimasta tra le principali, all’interno della sua ampia produzione dotta – ossia la Historia de gentibus septentrionalibus, in ventidue Libri. Si trattava di una poderosa opera, di storia e di geografia, di antropologia ed etnologia, avant la lettre, dallo scopo maggiore di descrivere, in maniera minuziosa, gli usi, le credenze – tanto religiose, quanto esoteriche – del popolo svedese, non senza digressioni, sui Lapponi delle vicine terre finlandesi. Molte pagine dell’opera spaziano su distese innevate, su scienze e tecniche (nello specifico quelle agricole e militari). Troneggiano, nel libro, l’ambiente naturale, studiato dalla nuova geografia, l’estrazione di minerali e i fenomeni meteorologici, legati alle correnti marine ed ai venti del Nord. Ancora oggi, il lettore dell’opera può apprezzarne le accurate e realistiche descrizioni fornite in dettaglio dall’autore. Dopo avere descritto la flora svedese – studiata con rigore tassonomico, poi, solo da Linneo, nella prima metà del XVIII secolo (Systema naturae, prima edizione 1735) – Olaus Magnus passava ampiamente in rassegna la fauna del regno nordico e in generale della Scandinavia, ed arrivando ad includere, nella narrazione, anche quelle creature mostruose – immortalate dal folclore dei pagani, anche in una Svezia divenuta, già, cristiana – che si riteneva all’epoca ancora popolassero i bui abissi marini, per sorgere talvolta dalle fredde acque del Baltico, presenti negli oscuri racconti di tanti marinai all’alba dell’età moderna.
Il livello geo-cartografico dell’opera di Olaus Magnus era notevolissimo, al pari di quello della Carta Marina in nove fogli. La Historia venne tradotta e pubblicata in seguito anche in italiano (la nota edizione giuntina apparsa in laguna nel 1565), nonché in tutte le più importanti lingue europee restando a lungo il libro di riferimento principale, in materia di studi scandinavi. Altre traduzioni della Historia, da non dimenticare in questa sede, furono quelle in tedesco (1567), inglese (1658), olandese (1665). Ne furono ricavati anche estratti, stampati a parte, ad Anversa (tra 1558 e 1562), Parigi (1561), Amsterdam (1586), Francoforte (1618) e Leida (1652). Una circolazione davvero vasta ed europea, la quale impose la figura e l’opera a stampa di Olaus Magnus presso la Repubblica delle Lettere continentale.
Per la stesura della sua opera maggiore, il chierico svedese si valse dei suoi numerosi contatti con il mondo erudito delle principali Università europee di allora, così come delle sue entrature – garantite dal pontefice e dal legato papale, Arcimboldo – presso le biblioteche e collezioni romane. Vide raccolte librarie e rari codici manoscritti, aggiungendo di suo una conoscenza profonda della Svezia, che, a quel tempo, nessuno poteva vantare, nell’Europa latina e mediterranea. Le sue descrizioni fecero testo – sino al secolo dei Lumi, almeno – e rimasero di gran valore come fonti documentarie riguardo alla vita ed ai costumi della Svezia antica e medievale.
Il canonico svedese, giunto a Roma nel 1537, e divenuto presto tra gli intellettuali più ascoltati da papa Paolo III, venne, da questi, inviato in missione apostolica prima a Liegi e poi a Poznam, presso Re Sigismondo I di Polonia. Al ritorno, Magnus fu ricompensato, per i suoi servizi resi alla causa cattolica, con il rettorato del Monastero di Santa Brigida. Quando si spense a Roma, il suo nome era entrato nella storia, come quello del primo savant ad illuminare la realtà storico-geografica delle terre nordiche e dei meravigliosi fondali marini baltici. In effetti, anche alla nascita dell’oceanografia come scienza, Olaus Magnus diede un rilevante contributo, in termini di rigore metodologico e sperimentale, prefigurando le successive misurazioni sette-ottocentesche delle correnti marine fra l’Islanda e le Isole Far Oer.


Dalle cronache ecclesiastiche alle pratiche magiche della demonologia cinquecentesca

Come molti altri enciclopedisti cinquecenteschi, nel suo libro, Olaus Magnus diede largo spazio a temi ed argomenti teratologici ed occulti. Una cosa normalissima ed abituale, nel XVI secolo. Non è un caso infatti che tante pagine della sua Historia de gentibus septentrionalibus apparsa a stampa nel 1555 siano dedicate, in modo esteso ed approfondito, a dissertare – con un misto, sempre, di terrore e fascino etnografico – sulle arti nere della magia cerimoniale, contadina e non solo, sulle tradizioni superstiziose e sulle credenze rimaste in buona sostanza ancora pagane delle popolazioni nordeuropee, presentate, da lui, come il residuo d’un oscuro passato atavico ed ancestrale, in lotta con la successiva fede cristiana e cattolica portata da Roma, passando per l’Inghilterra, in Svezia e nei paesi baltici.
Tra le pagine della Historia, letta ed apprezzata, fra gli altri, da Torquemada, troviamo – arricchiti da celebri e splendide xilografie – il racconto dettagliato di vari prodigi, pratiche magiche, poteri di tipo occulto: un sistema di credenze storico-religiose, tramandate dai secoli bui d’un passato mai morto ed a quell’epoca ancora vive nelle regioni artiche e scandinave, specie in quelle decentrate, vicino a foreste e montagne, quindi meno urbanizzate (lo stesso discorso poteva valere a quel tempo per numerose zone della Germania odierna).
I maghi naturali di Olaus Magnus potevano essere evocatori di tempeste, bufere e trombe marine, per colpire ed affondare le navi e imbarcazioni dei nemici. Un potere assegnato da Magnus alle streghe del Nord, depositarie secondo lui di un arcano e tenebroso sapere originario, di matrice panteista, a sua volta legato all’uso di particolari rune magiche: in effetti, i simboli dell’antico alfabeto non venivano da lui visti solo come un sistema linguistico di scrittura, ma erano a suo dire la sopravvivenza materiale ed archeologica di pratiche divinatorie – di maledizione o protezione, a seconda dei casi – incise su legno o su pietra. Una testimonianza, dunque, di tradizioni esoterico-occulte e pratiche mai estintesi malgrado l’avvento della più razionale era moderna e nonostante l’avvento anche in Svezia del cristianesimo.
Olaus Magnus fu inoltre tra i primissimi ad affrontare in Europa la leggenda della licantropia, già durante il XVI secolo. Egli descrisse infatti episodi di trasformazione in lupi mannari, tipici delle gelide terre baltiche e scandinave, riletti attraverso la lente della demonologia cristiana, come patti scellerati e diabolici con il Maligno. Altre parti della Historia riguardarono la descrizione, accurata, del così detto sciamanesimo lappone: i rituali dei Sami, l’antico popolo capace di leggere il futuro e fare inoltre viaggiare l’anima disincarnata, attraverso fenomeni di estasi extra-corporea, o mediante tamburi magici. La prospettiva restava, naturalmente, quella dell’ecclesiastico fedele a Roma. Tuttavia, nonostante Magnus condannasse tali pratiche, alla stregua di diavolerie pericolose ed ingannevoli, il suo sguardo non era ad ogni modo solo e tanto freddamente inquisitorio. Il suo fine primario era quello di mettere a disposizione degli Inquisitori (non solo ed esclusivamente del Sant’Uffizio) una sorta di prezioso archivio storico, di notizie ed informazioni, circa le credenze magiche e popolari del Nord. Era in qualche modo curioso ed affascinato da quella stessa materia che diceva di voler combattere strenuamente. Divulgava tramite la critica storico-religiosa: strategia poi tipica della cultura italiana, tra XVII e XVIII secolo, all’origine fra l’altro del nostro primo Illuminismo e del passaggio storico durante la prima metà del Settecento dal razionalismo cartesiano ai Lumi galileiano-newtoniani.
Le scienze occulte e la demonologia non vengono esaminate, da Olaus Magnus, come operazioni teoriche o dottrinali di carattere magico-iniziatico (siamo lontanissimi dall’alchimia del tempo), quanto semmai come frammenti etnografici di folclore nordico, residui pagani che attestano tramite credenze e manifestazioni l’azione di Satana tra i popoli scandinavi ed in Svezia in particolare. Significativamente, la Historia descrive le pratiche magiche e superstizioni delle popolazioni del Nord Europa con un misto di stupore storico-antropologico e rigore contro-riformista. I Finni sono ad esempio rappresentati come veri e propri custodi del magico, abilissimi nella divinazione e nel controllo dei venti marini. I cerchi di fate e stregoni sono gli spazi, rurali e boschivi, di un ritualismo agreste estraneo all’ortodossia cristiana, riflesso e sopravvivenza, insieme, di culti primevi ed antichissimi. Anche il tema della metamorfosi nei lupi mannari della tradizione risale, per Olaus Magnus, a credenze primitive ed ancestrali, documentate dalle feste d’inverno, ancora vive nella cultura popolare svedese cinquecentesca. L’erudito nordico non può non leggerle ed interpretarle in chiave cristiano-cattolica: per l’arcivescovo di Uppsala, ogni forma di magia non cristiana o di paganesimo nordico riconduceva direttamente agli inganni del Demonio. La lotta spirituale contro di esso non poteva e non doveva mai venire meno. Magnus era tenace avversario delle illusioni diaboliche: i vari prodigi compiuti dai maghi o dai negromanti non erano poteri reali, ma inganni satanici che sfruttavano la debolezza umana. Un’impostazione antesigna, qua e là, delle pagine tardo-barocche del Monde enchanté (1691-1694) dello spinoziano olandese Balthasar Bekker, storico e teologo lettore di Bayle e tra i protagonisti di primo piano, nella crisi della coscienza europea, sul finire del Seicento, all’alba dell’Illuminismo nord-europeo settecentesco. E la conferma di quanto la storia sia ricchissima di paradossi socio-culturali, visto che Olaus Magnus veniva dal cattolicesimo tridentino.
La prospettiva d’analisi restava, pertanto, quella della Controriforma romana: il protestantesimo è anch’esso un’eresia disdicevole, mentre l’isolamento geografico del Nord aveva finito con il favorire il proliferare di superstizioni ed insidie demoniache. Mostri acquatici ed oscuri presagi ne costituivano la conferma ultima. Le descrizioni di spaventose creature degli abissi e prodigi naturali assumono, spesso, nelle pagine della Historia, una valenza morale e-o escatologica, concepiti come ammonimenti divini o manifestazioni del Caos primordiale legato al Maligno. Olaus Magnus riporta, in proposito, vari episodi specifici di magia lappone. Frutto dell’esilio in Italia, l’opera maggiore del dotto e religioso svedese è, contemporaneamente, il fiore più maturo di una vocazione enciclopedica, tesa a fare della demonologia una scienza a tutti gli effetti – come, sempre nel Cinquecento europeo, in area germanica con Wyer e in quella anglo-britannica con Scot – e la rappresentazione visiva, dai risvolti talora quasi millenaristici, di di demoni e mostri, eternati dall’arte xilografica cinquecentesca: la medesima che adorna mirabilmente sul versante iconografico tantissime pagine della Historia de gentibus septentrionalibus, facendone una gemma, non solo dal punto di vista bibliologico, storico-culturale ed antropologico-geografico, ma pure sul fronte artistico.
Nella sua battaglia culturale ed ecclesiastica, Olaus Magnus fece uso degli strumenti tradizionali: la letteratura vetero e neo-testamentaria, la cristianizzazione di Plinio (per la struttura data all’opera), il Genesi biblico, Aulo Gellio, Niccolò Laoniceno, la Physica aristotelica (in linea con i tomisti gesuiti), Levino Lemnio, la tradizione agostiniana, San Gerolamo, Agostino Steuco (la parte sull’Eden perduto: quasi, a tratti, una prefigurazione di Milton), i Mirabilium divinorum humanorumque volumina quatuor di Symphorien Champier, gli scritti di Solino, l’utopia di Prete Gianni, gli autori contro-riformisti, le mai dimenticate lezioni fiorentine sui mostri di Benedetto Varchi (1548), sino a costruire una autentica sapienza del meraviglioso e del terribile: una vera enciclopedia di mirabilia, combattute con le armi di potenti auctoritates, religiose in primis. La cosa non stupisce lo storico: nel Rinascimento, di cui Olaus Magnus è voce somma, ed autorevole, era perfettamente normale che la medicina (Paré o Liceti, giusto per fare qui due nomi), o la stessa storia naturale (Aldrovandi) si muovessero ancora sul confine mobile fra antico e moderno, tradizione e innovazione, passato e presente, segreti e scienza. Un retaggio ancora nel Seicento rimasto vivissimo, ad esempio nel rovescio mistico della così detta Rivoluzione scientifica di cui ci parlava il grande Salvatore Rotta.


Nell'immagine, Un serpente marino nella Storia delle genti settentrionali di Olaus Magnus.


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Parole chiave:
storia sociale, cultura enciclopedica, tradizione cronachistica, credenze popolari, età del Rinascimento, demonologia, Nord Europa, Svezia moderna, Controriforma, storia della cartografia

Documento inserito il: 16/08/2026
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