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Neandertal, fine di una specie [ di Simone Barcelli ]

L’estinzione dell’uomo di Neanderthal è una questione mai troppo dibattuta, soprattutto se consideriamo che questo ominide è stato il dominatore incontrastato, sul nostro pianeta, per più di 200.000 anni ed è scomparso all’incirca nel 26.000 a.C. per far posto a quella specie a cui apparteniamo ancor oggi per discendenza: l’Homo sapiens.

L'ultima sponda
L’ultimo stanziamento importante di una comunità Neandertal è quello di Gibilterra, nelle grotte di Gorham e di Vanguard, e risale a 28.000 anni fa. In quel lembo di terra sul Mediterraneo, questa specie viveva quindi, in pieno isolamento, gli ultimi giorni della propria esistenza, dando la caccia a foche e delfini.
Dopo aver attraversato indenne buona parte del Paleolitico, adattandosi così bene da entrare in simbiosi con ogni condizione climatica che potesse presentarsi, comprese le ere glaciali che sappiamo si susseguirono incessantemente, l’arrivo in Europa dell’Homo sapiens, proveniente dall’Africa e dall’Asia, pose fine alla sua millenaria esistenza.

Chi era nostro “cugino”
Un milione di anni fa la specie indicata come Erectus lasciava tracce del suo passaggio in almeno tre continenti (Africa, Asia ed Europa) ma era Neandertal quella che si adattava meglio al già proibitivo habitat europeo.
In quel frangente il ceppo dell’Homo sapiens diveniva invece influente nelle terre vicino dell’equatore, in Africa soprattutto. 100.000 anni fa il sapiens iniziava a peregrinare, arrivando infine nel territorio che da sempre era appannaggio del rivale.
Non si comprendono appieno le ragioni che lo indussero ad abbandonare la terra d’origine per un continente tra i più ostili, con la presenza di coltri nevose e temperature costantemente sotto lo zero.
Un territorio in cui Neandertal aveva affondato da tempo le radici con esigui gruppi patriarcali che trovavano riparo all’interno degli anfratti naturali: si trattava di comunità ben organizzate, uomini fisicamente forti, senza dubbio esperti nella caccia ai grossi mammiferi.
Il nome della razza risale al 1856, quando Johann Fuhlrott rinvenne, in una grotta nella valle di Neander in Germania, alcuni resti fossili di questo uomo preistorico che, stando alle ultime ricerche di biologia molecolare, si contraddistingueva, prevalentemente, per la carnagione bianca ed i capelli rossi.
Sostanzialmente si differenziava dalla nostra specie per una costituzione più robusta e per la particolare conformazione facciale (volto molto prominente, base cranica piatta e maggior ampiezza della calotta), mentre non c’è ancora identità di vedute per quel che concerne una presunta minore statura.
Le indagini sul DNA mitocondriale di alcuni esemplari, oltre a restituirci una specie soggetta a molteplici mutazioni genetiche nel corso dell’esistenza, indicherebbero differenze così notevoli da poter affermare che questa razza non aveva nulla da spartire con la nostra, escludendo quindi l’ipotesi di ibridazione.
Gli ultimi esemplari rinvenuti, soprattutto in Spagna, Portogallo e Francia, indicano che proprio in quest’area geografica avvennero gli ultimi importanti stanziamenti prima dell’estinzione.
L’ipotesi della selezione naturale, pur avanzata in ambito scientifico, non chiarisce la scomparsa dell’ominide.
Rimane il fatto come il movimento migratorio dei sapiens abbia pesantemente influito sulla sorte dei Neandertaliani, tanto da costringerli ad abbandonare gli insediamenti precostituiti e cercare rifugio in zone sempre più aspre ed inaccessibili.
Poche migliaia di individui, il cui destino appariva già segnato, perderanno la battaglia per la sopravvivenza dopo aver abilmente domato, per migliaia d’anni, gli inquieti elementi della natura.

Una forzata convivenza
All’epoca l’Homo sapiens era già arrivato in Europa, come dimostra il rinvenimento nel 1868 di un nostro progenitore a Cro-Magnon, in Francia, ma di che natura fu l’incontro e come poterono coabitare le due specie per quasi 10.000 anni rimane un enigma.
In Dordogna, a due passi dai Pirenei, gli insediamenti già dei Neandertaliani passarono rapidamente di mano, occupati dalla nuova gente.
Il cervello più evoluto dell’Homo sapiens dovrebbe essere stato l’essenziale vantaggio, il punto di partenza di una diversa, decisiva evoluzione che, prima di condurre direttamente all’uomo di oggi, avrebbe consentito la nascita dell’organizzazione sociale e l’articolazione di un linguaggio.
Gli esempi ricorrenti sono la costruzione di fiocine e l’utilizzo di aghi d’osso per la cucitura degli abiti, segnale di civilizzazione e di progresso.
Ma l’uomo di Neandertal non era da meno e ce ne siamo accorti quando si cimentava con successo, anch’egli, nell’ittica, inventandosi pescatore dal nulla pur di sopravvivere.
Stupisce, semmai, immaginare questo nostro lontano cugino riuscire bene anche nella cura delle ferite: è quel che traspare evidente da un teschio di 36.000 anni fa, recentemente scoperto in Francia nella località di Saint Cesaire: il malcapitato, con una lesione provocata da un arma da taglio, riuscì a sopravvivere per qualche mese grazie alle sapienti cure ricevute.
L’arma che avrebbe provocato la ferita, ben affilata e con un’impugnatura, era identica a quelle in uso al Cro-magnon.
Se ci siamo stupiti per questo ritrovamento dobbiamo necessariamente sobbalzare per quanto rinvenuto in un sito tedesco, quello di Königsaue: un fossile di 80.000 anni fa che ci racconta come l’Homo neandertalensis si dilettasse a sciogliere sul fuoco il legno di betulla, tanto da procurarsi una sostanza catramosa, la prima colla che l’umanità abbia mai conosciuto, da impiegare per la costruzione di pur rudimentali utensili denominati “a lama”.
Anche l’Homo sapiens utilizzò qualcosa di simile con le cosiddette “scaglie” ma solo 30.000 anni dopo ed entrambe le armi, come dimostrato, avevano la medesima efficienza.
Non possiamo sottacere la scoperta in una grotta slovena di Divje Babe di quello che, a prima vista, sembrerebbe un flauto in grado di riprodurre almeno 4 delle note della scala diatonica greca.
Desta preoccupazione l’età assegnata a questo frammento di femore d’orso perforato: tra 80.000 e 40.000 anni prima della nostra era.
Ma come, l’Homo sapiens doveva ancora arrivare in Europa e già Neandertal si dilettava nella musica?
Da sempre viene riconosciuto al Sapiens un miglior grado di capacità comunicativa, indispensabile per la vita sociale; peccato che le prove a sostegno di questa ipotesi non siano esaustive.
Pur non essendo certi della sua padronanza di linguaggio, oggi sappiamo che il volume celebrale dell’Uomo di Neandertal era superiore al nostro e l’area dell’emisfero sinistro del cervello, quella preposta all’elaborazione e alla comprensione del linguaggio, non era da meno.
Il fatto che si adornassero con collane ricavate dai denti degli animali non è forse da annoverare, pur nella sua semplicità, come chiama manifestazione esteriore di un processo evolutivo?
Il ritrovamento di questi monili decorativi all’interno di una grotta ad Arcy sur Cure, nei pressi di Auxerre, dovrebbe farci almeno riflettere.
Non è poi fuori luogo ipotizzare altre forme, ben più sottili, di espressione artistica, come la musica e la danza, che chiaramente non avrebbero potuto giungere fino ai nostri giorni ma potrebbero aver costituito una potente forma di espressione simbolica, senza dover per forza far ricorso ad una forma di linguaggio.
L’ominide onorava i propri defunti con il rito della sepoltura in fosse ovoidali, non prima di averne cosparso il corpo con l’ocra rossa, un pigmento naturale che da sempre simboleggia la vita; non mancava, infine, di deporre all’interno dei sepolcri quel che poteva servire per l’inframondo.

Una piccola Venere
Il salto di qualità che riflette la maggior consapevolezza dell’essere riguardo il mondo che lo circonda è evidente nel Paleolitico Superiore (dal 40.000 al 10.000 circa a.C.), soprattutto con le prime raffigurazioni sulle pareti delle caverne e con le statuette, poiché si manifesta con evidenza l’elemento artistico, denominatore di cultura e di civiltà.
Le immagini parietali sono dedicate per lo più ai mammiferi ma non mancano quelle che cercano di immortalare un ben preciso stereotipo femminino, poi riversato nelle statuette: la cosiddetta “Venere del Paleolitico” o se preferite la “Dea Madre”.
Quelle che vengono oggi considerate le migliori produzioni artistiche dell’antichità, si contraddistinguono per le forme prominenti del corpo femminile e rappresentano, nell’immaginario dei nostri predecessori, la natura e la fertilità.
Questa forma inconsueta di rappresentazione artistica è la prima espressione di culto che l’umanità riesce a rappresentare, pur nella sua eccentrica stilizzazione.
Se la prima di queste statuette, la celeberrima "Venere di Willendorf”, ritrovata in Austria un secolo fa, poteva essere frutto della Cultura gravettiana e quindi datata approssimativamente a 25.000 anni fa (quando l’Homo di Neandertal era già estinto), abbiamo assistito, con il tempo, al rinvenimento di decine di statuette similari ed ogni volta ci è stata proposta una datazione anteriore di migliaia d’anni rispetto alla prima. Poiché queste datazioni sono attestate nell’arco di tempo in cui i Neandertaliani non era ancora completamente scomparsi, anche gli studiosi hanno cominciato a nutrire dubbi circa la paternità da assegnare a queste figure pregne di significato.
Quando l’anno scorso, nella grotta di Hohle Fels, in Germania, è stata riportata alla luce la Venere (finora) più antica al mondo, che si fa risalire ad un periodo compreso tra 35.000 e 40.000 anni fa, di fronte all’evidenza e in mancanza di resti umani nell’anfratto, l’Homo di Neandertal torna prepotentemente alla ribalta e a lui andrebbe correttamente attribuita la rappresentazione votiva.

Un finale a sorpresa
L’estinzione del Neandertal potrebbe essere ricondotta ad un cannibalismo di sopravvivenza, cioè l’abbietta pratica del consumo di carne umana.
Una ricerca condotta dall’Accademia delle Scienze di Madrid sui resti di Neandertal rinvenuti a El Sidròn, nel settentrione della Spagna, ha evidenziato una marcata denutrizione ma, soprattutto, dei tagli sulle ossa, tali da far pensare a qualche forma di cannibalismo, magari anche di carattere spirituale.
Lo psichiatra Volfango Lusetti, recentemente, ha associato questa pratica alla nascita della coscienza nell’Homo sapiens sapiens.
La psicopatologia che sta alla base di alcuni fenomeni comportamentali violenti degli esseri umani può trovare spiegazione nel cannibalismo dei nostri antenati, costretti all’infida pratica pur di sopravvivere ad un misterioso e drammatico evento che avrebbe messo in pericolo il genere umano.
Se confidiamo nella bontà dell’analisi di Lusetti, non possiamo dubitare della dirompente ipotesi avanzata dal paleontologo Fernando Ramirez Rozzi del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi che, tra i fossili rinvenuti a Les Rois, in Francia, ha individuato una mandibola appartenente a un Neandertaliano, che risulta chiaramente spolpata e gli artefici dello scempio sarebbero i nostri antenati.
Non siamo certo di fronte ad una prova inequivocabile del fatto che l’uomo di Neandertal venisse letteralmente cacciato dalla nostra specie ma innumerevoli sono gli indizi disseminati che propendono per un finale veramente a sorpresa.
Ci chiedevamo le ragioni della misteriosa estinzione della razza dei Neandertal, avvenuta, guarda caso, appena 10.000 anni dopo l’arrivo nel continente europeo dell’Homo sapiens, dopo una ininterrotta supremazia ed un continuo adattamento alle variabili condizioni climatiche.
Molti siti hanno ospitato prima lui poi il nostro antenato, in un frangente di “convivenza” certo non amichevole.
In alcuni di questi siti sono stati rinvenuti resti fossili di Neandertaliani che presentano tracce inequivocabili della pratica del cannibalismo.
E’ un dato di fatto il progressivo spostamento di questa razza verso le coste, dove si isolò dedicandosi alla pesca.
La migrazione può essere considerata una fuga da un pericolo costante e tangibile, sorto con l’arrivo dell’Homo sapiens.
Il Neandertal non era quella specie inferiore che la scienza ci ha sempre descritto e ci siamo meravigliati di come quest’uomo potesse competere, anche intellettualmente, con il nostro avo: il culto della Dea Madre, con ogni probabilità, rientrava a pieno titolo nelle sue usanze religiose, segno di una chiara presa di coscienza del mondo circostante. L’ipotetica conclusione di questa terribile vicenda è che l’Homo sapiens era dedito al cannibalismo e in quest’ottica cacciava il Neandertal poiché lo considerava solamente un animale, null’altro.
Il nostro antenato non aveva le stesse capacità di adattamento del cugino più stretto e, pur di sopravvivere in un ambiente a lui ostile, si procurava il cibo nella maniera più semplice che conosceva.

L’eredità perduta di Neandertal
Al di là di quanto fin qui sostenuto, nella considerazione che siamo nel campo accidentato delle ipotesi (e non potrebbe essere diversamente in un panorama così velocemente mutevole come quello della ricerca tesa alla conoscenza delle nostre origini su questo pianeta), emerge indubbiamente e con una forza straordinaria un ominide che, nonostante tante sofferenze, era riuscito a “connettersi” con gli elementi circostanti grazie alla semplice osservazione, senza intervenire in alcun modo, se non in maniera simbolica, giusto per appropriarsi di quelle forze della natura di cui aveva bisogno.
Grazie a questa “magia”, l’uomo di Neandertal dominava gli elementi, nel pieno rispetto dell’ambiente circostante.
Il culto della Dea Madre, che può racchiudere metaforicamente in sé l’energia di questo nostro pianeta, rappresentava l’unica fonte di vita da cui attingere nutrimento, anche senza bisogno di parlare.
Chissà, forse per comprendere fino in fondo questo messaggio potrebbe essere sufficiente sentirci anche noi un po’ Neandertal.
Documento inserito il: 19/12/2014

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