Cookie Consent by Free Privacy Policy website Tutto storia, storia antica: Il Nostratico, la lingua franca dell'Età Antidiluviana
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Il Nostratico, la lingua franca dell'Età Antidiluviana [ di Yuri Leveratto ]

In seguito agli ultimi studi di archeologia e genetica, si può affermare che l’uomo moderno (Homo Sapiens), si originò in Africa (attuale Etiopia), circa 200 millenni or sono.
Il suo più lontano antenato, l’Homo Habilis, a sua volta evolutosi in Africa ben 2 milioni di anni fa, già era in grado di parlare: alcuni archeologi hanno dimostrato che vari crani di Homo Habilis hanno una cavità accentuata nella regione dell’emisfero cerebrale dove si trova, nell’Homo Sapiens, una protumberanza del cervello presso il centro di Broca, responsabile neurologico della parola. Si è così dimostrato che già il nostro più lontano progenitore poteva emettere dei suoni ai quali iniziava a dare diversi significati.
Il primo appartenente alla specie Homo che uscì dall’Africa e tentò una prima colonizzazione del pianeta fu l’Homo Erectus, i cui resti, trovati in Indonesia e in Cina, risalgono a circa 500.000 anni fa.
Intorno a 200.000 anni or sono una specie di Homo chiamata Neanderthal si espanse in Europa. Era discendente del Homo Heidelbergensis.
Il fatto fondamentale della storia dell’umanità fu però, come già accennato, l’avvento dell’uomo moderno (Homo Sapiens), circa 200 millenni or sono, in Africa.
L’Homo Sapiens era in grado di utilizzare meglio gli strumenti litici a sua disposizione, ma soprattutto si distingueva dalle altre specie umane perché era in grado di esprimersi meglio e di comunicare con ricchezza di particolari. Sapeva così tramandare la sua cultura, ovvero l’insieme delle sue conoscenze e tradizioni.
Eminenti scienziati, come ad esempio l’archeologo Glunn Isaac, sostengono che la lingua madre dell’umanità, o lingua primigenia, si sia sviluppata in Africa tra i 150 e i 100 millenni or sono. Lo studioso è giunto a questa conclusione notando che le culture paleolitiche est-africane di quel periodo rivelavano un’elevata differenziazione locale. Isacc fece un parallelo tra l’incremento delle culture litiche e la differenziazione del linguaggio.
Circa 100 millenni or sono, quando gruppi di Homo Sapiens uscirono dall’Africa intraprendendo la colonizzazione del mondo, la loro consistenza numerica totale era piuttosto limitata (circa 20.000 individui secondo il celebre scienziato A.J.Coale).
A partire da quella data, si è verificata una notevole evoluzione nell’utilizzo degli strumenti litici, e una diffusione sia delle tecniche di navigazione (di cui purtroppo si sono trovati pochi resti), sia dell’uso di legno e avorio.
Questo passaggio culturale dall’epoca musteriana a quella aurignaciana venne accompagnato da un miglioramento e arricchimento costante della lingua primigenia. La possibilità di comunicare in modo raffinato deve aver aiutato molto nel grande viaggio di espansione che portò i Sapiens a colonizzare tutto il pianeta soppiantando gli Herectus e i Neanderthal.
Intorno a 100 millenni or sono alcuni gruppi di umani si spinsero verso il sud dell’Africa, mentre altri piccoli gruppi viaggiarono verso l’ovest e il nord del continente. Con il passare dei secoli questi umani iniziarono a differenziare la loro lingua dalla primigenia dando così origine alle quattro proto-lingue africane: Niger-Kordofaniano (attuali Bantú, Yoruba e Wolof, tra le altre), Nilo-Sahariano (per esempio le lingue Masai e Nubiane), Koisan (Boscimani e Ottentotti), e la lingua dei Pigmei.
Come eccezione a questa espansione c’è da ricordare che un limitato gruppo di Sapiens giunse in Brasile (Piauí), direttamente dall’Africa circa 60 millenni or sono (tesi dell’archeologa Niede Guidon riconosciuta internazionalmente). Per ora è impossibile individuare che lingua parlassero, ma si pensa che si esprimessero nella lingua primigenia.
Tornando al gruppo di umani che, a partire da 100 millenni or sono, si diresse in Asia, passando probabilmente attraverso lo stretto di Aden, si può ipotizzare che la loro lingua si differenziò da quella primordiale, e si sviluppò in una forma che viene chiamata nostratico da alcuni studiosi.
Il nostratico fu ipotizzato inizialmente dal linguista danese Holger Pedersen nel 1903.
Un altro scienziato che teorizzò l’origine unica delle lingue fu l’italiano Alfredo Trombetti (1866-1929), nel suo libro L’unità d’origine del linguaggio, del 1905 (l’italiano si distinse sullo studio delle lingue sinodenecaucasiche).
Successivamente i linguisti russi Illic-Svityc e A. Dolgopolskij confermarono le tesi di Pedersen e individuarono il nostratico come la lingua dalla quale poi si originarono sia l’indo-europeo, che il semitico, il georgiano, l’uralico, l’altaico, e le lingue dravidiche. Questi studiosi giunsero a tali conclusioni facendo un percorso “a ritroso”, ovverosia analizzando le lingue moderne e rapportandole tra loro. Essi giunsero anche alla conclusione che le lingue sinodenecaucasiche (idiomi sinotibetani, nadene, basco, e nord-caucasici), si differenziarono dal nostratico circa 80 millenni or sono.
Successivamente l’eminente linguista Joseph Greenberg (1915-2001), incluse anche la maggioranza delle lingue amerindie (ma non il ceppo nadene, le cui lingue principale sono l’athabaska dell’Alaska e gli idiomi apache e navajo), nella famiglia del nostratico.
In seguito a quest’ultimo studio si può affermare che la maggiorparte degli amerindi, pur avendo un’origene asiatica (dal punto di vista genetico), parlano lingue derivate dal nostratico e non dal gruppo sino-denecaucasico.
Se si accetta la teoria che il nostratico fu la lingua madre delle famiglie indo-europee, georgiane, dravidiche, altaiche, uraliche e afroasiatiche, si può giungere alla conclusione che il luogo dove si parlava andasse dalla Palestina alla Turchia centrale, fino all’India, includendo Mesopotamia e Iran. Il nostratico continuò ad essere la lingua franca anti-diluviana per circa 90 millenni, ovviamente evolvendosi durante questo tempo.
Ma quando avvenne la differenziazione tra nostratico e le altre famiglie asiatiche, indo-pacifiche e australiane?
A tale proposito bisogna ricordare che durante l’era glaciale la linea di costa nei vari continenti era completamente diversa dall’attuale. E’ probabile che il gruppo di umani che uscì dall’Africa, circa 100 millenni or sono, si diresse verso est passando lungo le coste della penisola arabica e dell’attuale Iran.
Alcuni si fermarono e trovarono delle condizioni di vita ideali per le loro esigenze, mentre altri, continuarono il viaggio verso est.
Le prime tracce di Homo Sapiens trovate in Cina risalgono a circa 67 millenni fa. Furono necessari pertanto ben 33.000 anni per giungere dall’Africa alla Cina.
I Sapiens giunsero in Australia, probabilmente viaggiando su imbarcazioni di fortuna attraversando brevi tratti costieri, circa 50.000 anni or sono.
Si può cosi supporre che le differenze tra il proto-nostratico parlato nel Medio Oriente a partire dai 100 millenni or sono e le altre famiglie linguistiche, avvenne circa 80 millenni or sono. Durante il grande viaggio di espansione si originarono così le famiglie: sinodenecaucasica (lingue sinotibetane e altre), austrica (thay, viet), indopacifica e australiana.
Non mancano le eccezioni: secondo Greenberg il basco fa parte della famiglia sinodenecaucasica: è pertanto possibile che un gruppo di Sapiens del Medio Oriente (che si erano già staccati dal gruppo dei nostratici), decisero, per motivi ignoti, di tornare indietro, viaggiando verso nord-ovest.
Questo gruppo di umani fu pertanto il primo ad entrare in Europa, circa 40.000 anni fa, in piena era glaciale, dando inizio cosi alla più antica lingua europea, quella basca.
L’altra eccezione molto importante riguarda le lingue amerindie: secondo Greenberg la maggioranza di esse (escluso l’athabaska e il nadene degli Apache e Navajo), derivano dal nostratico. Pertanto si può supporre che un gruppo di nostratici si diresse verso il nord dell’Asia, probabilmente intorno ai 60 millenni or sono. Alcuni colonizzarono l’attuale Siberia dando origine alle lingue altaiche e uraliche, mentre altri viaggiarono in America attraverso lo stretto di Bering entrando nel Nuovo Mondo circa 40 millenni or sono e dando origine alle lingue amerindie. Si ipotizza pertanto che vi furono tre flussi di espansione dall’Asia verso l’America (attraverso l'Alaska): il primo, nostratico 40 millenni or sono; il secondo, sinodenecaucasico 14 millenni fa, che diede origine alla cultura Clovis; infine l’ultimo, pochi millenni or sono, degli Eschimesi.
Tornando al nostratico, eminenti studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la zona di espansione di questo idioma si estendeva dalla Palestina all’India. Alcuni studiosi indicano nelle culture Kebaran (Israele 18-10 millenni a.C.), e Natufiana (Palestina, Siria, 10500-8500 a.C.), la culla del nostratico, mentre altri sostengono che il luogo da dove si espanse fu la cultura Zarziana (nord dell’Iraq 18-8 millenni a.C.).
E’ possibile che il nostratico si parlasse a Khambat, 9500 anni fa?
Siccome secondo Greenberg l’attuale idioma dravidico, parlato oggi nel sud dell’India, deriverebbe dal nostratico, è realmente possibile che quest’ultimo fu la lingua utilizzata a Khambat e Dwarka, civiltà le cui vestigia sono state cancellate dall’innalzamento repentino dei mari, durante la fine dell’era glaciale. E’ inoltre possibile che il sumero derivi a sua volta dal proto-dravidico, ma questa tesi non è stata confermata da alcun scienziato.
A mio parere nell’arco temporale che va dai 40 ai 10 millenni or sono è possibile che il nostratico fu utilizzato anche in forma scritta, magari solo da una ristretta cerchia di sacerdoti esoterici, ma a tutt’oggi non si sono trovate evidenze di tale supposizione.
Probabilmente a partire dagli 80 millenni or sono iniziarono a diffrenziarsi altre lingue che ebbero come origine il nostratico.
Innanzitutto vi fu la citata espansione verso l’Asia del nord (lingue altaiche e uraliche).
Quindi vi fu un espansione verso l’Africa che diede inizio alle lingue afroasiatiche (egizio, lingue semitiche e cuscitiche). Poi vi fu un’espansione verso la Turchia e quindi verso le steppe del Kurgan da dove poi si evolsero le lingue indoeuropee.
In seguito alla repentina fine dell’era glaciale e a sconvolgimenti climatici di portata eccezionale (diluvio universale), accaduti nel 9500 a.C., molte civiltà antidiluviane vennero distrutte. Si persero purtroppo quasi tutte le evidenze dell’antico nostratico scritto, ma rimangono oggi giorno alcune tracce, come l’enigmatico disco di Festo, o, nel Nuovo Mondo, il petroglifo di Ingá, la Fuente Magna e il Monolito di Pokotia, che riportano iscrizioni che potrebbero derivare dal nostratico.


Bibliografia
Luigi Luca Cavalli Sforza - Geni, popoli e lingue
Paul Rivet - L'origine dell'uomo americano
Documento inserito il: 19/12/2014

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